mag 22 2017

LA PERSONALITÀ CREATIVA: punti di forza e punti deboli

La Personalità Creativa è una personalità sana e capace che possiede molte qualità e riguarda persone un po’ speciali.

Uomini e donne che è bello incontrare, conoscere e avere vicino perché la loro disponibilità a voler bene e a creare armonia rende più bella la vita e fa del mondo un posto migliore.

Ritengo che questa struttura di personalità sia caratterizzata da un più attivo funzionamento dell’emisfero destro e che, in conseguenza di ciò, possieda una serie di risorse che la rendono capace di adattarsi in ambienti diversi.

Perché possa esprimere le qualità che possiede è necessario, però, che le sue caratteristiche siano comprese.

Infatti, quando le Personalità Creative non sono riconosciute, o peggio, sono fraintese, la loro creatività le porta a  “normalizzarsi” per adattarsi alle richieste dell’ambiente.

Ma questo dover nascondere la personalità autentica, causa un malessere psicologico che in alcuni casi può arrivare fino alla depressione o agli attacchi di panico.

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Ecco i punti di forza e i punti deboli di questa struttura di personalità:

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Sanno vedere le cose in modi nuovi

La caratteristica principale di queste persone è la capacità di spostare il loro punto di vista, che le porta a sperimentare opportunità, cose e situazioni sempre diverse.

Sono empatici

Ascoltare, comprendere e condividere i sentimenti sviluppa in loro l’altruismo e l’emotività.

Chi possiede una Personalità Creativa è attento ai bisogni degli altri, sensibile, accomodante e disposto a sacrificarsi per il bene comune.

Sono creativi

La creatività li rende poliedrici, pieni d’interessi diversi, pronti a fare progetti e a trovare soluzioni per affrontare la vita e le difficoltà di tutti i giorni.

Molteplicità di sé

Sperimentare le emozioni (proprie e altrui) senza censurarle, si trasforma in ricchezza interiore e nella possibilità di usare parti diverse di se stessi in momenti e situazioni diverse.

Questa molteplicità di sé permette alle personalità creative di essere persone diverse secondo le circostanze.

Altruismo

Comprendere gli altri li spinge a considerare l’interesse di tutti, a volte anche contro il loro stesso interesse.

Questo costituisce, probabilmente, il loro requisito meno compreso.

Sempre pronti a cambiare

Le Personalità Creative sono emotivamente ricche e spontaneamente portate al cambiamento.

Cambiano facilmente abitudini, gusti, idee e progetti.

Leadeship poco appariscente

Poco propense a mettersi in mostra, le Personalità Creative possiedono un carisma naturale che le porta a trovarsi al centro delle situazioni.

Sono quelli cui tutti fanno riferimento, anche se spesso si tratta di leader poco appariscenti.

Intuizione

Anticipazioni di fatti che non sono ancora successi, conoscenza istintiva dei pensieri degli altri, percezioni che non sono attribuibili ai cinque sensi, sesto senso…

Le Personalità Creative possiedono una naturale sensitività, cioè utilizzano spontaneamente e istintivamente queste risorse.

Radar inconscio

Le Personalità Creative sono dotate di una sorta di radar inconscio e captano gli stati d’animo degli altri.

Questo fenomeno avviene in loro spontaneamente e involontariamente.

Può succedere che si sentano “male”, “a disagio” o “tristi” senza nessun motivo; perché, inconsapevolmente, stanno sentendo “il male”, “il disagio” o “la tristezza” di qualcun altro.

Piccoli gruppi

Proprio perché la loro attenzione è sempre totale, preferiscono dedicarsi a poche persone alla volta e, di solito, prediligono i gruppi poco numerosi o le relazioni individuali.

Discontinui e dispersivi

La loro innata curiosità li rende poliedrici e originali, ma anche tendenzialmente discontinui e dispersivi perché il bisogno di cambiare si scontra con la costanza necessaria per portare avanti i progetti.

Eccessiva razionalità

In alcuni casi, la paura della propria “diversità” le spinge a costruire una rigida razionalità, cioè un potente emisfero sinistro, con cui tenere a bada le attività dell’emisfero destro, considerate responsabili di tutte le loro sofferenze.

Insicurezza

Gestire una molteplicità di sé può portare a sentirsi insicuri e incoerenti e può generare idee di auto svalutazione e bassa autostima.

La plasticità, infatti, non è sempre facile da condividere e, purtroppo, a volte può essere interpretata come incoerenza e mutevolezza del carattere.

Camaleontismo

Davanti alle incomprensioni, possono costruire un falso sé, apparentemente ben adattato, che nasconde abilmente l’apparato emotivo e lascia trapelare la propria sofferenza solo in forma criptata.

Isolamento

La necessità di ritrovare se stesse, dopo aver esplorato altre “realtà”, spinge le Personalità Creative ad aver bisogno di isolarsi periodicamente.

Selezionare i climi emotivi

Per questi caratteri, sempre partecipi e attenti al presente, non fa differenza che si tratti di un film o di una realtà e devono selezionare i contenuti in cui s’immergono per evitare di soffrire inutilmente.

A-temporalità

La loro attenzione è totale, perciò perdono la percezione del tempo che passa quando s’immergono in ciò che stanno facendo. Questo rende difficile la programmazione…

Questo elenco è una rapida panoramica della Personalità Creativa, di cui ho descritto approfonditamente pregi e difetti nel libro:

LA PERSONALITÀ CREATIVA

Scoprire la creatività in se stessi per trasformare la vita

Carla Sale Musio

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mag 15 2017

“Ok… ma, ora che lo so, cosa devo fare?!” (Dubbi e dilemmi sulla psicoterapia)

Durante il lavoro clinico mi capita spesso di sentirmi rivolgere questa domanda da chi è ansioso di risolvere al più presto il proprio malessere.

Seguendo un’impostazione medica, ci si aspetta che la ricerca delle cause della sofferenza psicologica sia la premessa per individuare una cura che condurrà alla guarigione.

L’idea che il corpo funzioni come una macchina, permea le nostre credenze fino a convincerci che qualsiasi guasto possa essere aggiustato da un bravo meccanico.

Della mente come delle auto.

Nell’immaginario collettivo è difficile accettare che la psiche sia qualcosa di diverso da un congegno dove i pezzi danneggiati vanno riparati per ripristinarne il corretto funzionamento.

Dal punto di vista psicologico, però, la coscienza è molto di più che uno strumento necessario per muoversi nel mondo.

La consapevolezza di sé fa parte di un percorso interiore che si snoda lungo l’arco di tutte le esperienze, fino a disegnare quel significato intimo e profondo che rende unica ogni esistenza.

La conoscenza della realtà emotiva è indispensabile per comprendere la sofferenza psicologica.

Ciò che provoca dolore, infatti, è proprio la mancanza di attenzione per i vissuti profondi (nostri o degli altri).

La vita intima è composta da innumerevoli aspetti, spesso in conflitto tra loro.

L’ascolto delle esigenze di ogni singola parte di noi stessi costituisce la chiave che permette di ritrovare l’armonia nel mondo interno e in quello esterno.

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Ma cosa significa: ascoltare le esigenze interiori?

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Come si fa ad ascoltare qualcosa che non si può localizzare, toccare, misurare, pesare, guardare?

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Dare una risposta a queste domande è impossibile.

Per rispondere è necessario cambiare codice e riformulare la domanda.

I sensi fisici, infatti, non possono cogliere gli stati d’animo.

Il mondo della psiche non è materiale, è qualcosa che… si sente dentro.

Proprio come non si può pesare l’acqua con un metro o misurare una stanza con una bilancia, non è possibile valutare le percezioni interiori usando i parametri della fisicità.

La sensibilità è fatta di sensazioni.

E le sensazioni devono essere sentite intimamente.

Come l’amore.

Non è possibile misurare l’affetto, la tristezza, la gioia, la malinconia, la nostalgia, la commozione.

I sentimenti vanno vissuti, perché solo sperimentandoli sulla propria pelle diventa possibile riconoscerne la qualità e l’intensità.

La mente razionale si sforza di classificare le emozioni, di nominarle, di condividerle e di padroneggiarle.

Questo lavoro è utile e ci permette di gestire, almeno un poco, il caos che talvolta caratterizza gli stati d’animo.

Tuttavia, quando andiamo a recuperare i ricordi e le sensazioni che hanno dato origine ai sintomi psicologici, dobbiamo immergerci di nuovo in quel caos e lasciarci trascinare dalle correnti interiori perché, solo così, diventa possibile sbrogliare i nodi che imprigionano il presente nel passato e che impediscono alle nostre potenzialità di esprimersi in tutta la loro interezza.

Durante le sedute di psicoterapia spesso percorriamo a ritroso la strada della vita e, dai disagi del presente, scivoliamo nel passato, alla ricerca delle trame che bloccano la naturale espressività individuale.

L’ascolto delle percezioni, presenti e passate, permette di riordinare le emozioni e di archiviare nell’album dei ricordi le esperienze spiacevoli, liberando la quotidianità dalle zavorre traumatiche che oggi non le appartengono più.

Quando il viaggio nel mondo interiore si svolge con partecipazione e coinvolgimento, la sfera affettiva affiora alla coscienza e il dolore di un tempo torna a galla.

In questo modo può essere riconosciuto, accolto e archiviato.

Come una pietra preziosa.

“Il loto cresce nel fango” ci ricorda una famosa metafora buddista.

Il dolore si trasforma in una chiave che aiuta a crescere e a sviluppare comprensione, profondità, attenzione, equilibrio e sapienza.

Questo lavoro (emotivo e poco razionale) è il cuore di una terapia efficace, il sentiero che favorisce il cambiamento e conduce a un miglioramento della qualità della vita.

Quando invece la mente logica interferisce eccessivamente per analizzare e sezionare ogni esperienza, i ricordi sono privi di emozione e questo trasforma il percorso clinico in un disquisire esclusivamente cerebrale.

In questi casi (poiché la ragione non è strutturata per comprendere i parameri del cuore) il cambiamento non può avvenire, i sintomi psicologici non regrediscono e la qualità della vita non migliora.

Si tratta di terapie prive di risultati, in cui, purtroppo, la descrizione dei fatti e il controllo razionale sostituiscono l’ascolto emotivo a discapito di un reale cambiamento.

Ciò che dà origine alla guarigione, infatti, è proprio la possibilità di rivivere nel presente i sentimenti di un tempo, riconoscendone l’origine e l’intensità.

Da questo processo prende il via una trasformazione spontanea e destinata a durare nel tempo.

L’ascolto intimo e partecipe è l’essenza di un lavoro introspettivo efficace.

Non c’è qualcosa da fare.

C’è qualcosa da sentire.

Si tratta di un percorso che è difficile condividere o spiegare, perché tradurre in parole le emozioni è riduttivo.

Il cuore ci parla con un linguaggio poco scientifico e poco ripetibile.

Ognuno di noi è unico, speciale e diverso da chiunque altro.

Per questo, il mondo interiore non è riconducibile a una mappa o a una ricetta prestabilite.

Durante i colloqui clinici, il terapeuta e la persona che chiede aiuto devono avventurarsi insieme nelle profondità dell’inconscio, fino a trovare i tanti sé che popolano la vita psichica, e assegnare a ciascuno il proprio spazio e il proprio posto nella consapevolezza.

Osservare dal centro di se stessi questo ottovolante interiore, permette all’io cosciente di utilizzare tutte le risorse a sua disposizione, sostenendo la tensione degli opposti senza essere trascinato a identificarsi con l’uno o con l’altro aspetto della propria cangiante poliedricità.

È un lavoro in continua evoluzione, un percorso che non finisce mai e che ci accompagna a scoprire il significato nascosto dietro ogni cosa, piccola o grande.

In questa costante scoperta di sé si svela la creatività che intreccia il nostro destino, e prende forma una profonda autenticità.

Il riconoscimento della propria vita interiore rende capaci di affrontare anche le situazioni difficili con un entusiasmo che scaturisce dalla totalità delle nostre risorse e che permette di scoprire soluzioni nuove davanti ai problemi di sempre.

Carla Sale Musio

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mag 10 2017

LA CLESSIDRA

Aveva degli splendidi occhi celesti.

Era il figlio del re, nato agli inizi di primavera.

In tutto il regno si parlava della sua bellezza.

I sudditi recarono doni e doni arrivarono da altri reami.

Oggetti d’oro, pietre preziose, stoffe luccicanti.

Ma il regalo più gradito fu un puledro bianco, dalla lunga criniera e dagli occhi celesti, come quelli del bambino.

Il sovrano ringraziò per il dono e pensò consolato che il figlio e il puledro sarebbero cresciuti insieme.

*** *** *** *** ***

Il re e la regina l’avevano aspettato a lungo.

E ormai disperavano che un figlio arrivasse.

Poi, la gioia travolgente di abbracciarlo, di odorarlo sul collo, di ammirarlo muti.

Molte notti non dormirono per stare a guardarlo, stretti l’uno all’altra, temendo che quel dono svanisse.

*** *** *** *** ***

Era il loro bene più pregiato.

E decisero che il figlio andava difeso da tutto: dalla tristezza, dalla povertà, dal dolore.

Gli misero intorno cortigiani giovani e belli, chiusero le porte del palazzo ai poveri e ai derelitti, perché vederli non lo rattristasse.

Quando crebbe, fermarono i messaggeri fuori dalle mura, affinché non sapesse delle guerre e delle morti.

I fatti del reame li trattavano i ministri in accordo col sovrano, ma lontano dagli occhi e dalle orecchie del bambino.

*** *** *** *** ***

Inconsapevole del male, il principe cresceva bello e gentile.

E il suo cavallo con lui.

Era emozionante vederli in corsa a sfidare il vento.

Poi si fermavano esausti, la stessa luce celeste negli occhi.

Ogni giorno percorrevano il vasto parco che circondava il castello.

Alte mura di pietra impedivano lo sguardo sui campi all’intorno.

E molte guardie vigilavano sulle porte sbarrate.

*** *** *** *** ***

Il bambino cresceva, aveva quasi dieci anni.

A corte si preparavano i festeggiamenti, ma una terribile carestia si diffuse nel regno.

E molti sudditi, indeboliti, si ammalarono.

Il re e la regina offrirono alla popolazione cibo, abiti, ricoveri, erbe curative, i migliori medici del regno.

Cercarono quanto possibile di recare aiuto, ma dal chiuso del loro castello.

Il loro figlio non doveva sapere nulla né rattristarsi nel vedere.

*** *** *** *** ***

Ma un pomeriggio il bambino e il cavallo, giunti alla fine del parco, trovarono sguarnita l’ultima porta.

Perso d’amore per una contadinella, il soldato aveva abbandonato il suo posto.

La ragazza lo aspettava impaziente oltre le mura, e quell’amore valeva il rischio, lui si era detto.

Del resto, pensò, il regno viveva ben altri problemi.

*** *** *** *** ***

Incuriosito, il bambino scese da cavallo, spinse esitante i battenti accostati.

E uscì.

Campi estesi, una strada, un villaggio in fondo.

Prese ad andare, accanto a lui il cavallo bianco.

Quello che vide, però, lo riempì di stupore dolente: lungo il cammino mendicanti esausti, bambini piangenti, donne sfatte.

Ai lati della strada, qualche corpo esanime.

Quelle immagini si mischiavano nel suo sguardo allo splendore dei saloni reali, agli abiti sontuosi dei cortigiani, alla loro bellezza intatta.

All’improvviso, scopriva un’umanità lacera e derelitta.

E mentre procedeva, capì di aver perso l’innocenza dei suoi anni.

*** *** *** *** ***

All’inizio del villaggio, una casupola dall’ingresso basso.

Oppresso da quelle visioni, il bambino legò il cavallo al tronco stentato di un albero ed entrò per chiedere un goccio d’acqua.

Aveva la gola riarsa e anche il suo cavallo soffriva la sete.

*** *** *** *** ***

All’interno, una stanza modesta.

Seduto ad un tavolo un vecchio e, accanto a lui, una clessidra.

“Ti aspettavo, principe” disse l’uomo.

Il bambino si fermò, incerto.

“Accostati, sei ancora più bello di quanto immaginassi”.

Quello sgranò gli occhi.

Alla sua domanda muta, il vecchio rispose:

“Io sono il Tempo. E questa è la clessidra della tua vita. Come vedi, la sabbia degli anni non scorre. I tuoi genitori hanno implorato questo dono per te”.

Il bambino, stupito, salutò con rispetto, poi chiese:

“Perché è ferma la sabbia dei miei anni?”

“Tu vivrai in eterno. Questo ha ottenuto il loro amore” rispose il vecchio.

“E cosa accadrà ai miei genitori?” chiese il principe.

“La vita scorrerà per loro. Poi se ne andranno, come è sorte dei mortali”.

*** *** *** *** ***

Il bambino sentì il pianto chiudergli la gola.

“E il mio bellissimo cavallo bianco?”

“Vivrà a lungo, invecchierà e lo vedrai morire”

“ Nessun altro mi accompagnerà in eterno?” chiese il principe, che tentava a fatica di ingoiare le lacrime.

“Nessun altro ha ottenuto questo dono. Ma tu puoi scegliere. Ho concesso anche questo ai tuoi genitori”.

In piedi davanti al vecchio, il bambino sentì il cuore tumultuare: d’improvviso esistevano per lui la sofferenza, la solitudine e la morte, gli affetti che finiscono e gli addii che affannano e straziano.

Si chiuse in se stesso, rifletté a lungo.

Poi tese la mano e non ebbe esitazioni.

Afferrò la clessidra e la girò deciso.

La sabbia si mosse e prese a scorrere lentamente.

Il Tempo non poté nulla.

Gli era concesso donare l’eternità, non cambiare le scelte dei mortali.

E il giovane principe, chinato il capo, sorrise.

Gloria Lai

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ROSSILLINA

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mag 03 2017

CURARE IL SINTOMO CON IL DADO DA BRODO: la mia esperienza con il Body Mind

“Da circa un anno sopporto un dolore che dalla spalla s’irradia nel braccio destro, impedendomi di portarlo indietro e sollevarlo (come si fa per manovrare in retromarcia o per cingere le spalle di qualcuno un po’ più alto).

Inizialmente non gli ho dato troppa importanza ma poi, vedendo che spontaneamente non migliorava (nonostante gli esercizi quotidiani in palestra), mi sono decisa a chiedere aiuto all’ortopedico… poi al fisioterapista… poi all’osteopata… tutto inutile.

Ho anche fatto un’ecografia.

Non risulta nulla.

Dopo ogni trattamento il dolore sembra risolversi per un pochino ma, in breve tempo, il braccio riprende a farmi male come sempre.”

Franca Errani (la direttrice della scuola InnerTeam) mi ascolta con attenzione, mentre snocciolo il rosario dei miei tentativi inutili.

Mi osserva e intanto il suo sguardo crea un clima di riservatezza, facendomi sentire in presenza di una mamma comprensiva e partecipe, di un’amica complice, di una specialista esperta in problematiche fisiche e interiori, di una donna saggia e profonda, di una maestra di vita e di una bambina curiosa e divertita.

I suoi aprono la strada ai miei e, mentre con la sua energia interiore mi permette di fidarmi, mi spiega il lavoro che faremo insieme.

“In un sintomo ci sono sempre tre parti in gioco:

  • Il Dolore (il Sè Rinnegato),

  • Chi Subisce il dolore (la Parte Vulnerabile)

  • e Chi Si Oppone alla realtà energetica del Sé Rinnegato (i Sé Primari)

Oggi cercheremo di dare voce a tutti, cominciando con Il Dolore.”

I suoi occhi osservano con dolcezza qualcosa che, dentro di me, ha preso ad agitarsi.

“E poi daremo spazio ai tuoi Sé Primari, in modo che possano avere l’ultima parola ed esprimere le loro ragioni.”

Continua imperturbabile, mentre il suo tono carico di rispetto calma il mio subbuglio interiore.

Mi lascio andare alle sue istruzioni e chiudo gli occhi.

“Quello che ti chiedo di fare è di alzarti in piedi, anche tenendo gli occhi chiusi, e di lasciare esprimere il dolore.

Non: Chi Lo Subisce.

Ma: Il Dolore.

La sofferenza che senti nel braccio è la conseguenza del conflitto tra Chi Si Oppone (i tuoi Sé Primari) e Chi Cerca Di Esprimersi (il tuo Sè Rinnegato).

Adesso immagina che Il Dolore sia un dado da brodo che si scioglie nell’acqua e permetti alla sua essenza di impregnarti completamente. Poi… dagli voce.”

Continuando a tenere gli occhi chiusi, seguo quelle indicazioni e comincio a muovermi fino a sentire il dolore.

Qualcosa prende forma dentro di me e il mio braccio destro improvvisamente acquista energia, fendendo l’aria come a voler affermare se stesso.

Franca m’incoraggia a continuare.

“Lascia che emerga un gesto. Fallo parlare. Permettigli di esprimersi…”

E quella presenza insospettata, forte del suo appoggio, esce allo scoperto.

Il mio corpo è posseduto da una forza che non conoscevo e che adesso grida tutta la sua rabbia.

Urla senza ritegno e senza vergogna davanti al gruppo del Body Mind Dialogue (il B.M.D. è il percorso formativo, ideato da Franca Errani, a sostegno e approfondimento del Voice Dialogue).

I miei compagni di corso si fanno invisibili e mi sostengono con la loro energia.

“Stai dando voce a ciascuno di noi, non fermarti, vai fino in fondo…”

La loro presenza rassicurante mi permette di lasciarmi andare.

“Fai uscire la voce, non bloccarla…”

Franca incentiva il mio Sé Rinnegato ad emergere dalle segrete dell’inconscio, e quello, forte della nuova comprensione, non si lascia di certo sfuggire l’occasione per fare breccia nella mia consapevolezza, occupando completamente la scena psichica.

“Basta! Basta! Basta! Non ne posso più!”

Strepita esasperato, con quanto fiato ho in corpo.

Con profonda delicatezza, Franca accoglie la sofferenza che lo anima e, mentre in un angolo di me i Sé Primari inorriditi scrollano la testa, quell’animale ululante di rabbia e di dolore si mostra in tutta la sua esasperata disperazione.

“Basta!!! Non ne posso più! C’è sempre qualcuno di cui bisogna prendersi cura, qualcuno che sta male e da accudire, qualcuno che non ce la fa a camminare con le sue gambe! Basta!”

Strilla, urla, si agita e picchia l’aria con il mio braccio destro, affermando con decisione il proprio malcontento.

“Di cosa avresti bisogno? Cosa ti piacerebbe fare?”

Davanti a quella domanda, l’energia si calma di colpo.

Vorrei andare al mare, crogiolarmi al sole, leggere, fare una passeggiata o starmene sul divano…”

Desideri semplici, piccole cose che fanno bene all’anima.

Improvvisamente mi sento a casa.

Tutto è morbido, facile, spontaneo, naturale.

Vivo, profondo e vero.

Non so quanto tempo è durato lo sfogo di quella parte sconosciuta.

Torno a sedermi sulla sedia di fronte a Franca, colpita nel riconoscere una presenza che a volte bisbiglia dentro di me e che, di solito, non ascolto, troppo impegnata a correre appresso alle cose da fare per potermi fermare e accontentarla.

Ma quel benessere dura solo un istante, e subito una sommossa di riacquista il comando della mia personalità, pronto a rivendicare il proprio spazio di attenzione.

Franca si rivolge al gruppo dei Primari che sta già protestando vivacemente davanti alle insistenze del nuovo arrivato.

Il Sé Professionale prende la parola e brontola arrabbiato per conto di tutta squadra (un pool composto dall’Attivista, dal Perfezionista, dalla Mente Razionale, dal Competente Psicologico e dal Critico).

“Non crederai mica a tutte quelle sciocchezze!?! Qui, se non si lavora con ritmo e con impegno, lo stipendio a fine mese non arriva di sicuro! Un’attività autonoma ha bisogno di dedizione e cura. Ci vogliono: pazienza, competenza, passione e spirito di sacrificio. Ci abbiamo messo tanto per fare di Carla una professionista preparata e affidabile e non permetteremo a nessuno di buttare al vento le nostre fatiche per starsene al mare a battere la fiacca.”

Piena di ammirazione per le loro capacità imprenditoriali e professionali, Franca s’informa sui ritmi del lavoro e sulle attività che quello staff instancabile svolge quotidianamente.

Sentendosi riconosciuto e apprezzato, il Sé Professionale sfodera tutto il suo orgoglio nel mostrarle compiaciuto un’intensa attività lavorativa, fatta di colloqui con le persone ma anche di aggiornamento, di libri da pubblicare, di articoli per il blog e di formazione costante nei weekend.

“Perché fate tutto questo?”

Domanda Franca con partecipazione.

“Perché dobbiamo proteggere la bambina.”

Risponde serio il Sé Professionale indicando la Bambina Interiore (quella piccina lunatica e musona di cui ho parlato tante volte durante il mio percorso col Voice Dialogue).

La piccola se ne sta seduta per terra accanto alla sedia, assorta come sempre nei suoi pensieri.

“Quella bambina è molto sola. Se non ci fossimo stati noi a sostenerla e aiutarla, non ce l’avrebbe mai fatta.”

Commenta preoccupato il portavoce dei Sé Primari.

“Perché?”

“Be’… con una mamma depressa e un papà dongiovanni… nessuno aveva tempo di occuparsi di lei e di pensare al suo futuro. È grazie a noi che ha imparato a cavarsela da sola.”

Torno a sedermi sulla sedia di fronte a Franca.

Osservo la Bambina Solitaria accoccolata ai miei piedi e rifletto, colpita dalla vastità della mia professione.

Una professione che amo e svolgo con grande passione, ma che impegna ogni minuto del mio tempo.

Mi sento una banderuola in balia dei venti della psiche.

Pochi minuti fa, ero pronta a mollare tutto per deliziarmi sotto il sole tiepido della Sardegna e fare spazio a un che desidera ardentemente il mio piacere e il mio riposo, e adesso potrei mettermi a scrivere sette libri contemporaneamente, senza mangiare, senza bere e senza dormire.

“Il punto non è chi ha ragione o chi ha torto.”

Franca conosce bene quell’ottovolante interiore che mi sta facendo venire il mal di mare, e la danza dei sé che agita il mio mondo interno.

“Ogni Sé guarda la vita dalla sua prospettiva e, da quel punto di vista, ha perfettamente ragione. È come essere su una scacchiera: ognuno ha il suo movimento e la sua visione.

Ciò che conta è mantenersi al centro, allargando lo spazio creativo dell’Io Cosciente e imparando a usare le risorse di ciascuno.

Maggiore è la possibilità di osservare la totalità dei Sé e maggiore diventa la capacità di armonizzarne le energie, di utilizzarne le risorse e di rispettarne i bisogni.”

Poi domanda:

“Quali doni ti porta il tuo Sé Professionale e quali il tuo Sé Rinnegato?”

Elenco le qualità di entrambi e intanto sento che la Bambina Interiore si arrampica sulle mie ginocchia.

Qualcosa dentro di me sta trovando una nuova armonia.

E improvvisamente capisco che, quando guardo il mondo da quello spazio di consapevolezza, posso prendermi cura di lei nel migliore dei modi, facendola sentire protetta e al sicuro grazie alla professione appassionante che ho scelto di svolgere, e permettendole di giocare al sole senza altro impegno che pensare a se stessa.

A me stessa.

Carla Sale Musio

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ANCORA IO… E ANCORA IL VOICE DIALOGUE

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apr 27 2017

VULNERABILITÀ

Si chiama vulnerabilità e indica la possibilità di essere feriti.

È la nostra parte più sensibile, il punto debole che consente a un eventuale aggressore di farci perdere la sicurezza.

La vulnerabilità è la parte più fragile, intima, riservata e profonda, della nostra vita interiore.

È uno spazio delicatissimo che, crescendo, dobbiamo imparare a proteggere e che, spesso, ci sentiamo costretti a nascondere.

Nei bambini la vulnerabilità è priva di difese, esposta agli assalti e alle violenze dell’ambiente.

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Questa estrema apertura rende terribile la sofferenza dell’infanzia.

Quando siamo piccoli, la psiche non ha ancora sviluppato le strutture necessarie a tutelarsi, e il contatto immediato con la vulnerabilità può diventare dolorosissimo.

Gli adulti la chiamano: ingenuità e, dall’alto della loro maturità, la osservano con tenerezza.

Ma, proprio l’ilarità e il divertimento dei grandi, possono provocare stati d’animo così intensi da spingerci a nascondere la spontaneità dietro un muro di apparente indifferenza.

La vulnerabilità è un modo di essere e di percepire la vita, vibrante di emotività, di partecipazione e di piacere.

È una ricchezza emotiva che, purtroppo, impariamo a negare perché nella nostra società la fragilità è disprezzata.

Per diventare grandi dobbiamo dobbiamo occultare le nostre parti tenere, rivestendole con un’armatura di cinismo.

La cultura in cui viviamo immersi non sa accogliere la sensibilità, teme l’intensità delle emozioni e l’autenticità necessaria a costruire relazioni profonde e durature.

Nella civiltà dell’usa e getta ha valore soltanto il potere e, mentre l’utilitarismo spadroneggia sui sentimenti, la sensibilità è sminuita fino a renderla un difetto da eliminare.

Finché siamo piccoli possiamo sperimentare un contatto immediato e profondo con questa parte intima di noi stessi, ma durante la crescita finiamo per perderne il ricordo, identificandoci in un modello di impassibilità che annienta l’empatia per trasformarci in uomini (e donne) tutti d’un pezzo.

Il prezzo che paghiamo per conformarci alle leggi del dominio e dello sfruttamento è un prezzo altissimo, e le patologie mentali che ne conseguono sono infinite.

Abiurare in se stessi la vulnerabilità, infatti, significa amputare la parte più autentica del proprio mondo interiore e coltivare un’anestesia emotiva che, oltre ad essere la principale causa della sofferenza psicologica, è la radice di ogni guerra e di ogni crudeltà.

In questo modo il bisogno di amore e di riconoscimento ci spinge a identificarci con i valori oggi più gettonati, quelli della sopraffazione e del cinismo, inabissandoci dentro un pericolosissimo paradosso psichico.

Infatti, come si può cancellare l’amore per sentirsi amati?

Nel tentativo di ottenere approvazione e stima ci conformiamo ai modelli correnti, anche quando questo significa perdere il contatto con la ricchezza interiore.

Condannare l’amore, in se stessi e nel mondo, ci allontana gli uni dagli altri e ci priva dell’unico vero nutrimento: la condivisione della nostra intima autenticità.

Diventare grandi ha assunto il significato di una progressiva anoressia emotiva, quasi che la verità fosse nascosta fuori e non dentro noi stessi.

Per cercare l’accudimento indispensabile alla sopravvivenza, il cucciolo dell’uomo è costretto a trascurare la parte più delicata di sé.

È in questo modo che, da una generazione all’altra, si tramanda il valore della violenza.

Una violenza agita in principio contro la propria sensibilità, e poi contro tutto ciò che la rappresenta nel mondo esterno.

Da questa perversione interiore ha origine l’olocausto che sta distruggendo il pianeta, prende forma nel mondo intimo di ciascuno e si proietta nell’ambiente, uccidendo senza pietà i rappresentanti esterni della nostra segreta fragilità.

Per fermare questo pericoloso meccanismo psichico è necessario guardare in profondità dentro se stessi fino a trovare le radici della propria vulnerabilità e i semi dell’empatia, della comprensione, della fratellanza, della condivisione e della reciprocità.

Solo accogliendo il proprio potenziale emotivo, infatti, può svilupparsi la percezione necessaria a comprendere la sofferenza e l’unicità di ogni essere vivente.

Accettare la vulnerabilità in se stessi significa dare forma a un mondo finalmente libero dalla crudeltà e aprire le porte all’amore.

Per se stessi, per gli altri e per la vita.

Carla Sale Musio

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apr 21 2017

SEPARAZIONE E GENITORIALITÀ

Quando si affronta il tema della separazione, un aspetto importante riguarda il rapporto con i figli.

In Italia, la religione cattolica sostiene che lo scioglimento del matrimonio sancisce la fine della famiglia e costituisce un trauma per la prole.

Questo dogma, però, non è supportato dalla ricerca scientifica né dalle statistiche.

Secondo gli specialisti dell’infanzia, infatti, la sofferenza nei bambini è una conseguenza della mancanza di attenzioni e del clima teso che si respira quando le relazioni sono prive di amore, di reciprocità e di comprensione.

Così, mentre la separazione permette ai piccoli di vivere un rapporto più esclusivo e costante con ciascuno dei genitori, la convivenza sotto lo stesso tetto spesso costituisce l’alibi che consente a uno dei partner di disinteressarsi ai figli, delegandone l’accudimento all’altro.

Vivere insieme porta a dividersi la gestione della casa e della prole, e questo non sempre produce risultati favorevoli sullo sviluppo psicologico dei più piccini.

Succede spesso, infatti, che la scelta di condividere l’impegno, la fatica e le spese, sostituisca il coinvolgimento reciproco, trasformando il rapporto coniugale in una collaborazione tra colleghi costantemente occupati nella gestione dell’azienda famigliare.

In questi casi la separazione può rivelarsi un toccasana, che permette a marito e moglie di riconquistare la propria autonomia e ai figli di vivere un rapporto affettivo anche con il genitore meno presente.

Abitare in case separate, costringe a impegnarsi in prima persona nella relazione con i bambini e impedisce che il coinvolgimento e l’affettività siano dati per scontati e ignorati.

Nella separazione, i figli hanno la possibilità di scegliere se passare del tempo col papà o con la mamma e questo fa sì che la genitorialità venga coltivata dagli adulti con maggiore attenzione e cura.

Il senso comune interpreta impropriamente la separazione come lo scioglimento della famiglia ma, di fatto, ciò che si conclude è soltanto il rapporto coniugale fra marito e moglie.

Quando ci sono dei bambini, infatti, la genitorialità non può avere termine, perché l’impegno assunto nel mettere al mondo una vita unisce per sempre quel padre e quella madre nel loro ruolo educativo e protettivo.

Anche quando ci sono altri partner.

E altri figli.

Affrontare la conclusione di un matrimonio è un momento delicato e importante che va gestito con autenticità e con partecipazione anche rispetto ai più piccini, evitando di coinvolgerli nelle vicende coniugali e rassicurandoli sulla stabilità della scelta di mamma e papà di prendersi cura di loro.

I genitori, infatti, non si separeranno mai.

La separazione ed eventualmente il divorzio riguardano soltanto i rapporti tra marito e moglie e non cambiano il coinvolgimento che lega una coppia ai propri bambini.

Avere i genitori che abitano in case separate, può succedere in diverse situazioni della vita e non costituisce un trauma per i figli, ma soltanto un cambiamento.

Cambiamento che, quando l’armonia in famiglia non esiste più, porta una ventata di novità e un miglioramento nelle relazioni.

La separazione, infatti, permette alla genitorialità di trovare uno spazio maggiormente definito rispetto alla convivenza, e questo può costituire un vantaggio per i bambini.

Carla Sale Musio

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SEPARAZIONE… E TRAPPOLE PSICOLOGICHE

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apr 15 2017

LA DITTATURA DELLA MATERIALITÀ

Quando muore una persona cara, il dolore della perdita impedisce di coltivare il legame costruito durante la vita del corpo e rende impossibile percepirne ancora la presenza.

La morte è uno scrollone inammissibile per la ragione, abituata a misurare, pesare, valutare e pianificare.

Nell’immaginario collettivo la mancanza di un corpo fisico corrisponde alla fine di tutto, e il silenzio che avvolge la relazione affettiva  recide come una rasoiata ogni possibilità di ritrovarsi.

Le religioni e la scienza, entrambe con i loro dogmi, impediscono alla consapevolezza di far fronte alla perdita e al cambiamento che conseguono alla morte, alimentando una fede cieca e ingenua.

“Dopo la morte soltanto Dio decide cosa ci aspetta!”

Asserisce la religione cattolica, chiudendo le porte a qualunque verifica individuale.

“Dopo la morte non c’è più niente!”

Affermano amaramente gli scettici, delusi dalle spiegazioni sacre e devoti al sapere di una conoscenza scolastica ormai superata.

Pochi animi liberi hanno il coraggio di avventurarsi in una ricerca capace di restituire dignità, pregnanza ed esistenza, anche a chi ha perduto per sempre la fisicità.

Eppure…

La spiritualità sussurra, nell’intimo di ciascuno, l’esistenza di una realtà impalpabile ma capace di interagire con gli eventi che ci succedono, mentre le nuove frontiere della fisica descrivono un’immaterialità più significativa della materia, e la psicologia evidenzia l’importanza di uno spazio interiore che trascende la corporeità e la condiziona.

Le più recenti rivelazioni scientifiche confermano l’esistenza di un’incorporeità fatta di possibilità infinite, un’onda di probabilità che collassa nelle forme materiali solo quando la nostra attenzione ne determina la concretezza.

Ciò che crediamo e pensiamo, insomma, ha un impatto sugli avvenimenti e rende possibile o impossibile la conoscenza della vita dopo la morte.

Siamo vittime di una dittatura della materialità che impedisce al pensiero di avventurarsi oltre il limite della fisicità e rende impossibile ascoltare la voce intima dell’intuizione.

La mancanza di una corretta informazione scientifica unita a una sorta di superstizione religiosa, paralizza ogni possibilità di incontrare chi abbiamo amato, quando questi non possiede più un corpo fisico.

Superare le barriere delle nostre abitudini mentali non è un’impresa da poco.

Occorre determinazione, forza di volontà e spirito di ricerca, per oltrepassare i limiti imposti dal materialismo e aprirsi alla comprensione di un mondo fatto di sensazioni e soggettività.

La paura di essersi inventati ogni cosa imprigiona le certezze interiori dentro la pretesa di una scientificità scolastica, ormai superata.

Oggi, la soggettività è la nuova epistemologia della ricerca scientifica, il presupposto indispensabile per studiare le cose con obiettività.

Per la scienza moderna, infatti, la percezione di ciò che succede è sempre soggettiva e, solo nel riconoscimento di quella soggettività, diventa possibile costruire un’ipotesi rigorosa.

La psicologia ha affermato l’importanza di una comprensione individuale della vita, sostenendo che nella soggettività si nascondono i semi del benessere o del malessere, e il significato profondo di ogni esistenza.

Nella scuola dell’obbligo, però, non si parla di tutto questo, la scienza è ancora quella, ormai datata, degli esperimenti oggettivi.

La fisica quantistica è esclusa dai programmi ministeriali e il buon senso comune, imbevuto di nozioni superate, impedisce all’amore di ritrovare i nostri cari dopo la loro morte.

Avventurarsi fuori dalle colonne d’ercole dell’indottrinamento scolastico è difficile.

Eppure…

Quando il dolore appesantisce il cuore, la speranza di incontrare di nuovo chi abbiamo amato spinge a superare i pregiudizi e incoraggia l’anima ad avventurarsi nel mondo scivoloso e imprendibile della soggettività e dei sentimenti.

È lì, infatti, che possiamo incontrare i nostri cari.

Solo dando ascolto al silenzio che sussurra nel mondo interiore, diventa possibile distinguere la Vita anche oltre la vita, e riconoscere, nell’imprendibile assenza della fisicità, la voce delle persone cui abbiamo voluto bene e che ancora si raccontano al nostro cuore con il linguaggio senza parole dei sentimenti.

Carla Sale Musio

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COSA C’È DOPO LA MORTE?

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apr 09 2017

LA PERSONALITÀ CREATIVA… ecco come funziona!

Chi possiede una Personalità Creativa ha un emisfero destro del cervello particolarmente attivo e questo favorisce un’innata elasticità nello spostare il proprio punto di vista.

Vedere il mondo in tanti modi diversi consente di avere una molteplicità d’informazioni e sviluppa la creatività e l’empatia.

Si può dire dire, perciò, che i creativi hanno sempre:

  • tanti punti di vista diversi

  • creatività

  • empatia

Ma un emisfero destro attivo porta con sé anche altre abilità, e le Personalità Creative possiedono anche:

  • intuizione

  • capacità di sintesi

  • a-temporalità (cioè concentrazione sul presente)

  • facile accesso all’inconscio

  • attenzione alle relazioni

  • ascolto dei sentimenti

Analizziamo queste caratteristiche una per una:

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INTUIZIONE

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L’intuizione è la capacità, non logica, di sapere qualcosa senza sapere come si fa a saperla.

È la conseguenza di un contatto profondo con l’inconscio, cioè con la sede di quello che non è consapevole, perché, appunto, non raggiunge la soglia della nostra coscienza.

Nell’inconscio, secondo Carl Gustav Jung (psicologo svizzero allievo e contemporaneo di Sigmund Freud) sono conservate tutte le memorie: quelle personali, ma anche quelle familiari, del proprio paese e della propria etnia. 

Egli sostiene che nell’inconscio collettivo sono archiviate le esperienze vissute dall’umanità.

Le personalità creative sono dotate di un sesto senso che le informa su diversi argomenti (e che, purtroppo, spesso non ascoltano perché la loro logica si ribella).

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CAPACITA’ DI SINTESI

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La capacità di sintesi è la qualità che permette di avere una visione d’insieme

Ciò che ci fa cogliere l’armonia anche tra cose apparentemente molto diverse tra loro, i nessi che stanno dietro alle parole, i legami che uniscono le persone.

La creatività utilizza spesso questo meraviglioso talento e l’empatia se ne avvale per comprendere l’apparente illogicità delle relazioni affettive.

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A-TEMPORALITA

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L’a-temporalità è la conseguenza di un’attenzione focalizzata sul momento presente

Quando siamo talmente assorbiti in ciò che stiamo facendo da perdere completamente la percezione del tempo, dei nostri bisogni (fame, sete, sonno, ecc.) e di tutto ciò che ci succede intorno, stiamo vivendo uno stato di a-temporalità.

I creativi parlano di “ispirazione”, gli innamorati invece la chiamano “estasi”. 

In entrambi i casi non ci si rende conto del tempo che passa.

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FACILE ACCESSO ALL’INCONSCIO

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Nei sogni, ma anche in tutti quei momenti in cui lasciamo che i nostri pensieri fluiscano liberamente senza esercitare un controllo razionale, l’inconscio ci invia dei messaggi sotto forma d’immagini, sensazioni, stati d’animo e consapevolezze improvvise.

Le Personalità Creative utilizzano spesso informazioni che emergono dall’inconscio come una visione improvvisa, quando sono soprappensiero. 

Può succedere alla fermata dell’autobus, o quando stanno lavando i piatti, o mentre guidano. 

Di colpo, arriva una soluzione o appare un nesso che non si era visto fino a quel  momento.

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ASCOLTO DEI SENTIMENTI

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L’ascolto dei sentimenti, propri e altrui, comporta una grande capacità empatica che diventa tanto maggiore quanto più la si esercita.

Le Personalità Creative si trovano facilmente in situazioni di ascolto e relazione con gli altri.

Si tratta di persone che hanno un’innata abilità nel comprendere gli stati d’animo e nel saperli ascoltare. 

Sono quelli che tutti cercano per sfogarsi

Ma anche quelli cui facilmente ci si dimentica di chiedere: “Come stai?”, proprio perché la capacità di ascolto è tale da far scomparire completamente i loro problemi agli occhi dell’interlocutore.

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ATTENZIONE ALLE RELAZIONI

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L’attenzione alle relazioni è la conseguenza di una buona capacità di sintesi, dell’abilità nel comprendere i sentimenti, di una grande intuizione e di un contatto profondo con l’inconscio.

È ciò che ci permette di capire cosa tiene insieme le cose e le persone.

Riguarda la maestria nel creare armonia anche fra realtà apparentemente incompatibili, e appartiene ai creativi. 

Chi è empatico ne fa largo uso quando mette d’accordo le persone in conflitto tra loro.

In aggiunta alle abilità elencate sopra (che dipendono tutte da un emisfero destro attivo) le personalità creative di solito hanno anche:

  • molti interessi

  • curiosità

  • autonomia

  • originalità

  • cooperazione

ma anche:

  • discontinuità

  • dispersività

Le Personalità Creative sono caratterizzate da una pluralità d’interessi che le porta a saper fare molti mestieri.

La loro innata curiosità le spinge a interessarsi a cose diverse, anche se, spesso, le rende discontinue e dispersive.

Sono persone che partono piene di entusiasmo e che si perdono strada facendo, catturate da nuove attività che a loro volta lasceranno il posto ad altri affascinanti richiami… in una catena senza soluzione di continuità.

Danno vita a tante idee che non sempre portano a compimento, ma tutte le iniziative intraprese arricchiscono il bagaglio della loro esperienza e amplificano la loro indipendenza.

Sono autonome e originali per natura, perché la capacità di cambiare e il desiderio di conoscere le spingono a sperimentare sempre nuove possibilità di se stesse.

Sono spontaneamente portati alla cooperazione e del tutto disinteressate alla competizione.

Per queste persone creare è molto più divertente che vincere.

Creare significa dare forma a un progetto che le appassiona e per la cui realizzazione desiderano impegnarsi.

Mentre la competizione le lascia sempre inappagate, per loro è molto avvincente realizzare qualcosa di nuovo, diverso e… possibilmente migliore!

Carla Sale Musio

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Leggi il libro:

LA PERSONALITÀ CREATIVA

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apr 03 2017

COSA C’È DOPO LA MORTE?

Sarebbe bello sapere cosa c’è dopo la morte, ma nessuno è mai tornato indietro a dircelo.

Quest’affermazione non è vera.

Tutti i nostri cari tornano indietro a dircelo.

E tutti cercano di farci sapere cosa succede durante la morte e cosa c’è dopo.

Il problema è che, senza avere un corpo, è molto difficile farsi capire da chi usa soltanto i sensi fisici per decodificare l’esistenza.

Senza il corpo non si può parlare, non si può essere visti, non si può essere ascoltati e non si è riconosciuti nemmeno quando si riesce a dare un segnale di sé, manipolando l’energia o le immagini interiori degli interlocutori.

Così, le persone che abbiamo amato e che dopo la morte sono tornate a raccontarci cosa è successo dal momento in cui il loro cuore ha cessato di battere, hanno trovato la porta chiusa, perché la nostra comprensione non prevede altro ascolto che quello uditivo, visivo, tattile, olfattivo o gustativo.

E queste vie di comunicazione sono precluse a chi non possiede più una struttura fisica.

Quando il corpo muore, infatti, rimangono soltanto i legami che abbiamo costruito.

L’amore che dai è l’amore che resta ci insegna Miryam Jael Riboldi nel suo bellissimo libro, evidenziando una profonda verità.

Solo l’amore sopravvive al corpo e, dopo la morte, i legami che abbiamo realizzato diventano autostrade in grado di condurci a incontrare i nostri cari.

Ma tutto questo succede in quello stesso spazio interiore in cui li abbiamo amati durante la vita.

Un luogo della coscienza che non tutti frequentano abitualmente.

Il ritmo frenetico che impronta le nostre giornate non prevede l’ascolto dei movimenti emotivi.

La corsa a comprare, lavorare, guadagnare e… comprare ancora, deride il silenzio e l’attenzione necessari a coltivare i sentimenti.

Eppure…

Il benessere e la salute mentale dipendono proprio da quell’ascolto e dal tempo dedicato all’intimità.

Con se stessi e con gli altri.

Quel mondo intimo in cui scopriamo la nostra affettività è ciò che sopravvive alla morte e, quando il corpo non c’è più, la percezione della vita interiore diventa uno strumento prezioso per ricongiungerci con chi abbiamo amato.

Naturalmente questo succede sempre.

Anche quando il corpo lo abbiamo.

Ma durante la vita fisica, tendiamo a privilegiare la concretezza, lasciandoci sfuggire tra le dita l’opportunità di imparare a gestire le profondità dell’amore e dei sentimenti.

Il nostro stile di vita, proteso al raggiungimento del successo e al disprezzo dei valori interiori, è l’ostacolo più grande alla comunione emotiva e impedisce la continuità dell’amore dopo la perdita del corpo fisico.

Le esigenze della civiltà, infatti, non si curano dell’interiorità.

Al contrario, per raggiungere un’affermazione sempre maggiore, è necessario sacrificare la sensibilità e imparare a far finta di niente davanti ai soprusi necessari per ottenere il benessere previsto dall’economia.

In questo scenario, la morte diventa inevitabile e funzionale al potere dei pochi sui molti.

Che si tratti di una legge naturale, della catena alimentare, dell’homo homini lupus o di altre cose del genere, il risultato non cambia: per vivere bisogna uccidere e per uccidere bisogna zittire la propria sensibilità, ammutolire il cuore, imbavagliare l’empatia e trasformarsi in cinici robot, indifferenti davanti alla sofferenza di chi è considerato inferiore, strumento di soddisfazione del più forte.

Nella cultura della sopraffazione, quella stessa morte che infliggiamo quotidianamente con leggerezza (per divertimento, per interesse, per soddisfare i piaceri del palato o perché si è sempre fatto così) diventa un mostro con cui non è più possibile confrontarsi.

La barriera che impedisce la continuità dell’amore, quello con la A maiuscola.

L’amore, infatti, non può convivere con l’uccisione e con la violenza di cui ogni giorno siamo mandanti e vittime.

Nascondere a noi stessi l’orrore che sta dietro una società improntata alla prevaricazione e al dominio dei forti sui deboli, ci spinge a nascondere il valore delle cose che non si vedono e impedisce che l’evoluzione interiore possa proseguire il suo percorso.

Sia prima sia dopo la perdita del corpo.

I nostri cari tornano sempre a raccontarci cosa succede dopo la morte, cercando di creare un ponte che unisca le dimensioni della coscienza: quella fisica della materialità e della concretezza e quella intima dei sentimenti e dell’impalpabilità dell’Amore.

Il tentativo di costruire una comunione che sopravviva alla morte del corpo, è un’esigenza ancestrale che tutti noi ci portiamo dentro e che annientiamo con sofferenza, per riuscire a omologarci alla nostra società dei consumi.

Consumare, infatti, tiene in piedi l’economia e il potere dei pochi sui molti, ma annienta la sensibilità e la creatività indispensabili per vivere con pienezza l’esistenza.

La morte ci riporta bruscamente al valore dell’immaterialità e del mondo della sensibilità ma, per accogliere il messaggio di chi abbiamo amato, è indispensabile permettersi l’empatia e camminare nel mondo dei sentimenti senza paura.

Senza sentirsi ridicoli, stupidi, ingenui, infantili, visionari, creduloni o poco intelligenti.

E, soprattutto, senza dover nascondere a se stessi le morti inflitte a cuor leggero:

“… perché si è sempre fatto così e perchè, si sa, nella nostra civiltà uccidere è indispensabile.”

Carla Sale Musio

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FISICA QUANTISTICA E SENSIBILITÀ: leggere il mondo con gli occhi del cuore

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mar 28 2017

ENERGIA, CAMPI ENERGETICI & ALTRE STRANEZZE

Si parla tanto di campi energetici e di energia, ma nessuno sa definire con esattezza il significato di queste parole.

L’idea di una forza invisibile che pervade tutte le cose è difficile da padroneggiare… non è misurabile, non è quantificabile, non occupa spazio, non si può toccare… non si sa bene dove collocarla.

L’energia è poco concreta.

Eppure ne vediamo quotidianamente gli effetti.

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  • Possiamo immergerci in una sacralità spirituale, visitando una chiesa.

  • Possiamo percepire l’ansia e la paura, durante lo svolgimento degli esami in un’aula universitaria.

  • Possiamo avvertire la presenza di un amico, poco prima di incontrarlo o di ricevere una sua telefonata.

  • Possiamo sentire la sofferenza entrando in un ospedale.

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L’energia è dappertutto e, anche quando non ce ne rendiamo conto, non possiamo sottrarci al suo influsso invisibile.

Questo fa sì che anche i più scettici finiscano per ammettere che… be’… probabilmente qualcosa ci deve essere.

Qualcosa che anima il mondo e dà sostanza alla vita.

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Ma che roba è?

Che cos’è questa energia di cui tanto si parla e di cui, comunque, non si capisce un granché?

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Fatichiamo a immaginarla.

L’energia non ha forma e mette in crisi il bisogno di concretezza che caratterizza la nostra cultura.

La mente lineare ama ordinare, classificare e misurare.

Le cose che sfuggono alle sue regole sono guardate con sospetto o con commiserazione, come se si trattasse di favole, buone soltanto per gli ingenui.

Il pensiero che possa esistere un campo energetico che emana da ogni cosa, manda in crisi il pensiero razionale perché appartiene a una comprensione sinergica, intuitiva e percettiva.

Per comprendere il concetto di campo di energia occorre attivare le competenze dell’emisfero destro del cervello, quello preposto alla creatività.

Ma, si sa, la creatività è poco considerata da chi ama comandare tanti soldatini ubbidienti.

Perciò, nel mondo del dominio e della sopraffazione parlare di energia è sconsigliato.

Si preferiscono argomenti più concreti, seri e costruttivi, come: il PIL, il cash flow, il debito pubblico, gli indici di mercato, il reddito… o altre cose del genere.

I campi energetici non rientrano nel vocabolario degli affari, non producono denaro, non conferiscono potere economico e perciò non sono considerati importanti da chi gestisce il mondo con la forza e con l’arroganza.

Il loro imprendibile valore interiore li rende invisibili ai più, e derisi da chi ama conformarsi a una società che inneggia la supremazia dei potenti e approfitta impunemente dei deboli.

Quando si parla di energia, ci si riferisce a una propulsione interiore, a una spinta che modula l’ascolto della realtà partendo dall’interno.

È un modo di sentire e interpretare la vita, che oltrepassa i cinque sensi e poggia su un’intuizione profonda, attivando una comprensione che prescinde dalle valutazioni razionali o materiali dell’esistenza.

L’energia è un flusso vitale.

Scaturisce dall’anima e permea ogni cosa, avvolgendola di una qualità emotiva, dinamica ed essenziale.

L’energia non è ne buona né cattiva.

Ma, di solito, parliamo di energia positiva quando vogliamo riferirci a situazioni ricche di fascino e di possibilità, mentre parliamo di energia negativa per indicare cose, persone o fatti, carichi di vibrazioni disarmoniche e stridenti.

Diciamo che a pelle ci sentiamo bene, per segnalare un campo energetico naturale e coinvolgente; e rifuggiamo quelle situazioni in cui percepiamo un campo distonico e debilitante.

I sentimenti sono energia, i pensieri sono energia, le parole sono energia, ogni cosa possiede un proprio campo che irradia all’esterno.

I fenomeni energetici sono dappertutto e sotto gli occhi di tutti.

Ne avvertiamo costantemente il potere, in maniera istintiva.

Anche quando non ne riconosciamo l’esistenza.

I luoghi, le persone, gli animali e le cose, ci trasmettono forze capaci di caricarci positivamente o di scaricarci fino a renderci inermi, apatici e persino malati.

Perciò, esercitarsi a riconoscere l’energia e i campi energetici, ma soprattutto imparare a gestirli, è di fondamentale importanza per vivere una vita sana e in armonia con la natura e con i suoi ritmi.

Gli animali riconoscono naturalmente il valore dell’energia, sanno distinguere i campi energetici e si comportano di conseguenza, mantenendo un equilibrio costante con l’ambiente che li circonda.

Nelle loro culture la percezione dell’ecosistema viene prima di qualsiasi altra cosa e per questo, a volte, possono arrivare a sacrificare la loro stessa esistenza.

Tante specie animali hanno scelto l’estinzione, smettendo di riprodursi, pur di non vivere in un ambiente diventato incapace di rispettare il movimento naturale dell’energia.

La nostra specie, invece, sopravvive in contesti sempre più carichi di energie negative e sembra non rendersi conto del degrado ambientale che sta distruggendo la vita.

L’educazione alla sottomissione e il consumo smodato di beni tossici, ottunde l’ascolto di sé creando una differenza incolmabile tra le nostre scelte e quelle degli altri animali.

Deridere l’energia e tutto ciò che non si può toccare o monetizzare, è un comportamento tipico della nostra specie e ci separa dagli altri esseri che popolano il pianeta, e che mantengono la consapevolezza di ciò che noi non riusciamo più a vedere, ma che incide profondamente sul benessere, sulla vitalità e sull’espressione della propria profonda verità.

Solo la conoscenza dell’energia, infatti, permette di ritrovare il filo che unisce gli eventi di cui è costellata ogni esistenza, intrecciando la vita e la morte in una magica espressione di sé.

Carla Sale Musio

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