Nov 20 2017

L’IMMATERIALITÀ NON PUÒ MORIRE

La nostra certezza di esistere poggia su una consapevolezza che sfugge al pensiero concreto.

La percezione di sé non è misurabile con gli strumenti della scienza, non è oggettiva, ripetibile o quantificabile, appartiene a un sentire interiore che possiamo convalidare soltanto ascoltando noi stessi.

“Penso, dunque sono.”

Sosteneva Cartesio, per confermare la propria realtà senza perdersi nell’ingannevole percezione materiale dei sensi.

La nostra più profonda verità è personale, intima, esiste al di fuori dello spazio e del tempo in una dimensione della coscienza diversa da quella della corporeità.

L’immaterialità non trova conferme nei laboratori scientifici, non è contemplata dai programmi scolastici e non ne parlano i telegiornali, tuttavia si tratta di un sapere con cui ci dobbiamo confrontare.

Inevitabilmente.

Soprattutto quando ci interroghiamo sul significato della vita e della morte.

Chi bazzica il mondo interiore, per mestiere o per scelta, è facilitato in questo compito perché impara a orientarsi nella soggettività che caratterizza i vissuti emotivi.

Chi invece ha bisogno di ottenere le proprie conferme da una dottrina esterna a sé, quando si trova davanti alla morte delle persone che ama, sprofonda in un baratro di dolore e di difficoltà.

La mancanza fisica, infatti, provoca uno strappo nell’anima, una ferita che si rimargina grazie alla fiducia nel proprio sentire e nella permanenza dei legami affettivi.

Tuttavia, parliamo di una certezza indimostrabile in laboratorio, perché l’amore sfugge agli strumenti della scienza e si convalida soltanto ascoltando il proprio cuore.

Così, se vogliamo comprendere cosa succede quando il corpo non c’è più, dobbiamo aprirci a una realtà soggettiva, fatta di sentimenti più che di apparecchiature mediche o di rituali religiosi, e abbracciare un sapere fondato sull’ascolto della propria intima verità.

“Cogito, ergo sum.”

Ci ricorda Cartesio, sottolineando il valore imprescindibile del nostro pensiero e del nostro sentire interiore, e affermando l’importanza di una realtà che esiste dentro noi stessi.

Come il pensiero anche l’amore possiede una pregnanza che è irraggiungibile basandosi soltanto sui cinque sensi.

Eppure, nonostante la sua mancanza di prove concrete, è una verità che nessuno può ragionevolmente mettere in discussione.

Non è possibile affermare che l’amore non esiste.

Sappiamo tutti con matematica certezza che un’esistenza senza amore perderebbe il suo valore riducendosi a un cumulo di esperienze prive d’intensità e di significato.

(Lo verificano quotidianamente gli specialisti della psiche che si occupano di patologie conseguenti alla mancanza di amore.)

L’amore è un’energia imprescindibile e immortale perché si colloca fuori dalla caducità della materia, in uno spazio intimo fatto di sensibilità.

Non si può misurare con gli strumenti della scienza, tuttavia determina la salute o la malattia ed è la causa prima della nostra sopravvivenza e di una esistenza appagante.  

Senza amore si muore.

Ma soprattutto muore la consapevolezza della profondità della vita.

Studiare le dimensioni dell’amore significa uscire dalla tirannia della materialità e avventurarsi in un mondo sottile, fatto di soggettività e di evidenze interiori.

La morte è una di queste.

E l’orrore che l’accompagna è tale soltanto quando la osserviamo indossando gli occhiali della corporeità.

Quando muore una persona cara la sofferenza per la perdita della fisicità ci toglie il respiro.

Ma spesso l’anima sembra imperturbabile di fronte alla catastrofe che pure stiamo vivendo interiormente.

Tante persone raccontano un’inspiegabile indifferenza nonostante la scomparsa di qualcuno che hanno amato moltissimo.

“Ero come anestetizzato.”

“Sapevo che era successo qualcosa di terribile eppure non mi sembrava reale.”

“Non provavo nulla.”

“Mi sentivo quello di sempre, come se non fosse successo niente.” 

Sono parole cariche di sgomento, quasi uno scoprirsi aridi e privi di sentimenti.

Tuttavia sono proprio queste le sensazioni che segnalano la continuità dell’amore, la convinzione inconfessabile che nulla sia realmente cambiato.

L’amore, infatti, non finisce.

Nemmeno quando si muore.

Vive al di fuori del tempo, in un piano della coscienza che non è misurabile con i cinque sensi.

In quello spazio intimo e profondo tutto esiste in un eterno SEMPRE e il legame che ci unisce continua a svilupparsi, perché è fatto di un’energia che non può morire.

La certezza di questa immortalità dimora in una dimensione infinita e onnipresente.

E ci accompagna in ogni istante della nostra esistenza.

La morte è la fine del corpo e dell’esperienza materiale.

Se ci diamo il permesso di guardare oltre i confini della fisicità, scopriamo un mondo nascosto fatto della stessa essenza impalpabile di cui è fatto il pensiero e altrettanto vitale.

Ammettere la permanenza dell’amore significa osservare la morte da un punto di vista nuovo, capace di accogliere la Totalità dell’esistenza superando i limiti della concretezza e imparando i codici dell’infinito.

Solo così è possibile ascoltare le voci di chi non esiste più nello spazio e nel tempo ma cerca di raggiungerci parlando al nostro cuore.

Carla Sale Musio

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PARLARE CON CHI NON HA PIÙ UN CORPO 

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Nov 13 2017

COME SCEGLIERE UNO PSICOLOGO

La decisione di contattare uno psicologo è sempre un momento difficile che arriva dopo innumerevoli tentativi di risolvere da soli i problemi e si accompagna alla sensazione di non avere altra scelta.

Mettere la propria vita in mano a una persona sconosciuta non è semplice, presuppone il coraggio di raccontare il disagio interiore e richiede fiducia nelle competenze di chi ascolta.

Il legame che unisce lo specialista e chi gli chiede aiuto avviene tra persone impegnate a risolvere lo stesso problema e coinvolge profondamente la sfera affettiva.

Una relazione terapeutica non riguarda esclusivamente il rapporto professionale: è un modo di condividersi e stare insieme diverso da qualunque altro.

E questo vale sia per il professionista sia per il cliente, anche se i ruoli e le modalità interattive sono diverse.

Gli argomenti che raccontiamo nel segreto della psicoterapia, infatti, non sono quelli di cui parliamo con gli amici, i parenti, il medico, il sacerdote o il nostro partner.

Le idee prendono forma nel corso dei colloqui e producono una profonda trasformazione interiore.

È difficile spiegare quello che succede durante un percorso di crescita personale.

A uno sguardo superficiale i colloqui clinici potrebbero apparire delle chiacchierate informali, spesso prive di un filo logico e consequenziale.

Tuttavia lo scambio tra il terapeuta e il paziente è un dialogo intimo, fatto di associazioni, di ricordi, di sensazioni impercettibili e di vissuti che si muovono fuori dal tempo, in una dimensione sincronica e inconscia.

Durante le sedute si utilizza prevalentemente l’emisfero destro del cervello, quello della creatività e delle emozioni.

La logica, che appartiene all’emisfero sinistro, agisce dietro le quinte indirizzando le domande del terapeuta in modo da suscitare risposte spontanee, immediate e libere da censure.

Un bravo psicologo deve saper ascoltare e deve saper individuare le risorse necessarie all’emergere dei cambiamenti.

In questa professione la preparazione, l’aggiornamento, la ricerca e lo studio sono importantissimi.

Ma ciò che è davvero IMPRESCINDIBILE è la capacità di mettersi in gioco lasciando emergere dentro di sé le stesse problematiche di chi chiede aiuto.

Naturalmente l’esplorazione personale deve avvenire senza coinvolgere l’altro nei propri vissuti, esaminando in se stessi le medesime difficoltà sia durante il lavoro clinico sia nella solitudine.

E questa è la parte più difficile, la caratteristica che fa di uno psicologo: uno strumento efficace al servizio del paziente.

Nessuno può curare ciò che non è disposto ad accogliere dentro di sé.

Questo non vuol dire che un terapeuta debba fare le medesime esperienze di chi gli chiede aiuto.

Ciò che occorre è la capacità di sedersi dall’altra parte della scrivania, sperimentando sulla propria pelle cosa si prova quando ci si rivolge a uno specialista della psiche.

Uno psicologo che non va dallo psicologo non è un bravo psicologo.

Perché nessuno può aiutare un altro a risolvere i propri problemi se non possiede l’umiltà necessaria per chiedere aiuto a sua volta.

Nelle professioni sociali questa è una delle risorse più importanti e meno facili da individuare.

Nel curriculum professionale si riportano i titoli di studio, le specializzazioni e le esperienze lavorative ma non è necessario rispondere alla domanda:

“Quali percorsi di crescita personale hai fatto e quali stai seguendo attualmente?”

Eppure questa informazione è cruciale per comprendere lo spessore emotivo della persona a cui abbiamo deciso di affidare la nostra intimità e la nostra sofferenza interiore.

Per scegliere uno psicologo che sia veramente BRAVO è necessario conoscere il suo orientamento professionale e le sue competenze lavorative ma è INDISPENSABILE sapere quali siano stati i suoi terapeuti e da quanto tempo è (o non è) in terapia.

(Se non si è sottoposto a un trattamento personale per un periodo più lungo di due anni… probabilmente conviene diffidare!)

Per svolgere bene questo mestiere, infatti, è necessario affrontare periodicamente un training personale con un collega preparato e altrettanto capace di mettersi in discussione.

Non è possibile trascorrere le giornate ad ascoltare i problemi degli altri senza esserne coinvolti e senza individuarne le risonanze nel proprio mondo interiore.

Un bravo psicologo non si vergogna di essere seguito in psicoterapia: sa che i pazienti sono i più grandi maestri perché in questa professione (come nella vita) ogni persona incarna una verità che implora di essere riconosciuta e accettata.

Dapprima dentro di sé.

E poi negli altri.

Carla Sale Musio

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PAZIENTI O MAESTRI?

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Nov 07 2017

VORREI CAMBIARE ALIMENTAZIONE MA…

Cambiare le abitudini alimentari è un’impresa difficile e insidiosa che bisogna programmare con cura per evitare delusioni, ricadute e pericolosi vissuti di impotenza.

Per la specie umana mangiare è un rituale intimo e sacro che affonda le radici nelle tradizioni personali, famigliari e sociali, coinvolgendo il sistema psichico e fisico su diversi livelli contemporaneamente.

Come ci insegna la psicologia, l’infanzia del cucciolo d’uomo è caratterizzata da una fase orale, cioè dalla necessità di esplorare il mondo portando ogni cosa alla bocca.

Nei primi mesi, l’allattamento crea tra la mamma e il bambino un’unione così profonda da sostituire l’appartenenza fusionale che caratterizza la vita intrauterina.

Questa meravigliosa sensazione di amore e appartenenza è comune a tutti i mammiferi ma negli esseri umani si carica di significati che vanno oltre le necessità nutritive e fa sì che l’atto di mangiare si trasformi in un sostituto affettivo, spesso irrinunciabile.

Nella società umana il tempo concesso alle madri per stare con i propri cuccioli è sempre più limitato dagli impegni professionali.

Infatti, se da un lato le pari opportunità hanno permesso alle donne di entrare nel mondo del lavoro, dall’altro hanno penalizzato il tempo dedicato alla maternità, costringendo i più piccini ad adattarsi a uno stile di vita frenetico e costruito sulle esigenze del mercato economico più che sulle relazioni fra genitori e bambini.

Le specie animali diverse dalla nostra non sentono il bisogno di lavorare per vivere.

Lo stile di vita degli animali, legato ai ritmi della natura, permette alle mamme un rapporto intimo e costante con i loro piccoli, dando forma a una relazione fatta di fisicità, di contatto e di appartenenza reciproca, in cui l’allattamento è soltanto un aspetto e, certamente, non il più importante.

Le madri umane, invece, sono sempre di fretta e, nel tentativo spasmodico di conciliare le necessità lavorative con le esigenze della genitorialità, non saturano mai il bisogno fusionale che le unisce ai propri cuccioli.

Questo fa sì che il tempo dedicato alla nutrizione sostituisca progressivamente il desiderio di contatto e di appartenenza, trasformandosi in uno strumento di gratificazione affettiva ben oltre le necessità della sopravvivenza.

È in questo modo che i pasti sono diventati il momento privilegiato di condivisione dell’affetto, sostituendo un’infinità di bisogni relazionali indispensabili alla salute emotiva e fisica degli esseri umani.

Sapori e odori richiamano alla mente situazioni passate, positive o negative, riaccendendo memorie dimenticate da tempo.

E, di sicuro, ognuno di noi potrebbe compilare una lista di cibi talmente evocativi da provocare l’emergere di ricordi, vissuti ed emozioni soltanto assaporando un boccone!

Gusti e aromi imprescindibili costellano la storia di ogni essere umano e vanificano spesso il desiderio di modificare il modo di alimentarsi.

Infatti, quando la condivisione dei pasti prende il posto della condivisione dei sentimenti e del piacere, i momenti dedicati al cibo assumono un valore insostituibile perché creano legami e intimità altrimenti impossibili da realizzare.

La cura prodigata nella preparazione degli alimenti diventa così il canale privilegiato per esprimere l’affetto, consolidare l’appartenenza al gruppo e regalare uno spazio magico di appagamento.

Questo spinge a incanalare la creatività nella ricerca di sapori sempre nuovi, capaci di coinvolgere e sorprendere le persone amate, mentre allenta la spinta verso la realizzazione personale in favore della tradizione e dell’approvazione sociale.

Viviamo nella cultura dell’appetitoso, saporito, stuzzicante, gustoso… e nella ricerca costante di pietanze in grado di stimolare l’appetito consentendoci di assaporare sempre di più i momenti dedicati ai piaceri della tavola.

Ma tutta questa affettività alimentare se da un lato ci consente di sopravvivere in un mondo frenetico e in corsa verso la propria distruzione, dall’altro conduce a una patologica dipendenza dall’ingurgitare quantità spropositate di sostanze spesso tossiche e dannose per la salute.

L’obesità è diventata la normalità e nessuno si sorprende più davanti al proliferare delle intolleranze alimentari, del diabete, del cancro, dell’ipertensione… e di tutte quelle innumerevoli patologie conseguenti a uno smodato consumo di vivande sempre nuove e diverse.

Il gusto è ormai una sorta di divinità onnipotente e magica, capace di trasformare il bisogno di sopravvivenza in un momento ricco di suggestioni emotive, fino a sostituire quella condivisione intima e profonda che caratterizza la relazione tra la mamma e il bambino.

Per non sentirsi soli e calmare l’angoscia, almeno per un po’, basta portare qualcosa alla bocca!

E come per miracolo, nell’intorpidimento languido che accompagna la digestione e sposta le energie dalla mente allo stomaco, il dolore si attenua concedendo una tregua dal ritmo incalzante della nostra civiltà.

Viviamo nella cultura del palato e il sapore ha preso il posto di ogni altro piacere, rimpiazzando l’intimità, la creatività, la curiosità, l’empatia e la condivisione di sé e della propria preziosa unicità.

La realizzazione di una buona cena ha sostituito la realizzazione personale, consentendoci di chiudere la mente e di dimenticare le brutture che ammalano la nostra esistenza.

Cambiare le abitudini alimentari significa perciò cambiare il proprio modo d’intendere la vita e cominciare a costruire alternative nuove per stare insieme (a se stessi e agli altri).

Occorre attuare una rivoluzione nel proprio mondo interiore e nel modo di organizzare le proprie giornate, riservando uno spazio (diverso dal cibo) dedicato al piacere e all’ascolto di sé.

Fino a quando cercheremo nel gusto un antidolorifico facile da reperire e gradevole da ingerire, la trappola alimentare ci terrà incatenati dentro una pericolosa dipendenza psichica e fisica.

Perciò affrontare un cambiamento nel modo di nutrirsi vuol dire armarsi di pazienza e affrontare la trasformazione più importante che ci sia.

Quella che veramente consente di cambiare il mondo, perché modifica i presupposti su cui è costruita la nostra società.

Una vita migliore non nasce dall’imposizione di nuove regole comportamentali ma dal progressivo riappropriarsi della libertà e del potere creativo.

Restituire all’alimentazione il suo valore naturale legato soltanto alla sopravvivenza consente di scoprire nuove energie dentro di sé e permette di aprirsi a una nuova umanità, non più schiava degli alimenti ma capace di scegliere di che cosa è davvero necessario cibarsi.

Per stare bene nel corpo, nella mente e nell’anima.

Carla Sale Musio

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Nov 01 2017

A PROPOSITO DELLA PAURA DELLA MORTE…

Finché siamo giovani la vecchiaia e la morte ci appaiono così lontani che non sembrano riguardarci davvero.

Siamo catturati dal bisogno di esprimere e realizzare noi stessi e l’idea che prima o poi dovremo lasciar perdere tutto appare lontana e imprendibile.

Eppure gli anni scappano via uno dopo l’altro e, più rapidamente di quanto non avessimo previsto, ci ritroviamo ad abbandonare la corporeità per affrontare un evento sconosciuto, angosciante e misterioso.

In quel momento, la paura e il dolore rendono difficile comprendere pienamente ciò che accade.

Viviamo fingendo che la morte non esista.

Totalmente assorbiti dal raggiungimento di beni materiali e spesso effimeri, non ci fermiamo mai a valutare davvero la portata e il valore della fine dell’esperienza terrena.

Corriamo nella vita evitando di pensare che un giorno avrà termine e, quando si avvicina il momento di lasciare il corpo, scopriamo di essere del tutto impreparati ad accoglierne il significato e la profondità.

Nessuno ci insegna come attraversare quella metamorfosi così definitiva e importante.

I programmi scolastici non prevedono la conoscenza del mondo immateriale.

La scienza analizza soltanto i dati concreti: il cuore smette di battere, l’elettroencefalogramma è piatto, l’organismo si decompone e, infine, diventa polvere.

Le religioni raccontano che l’anima si sposta in un altro luogo dove non è possibile raggiungerla (paradiso, purgatorio, inferno, reincarnazione…) e dove Dio, il karma o qualcos’altro, giudicheranno le nostre azioni destinandoci al premio o al castigo; ma parlano per dogmi e richiedono fede.

La ragione, lacerata tra il bisogno di comprendere e la paura di non farcela, finisce per accantonare il problema impegnandosi nelle mille imprese che costellano la quotidianità.

È così che un brutto giorno scopriamo che è giunto il momento di oltrepassare le Colonne d’Ercole.

La fine della vita è arrivata e noi non siamo pronti per accettarla e per attraversare i piani della coscienza senza lasciarci travolgere dalla paura dell’ignoto.

Tuttavia, il corpo si prepara molto tempo prima di quell’istante conclusivo; comincia a darci i segnali del cambiamento un giorno dopo l’altro, all’inizio quasi impercettibilmente e poi sempre più chiaramente.

Sta a noi accordargli la giusta attenzione fermando il vorticoso meccanismo della distrazione per accogliere il passaggio in tutta la sua intima e profonda intensità.

La vecchiaia, quel cambiamento progressivo e inesorabile che rende il fisico sempre meno prestante ad affrontare le prove dell’esperienza materiale, corrisponde al formarsi di uno strumento adatto a muoversi nelle forme più rarefatte in cui la morte ci accompagnerà.

Se osserviamo la decadenza fisica dalla prospettiva immateriale, scopriamo che il “deterioramento” è in realtà uno spostamento sui livelli sottili dell’esistenza.

Il declino fisico segnala che un altro corpo sta prendendo forma.

Gli animali lo chiamano “fare il bozzolo”, indicando con ciò il trasferimento progressivo della consapevolezza al di fuori dalla dimensione terrena.

Per questo quando arrivano in prossimità della morte preferiscono isolarsi lasciando che la natura faccia il suo corso senza ostacolarla.

Nelle loro culture legate ai ritmi della creazione la morte non è combattuta con la foga con cui noi l’avversiamo.

Dal nostro punto di vista carico di superiorità e di giudizio i loro atteggiamenti possono essere scambiati erroneamente per indifferenza, tuttavia nel loro stile di vita sempre attento all’ecosistema, la medicina, i farmaci e l’accanimento terapeutico, che caratterizzano la società umana non sono contemplati.

Per le altre specie la morte è un passaggio, a volte doloroso, ma inevitabile.

È con questa consapevolezza che lasciano andare i loro simili e se stessi nel momento del trapasso.

Proprio come il bruco diventa inutile e isolandosi si trasforma in una meravigliosa farfalla, così il corpo perde le sue funzionalità permettendo all’energia individuale di trasferirsi nelle configurazioni necessarie a continuare l’avventura della conoscenza su altri livelli della realtà.

Ecco perché “invecchiare” dal punto di vista immateriale indica uno spostamento e non un deterioramento.

Se osserviamo la vecchiaia da una diversa prospettiva, scopriamo che è un tempo necessario a prendere confidenza con le leggi che governano i piani impalpabili della coscienza.

Un tempo in cui l’organismo perde le sue capacità mentre chi lo abita, l’io, l’osservatore, il testimone che ci accompagna silenzioso dal primo all’ultimo giorno della vita, non invecchia.

Quella presenza consapevole percepisce che il corpo si sta fermando ma sa che tu non ti stai fermando, al contrario, stai accelerando!

Ti liberi dalle strettoie del tempo e dello spazio e impari a fluttuare nell’immensità.

In quei momenti l’inconscio schiude le sue potenzialità e spalanca le porte dell’eterno presente mostrando la coesistenza di infinite possibilità.

Tutto cambia.

Nel passaggio che conduce alla rarefazione, l’organismo perde la sua funzione di veicolo fisico e l’io si sente sempre più vivo, leggero e pronto ad affrontare una nuova avventura.

Ecco perché gli anziani dormono spesso e si confondono facilmente, scambiano il giorno con la notte, il prima con il dopo, il presente con il passato: ondeggiano nel tempo mentre imparano a esistere senza il tempo.

Il cervello, che è stato lo strumento principale per decodificare la materialità, diventa inutile a leggere i nuovi codici della rarefazione.

Prende forma un’essenza più lieve, capace di planare nelle dimensioni come una farfalla.

Per lo stesso motivo anche i piaceri che appartengono alla fisicità perdono d’importanza lasciandoci scoprire appagamenti nuovi.

Non più il cibo, la sessualità, il chiasso, le feste, le chiacchiere, le emozioni forti… ma un ascolto intimo e profondo che conduce fuori dalle passioni nel mondo senza confini della Totalità.

Un mondo che in tanti hanno provato a raccontarci, sia dopo le esperienze di premorte che nei sogni, nelle comunicazioni telepatiche e nel channeling post morte, ma che è così difficile da accettare e da comprendere quando la fisicità fa sentire ancora con urgenza il suo richiamo.

La paura della morte intreccia l’ignoranza sul significato della vita.

Aprirsi a una conoscenza che va oltre i cinque sensi per accogliere una realtà intima fatta di sensazioni, di intuizioni e di un sapere che nasce dentro di sé un attimo prima che sia stata formulata la domanda, permette di comprendere i cambiamenti impercettibili che ci conducono oltre la materialità, creando un ponte tra le dimensioni.

Una cultura nuova abbraccia ciò che attiene alla fisicità e ciò che invece la trascende, aiutandoci a colmare i vuoti che riducono la fine della vita a una perdita d’identità, di valore e di presenza.

Per costruire un mondo migliore è necessario abbattere il pregiudizio che ammanta la morte di tristezza, e oltrepassare i limiti dello spazio e del tempo dando forma a un’unione profonda fatta di legami autentici e immortali.

Solo così si permette all’amore di dispiegare tutta la sua verità.

Carla Sale Musio

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ANIMALI E COMUNICAZIONE CON I DEFUNTI

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Ott 26 2017

“AIUTAMI A CAMBIARE… SENZA CAMBIARE NULLA!”

 “Voglio cambiare!”

“Voglio essere diverso!”

“Voglio trasformare le mie giornate!”

“Voglio un mondo nuovo!”

Tante persone desiderano dare una svolta alla propria vita e impegnarsi in qualcosa di coinvolgente, appassionante e migliore.

Può trattarsi di un’opportunità professionale, di un progetto sentimentale, di un percorso di conoscenza di sé, di un miglioramento nelle abitudini quotidiane, di uno stile di vita più salutare…

Gli obiettivi sono infiniti.

Ma SEMPRE ciò che fa naufragare i buoni propositi è la paura delle innovazioni indispensabili per realizzarli.

Durante le sedute di psicoterapia il miglioramento è la richiesta più gettonata.

Ognuno di noi vorrebbe superare le paure, liberarsi dall’ansia, uscire dalla depressione, risolvere gli attacchi di panico, sentirsi più sicuro, potenziare l’autostima…

Tuttavia, solo pochi sono disposti a modificare le proprie abitudini per avventurarsi lungo strade che ancora non conoscono.

Ogni trasformazione è un tuffo nell’ignoto.

Anche quando abbiamo pianificato le cose con la massima cura.

Nonostante la razionalità ci spinga a prevedere gli inconvenienti, quando ci mettiamo in marcia non possiamo evitare gli imprevisti che costellano le novità.

La psiche è creativa, mutevole e cangiante.

Non si può programmarla come un software.

Per ottenere i risultati desiderati è necessario mettersi in gioco personalmente, affrontando un coinvolgimento fatto di sensazioni, sentimenti e atteggiamenti diversi e spesso inaspettati.

L’imprevedibilità fa paura.

Viviamo immersi nel ritmo rassicurante delle abitudini e ogni deviazione dal conosciuto ci mette in subbuglio, scatenando uno stato di allerta difficile da sopportare.

Per questo, spesso, scegliamo di mantenere vivo uno stile di vita poco gratificante o doloroso pur di non essere costretti a gestire le trasformazioni necessarie al benessere.

In una ricerca del 1997, gli scienziati Williams, Chambless e Ahrens,  del Dipartimento di Psicologia dell’American University di Washington, hanno dimostrato che le persone sono spaventate dall’emergere di emozioni sconosciute e che, nel timore di perdere il controllo e di non saperle gestire, preferiscono evitare le situazioni nuove, anche se positive.

.

“Aiutami a cambiare senza cambiare nulla.”

.

È la richiesta impossibile che tanti uomini e donne rivolgono agli specialisti della psiche, spinti dal desiderio di stare bene e paralizzati dalla paura delle novità.

Vorrebbero vivere una vita appagante, eppure… sembra che il destino si accanisca contro di loro riproponendo le stesse situazioni perdenti e cariche di sofferenza.

C’è un piacere negativo nell’assaporare il gusto amaro della delusione.

E c’è un’assuefazione che incatena le persone all’adrenalina prodotta dall’organismo nei momenti difficili.

Nel nostro stile di vita, teso al raggiungimento di beni materiali, non c’è posto per la felicità.

Impariamo a sopportare la sofferenza, a rimandare i momenti intimi, a fare a meno della vitalità, a rinunciare al benessere… e davanti alla gioia ci sentiamo in difficoltà, imbarazzati e colpevoli quasi che stare bene fosse il segno di una pericolosa diversità.

La nostra psiche non è abituata ad accogliere l’appagamento e la soddisfazione.

Tuttavia, per vivere una vita gratificante è indispensabile tollerare la propria inesperienza emotiva e imparare a gestire il disagio che accompagna sempre le sensazioni sconosciute.

Solo così potremo camminare verso il cambiamento e realizzare i nostri obiettivi.

Vogliamo vivere in un mondo in cui la libertà, l’amore, la condivisione e la comprensione siano valori primari.

Ma, nel momento in cui ci avviciniamo al benessere, la paura dell’ignoto manda in tilt il sistema emotivo, scatenando la tempesta nella psiche e attivando un pericoloso sistema salvavita pronto a ripristinare gli equilibri di sempre pur di non turbare l’omeostasi consolidata.

Anche quando significa continuare a stare male.

È questo il motivo per cui molte vincite milionarie finiscono con l’essere dilapidate rapidamente.

È per questo che perpetuiamo scelte tossiche e nocive, boicottando noi stessi quando la fortuna bussa alla porta.

Non siamo capaci di accettare lo tsunami interiore che accompagna le novità.

Per realizzare i progetti e costruire una vita migliore è indispensabile abituarsi alla felicità, preparando le trasformazioni a piccoli passi e dando tempo al mondo interiore di digerire le emozioni nuove.

Proprio come, dopo un lungo periodo di astinenza dal cibo, lo stomaco riprende le sue funzionalità piano piano e ha bisogno di tempo per adattarsi ai sapori forti e alle pietanze elaborate.

Allo stesso modo, dopo un lungo digiuno dal piacere e dall’appagamento, la psiche ha bisogno di tempo per digerire i vissuti nuovi e gratificanti.

E questi non devono essere troppo forti, altrimenti l’inconscio li rifiuta come alimenti eccessivamente pesanti.

Anche quando il desiderio è così grande che ci sentiamo disposti a sacrificare immediatamente i nostri bisogni di stabilità.

.

“Aiutami a cambiare un passo alla volta.”

.

Dovrebbe essere questa la richiesta rivolta a ci si occupa delle trasformazioni interiori.

E a noi stessi.

Perché un passo dopo l’altro impariamo a camminare e ci abituiamo alle novità.

Una società migliore prende forma nella vita intima di ciascuno, nasce dalla responsabilità delle proprie scelte e dal coraggio di affrontare le trasformazioni necessarie a conquistare il benessere e la prosperità.

Dapprima dentro di sé e poi là fuori.

Nel mondo.

Carla Sale Musio

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Ott 18 2017

CREATIVITÀ & APPARTENENZA

Ognuno di noi possiede un bagaglio illimitato di risorse, pronte all’uso in caso di difficoltà.

Nasciamo ricchi di possibilità, poliedrici, duttili, versatili, multitasking e creativi.

Ma questa nostra generosa totalità espressiva si frammenta davanti al bisogno di approvazione e al desiderio di appartenenza, dividendo le azioni, i pensieri e le emozioni in:

  • buone o cattive,

  • giuste o sbagliate,

  • normali o anormali…

e costringendoci a schierarci da una parte soltanto.

Così, nel tentativo di sentirci amabili e coerenti, finiamo per rinunciare a tutte quelle opportunità che non si conformano al pensiero e alle credenze di chi ci sta intorno.

Ogni giorno, creatività e appartenenza si fronteggiano nella psiche dando origine a un’infinità di guerre interiori.

Si tratta di due aspetti fondamentali per la salute psicologica e fisica che ci conducono in direzioni opposte:

.

  • la creatività fa emergere quel modo unico e speciale d’interpretare la vita che caratterizza ogni creatura vivente rendendola diversa da qualunque altra

    .

  • l’appartenenza spinge a cercare l’approvazione, l’affetto e la stima del gruppo (famigliare, sociale, etnico…) in cui viviamo

.

Entrambe sono indispensabili per una vita appagante.

Entrambe sono necessarie per una sana realizzazione personale.

Entrambe contribuiscono allo sviluppo dell’autostima e al senso di efficacia personale.

Tuttavia la creatività e l’appartenenza danno vita a espressioni diverse della personalità spingendoci a essere originali e conformi, trasgressivi e omologati, unici e banali… contemporaneamente.

La contrapposizione di questi punti di vista fa nascere nel mondo intimo una molteplicità di voci.

Prendono forma così tante sub personalità, ognuna dotata di una peculiare lettura degli avvenimenti, ognuna pronta a risolvere determinati problemi e  ognuna impegnata a difendere aspetti diversi della realtà.

La vita interiore è popolata da una quantità di figure che incarnano emozioni, riflessioni, pensieri e atteggiamenti eterogenei.

Insieme compongono il nostro modo di essere e ognuna ha bisogno di un’attenzione partecipe e costante, come bambini affidati alle nostre cure.

La convinzione di possedere una sola personalità, non rispecchia la molteplicità della vita psichica e costringe la creatività e l’appartenenza in forme stereotipate che annichiliscono la vitalità generando un’infinità di sofferenze.

Per vivere una vita soddisfacente e ricca di significato è necessario conoscere tutte le nostre possibilità espressive riservando a ciascuna uno spazio di ascolto, fino a permetterci di scegliere, di volta in volta, la più adatta ad agire sulle scene della vita.

Solo così diventa possibile gestire la ricchezza che ci appartiene dalla nascita e costruire l’armonia indispensabile per evolverci nel rispetto, nella condivisione e nell’accoglienza.

Di noi stessi e del mondo che ci circonda.

Abbiamo tanti sé creativi, frutto della nostra unicità e delle nostre scelte di vita.

E tanti sé radicati nella storia della nostra famiglia, della nostra nazione, del nostro popolo e della nostra specie.

Riconoscerli nella psiche e ascoltarne le ragioni consente di esplorare la totalità di noi stessi e di dar forma alla nostra speciale unicità.

Tuttavia, per riuscirci è necessario sostenere la tensione dei loro opposti punti di vista senza schierarsi, sopportando l’apparente incoerenza che caratterizza un’attenzione partecipe e priva di giudizio.

In questo modo possiamo accedere a una molteplicità colorata e ricca di possibilità sempre nuove, pronte a manifestarsi al momento del bisogno.

Occorre aprirsi alla comprensione che ognuno di noi amministra una movimentata e poliedrica comunità interiore, composta da tanti sé (curiosi, avventurosi, appassionati, generosi…) che l’esistenza ci ha donato alla nascita e che aspettano soltanto di mettere le loro qualità al nostro servizio.

Ma dobbiamo imparare a gestirli con democrazia, evitando i colpi di stato dei più assertivi e valorizzando le risorse di quelli meno appariscenti.

Solo così possiamo ammirare l’arcobaleno della creatività, affondando le radici dell’appartenenza nel terreno fertile della nostra anima, e camminare nella vita tenendo a braccetto la forza e la sensibilità, il potere e l’arrendevolezza, l’arroganza e l’umiltà, il coraggio e la paura, la saggezza e la follia.

Carla Sale Musio

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Ott 11 2017

VERSO UNA NUOVA CONSAPEVOLEZZA ALIMENTARE…

Nel periodo dello schiavismo era considerato normale sfruttare, vendere e scambiare uomini e donne per servirsene a piacimento.

Solo nel corso dei secoli è maturata una coscienza capace di rendersi conto che possedere la vita altrui è un atto deprecabile e crudele.

Ai tempi del cannibalismo nutrirsi di carne umana non dava scandalo.

Oggi lo stesso spietato predominio si verifica con gli animali, considerati oggetti al servizio della specie umana e privati di qualsiasi diritto.

La radice di ogni malvagità si annida in una mancanza di empatia che porta a ignorare le sofferenze di un’altra creatura vivente e ad abusarne per il proprio piacere.

Esiste un mercato alimentare che si regge sul consumo di prodotti animali e che ha tutto l’interesse a nascondere la disumanità con cui incrementa i propri guadagni.

I soprusi che patiscono le bestie sono sconosciuti alla maggior parte delle persone e abilmente occultati dietro una facciata spensierata fatta di immagini divertenti e piene di grazia.

I macelli e gli allevamenti intensivi sono nascosti allo sguardo dei più.

I luoghi dell’orrore e della crudeltà non vengono mostrati a chi, altrimenti, potrebbe impietosirsi e smettere di consumare prodotti carichi di sofferenza.

La pubblicità ci racconta un mondo di animali felici, pronti a diventare festosamente il pasto dell’uomo.

Questa mistificazione prende forma già dall’infanzia.

L’informazione dei bambini, grazie ai cartoni animati, ai film, alle fiabe e ai giochi…  racconta la vita delle altre specie a immagine e somiglianza di quella umana.

Sembrerebbe la premessa perfetta per una società amorevole e rispettosa degli animali, tuttavia nasconde abilmente la crudeltà allo sguardo innocente dei piccoli e li conduce inconsapevolmente verso la negazione della propria sensibilità, insegnando una grammatica emotiva distorta.  

I bambini imparano presto a separare il mondo dei sentimenti dall’alimentazione e, grazie agli innumerevoli giochi della fattoria che popolano i negozi di articoli per l’infanzia, scindono l’amore per gli animali dalla nutrizione, sviluppando una patologica mancanza di empatia e creando le basi di tanta sofferenza.

In tutte le fattorie, infatti, non compare mai il mattatoio e nessun gioco fa parola del macellaio.

Al contrario, il contadino è visto come l’amico e il benefattore degli animali e non come colui che li alleva per sfruttarne le risorse e per ucciderli.

Eliminare dalla propria consapevolezza la brutalità di una cultura gastronomica basata sulla sopraffazione e sulla morte significa incentivare il dilagare dell’indifferenza permettendo alla crudeltà di crescere nel mondo.

Le radici della violenza, infatti, vanno cercate in quell’atteggiamento rassegnato o indifferente che ci porta a dire: sono solo animali (come un tempo si diceva: sono solo schiavi, sono solo negri, sono solo donne…) e a preoccuparci esclusivamente di quello che succede dentro al perimetro ristretto del nostro orticello.

Nella rimozione della sensibilità cresce il seme della crudeltà.

La stessa che ci porta a scrollare la testa pieni di orrore quando leggiamo le notizie di cronaca nera o assistiamo impotenti all’ennesimo conflitto militare.

La malvagità non riguarda soltanto alcuni mostri nati con un DNA difettoso e sbagliato, ma è la conseguenza di una cultura che ha cancellato i valori della fratellanza, della reciprocità, della condivisione e del sostegno reciproco.

In quel puntare lo sguardo solo sul lato al sole della medaglia, occultando tutto il resto, si annida il germe della competizione, della rivalità, dell’egoismo e di ogni sopraffazione.

Ecco perché la rivoluzione comincia dentro di sé.

Rompere il muro dell’indifferenza significa permettersi di guardare anche ciò che interiormente fa orrore e assumersi la responsabilità delle proprie scelte quotidiane.

Dietro i pasti che consumiamo abitualmente, infatti, si nasconde una cattiveria di cui non siamo consapevoli e che si ripercuote inevitabilmente sulla qualità della vita di ciascuno.

Non solo perché sostiene l’ignoranza necessaria ai pochi che gestiscono i molti, ma soprattutto perché si fonda su una scissione psichica che nega l’ascolto di sé e l’accudimento della propria emotività.

E questo fa ammalare.

Inevitabilmente.

Infine, ma non meno importante, grazie a quell’indifferenza e alla contraffazione della onestà su ciò che ogni giorno mettiamo in bocca incrementiamo uno stile alimentare sempre più dannoso per la salute: fisica, psichica e spirituale.

Quasi tutti i cibi che consumiamo attualmente, infatti, oltre a essere carichi di prepotenza e di dolore sono anche nocivi per l’organismo e, proprio come tutte le droghe, provocano un bisogno compulsivo di consumarne sempre di più, creando una pericolosa dipendenza fisica e psichica.

Tuttavia, all’atto di mangiare e alla condivisione dei pasti sono associati tanti momenti intimi e amorevoli, tante celebrazioni, commemorazioni ed eventi, che diventa impossibile abbandonare la tossicodipendenza alimentare in favore di uno stile di vita più sano e attento alla natura.

Per costruire un mondo migliore è necessario armarsi di pazienza e accettare, proprio come ogni drogato, che la strada verso la disintossicazione passa attraverso il riconoscimento delle proprie parti dipendenti, insieme alla necessità di non scoraggiarsi davanti alle ricadute (inevitabili), mantenendo salda la rotta verso un nuovo e più gratificante modo di essere e di vivere.

Osservare i lati oscuri della nostra alimentazione è il presupposto più importante per cambiare la società in cui viviamo.

Subito dopo è necessario stabilire quali dovranno essere gli step che portano a riscoprire il valore della sensibilità interiore insieme a un diverso modo di organizzare i pasti, costruendo un percorso di cibi metadone capace di condurci passo passo verso un nuovo stile nutrizionale e di vita.

Tutte le droghe, legali e illegali, fondano la propria forza sulla dipendenza, sul potere aggregante della condivisione rituale e sulla rimozione della capacità di accudire efficacemente se stessi.

Per vivere in una società fondata sul benessere e sull’integrità è necessario coltivare il benessere e l’integrità dentro di sé, eliminando dalla propria vita le tossicità che avvelenano il corpo e le bugie che ammalano la psiche.

Carla Sale Musio

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Ott 04 2017

IO? … sono un gruppo di identità in convivenza!

Io, io, io, io, io, io…. Ma io chi?!

È difficile definire i contorni di se stessi.

Quella che comunemente chiamiamo personalità non è un monoblocco unico e stabile ma una molteplicità di possibilità espressive in continuo mutamento.

Ognuno di noi è un insieme potenzialmente infinito di identità in divenire.

Identità che si alternano sulle scene della vita a seconda delle circostanze, che cambiano, che crescono, che litigano, che soffrono, che esultano, gioiscono, si mostrano e si nascondono… ognuna a modo suo.

Prendendo le mosse dalla medicina e soprattutto dalla psichiatria, per lungo tempo gli psicologi si sono sforzati di differenziare le caratteristiche di una mente sana da quelle della patologia, senza mai riuscire a descrivere perfettamente le innumerevoli espressioni individuali che di volta in volta presentano i tratti dell’una o dell’altra tipologia.

Oggi tra gli specialisti della psiche si fa sempre più strada l’idea di una pluralità di identità in espansione e in trasformazione, che si manifestano nelle diverse situazioni a seconda delle necessità, delle abitudini, delle paure e delle esperienze che ci troviamo a vivere.

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Tanti o sub personalità che rendono ciascuno di noi un universo senza fine di comportamenti, pensieri, atteggiamenti, emotività e sensibilità.

Più che dire io per indicare se stessi sarebbe quindi corretto parlare di noi e differenziare le opinioni dei vari tipi psicologici che ruotano nel mondo interiore dando forma alla nostra peculiare poliedricità di punti di vista.

Questa diversa visione della personalità, non più immutabile e definitiva ma variegata, mutevole e cangiante, descrive con maggiore chiarezza i conflitti interiori che ognuno si trova a gestire nel corso della propria esistenza.

E permette una visione più profonda dei vissuti interiori.

Si aprono così nuove esplorazioni di se stessi e degli altri, e prende forma una comprensione più precisa, forte della capacità di accogliere ogni punto di vista fino a comporre l’integrità psichica indispensabile per una reale condivisione e necessaria per realizzare una società basata sul rispetto, sulla cooperazione e sulla fratellanza.

La creatività permette di accedere a una pluralità di punti di vista, insegnandoci a scoprire prospettive nuove nella lettura degli avvenimenti. 

Nasce così la possibilità di un’autentica condivisione reciproca.

Prende forma dall’accoglienza in se stessi di una complessità, che fino ad oggi abbiamo chiamato impropriamente io, e modella un ascolto privo di censure, pronto ad accogliere le opinioni diverse dei tanti sé che compongono la personalità di ciascuno.

Poggia sul presupposto che ognuno incarni un aspetto della Totalità e ci aiuta a scoprire nuovi orizzonti espressivi in fondo a noi stessi e agli altri, guidandoci a realizzare una società finalmente capace di accettare tutte le diversità.

In questo quadro, infatti, ogni creatura diventa portavoce di una verità che ci riguarda, indicandoci una delle infinite possibilità espressive a nostra disposizione.

La maestria di ogni essere umano consiste nel saper riconoscere le proprie risorse senza discriminare, individuando qualità, punti di forza e lati oscuri… fino a comporre una personale unicità.

Bene e male non appartengono più a schieramenti opposti in lotta tra loro ma danno forma a uno stesso disegno con cui confrontarsi per poter accedere alla propria completa realizzazione.

Questo non vuol dire permettere l’espressione della violenza e della brutalità.

Al contrario, significa identificare dentro noi stessi anche ciò che non ci piace, imparando ad ascoltare i messaggi che si nascondono nelle zone buie della psiche.

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Spesso l’ombra porta con sé i doni indispensabili per realizzare la nostra missione nel mondo.

Doni che si rivelano soltanto quando abbiamo preso dimestichezza con l’imperfezione e con ciò che giudichiamo sbagliato o inaccettabile in noi stessi e negli altri.

Oltre il disprezzo e il rifiuto si nasconde una verità intima e profonda.

Imparare a non censurare la bruttezza, che da sempre intreccia la bellezza ad ogni passo, permette di evolvere le parti rinnegate della psiche dando forma a un diverso modo di interpretare gli eventi.

Un mondo nuovo ha bisogno di una cultura nuova.

Se vogliamo costruire la fratellanza dobbiamo imparare a vivere nella fratellanza.

Dapprima dentro noi stessi e poi nelle relazioni con con chi ci sta intorno.

Creatività, molteplicità e trasformazione camminano a braccetto e ci conducono a scoprire in noi stessi il valore dell’integrità e della Totalità che ci appartiene.

Carla Sale Musio

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Set 28 2017

LA CARROZZELLA

“Che fatica! Questo caldo terribile è una tortura”.

Così pensava ogni giorno mentre tirava una carrozzella per turisti, in quell’agosto torrido. Un’ordinanza del comune impediva l’andare nelle ore più calde. 

Ma nonostante il pomeriggio tardo, la calura ancora opprimeva.

Per fortuna un  vento leggero si era levato.

*** *** ***

Anni di lavoro.

Il suo padrone non era cattivo e aveva ereditato dal padre quel mestiere.

Lui, il cavallo, apparteneva a una razza selezionata in passato per trainare carri e aratri.

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Era un animale bellissimo.

Agli inizi gli era piaciuto l’entusiasmo dei turisti, il modo in cui i loro bambini guardavano gli ornamenti della carrozzella, le esclamazioni di ammirazione mentre lui attraversava le strade antiche di quella città.

Ma gli anni giovani erano ormai lontani e il cavallo si chiedeva con angoscia quanta vita ancora gli restasse. 

Gli sarebbe piaciuto pensare al tempo del suo riposo, a una stalla tranquilla, al silenzio e al conforto. Ma il suo padrone non parlava di smettere e nonostante lo nutrisse amorevolmente e lo strigliasse con attenzione, sembrava non capire l’affanno del suo animale.

*** *** ***

Quattro persone erano salite.

La carrozzella poteva andare.

Il cavallo pensò che i turisti erano sempre più grassi.

E pesanti.

Il caldo, nonostante fosse quasi sera, era insostenibile.

Ma il padrone lo fermò: una turista con una bambina di circa sei anni gli si affrettava incontro. Salirono anche loro e la carrozzella si avviò.

Il cavallo, con una certa difficoltà, negli anni aveva imparato a contare.

E gli sembrò che quel giorno i turisti fossero troppi.

Aveva sentito i vetturini parlare di cavalli stroncati dal caldo e dalla fatica.

Uno lo conosceva bene: era un essere generoso e gagliardo.

Si era abbattuto per strada, sfiancato.

Non c’era stato nulla da fare.

Forse lo avevano mandato al trotto, e lo sapevano tutti che era proibito.

Al passo bisognava andare, al passo.

Ma un cavallo stanco difficilmente si ribella.

*** *** ***

Il lavoro era stato estenuante, terribile.

Finalmente anche quel turno serale si concluse.

Uno dopo l’altro i passeggeri scesero, alcuni lentamente, gravati dal proprio peso, altri agili e compiaciuti.

Per ognuno di loro che si allontanava, il cavallo emise un sospiro di sollievo.

Ma sentì che la donna e la bambina parlavano con il suo padrone.

Potevano trattenersi un po’ vicino alla carrozzella? Chiese la madre.

Aveva dato appuntamento a suo marito proprio in quel luogo e lui ancora non si vedeva.

Non c’erano problemi, rispose l’uomo.

Stessero pure vicine al cavallo.

Anzi, il bar accanto aveva dei tavolini sulla piazza.

Potevano accomodarsi, lei e la bambina.

*** *** ***  

Per distrarre la figlia nell’attesa, la madre tolse un libro dalla borsa.

Il padrone della carrozzella doveva allontanarsi per delle commissioni rapide e di lì a poco avrebbe condotto l’animale alla stalla.

La bambina, intanto, chiese alla donna di leggerle il racconto iniziato il giorno prima.

Lei  era stanca e poi le piaceva ascoltare la voce materna.

La madre assentì.

Allora, incuriosito,  il cavallo si preparò ad ascoltare.

*** *** ***

“Perseo tagliò di netto la testa di Medusa, dai capelli simili a serpenti. E dal sangue di lei nacque Pegaso, un bellissimo cavallo alato. Quindi Perseo prese con sé la testa di Medusa e impietrì i nemici con lo sguardo di lei. Zeus, infine, regalò Pegaso all’eroe Bellerofonte”.

La bambina amava la mitologia.

Al sentire che Perseo aveva tagliato la testa di Medusa, sbarrò gli occhi spaventata, ma  continuando ad ascoltare rimase sconvolta quando seppe che Bellerofonte, salendo in cielo con Pegaso, venne disarcionato dal cavallo e precipitò al suolo.

La madre, ormai, era arrivata alla fine:

“Pegaso allora fu trasformato in una costellazione scintillante, che da lui prese il nome”.  

Il cavallo aveva ascoltato l’intera storia con attenzione stupita ma, proprio in quel momento, si sentì una voce maschile, un richiamo.

Il marito era giunto e i tre si allontanarono rapidamente.

*** *** ***

Era stupefatto: conoscere la storia di Pegaso lo aveva colmato di gioia.

Un essere alato, un cavallo come lui.

Desiderò levarsi in cielo, agitare solennemente le ali, vedere dall’alto quel mondo che sbirciava  a fatica di giorno, sentirsi libero.

Ma giunse il suo padrone per condurlo alla stalla.

E lo sistemò per la notte.

*** *** ***

Nonostante la stanchezza, il cavallo non poteva riposare.

Ripensava al racconto, immaginava il volo alato.  

Guardò attraverso le sbarre di un’apertura per cercare la costellazione di cui il mito parlava.

E non seppe trovarla.

Allora chiese a tutte le stelle del cielo di aiutarlo, perché sul suo dorso di cavallo da tiro crescessero le ali.

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*** *** ***

La mattina dopo il padrone entrò nella stalla: si preparava ad una solita giornata di lavoro.

Guardò con attenzione: c’erano molti cavalli, tranne il suo.

Attonito, scrutò intorno.

I finimenti erano al solito posto, ma nessuna traccia del cavallo.

La porta della stalla era aperta, è vero, ma forse qualche suo collega l’aveva lasciata così, per distrazione o per comodità: i vetturini partivano quasi tutti alla stessa ora.

E poi era difficile che qualcuno gli avesse rubato il suo animale, già stanco e anziano.

*** *** ***

Non riusciva a darsi risposte.

E ancora meno poté capire quando, guardando con più attenzione nello spazio che il cavallo occupava, vide qualcosa.

Erano piume e qualche penna, grandi e bianche.

Troppo grandi perché fossero dei colombi che si riparavano sotto la copertura del tetto.

I gabbiani, poi, non entravano nella stalla, si disse.

Ma quelle piume e quelle penne erano grandi anche per loro, che sfrecciavano liberi nel cielo aperto, signori del vento.

Gloria Lai

leggi anche:

L’ANGELO

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Set 22 2017

SEPARAZIONE E SOLITUDINE

La solitudine è uno spauracchio che incombe sul futuro di chi decide di separarsi.

Ripartire da soli dopo aver assaporato le gioie e i dolori della convivenza è una strada irta di pericoli.

L’autonomia fa paura.

Senza più l’alibi della convivenza a giustificare la fatica di vivere, il peso di ogni scelta si trasforma in responsabilità mentre doversi sobbarcare l’intero carico delle incombenze quotidiane appare un compito insormontabile.

Improvvisamente tanti piccoli rituali, tante abitudini condivise, tanti appuntamenti gestiti in due confluiscono in un elenco interminabile di cose da fare… senza altro aiuto che quello che sapremo dare a noi stessi.

La solitudine addita senza pietà debolezze e risorse di ciascuno, mostrando i punti di forza insieme alle ombre e alle paure.

Per questo vivere da soli è un banco di prova che pochi indomiti spiriti liberi hanno il coraggio di sperimentare.

Bisogna essere capaci di sopportare un silenzio… colmo soltanto della propria presenza.

In quello spazio intimo emergono i bilanci, i sogni, i fallimenti, i desideri, le aspirazioni, le ansie, le fragilità… e tutti i vissuti che erano nascosti dietro il pretesto del non c’è tempo, è tutta colpa sua, se solo potessi ritornare indietro… e via dicendo.

Stare da soli significa essere in compagnia di se stessi.

E questo è un compito difficile.

Il nostro stile di vita sembra fatto apposta per dirottare l’attenzione verso l’esterno, spinge a inseguire traguardi sempre nuovi e crea una pericolosa dissociazione dal mondo interiore.

Poco importa se tutto questo provoca una frattura nella psiche e genera un’infinità di malattie.

Ci sono pillole adatte per ogni occasione: analgesici, ansiolitici, ipnotici, sedativi, antidepressivi, stabilizzatori dell’umore, stimolanti, euforizzanti, incentivanti… tutto fa brodo quando l’obiettivo è non sentire ciò che si agita in fondo all’anima.

L’amore, però, non ce lo possono procurare nemmeno le medicine.

Bisogna conquistarselo.

E per viverlo appieno è indispensabile imparare ad ascoltare noi stessi.

Altrimenti continueremo a proiettare all’esterno i bisogni irrisolti e a dipendere da chi, di volta in volta, ci sembra in grado di soddisfarli.

La solitudine è l’unica cura capace di sanare le ferite che accompagnano la scelta di separarsi.

Vivere da soli, infatti, consente di osservare la vita con maggior chiarezza, prendendo le distanze dai coinvolgimenti eccessivi e dall’incalzare delle emozioni.

In quel silenzio, nel vuoto che si crea al termine di una convivenza, le passioni si smorzano e progressivamente cedono il posto alla comprensione.

Per se stessi e per il partner.

A volte, la mancanza si fa sentire… e nella coppia il fuoco si riaccende magicamente.

Più spesso, la rabbia e le recriminazioni cedono il posto a una visione obiettiva della realtà, creando i presupposti per un rapporto sereno e per una migliore gestione delle incomprensioni che ancora è necessario dipanare insieme.

Stare da soli permette al dialogo interiore di manifestarsi e lascia emergere un’autenticità intima e profonda.

È in questo modo che si sviluppa la capacità di amare e prende forma un nuovo step del volersi bene, non più vittima delle passioni ma forte di una conoscenza maturata nel tempo e capace di accogliere anche le diversità che hanno portato alla conclusione del matrimonio.

Per proseguire sulla strada dell’Amore, quello con la A maiuscola, è necessario un ascolto attento dei propri vissuti, perché solo accettando le parti nascoste e ombrose di sé potranno emergere il rispetto, la fiducia e la stima necessarie a proseguire la vita su binari diversi.

La solitudine è un momento cruciale lungo il cammino della crescita affettiva.

Imparando a convivere con se stessi, infatti, è possibile concedersi l’onestà necessaria all’Amore.

E alla libertà.

Carla Sale Musio

leggi anche:

SEPARAZIONE: la confusione fa parte del gioco

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