ago 25 2016

ANCORA IO… E ANCORA IL VOICE DIALOGUE

Quest’anno ho preso un mese di ferie.

Un mese di vacanza tutto intero non mi capitava più dai tempi della scuola!

Chi fa un lavoro autonomo, come me, non può distrarsi troppo a lungo.

Rischia di perdere il ritmo delle cose da fare e di veder deragliare l’organizzazione professionale costruita nel tempo, con impegno, dedizione e fatica.

Nel mio caso l’ostacolo più grosso alle assenze estive è sempre stato il bisogno di non abbandonare le persone in difficoltà nel momento in cui il caldo e l’atmosfera vacanziera fanno sembrare più intensi i dispiaceri.

La mia professione non prevede altra strategia che l’ascolto partecipe e attento del malessere di chi chiede aiuto.

Il dolore, infatti, è sempre: urgente!

E ha bisogno di risposte tempestive e puntuali.

Forte di queste considerazioni, il mio Attivista Interiore ha avuto buon gioco nel convincermi di anno in anno a diluire le ferie, e mi ha insegnato ad alternare presenza e assenza, in modo da riposarmi senza far sentire nessuna mancanza.

Basandomi sulle sue indicazioni e sulla sua comprovata competenza professionale, fino ad oggi ho scelto di prendere una settimana di vacanza ogni tanto, in modo da non abbandonare chi ha urgenza e fornire un supporto psicologico stabile e costante.

Quest’anno, però, gli incontri, le letture e le sedute di Voice Dialogue hanno permesso anche ad altri sé di emergere dall’inconscio (dove li avevo confinati) e di sedersi a fianco al mio instancabile Attivista, partecipando alla gestione della mia vita.

Certamente questa folla di personalità ha complicato non poco la regolare organizzazione dei giorni di riposo ma, nonostante il dibattito interno (che già da marzo aveva cominciato ad accendersi sul tema del mio tempo libero), l’Attivista aveva le idee chiare su come debbano essere gestite le vacanze di una professionista seria e competente come me.

E, di sicuro, non avrebbe avuto alcun cedimento sulla sua (nostra!) tabella di marcia se, nel mese di maggio, proprio durante l’intensivo sugli istinti, una Bambina Handicappata, Lunatica, Taciturna e Scontrosa, non avesse agito un golpe nella mia personalità, rovesciando il potere di ogni altro sé.

Primari o rinnegati, poco importa!

Sopraggiunta così, senza nessun preavviso, approfittando di una caduta che mi aveva infortunato un piede e reso invalida per qualche tempo, quel piccolo ingombrante Calimero non ha più abbandonato la sua postazione centrale nella mia vita.

E ancora tiene banco dall’alto del suo insopportabile mutismo.

È lei che ha cominciato a insidiare l’Attivista, col suo silenzio pieno di recriminazioni.

Lei, che non parla e non ama incontrare nessuno.

Lei, che non è simpatica e che non si diverte a fare le cose che gli altri amano condividere insieme (mangiare, conversare, uscire, andare al cinema…).

Lei, che non vuole mai fare nulla e che è capace di starsene delle ore in silenzio, a chiacchierare con i suoi pensieri.

Lei.

L’impresentabile.

Quella che mi fa sempre sfigurare.

Lei.

Cioè io.

Quella che cerco di nascondere a tutti, per avere degli amici, per sentirmi attraente e per cercare di farmi voler bene.

Sì, insomma… quella che non vorrei essere.

E invece sono.

Arroccata nel centro della mia volontà, la Piccola Asociale cantilenava nella mia testa il suo bisogno di solitudine, argomentandolo in silenzio con la minaccia della malattia.

“Che senso ha la vita?

Se non per riconoscere se stessi?

Rifugiarsi negli altri serve spesso

per diluire l’impatto della tua verità.

E i mali poi ci fanno ritrovare

le nostre più profonde personalità.”

Che dire?

Da maggio, io e lei abbiamo cominciato a prenderci le misure.

Quel piede dolorante è stato lo strumento che le ha permesso di fare capolino nella mia coscienza, obbligandomi a tollerare la sua (mia!) natura: introversa, solitaria e riflessiva.

“Si vabbè…!!!”

Ok.

Volevo dire: la sua (mia!) natura insicura, impacciata, paurosa, selvatica, chiusa e scorbutica.

(Grazie, Critico!)

Il percorso del Voice Dialogue mi sta aiutando ad accogliere questa parte di me che, fino ad oggi, avevo profondamente rinnegato.

Senza identificarmi totalmente in lei, ma riconoscendone le caratteristiche e accettando che la sua realtà faccia da “contrappeso” alla mia Disinvolta Capacità Di Fare Amicizia Con Tutti.

E così io e lei stiamo imparando a parlarci.

O meglio: io sto imparando a non nasconderla e a permetterle di esprimere i suoi bisogni.

Soprattutto quel suo desiderio di stare da sola.

È così che quest’anno ho deciso di non dare totalmente retta al mio Attivista.

Essere sempre pronta ad ascoltare gli altri è un’arte che per rigenerarsi ha bisogno anche di momenti trascorsi in silenzio e in solitudine.

Quella Bambina Antipatica e Brontolona lo sa.

E non se ne vergogna.

“Che senso ha la vita?

Se non per riconoscere se stessi?

Rifugiarsi negli altri serve spesso

per diluire l’impatto della verità.”

(Ok. Ok. Ho capito.)

Quest’estate ho fatto le ferie più lunghe degli ultimi quarant’anni, ma questo non è il risultato più importante del mio percorso di crescita personale.

Il cambiamento vero è nella pienezza, nell’appagamento e nella felicità con cui ho vissuto ogni singolo giorno.

Ogni minuto delle mie vacanze.

La mia Impresentabile Bambina Interiore è felice.

Libera dal razzismo e dall’emarginazione con cui l’avevo stigmatizzata fino ad adesso, può finalmente farmi dono del suo entusiasmo e della sua gioiosa autenticità.

“Che senso ha la vita?

Se non per riconoscere se stessi?” 

Carla Sale Musio

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IO… E IL VOICE DIALOGUE

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ago 19 2016

LE ALI

“Vai! Prendilo”.

L’urlo di incitamento del padrone aizzò il cane, un meticcio scuro e violento.

L’animale si lanciò verso la preda, un vecchio gatto dal pelo ormai opaco e, in quel momento, irto di paura.

Lui capì di non poter fuggire.

E si preparò a fronteggiare il pericolo, sfoderando le unghie verso gli occhi foschi del cane.

Era sempre stato un gatto animoso.

Seppe che sarebbe morto combattendo.

La lotta fu breve e cruenta, poi un morso tenace sul collo.

Gli si appannò lo sguardo, lo abbandonarono le forze.

Il gatto non sentì neanche più dolore.

Gli sembrava di essere tornato piccolo.

Ed era come se la terra lo accogliesse.

Sul suo ventre inerme infierirono le zanne del cane.

Il gatto non vide il suo sangue sporcare quel muso né sentì le risate grevi del padrone dell’animale, un ragazzo violento a cui nessuno aveva insegnato ad amare.

Poi i due si allontanarono, terribili e inconsapevoli.

Nel gatto inerte la mente si spegneva.

Insieme a un ricordo lontano.

*** *** *** ***  

Molti anni prima, era stato scelto in una nidiata di sette: proprio il più bello.

La sua padrona, una bambina, giocava con lui e lo ammirava estasiata.

Fu un periodo denso e felice e lui pensò che gli umani somigliassero a divinità luminose.

La bambina lo baciava, gli diceva che era bello, che gli mancava solo la parola.

Lui capiva tutto.

E a volte sentiva una tenerezza tale che il suo cuore di gatto sembrava scoppiargli.

*** *** *** ***

Poi, tutto cambiò: la famiglia della bambina si trasferì.

Nel nuovo appartamento il gatto sarebbe stato male, diceva il padre.

Meglio lasciarlo nel cortile, dove era stato preso.

Una vecchia si occupava dei gatti e avrebbe badato anche a lui.

Magari sarebbero andati a trovarlo, qualche volta.

La bambina era troppo piccola per opporsi.

Ma lasciare quel gatto fu il primo, lacerante dolore della sua vita.

E quando lo baciò nel salutarlo, riuscì a stento a dirgli che, in realtà, a lei era sempre parso un animale straordinario, un essere del cielo.

Un gatto angelo.

Ma senza le ali.

*** *** *** ***

Lui l’aspettò a lungo, con la fiducia paziente degli animali.

Poi capì che non l’avrebbe più vista.

*** *** *** ***

Il resto della vita come quello di tanti altri gatti.

In più, il ricordo di un’infanzia felice.

*** *** *** ***

L’animale sentì concluso il suo tempo.

Il corpo giaceva, straziato ed informe, ma lui non provava angoscia.

Poi una leggerezza nuova, un senso inatteso di gioia.

E, sulla schiena, il pelo vecchio e intriso di sangue sembrò ammorbidirsi, diventò lucente, si tese.

Il gatto sentì che qualcosa di folle avveniva: due ali spuntavano lente.

Diventò diafano e luminoso.

E capì che poteva volare.

Allora si alzò verso il sole, poi si mise a scrutare la terra.

Il mondo, a guardarlo dall’alto, era bello davvero.

*** *** *** ***

Ma oltremodo stupito, in cielo vide altri animali, luminosi e trasparenti come lui.

Cani, gatti, conigli, criceti, pesci rossi ed iguane.

E tanto altro ancora.

Persino vitelli e caprette …

Per i meriti in vita gli erano nate le ali.

E per l’affetto ricevuto dai loro padroni.

Pappagalli e altri uccellini, che le ali le avevano già, se ne trovarono due in ogni spalla.

*** *** *** ***

Lui si librò, consolato e leggero.

Pensò che dall’alto, guardando fra i tetti e le case, l’avrebbe cercata, avrebbe trovato la padrona di un tempo.

“Dev’essersi fatta ancora più bella”, pensò.

E sentì nascere in cuore la tenerezza di allora.

Gloria Lai

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UNA STORIA

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ago 13 2016

CIBI METADONE E TOSSICODIPENDENZA ALIMENTARE

 

Mangiare in modo sano è diventato sempre più difficile, l’elenco dei cibi che fanno male alla salute cresce di giorno in giorno e disintossicarsi dalla pericolosa bulimia che affligge il mondo occidentale, per conquistare uno stile alimentare in grado di sfamare le cellule senza intossicare l’organismo, sembra un percorso impossibile, una via crucis fatta di insalate scondite e abnegazione.

Naturalmente il mercato non ci suggerisce soluzioni alternative agli innumerevoli alimenti pieni di tossicità che ammiccano sugli scaffali dei centri commerciali.

Gli interessi delle case farmaceutiche e delle multinazionali alimentari mirano a farci credere che modificare la nostra dieta abituale sia un cammino fatto di sofferenza e sacrificio, un percorso pericoloso in cui le malattie mentali oggi tanto in voga: anoressia e bulimia, sono sempre pronte a ghermirci, trascinandoci nel vortice della patologia psichiatrica.

Il far da sé, perciò, è vivamente sconsigliato dai detentori del potere economico!

Che suggeriscono invece di delegare la gestione della salute e insistono sulla necessità di continuare a mangiare di tutto un po’, senza mai eliminare niente, perché smettere di consumare i cibi che acquistiamo quotidianamente potrebbe avere un effetto deleterio sui guadagni di chi specula sull’innocenza e sulla sanità.

Ecco perché, per cambiare le abitudini alimentari, è necessario rimboccarsi le maniche e programmare da soli il proprio viaggio di disintossicazione, abituando l’organismo ai cibi sani in maniera flessibile e progressiva.

Le crisi di astinenza da quelle sostanze tossiche che siamo assuefatti a consumare abitualmente, infatti, sono sempre pericolosamente in agguato e rischiano di far naufragare qualunque tentativo di cambiamento, lasciandoci in eredità un devastante vissuto di fallimenti e impotenza.

Utilizzare i cibi metadone per articolare i vari step che conducono dalla tossicodipendenza alimentare a uno stile di vita più sano e gratificante, è un percorso creativo, efficace e risolutivo, al quale, però, bisogna prestare la giusta attenzione.

Le sostituzioni, infatti, devono essere graduali e tenere in considerazione i bisogni affettivi cui il cibo è connesso.

Bisogni che saranno inevitabilmente soggettivi perché legati alla storia emotiva di ognuno.

Questo spiega perché sia così importante ideare autonomamente le tappe del cambiamento necessario a ritrovare la dimensione naturale e il benessere dell’organismo.

Il nostro corpo, infatti, ricostruisce nel tempo e in maniera soggettiva, le proprie necessità fisiologiche (alterate dalla tossicità di tanti alimenti) fino a ripristinare la salute grazie a una frugalità, meno redditizia per l’economia, ma più adatta alla vitalità e alla lucidità, della mente e del fisico.

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STORIE DI METADONE ALIMENTARE

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Valentino è nato in un paesino della Sardegna, suo padre lavora in una rivendita di formaggi e sua madre fa la casalinga.

Per lui i latticini sono un cibo ricco di ricordi e di emozioni.

La ricotta fatta in casa e il pecorino fresco non devono mancare sulla sua tavola e quando, per ragioni di lavoro, è costretto a trasferirsi a Milano, la mamma gli spedisce ogni settimana i formaggi tipici della sua terra, quasi che, altrimenti, corra il rischio di morire di fame.

Durante una vacanza, però, gli amici lo coinvolgono a provare un’alimentazione priva di prodotti di origine animale.

Il clima estivo, la vita all’aria aperta e la curiosità, spingono Valentino a modificare le proprie abitudini e, verificati nel corpo i benefici di quella dieta, il giovane decide di proseguire con quel nuovo stile alimentare anche al suo rientro in città.

Non essendo un gran mangione e svolgendo regolarmente un’attività sportiva gli riesce facile abbandonare la carne, il pesce e le uova.

L’unico grande problema per lui sono i formaggi che il bambino interiore associa ai momenti di intimità e affetto vissuti in famiglia.

Le crisi di astinenza, conseguenti a quella nuova alimentazione rischiano di intrappolarlo dentro una bulimia da latticini che mina il suo benessere mortificando l’autostima.

Ma, determinato a portare avanti la propria scelta, Valentino scopre i formaggi vegetali e, grazie a loro, anche il metadone alimentare che gli permetterà di liberarsi dalla dipendenza senza penalizzare i sapori e i ricordi dell’infanzia.

* * *

Franca ha cinquant’anni e acquistando dei vestiti si rende conto con dolore di non riuscire più a entrare nella sua taglia abituale.

Una pancia gonfia e prominente offende il suo fisico, un tempo alto e slanciato, facendola sentire terribilmente brutta, vecchia e insicura.

Si sottopone allora a una serie di esami medici e scopre di essere diventata intollerante allo zucchero, alle farine e a diversi altri cibi.

Per veder sparire quella orribile pancia, dovrebbe cambiare radicalmente la sua alimentazione e sostituire i dolci e i carboidrati che le piacciono tanto con un maggior consumo di frutta e di verdura.

Per sopportare la rigida austerità di quella nuova dieta, Franca libera tutta la sua creatività inventandosi una varietà di dolci al cucchiaio con le banane surgelate.

La sua bambina interiore, infatti, adora i cibi morbidi e cremosi e non accetterebbe assolutamente di farne a meno.

Neanche per far sparire quella pancia da vecchia signora!

Il gelato di banana, per fortuna, è un ottimo sostituto di tante prelibatezze soffici di cui è ghiotta e, con un po’ di fantasia e diversi condimenti a base di frutta secca e fresca, Franca riesce a gestire con successo le crisi di astinenza che costellano il suo cambiamento alimentare.

* * *

Letizia vuole dimagrire ma davanti a un piatto di pasta tutte le sue buone intenzioni franano rovinosamente.

“Posso rinunciare a qualsiasi cosa.”

Dichiara sconsolata.

“Ma agli spaghetti non sono proprio capace di resistere!”

Un’amica crudista, però, raccoglie la sfida e le fa assaggiare degli spaghetti ottenuti dalle zucchine crude.

Letizia si lecca i baffi e, da quel momento gli spaghetti fatti con la verdura (non solo cruda, ma anche cotta) diventeranno il metadone necessario a permetterle di superare l’astinenza dalla pastasciutta e di riuscire finalmente a dimagrire senza doversi imporre troppi sacrifici.

Carla Sale Musio

leggi anche:

LIBERI DI MANGIARE?! … o liberi di drogarsi?

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ago 06 2016

IMPARARE DALLE ALTRE SPECIE ANIMALI

“Un movimento perpetuo, somma di infiniti dettagli, sostiene la vulnerabile e precaria biodiversità. Se non decidiamo, se non scegliamo di cominciare una vigilanza globale sospendendo il nostro cieco dominio e la nostra imperdonabile inedia, finiremo per perdere tutto.”   

Myriam Jael Riboldi

Esiste una branca dell’etologia, chiamata Etologia Relazionale, che si occupa delle relazioni tra gli animali, sia all’interno della stessa specie che tra specie differenti.

Le ricerche di questa scienza hanno dimostrato che ogni essere vivente possiede una propria individualità, soggetta a modifiche e variazioni in conseguenza dei rapporti che intrattiene nel corso della vita.

Gli studi documentano quanto lo scambio tra le specie viventi determini importanti cambiamenti nel carattere e nell’evoluzione degli individui, che imparano l’uno dall’altro nuovi modi di comunicare e di vivere.

Le analisi e le indagini compiute dall’Etologia Relazionale ci mostrano con chiarezza come l’evoluzione sia sempre la conseguenza di una rete di relazioni.

Relazioni che, di volta in volta, permettono di scoprire nuove possibilità in seguito alla comunicazione e alla condivisione tra due o più soggetti.

Ciò che accomuna ogni essere vivente (e l’essere umano non è escluso da questi meccanismi) è la capacità di imparare, crescere ed evolvere, grazie al confronto con le altre creature che popolano il pianeta.

Viviamo immersi dentro innumerevoli reti comunicative che condizionano i comportamenti e gli apprendimenti dei partecipanti in misura maggiore o minore secondo il grado di socialità che contraddistingue ogni soggetto.

La biodiversità, cioè l’insieme delle peculiarità che caratterizzano ogni individuo e ogni specie vivente, diventa così una ricchezza, un patrimonio comune cui è sempre possibile attingere per mantenere alte: la curiosità, il desiderio di varietà e di cambiamento, l’avventura, la soddisfazione e la realizzazione, necessarie per vivere una vita appagante e per raggiungere un buono stato di salute, fisica, psichica e sociale.

Per l’Etologia Relazionale, la socialità si misura grazie alla capacità di interagire produttivamente sia con gli altri membri della propria specie che di specie differenti.

Questa scienza rende tristemente evidenti gli aspetti narcisistici e onnipotenti, della specie umana.

Aspetti che ne caratterizzano la patologia e ne evidenziano la pericolosità, soprattutto in questo periodo storico.

Gli esseri umani, infatti, si pongono al di sopra di ogni specie esistente, evitando in questo modo ogni confronto e arrogandosi il diritto allo sfruttamento e all’abuso degli altri esseri viventi.

Una cultura egocentrica e edonista impedisce alla nostra evoluzione di procedere armoniosamente e ci condanna a vivere dentro un universo privo di reciprocità e di relazioni costruttive con le altre specie.

Questa chiusura comporta una totale incomprensione dei valori dell’ecosistema in cui siamo immersi e, autorizzando acriticamente la distruzione dell’equilibrio biodinamico nel quale noi stessi viviamo, conduce inevitabilmente alla devastazione della salute, nostra e del pianeta.

L’Etologia Relazionale pone l’accento sull’importanza di una visione biocentrica (capace di porre la vita stessa, e non l’uomo, al centro delle relazioni) ai fini di un’evoluzione consapevole, responsabile e in grado di rapportarsi con l’intero universo di cui facciamo parte.

E rende evidente quanto il progresso di ogni singolo individuo influenzi il miglioramento delle condizioni di vita, contribuendo a una produttiva cooperazione, intraspecifica ed extraspecifica, o, al contrario, determini un peggioramento della salute, partecipando a una pericolosa distruzione degli equilibri naturali dell’ecosistema cui apparteniamo.

In questo quadro la consapevolezza della nostra specie risente di una patologica chiusura nei confronti delle altre forme di vita.

Chiusura che è indispensabile curare e superare grazie allo sviluppo di una più profonda comprensione del valore della biodiversità e dell’importanza di una condivisione operativamente empatica con le altre creature che popolano il pianeta.

Carla Sale Musio

leggi anche:

SI È SEMPRE FATTO COSÌ

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lug 31 2016

SINTOMI CREATIVI

La creatività rende poliedrici e pronti a scoprire soluzioni nuove per affrontare le difficoltà della vita ma, quando non trova spazi per esprimersi, finisce per manifestarsi nell’unico luogo rimasto disponibile: il corpo fisico.

Per questo le Personalità Creative, a volte, hanno sintomi creativi.

Cioè sintomi fisici senza nessuna causa organica.

L’attacco di panico è uno di questi.

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STEFANIA E LA PAURA DI GUIDARE

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Stefania ha circa quarant’anni quando si presenta nel mio studio per una psicoterapia.

E’ una donna bella, colta, intelligente e piena d’interessi ma, da un po’ di tempo, non riesce a uscire sola da casa.

Fa fatica a guidare e, spesso, anche andare a piedi la fa sentire in pericolo.

Avverte un malessere fisico che la lascia spossata, impotente e sempre più insicura.

“E’ successo all’improvviso, mentre andavo a trovare un’amica. ”

Racconta.

“Volevamo progettare insieme una vacanza. Stavo guidando. E mi sono sentita male.”

“Male… come?” 

“Un malessere strano. Qualcosa che somiglia alla fine del mondo. Sudavo freddo e mi sentivo sprofondare dentro la gelatina, il cuore si è bloccato, le orecchie ronzavano, un silenzio irreale ha permeato tutto e la paura di impazzire si è fatta largo. In quei momenti ho creduto di morire!”

Stefania si fa piccola dentro la sciarpa bianca che le avvolge le spalle.

Solo parlarne la mette a disagio.

Teme, da parte mia, una condanna senza appello: la diagnosi di schizofrenia.

Allo sconforto per la propria impotenza si aggiunge la vergogna di avere una mente che non funziona come dovrebbe.

Indugiare sui sintomi fisici in questi casi non serve.

Amplifica la paura e nasconde l’origine creativa di quelle sofferenze.

É nella storia che si possono trovare le radici.

Le briciole che indicano la strada smarrita, conducono a una Stefania imprigionata e resa impotente da se stessa e dal suo voler bene senza riserve.

Nel corso dei colloqui la verità criptata prende forma.

Figlia unica e molto amata dalla mamma (vedova da quando lei era bambina), Stefania si sta per sposare.

Il suo futuro marito lavora in una città vicina, dove la coppia si trasferirà subito dopo il matrimonio.

La mamma allora rimarrà sola nella grande casa di famiglia, un tempo riempita dalla vitalità e dall’entusiasmo di Stefania e dei suoi amici.

L’anziana signora non vuole pesare sulla ragazza e non mostra a nessuno la tristezza che le morsica il cuore.

Ma Stefania sa.

Senza bisogno di parole.

E creativamente manifesta un sintomo che risolve proprio quella solitudine.

Non lo fa con consapevolezza.

Lo fa istintivamente, come quando si mettono le mani avanti mentre si cade.

La sua paura di muoversi da sola, quel bisogno di essere sempre accompagnata, permette alla mamma di continuare a starle accanto e di occuparsi di lei, anche quando il matrimonio spinge verso una vita più indipendente.

Nel corso della terapia, l’emergere del significato profondo dei sintomi consentirà a Stefania di dare parole alla separazione dalla mamma e di trovare soluzioni meno dolorose.

Oggi Stefania, che di mestiere fa la fisioterapista, ha aperto un piccolo studio anche nella città di sua madre e per un giorno alla settimana si trasferisce da lei.

Proprio come quando era bambina.

Carla Sale Musio

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LA PERSONALITÀ CREATIVA

scoprire la creatività in se stessi per trasformare la vita

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lug 24 2016

BUONI O CATTIVI… tu da che parte stai?

Nella nostra cultura il bene e il male sono concetti antitetici, valori diversi che devono essere riconosciuti e separati.

Abbiamo imparato a considerarli incompatibili e pensiamo che sia inevitabile fare una scelta e schierarci.

Esiste la credenza che il male finisca sempre per contaminare il bene, deturpandolo e corrompendolo.

Perciò, per tutelare la bontà e preservarne l’incolumità, diventa necessario scinderla e allontanarla dalla cattiveria, definendone chiaramente i confini e, in questo modo, anche i limiti.

Viceversa, l’idea che il bene possa prevalere sulla malvagità è ritenuta un’utopia, una speranza destinata a scontrarsi con il potere della crudeltà.

Nell’immaginario collettivo il bene non vince sempre, anzi!

Il trionfo del male è costantemente in agguato e il successo dei buoni può arrivare soltanto grazie a una distruzione radicale dei cattivi.

Ogni distruzione, però, contiene in sé l’embrione della violenza e impedisce la comprensione, la fratellanza e il rispetto.

Da questa considerazione (spesso inconscia) trae origine l’idea che il male si alimenti anche nella sconfitta.

Prende vita così un circolo vizioso che conferma costantemente la superiorità dei cattivi sui buoni.

Ci hanno insegnato che il bene può radicarsi e crescere indisturbato solo grazie a una definitiva scomparsa del male.

Così, il prevalere della bontà sulla malvagità, anche se auspicabile ci appare poco realistico, perché, senza comprensione, fratellanza e rispetto, la crudeltà risorge continuamente, devastando e distruggendo tutto ciò che di amorevole, bello e sensibile, esiste nel mondo.

Finché bene e male saranno ritenuti inconciliabili, ci sentiremo chiamati a scegliere e, schierandoci, alimenteremo inconsapevolmente le guerre e la distruzione.

Questo non vuol dire che sia auspicabile chiudere un occhio e permettere il dilagare della malvagità.

Al contrario, significa osservare responsabilmente l’aggressività che contamina il mondo interiore, aiutando le parti immature della psiche a evolvere e a trasformarsi.

Il male ha bisogno di attenzione e responsabilità.

Ciò che manca nella gestione di questi due apparenti opposti è la consapevolezza che la vita emotiva è fatta di bene e male insieme e che ogni cosa contiene in sé la bontà e la malvagità, il dolce e l’amaro, le lacrime e le risate.

Indissolubilmente.

Ci è stato detto che tutto ciò che consideriamo buono, sano e giusto, non deve mescolarsi con ciò che invece giudichiamo brutto, cattivo e scorretto.

Lo abbiamo imparato da bambini e oggi conserviamo la certezza che sia inevitabile schierarsi per evitare di contaminare l’amore con la crudeltà.

Ma ogni creatura porta dentro di sé il bene e il male in uguale misura, e allinearsi su una sponda non aiuta a gestire le polarità che costellano la vita.

Una rigida separazione ci spinge a cancellare dalla coscienza tutto ciò che non corrisponde all’immagine idealizzata della perfezione, costringendoci a rinnegare anche aspetti vitali e importanti di noi stessi.

Nel mondo interiore, infatti, la determinazione e l’aggressività, l’autostima e l’egoismo, la forza e la durezza, la protettività e il possesso… camminano a braccetto e non è possibile separare uno dei due antagonisti senza compromettere anche l’altro.

Inevitabilmente.

Ogni volta che assumiamo una posizione assolutista, nascondiamo nell’inconscio la polarità opposta, dove (convinti di essercene liberati) la lasciamo crescere senza alcun controllo.

In questo modo ci identifichiamo con una visione idealizzata di noi stessi e ci sentiamo autorizzati a distruggere tutto ciò che abbiamo escluso dalla consapevolezza, etichettandolo come negativo, malvagio e pericoloso.

Da questa scissione interiore prendono vita i semi del razzismo, del bullismo, delle guerre, dell’emarginazione, della prepotenza e della brutalità.

Nella psiche, infatti, il bene e il male non sono mai valori assoluti e distinti ma aspetti inseparabili dell’esperienza.

E appartengono a una totalità in cui ogni cosa può diventare mutevole e cangiante, al variare del punto di vista da cui la si osserva.

Quando ci sforziamo di reprimere il male, non facciamo crescere il bene ma, al contrario, ne aumentiamo il potere negativo, perché l’idea di essercene liberati per conformarci a un ideale privo di polarità, ne aumenta la distruttività.

È distruttiva, infatti, la pretesa di eliminare ciò che non ci piace, anziché imparare a riconoscerlo, a gestirlo e a trasformarlo, sopportandone il peso e la responsabilità, fino a farlo evolvere dentro di sé.

Il male è una parte inscindibile della personalità che chiede di essere accolta nella coscienza per migliorare e trasformarsi.

Nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma.

Incessantemente.

Dalla guerra fra il bene e il male interiori prendono forma la distruzione e la violenza.

Imparare a riconoscere in se stessi ciò che giudichiamo sbagliato, sviluppa una cultura della tolleranza e del rispetto, e permette di far crescere le parti immature della psiche.

Una società migliore è il risultato di una profonda accoglienza, capace di cambiare la guerra nelle sue fondamenta interiori.

La rivoluzione passa attraverso la capacità di assumere dentro di sé anche le parti giudicate inaccettabili, invece che proiettarle all’esterno condannandole a vivere per sempre nei tanti nemici che popolano il mondo.

Carla Sale Musio

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STRANE COINCIDENZE…

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lug 18 2016

SENSIBILITÀ ANORMALE?

Nel corso dei colloqui psicologici, le persone raccontano spesso una sofferenza apparentemente ingiustificata.

Parlano di un dolore che si aggiunge e aggrava il dolore considerato normale, quello cioè che, inevitabilmente, s’incontra durante la vita.

E incolpano di quel dolore aggiunto la propria sensibilità, il loro modo di amare.

Questa emotività anormale costituisce ai loro occhi un fardello inutile ma, a volte, tanto pesante da non riuscire più a muoversi.

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UN NORMALE ATTACCO DI PANICO

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E’ quello che da un po’ di tempo capita a Laura.

Laura che non esce più da casa e che, per venire in terapia, deve essere sempre accompagnata da qualcuno.

Una ragazza alta, bella e slanciata, consumata dagli attacchi di panico.

Non molto tempo fa era attiva, indipendente, piena d’interessi e di entusiasmo.

Oggi è ridotta a una dipendenza dagli altri quasi totale.

Anche lei mi racconta la stessa insopportabile sensibilità.

“Mi commuovo sempre, anche quando non sarebbe opportuno! A casa mi chiamano lacrimuccia…”

Stringe i pugni, arrabbiata con se stessa e con quell’emotività che la rende oggetto di scherno da parte delle persone a cui vuole bene.

“Voglio cambiare, dottoressa! Mi aiuti. Voglio essere diversa.”

“Come vorrebbe essere?”

“Vorrei essere indifferente, fregarmene di tutti, pensare solo a me stessa e non aver più bisogno di nessuno!”

Afferma, lo sguardo rivolto in alto a cercare quella se stessa, impossibile e desiderata come  una vincita milionaria al superenalotto.

Per fortuna non esiste una cura in grado di cancellare il cuore!

Credo che i sentimenti, la tenerezza e la cooperazione, siano l’unica medicina capace di curare la sopraffazione che sta avvelenando la nostra civiltà.

La sensibilità e l’empatia non sono malattie da curare ma, al contrario, costituiscono una cura per l’indifferenza, il cinismo e l’aridità di cuore. 

L’affermazione “Voglio essere normale” nasconde una trappola psicologica.

Presuppone l’esistenza di uno standard uguale per tutti ed esclude la possibilità di esprimere l’unicità e la creatività che caratterizzano ogni essere.

Secondo la definizione del dizionario Merriam Webster, la salute mentale è: 

“Uno stato di benessere emotivo e psicologico nel quale l’individuo è in grado di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società e rispondere alle esigenze della vita di ogni giorno”

Per raggiungere questo stato è indispensabile esprimere la propria originalità e il proprio potenziale creativo, infatti, è proprio la possibilità di manifestare ciò che siamo quello che ci fa sentire utili, soddisfatti, realizzati e felici.

Come afferma Bruno Munari:

“Una persona creativa è una persona felice”

Mentre chi non può esprimere la propria peculiare verità e originalità è una persona che inevitabilmente soffre, non sentendosi realizzata.

La creatività non può essere normale, può solo essere originale, diversa, nuova.

La normalizzazione delle emozioni costituisce una violenza agita a discapito della salute mentale e del benessere psicologico.

Non ci sono emozioni normali ed emozioni anormali, ci sono modi di sentire diversi per ciascuno di noi e ogni sentimento ha diritto di accettazione e di esistenza.

Per questo, cercare di raggiungere la normalità è una patologia, una prigione mentale costruita intorno al proprio modo di amare.

In nome della normalità imbavagliamo la sensibilità e la creatività e troppo spesso finiamo per rinunciare alla nostra verità.

Il cuore non è normale.
E’ vero.

Carla Sale Musio

Tratto da:

LA PERSONALITÀ CREATIVA

scoprire la creatività in se stessi per trasformare la vita

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lug 11 2016

UNA STORIA

C’erano una volta un uomo e una donna.

Lontani i luoghi in cui vivevano.

E diverse le loro sensibilità.

Lui forte, colto, prepotente, egoista, tenero, spietato e, in fondo, fragile.

Quando si commuoveva, si stupiva delle sue lacrime, da cui però ricavava conforto.

Aveva temuto le sue debolezze, ma l’età, l’esperienza, le sofferenze e, forse, l’incontro con lei, gli avevano permesso di accettarle.

Lei sensibile, sofferta, partecipe, generosa, disordinata e testarda.

Alcune delusioni l’avevano resa incerta e contava solo su se stessa ma, anche senza dirselo, sapeva bene che la forza più potente era l’amore.

L’incontro tra i due, casuale e bellissimo: una folgore.

Chiedevano cose diverse, però.

Lei avrebbe voluto tutta l’attenzione di lui, i suoi pensieri, la sua forza.

Lui forse pensava di concederle molto, ma a lei non bastava, sembrandole di essere così: soltanto un’isola nel mondo di lui.

*** *** *** ***

Venezia: da tempo lei desiderava andarci durante il carnevale.

E si incontrarono lì, a febbraio.

Gran freddo, bellissima la città, difficoltoso il cammino, traghetti sbagliati, un Guggheneim raggiunto attraverso la neve.

E proprio lì al museo lui si era trattenuto a parlare con una, forse di arte.

E lei, stanca, era andata via, pensando che lui l’avrebbe seguita.

Non era successo.

Lui era rimasto lì ancora un poco.

*** *** *** ***

Magari non era grave, ma per lei era un’altra conferma: lui era forse distratto, forse lontano, forse noncurante.

E lei si chiedeva se non fosse meglio chiudere.

Pensava alla vita senza di lui, senza le telefonate, senza città a metà strada da percorrere insieme, senza la curiosità e lo stupore per i pensieri dell’altro, senza la tenerezza imprevista e struggente.

Ma quello, lo stare insieme, era la felicità?

E per mantenerla, la felicità, quanto bisognava pagare?

Forse bisognava diventare umili, stupirsi di più, rimediare al male, anche a quello fatto senza saperlo…

*** *** *** ***

Si trovò a ripensare la vita e le sembrò di aver sbagliato tante cose, ma forse poteva ancora porvi rimedio.

Davanti agli occhi le scorsero gli anni, gli errori fatti, il dolore provocato e sofferto….

E allora chiese perdono alla farfalla uccisa per ignoranza, alla biscia schiacciata, all’uomo che chiedeva acqua, agli occhi bassi di suo padre dopo una rispostaccia di lei ( ma come si erano risollevati, celesti e luminosi, quando lei aveva cercato di rimediare!), alla sorella, percossa da un suo schiaffo, alle parole taciute, a quelle urlate, alla madre che chiedeva “E ora, perché?”.

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E quando ebbe finito, lentamente si guardò allo specchio.

Aveva occhi umidi e nuovi.

Gloria Lai

leggi anche:

I REGALI

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lug 04 2016

STRANE COINCIDENZE…

Grazie ai meccanismi della proiezione e della rimozione la nostra consapevolezza conserva soltanto i ricordi che la psiche è in grado di tollerare, mentre tutto ciò che appesantisce la coscienza viene spostato al di fuori di noi o confinato nell’inconscio.

L’inconscio è per definizione: la zona franca del mondo interiore, il luogo in cui sono archiviate tutte le memorie, senza distinzione di bene o di male.

Per non sovraccaricare la mente, infatti, la maggior parte delle informazioni spariscono in una sorta di ripostiglio dove, per tutelare l’equilibrio psichico, anche gli eventi importanti o traumatici possono essere abbandonati all’oblio.

La specie umana ha un grande bisogno di approvazione e di appartenenza e, per ottenere il riconoscimento del branco, il cucciolo d’uomo usa soprattutto l’imitazione, riproducendo i comportamenti agiti dalle persone che stima ed evitando quelli che provocano derisione o disprezzo.

Si forma così, dentro di noi, un’immagine ideale cui costantemente cerchiamo di assomigliare, mentre tutto ciò che non le corrisponde è nascosto e dimenticato nell’inconscio.

Per raggiungere questo risultato, tutti i Sé non conformi al modello vengono fatti sparire e detenuti in luoghi della coscienza privi di ricordi e di memoria.

È grazie a questi automatismi psicologici che il pool dei Sé Primari, al governo della personalità, può costringerci a impersonare sulla scena della vita uno schema di perfezione senza sbavature, evitando che quei Sé che abbiamo giudicato negativi intervengano a rivendicare il loro diritto all’esistenza.

Ma l’energia dei Sé rinnegati, continua ad agire sotto la soglia della consapevolezza, attirando in forma mascherata gli avvenimenti che li rappresentano nel mondo esteriore.

Le chiamiamo: coincidenze, sincronicità, fatalità, casualità, destino, disgrazie o colpi di fortuna, ma non possiamo negare a noi stessi la sintonia che esiste tra ciò che ci succede e i pensieri che si agitano nel nostro mondo interiore.

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STORIE DI COINCIDENZE E DI SÉ RINNEGATI

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Carlo ha trentacinque anni e lavora come commesso in un supermercato.

Il suo stipendio non è altissimo ma, fino ad oggi, gli ha consentito di vivere in un appartamentino tutto per sé e di pagare le spese senza dover ricorrere all’aiuto di nessuno.

Per lui l’autonomia è un valore assoluto e non potrebbe rinunciarci per niente al mondo.

Durante l’infanzia un padre esageratamente severo ha umiliato tante volte i suoi tentativi di farcela da solo, alimentando il desiderio d’indipendenza fino al punto che, pur di non essere costretto a chiedergli niente, Carlo ha abbandonato gli studi e i progetti che aveva, mettendosi a lavorare per potersi mantenere da solo.

Da qualche tempo, però, si scopre a fantasticare su un’auto nuova, più agile e scattante della sua vecchia Panda, ormai piena di acciacchi.

Lo stipendio non gli consente troppe frivolezze e il giovane sa bene che cambiare macchina significherebbe aggiungere un’altra rata mensile al suo budget di spese già molto in difficoltà.

Perciò censura i sogni, che il suo Sé Responsabile giudica impossibili, impedendosi di desiderare un’auto migliore.

“La mia macchina va benissimo e, per l’età che ha, è proprio un gioiellino!”

Afferma soddisfatto quando gli amici gli indicano i graffi e le ammaccature che tappezzano la carrozzeria.

Ma un Pilota Di Formula Uno, segregato da sempre in un angolo dell’inconscio, agisce nell’ombra il bisogno di una guida più sportiva, sprigionando segretamente la sua energia fino a quando un incidente imprevedibile costringe Carlo ad acquistare in tutta fretta un’altra auto, usata ma, finalmente, più prestante.

* * *

Francesco è un medico molto stimato perché ama il suo lavoro e lo svolge con grande passione.

Per lui il bene delle persone è un valore importante e dedica la maggior parte delle energie a trasformare le sofferenze dei suoi assistiti in una risorsa di cambiamento e, magari, di miglioramento.

Ultimamente ha intrapreso un percorso di formazione che lo costringe a viaggiare spesso, così, pur di non trascurare niente, finisce col recuperare il tempo speso negli stage privandosi dei giorni liberi.

L’impegno si fa sentire e Francesco vorrebbe fermarsi un poco, ma un Sé Professionale gli ricorda in continuazione la funzione (insostituibile!) che svolge con i pazienti, mentre un Critico Interiore lo riempie di sensi di colpa solo all’idea di concedersi una vacanza.

“Andrò in ferie più avanti, ora proprio non posso!”

Risponde sorridendo agli amici che gli fanno notare la fatica (e continuando a ignorare il suo bisogno di divertimento e di leggerezza).

Ma il suo Sé Irresponsabile e il suo Sé Inadeguato, insieme a un Che Ama Godersi La Vita, tramano silenziosamente contro quell’eccesso di rettitudine, fino a che un inspiegabile dolore al ginocchio lo costringe a stare a letto per un mese… e a godersi le cure di quanti gli vogliono bene.

* * *

Giorgia ama gli animali e davanti alla loro sofferenza non si risparmia.

Ha salvato tanti passerotti caduti dal nido; un gabbiano che ancora non sapeva volare e i gattini senza mamma che qualche anima pia aveva abbandonato in una scatola, proprio davanti alla sua porta di casa.

Ha adottato i canarini che la signora di fronte lasciava nella gabbietta in giardino, esposti al vento, al sole e alla pioggia; le lumachine trovate in mezzo all’insalata e il cane paraplegico, vittima di un incidente, che oggi scorrazza felice con il suo carrellino.

Per lei la vita di chiunque è sempre un valore assoluto e s’impegna come può per aiutare i deboli e gli indifesi.

In questo modo, però, si complica l’esistenza e la sua casa è affollata di amici bisognosi di attenzioni e di cure.

A volte desidera uno spazio tutto per sé, dove sistemare il cavalletto e i colori e disegnare nei momenti liberi, ma poi si dice che in fondo la pittura non è così importante e che la gratitudine dei suoi protetti la ripaga dei sacrifici che deve affrontare per accudirli.

Un Sé Altruista e un Sé Generoso, gestiscono con successo la sua vita, tenendo incarcerato in una segreta dell’inconscio il suo Sé Egoista, l’unico che certamente sarebbe capace di pensare ai bisogni e ai desideri di Giorgia ma che, a loro dire, la renderebbe arida, insensibile e senza cuore.

Ed è proprio questo sé desaparecido a sprigionare una potente energia, distorta e distruttiva come la violenza con cui è stato estromesso dalla vita di Giorgia.

La distruzione, perciò, non tarda ad arrivare e un guasto all’impianto idrico costringe Giorgia a sgomberare proprio lo spazio che sarebbe stato necessario alle sue attività pittoriche, per fare posto agli attrezzi dell’idraulico e del muratore.

Carla Sale Musio

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TUTTO QUELLO CHE NON TI PIACE DENTRO DI TE… ricompare fuori di te! 

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giu 27 2016

IL CUORE SEGUE UNA LOGICA ILLOGICA

Nasciamo tutti diversi e ciascuno con la proprio modo d’interpretare la vita.

Ognuno portatore di una gamma infinita di emozioni e sentimenti.

Ognuno con il suo modo di amare.

Poi diventiamo grandi e la società ci impone un’omologazione da cui non è possibile uscire senza sentirsi emarginati, incompresi e soli.

Dentro questo recinto, stereotipato e prevedibile, il cinismo e la competizione sono i valori più quotati e chiunque si senta tenero, emotivo o sensibile è costretto a pagare il prezzo della diversità e a nascondere (a volte anche a se stesso) il proprio mondo interiore.

Questo stile di vita, teso soprattutto a raggiungere il consenso sociale, chiamato successo o realizzazione, poggia su conseguimenti materiali e su un alto tasso di conformismo.

Infatti, per sentirsi socialmente realizzati bisogna avere:

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1) un reddito. Col quale comprare…

2) una casa. Dove fare…

3) una famiglia. Con cui trascorrere…

4) le vacanze… viaggiare… e incontrare gli amici e i parenti…

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E bisogna farlo nei giorni prescritti, riunendosi e mangiando insieme.

Ma anche…

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5) andando sempre d’accordo!

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Chiunque non sia interessato a raggiungere questi traguardi è considerato strano, socialmente emarginato, disadattato e, probabilmente, poco sano.

La malattia mentale è la paura inconfessabile di molti.

L’etichetta che sancisce la diversità e  l’emarginazione sociale.

Lo spettro che terrorizza al punto che, segretamente, tante persone ricorrono ai farmaci pur di non ascoltare un sistema emotivo in contrasto con i dettami della collettività.

Bisogna essere come tutti gli altri.

NORMALI.

Anche nei sentimenti.

Anche nelle emozioni.

Ma non tutti riescono a lobotomizzare la propria emotività per conformarsi agli standard imposti dalla società.

Sempre più persone risentono di questo livellamento emotivo e dell’amputazione della creatività.

E le malattie psicologiche oggi più frequenti: la depressione e gli attacchi di panico, segnalano una falla nel conformismo.

Falla che non andrebbe curata ma valorizzata, esplicitata e incentivata.

Dentro questo scenario, la sofferenza psicologica diventa la conseguenza di un dover essere emotivamente in un certo modo impossibile da raggiungere, lo scarto tra un sentire giudicato illecito e un sentire considerato lecito, e costituisce spesso l’unica risposta sana davanti al tentativo di livellare i sentimenti in uno standard socialmente prescritto e chiamato normalità.

Così, mentre ci viene detto con insistenza cosa sia ragionevole provare nelle varie circostanze della vita, il cuore funziona a modo suo e prescinde dai dettami della ragione.

Il cuore segue una logica illogica, basata su valori diversi dagli status della normalità.

AMA.

Senza preoccuparsi se questo sia conveniente, intelligente, disdicevole o giusto.

E, per quanti sforzi faccia la ragione, non riuscirà mai a modificare i sentimenti.

Può solo scegliere di non ascoltarli.

Chi segue il proprio cuore si apre alla verità di se stesso e trova la sua unicità, la creatività che guida la sua vita e le sue scelte.

Nell’A-normalità esiste la più profonda verità di ciascuno.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

Carla Sale Musio

Tratto da: 

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