set 26 2016

LA PERSONALITÀ DOPO LA MORTE

Quando il corpo muore anche la personalità muore, e resta solo l’essenza interiore che ci ricongiunge con il mondo immateriale della Totalità e delle emozioni.

Focalizzarsi esclusivamente sugli aspetti concreti dell’esistenza ha un prezzo da pagare, incatena alla sofferenza quando arriva il momento del trapasso.

La cultura materialista ha inibito la percezione di tutto ciò che non si può toccare (e monetizzare) e ci conduce a sperimentare il dolore quando la concretezza incontra il proprio limite.

Nel momento della morte il corpo perde la vitalità cedendo il posto ai legami affettivi, che acquisiscono una maggiore pregnanza.

La materialità non funziona più ed è soppiantata dalla molteplicità impalpabile della vita interiore.

Una realtà che non si può toccare ci svela la sua presenza, grazie agli effetti che si producono nel mondo interno.

L’amore, il dolore, la paura, la malinconia, la tenerezza, non possiedono fisicità, ma chi li vive è certo della loro esistenza perché ne constata gli effetti in se stesso.

Quando il corpo muore, la vita interiore rimane viva e vibrante, a dispetto della pretesa materialista di padroneggiare ogni cosa con i sensi fisici.

Le verità immateriali sono invisibili, ma non per questo inesistenti, anzi, sono l’unica realtà che sopravvive alla morte, perché nel trapasso si rinforzano e crescono, aiutandoci a sopportare la perdita delle persone care.

In quei momenti, nel mondo interiore si apre la strada per una comunicazione profonda, che esiste ed evolve anche quando la fisicità non c’è più.

Vediamo come.

Con la morte del corpo tutto ciò che concerne la fisicità si trasforma e deperisce, e la personalità, che è strettamente legata al corpo, scompare.

La personalità è il modo in cui facciamo fronte agli eventi, l’insieme dei comportamenti e degli atteggiamenti che usiamo più di frequente e che spesso ci portano ad affermare con sicurezza:

Io sono fatto così!”.

In verità, nessuno è fatto così.

Abbiamo tutti un insieme potenzialmente infinito di possibilità espressive, anche se da questa gamma finiamo per selezionare poche opzioni che utilizziamo un po’ per tutto, come dei vestiti comodi.

La personalità è la fisionomia che scegliamo di dare alla nostra esperienza terrena e, proprio come un abito, spinge agli altri a riconoscerci e identificarci.

Quando il corpo non c’è più anche la personalità si trasforma, e le difficoltà che incontriamo nel ritrovare chi non ha più una forma fisica, dipendono soprattutto da questa mancanza.

Ci aspettiamo di riconoscere le parole, i gesti, i modi di fare che hanno caratterizzato le persone che abbiamo amato, e se arrivano informazioni diverse dalle nostre aspettative, lo scetticismo la fa da padrone cestinando ogni esperienza come fosse frutto della fantasia.

È difficile accettare che adesso la mamma, il papà, il marito, l’amico, il fidanzato, il cane… non sono più come li abbiamo conosciuti.

La delusione che deriva da questa constatazione, per molti è insopportabile.

Vorremmo ritrovare i nostri cari così come li abbiamo sempre percepiti, e rifiutiamo l’idea di un’evoluzione dopo la morte.

Eppure, la vita continua anche senza la presenza del corpo, il percorso di crescita prosegue nelle dimensioni più rarefatte dell’esistenza e le creature che abbiamo amato cambiano e procedono nella loro evoluzione affettiva e multidimensionale.

I nostri cari tornano sempre a raccontarci la vita dopo il trapasso, ma per la mente è difficile incasellare quelle informazioni così diverse dalle attese che abbiamo.

Occorrono umiltà, fiducia e devozione, per mantenere salda la certezza che la mamma, il papà, il marito, l’amico, il fidanzato o il cane, non ci hanno abbandonato e verranno a dirci come e dove sono adesso.

È grazie all’umiltà, alla fiducia e alla devozione che è possibile superare gli ostacoli di un pensiero abituato a distinguere solo la concretezza.

Davanti all’infinita continuità dell’amore, la mente si ribella, i ricordi incalzano e il dolore dilaga impedendo l’ascolto di una presenza fatta di sentimenti e di unione, senza corporeità.

Per superare l’enigma e il dramma della morte, la ragione deve cedere il posto al sentire e fidarsi di una sicurezza tutta interiore.

Proprio come succede quando ci s’innamora.

Mentre la mente cerca i suoi perché il cuore conosce già la verità, senza bisogno di fatti o di parole.

Quando chi non c’è più torna per raccontarci la sua realtà, avvertiamo qualcosa dentro, una risposta impalpabile e veloce attraversa la mente nello stesso istante in cui formuliamo interiormente la domanda:

“Dove sei? Come stai? Cosa ti è successo?”.

Cogliere la risposta presuppone la capacità di ascoltare l’invisibile, un pensiero estraneo nel fiume ininterrotto del nostro costante chiacchiericcio interiore.

Occorre l’umiltà di accogliere anche ciò che non comprendiamo, la fiducia nella profondità del legame che unisce le persone anche se il corpo non c’è più, e la devozione che permette all’amore di crescere e svilupparsi nei modi che gli sono propri, e che spesso la ragione fatica ad accettare.

Allora arrivano i messaggi e i nostri cari privi di fisicità ci raccontano una realtà che sta oltre la mente, il corpo e la materia, un mondo che è sempre esistito e che ci accompagna costantemente, perché è l’essenza stessa della vita, di cui la morte è soltanto un passaggio.

Sono messaggi pieni di insegnamenti, parlano della continuità dell’esistenza, raccontano il valore dell’immaterialità.

La personalità è legata alla materia, appartiene al corpo e alla sua fisicità.

Oltre la cortina del pregiudizio che annoda le percezioni ai cinque sensi, esiste il mondo impalpabile delle emozioni e prende forma un percorso di crescita che dalla frammentazione delle identità conduce alla pienezza della Totalità.

I nostri cari defunti sono le guide che ci indicano il cammino, e ci regalano gli insegnamenti di una realtà che la ragione non può raggiungere e che il cuore riconosce d’istinto.

La mancanza della personalità permette di usare parole diverse, espressioni non facili per il nostro idioma razionale fatto di tempo, spazio e misura.

É un linguaggio più antico e più difficile da interpretare perché bisogna leggerlo con gli occhi del cuore, e ci guida a comprendere un mondo in cui la ragione cede il posto a sensazioni nuove: di unione, di pienezza, di appartenenza, di sicurezza e di Totalità.

Carla Sale Musio

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set 20 2016

CONFORMISMO O VIOLENZA?

Anche se non ci piace ammetterlo, siamo tutti conformisti.

E imitiamo i modi di vivere e di pensare condivisi dalla maggior parte delle persone con cui veniamo in contatto, prendendoci a modello gli uni con gli altri nel tentativo di sentire un’appartenenza.

Ma che cos’è il conformismo?

Si chiama conformismo la tendenza ad adeguare i propri pensieri, atteggiamenti e comportamenti, a quelli del gruppo.

Il conformismo soddisfa il bisogno di riconoscimento sociale, consolidando i legami e garantendo la protezione del branco.

Il suo opposto, l’anticonformismo, scatena la paura dell’emarginazione e della solitudine che derivano dall’essere considerati diversi.

Il conformismo permea la maggior parte delle nostre scelte e ci fa sentire sicuri, amati e rispettati.

Mentre l’anticonformismo ci costringe a fare i conti con i pericoli che derivano dall’autonomia e, spesso, ha delle ripercussioni sulla fiducia in se stessi, sull’autostima e sul senso di efficacia personale.

Per gli esseri umani vivere senza il riconoscimento degli altri è impossibile.

Dal punto di vista dell’etologia, l’uomo è un animale da branco e privato del sostegno e dell’approvazione del gruppo non può sopravvivere.

Ecco perché ognuno di noi deve fare costantemente i conti col bisogno di ricevere l’accettazione e la stima delle persone cui è legato, e con la paura di essere disprezzato e abbandonato quando le idee che professa non incontrano il consenso degli altri.

Il bisogno di appartenenza sottende la maggior parte delle nostre scelte e spesso ci porta ad adeguarci acriticamente alle soluzioni della maggioranza, inibendo la capacità di valutare obiettivamente le situazioni.

Nel 1956 lo psicologo polacco Solomon Asch condusse un esperimento molto interessante per valutare quanto la necessità del consenso sociale possa deformare le percezioni e influenzare la valutazione della realtà.

L’esperimento di Asch prevedeva otto soggetti: sette collaboratori dello sperimentatore e uno ignaro della vera natura dell’esperimento.

Tutti i soggetti s’incontravano in un laboratorio, per quello che era stato presentato come un normale esercizio di discriminazione visiva.

Lo sperimentatore mostrava a tutti delle schede su cui erano disegnate in ordine decrescente tre linee di diversa lunghezza, e poi li invitava a confrontare ogni scheda con un’altra dove era disegnata una sola linea, di lunghezza sempre uguale alla prima linea delle altre schede.

Lo sperimentatore domandava ai soggetti, iniziando dai complici, quale fosse la linea corrispondente e uguale nelle due schede.

Dopo un paio di ripetizioni “normali”, alla terza serie di domande i complici iniziavano a rispondere in maniera concorde e palesemente sbagliata.

Nella stragrande maggioranza dei casi, il vero soggetto sperimentale, che doveva parlare per ultimo o penultimo, finiva per rispondere anche lui in maniera scorretta, conformandosi alla risposta sbagliata fornita dalle persone che avevano risposto prima di lui.

Asch verificò che, pur sapendo soggettivamente quale fosse la “vera” risposta giusta, il soggetto sperimentale decideva consapevolmente di assumere la stessa posizione esplicitata dalla maggioranza e solo una piccola percentuale si sottraeva alla pressione del gruppo, dichiarando ciò che vedeva realmente.

L’esperimento di Asch mostra con chiarezza quanto il bisogno di appartenenza condizioni le decisioni delle persone, portandole ad alterare la propria percezione della realtà pur di omogeneizzarsi alle scelte della maggioranza.

Le ricerche sul conformismo e sul bisogno di riconoscimento sociale ci spiegano perché è così difficile cambiare la società della violenza in cui viviamo.

La sopraffazione è entrata a far parte delle nostre scelte quotidiane e abbandonare il pensiero corrente per seguire vie più etiche e rispettose della vita diventa un’impresa difficilissima per tutti.

Anche per le persone più sensibili.

Nel nostro mondo è considerato normale maltrattare qualsiasi essere giudicato inferiore o di una razza diversa.

Per soddisfare i piaceri del palato non esitiamo ad allevare e uccidere tante specie animali.

La pesca e la caccia sono considerati sport e legittimano l’uccisione in nome del divertimento.

Ma uccidere, proclamando il diritto del più forte, autorizza lo sfruttamento.

Non soltanto degli animali, ma di chiunque sia giudicato debole.

Ecco quindi: il femminicidio, la pedofilia, il bullismo, il nonnismo… e i tanti mali che affliggono una collettività portata ad affermare con leggerezza la liceità della prepotenza.

Un modo di vivere imbrigliato nel bisogno di appartenenza e di omologazione ci intrappola dentro scelte che non siamo più capaci di mettere in discussione, e poiché “si è sempre fatto così” continuiamo a portare avanti un’etica sempre meno etica, assistendo impotenti al dilagare della brutalità.

Per mettere fine a questo stile di vita disumano è indispensabile rendersi conto di quanto il conformismo distorca le percezioni, fino a farci a sorridere davanti al martirio di tante creature colpevoli soltanto della propria debolezza.

Animali, bambini, donne, omosessuali, portatori di handicap… chiunque sia considerato fragile, insolito o semplicemente poco intelligente, finisce nel mirino dell’insensibilità che omologandoci in un modus vivendi stereotipato e indiscutibile ci spinge a ridere della sofferenza, ignorandone le implicazioni morali e sociali.

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STORIE DI CONFORMISMO E CRUDELTÀ

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Lucia si è comprata un pulcino colorato, un piccolo tenero batuffolo azzurro che sembra un piumino da cipria e che se ne va in giro per la casa suscitandole una tenerezza infinita.

Il piccolo cerca la sua protezione e si comporta come se fosse un bambino: la chiama quando vuole mangiare e si rannicchia sulle sue ginocchia quando ha bisogno di dormire.

Lucia lo alleva con amore e con sollecitudine, ma presto la lanugine azzurra cede il posto alle piume, sulla sommità del capo spunta una crestina rossa e il pulcino si trasforma in una gallinella bianca che scorrazza dappertutto chiocciando in continuazione, come se stesse commentando la vita.

I vicini di casa scrollano la testa:

“Non è permesso tenere una gallina in un appartamento!”.

Lucia è affezionata a quella presenza allegra che ha chiamato Marì.

I commenti dei parenti e degli amici, però, la portano a sentirsi stupida nel coccolare una gallina come se si trattasse di un cagnolino.

Inutilmente, prova a difendere il proprio diritto di scelta.

Un coro di proteste è pronto a farle notare che le galline sono animali da cortile e non devono vivere in città.

A nulla serviranno i ragionamenti e le argomentazioni con cui la ragazza difende le sue decisioni.

Esasperata, Lucia decide di regalare Marì a un contadino, condannando la gallinella e il suo amore a una fine poco felice.

* * *

Quando Mauro gli rivela i propri sentimenti teneri, Giovanni cade dalle nuvole.

L’ha sempre considerato un amico e adesso scopre che invece si è innamorato di lui.

I compagni del calcetto vedendoli insieme li prendono in giro ridendo e toccandosi il lobo dell’orecchio.

Sul muro degli spogliatoi compare una scritta:

“I recchioni vadano a far la doccia nei bagni delle ragazze!”.

Tanti scherzi innocenti fanno lievitare un’umiliazione che infine diventa insopportabile.

Giovanni preferisce rinunciare all’amicizia piuttosto che sentirsi emarginato.

Non uscirà più con Mauro e per dimostrare a tutti di essere uomo lo prende in giro chiamandolo frocio.

Adesso Giovanni si sente a posto insieme con gli altri.

Anche se, in un angolo del cuore, lo sguardo di Mauro colmo di dolore e delusione non si  cancellarà più.

* * *

Lorenzo grida:

“Non farti battere da quella stupida femmina!”

E Federico a tradimento le fa uno sgambetto, mandandola lunga distesa per terra proprio mentre stava per tirare un goal.

Caterina sente le lacrime bruciarle gli occhi ma fa finta di niente, sa di essere brava e non vuole dare soddisfazione proprio a nessuno.

In fondo al cuore qualcosa brucia.

Non è lo sgambetto e non è la caduta.

É quella “stupida femmina” che fa male dentro, più di qualsiasi offesa.

Perché le femmine devono essere stupide?

Perché non possono giocare a calcio insieme ai maschi?

Perché non possono vincere?

Perché?

Carla Sale Musio

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set 14 2016

LA CASA

Si preparava a lasciarla.

Andava via dalla sua casa, divenuta ormai troppo piccola.

Aveva deciso: quella nuova l’attendeva.

Rimanevano da raccogliere le ultime cose, il resto stipato in scatoloni e buste, già portati via con i mobili.

Impossibile che tutta quella roba si trovasse in un bivano, ma era come se gli oggetti avessero cercato da soli il loro equilibrio.

E si fossero adattati nel tempo gli uni agli altri, in una confusione colorata e armoniosa.

*** *** ***

Stava per chiudersi la porta alle spalle: l’ultima cosa da fare, togliere la targhetta in ottone.

L’aveva voluta così, niente nome, niente titoli.

Solo il cognome, breve, essenziale, quasi maschile.

*** *** ***

Il nodo alla gola, temuto e negato, ora la pressava.

Le braccia gravate di buste e incarti, una mano che a stento tirava la maniglia, a chiudere finalmente.

Ma, come se qualcosa la bloccasse, la porta resisteva.

Lei fu costretta a riaprire: e davanti ai suoi occhi increduli, le si offersero luminosi e scintillanti, simili a immagini trasparenti, i ricordi.

Le si affollarono intorno, allegri all’apparenza, e in realtà malinconici.

Sembravano rimproverarla, ma senza cattiveria: a ricordarle che li stava abbandonando.

Tanti anni vissuti, l’essenza della vita in quelle memorie.

E voleva andare via senza di loro.

Come sarebbero vissuti ancora?

E come avrebbe tollerato lei il resto del tempo, senza quei grumi pulsanti di emozioni?

I ricordi e quelle mura, chiare e luminose nel primo pomeriggio: così si mostrava la sua casa, mentre si apprestava a lasciarla.

*** *** ***

Si sedette per terra, le buste e gli incarti adagiati sul pavimento.

E si offrì alla danza colorata di tutti quei frustoli di vita.

*** *** ***

“Bella la tua casa” diceva la madre.

“Goditela, figlia mia”.

“Il caminetto lo lascio bianco o variegato di verde?”

“Il verde va bene” diceva il padre.

E lei obbediva, ancora molto figlia anche se adulta.

E poi, la piantina buttata per terra da un vento ingrato e comprata da lei per pietà.

L’uomo che la vendeva aveva ormai perso le speranze…

E i pomeriggi d’estate a spingere lo sguardo oltre i palazzi, dove scintillava una striscia di mare.

E la porta chiusa da una figura maschile e decisa, che andava via senza voltarsi.

E ancora, il disperarsi affannoso accanto al suo gatto fatato, morente e inerme.

Adesso le immagini la pressavano da vicino, la danza iniziale si era fatta ossessiva.

Stava per raccogliere tutto e fuggire.

Ma dalla ridda di gesti e colori emerse un ricordo: il caminetto acceso, gli amici intorno, vino rosso nei bicchieri a festeggiare la casa, quella che lei si apprestava a lasciare.

*** *** ***

Allora sciolse il suo pianto, abbondante e profondo.

Ringraziò la casa di tutto il vissuto, delle attese, delle gioie e delle sofferenze, perché anche di queste ultime è fatta la vita.

Raccolse le buste e gli incarti e portò con sé, questa volta, anche i ricordi.

Erano abbondanti ma leggeri e lei se li poggiò sulle spalle.

Come uno scialle di pizzo, colorato e prezioso.

Gloria Lai

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LE ALI

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set 07 2016

PSICOLOGIA, PSICHIATRIA O MANIPOLAZIONE DI MASSA?

La psicologia è una scienza ancora poco conosciuta dalla maggior parte delle persone.

Esiste la volontà di non divulgare questo tipo di apprendimenti perché è più vantaggioso tenere le briglie della psiche a disposizione di pochi, abili nel manovrare la mente delle persone.

Se tutti avessimo una buona preparazione psicologica, infatti, sarebbe difficile controllare le convinzioni della gente e imporre atteggiamenti prestabiliti e funzionali ai bisogni di chi comanda.

Coloro che gestiscono il potere preferiscono fare in modo che la psicologia sia ignorata (perché meno è diffusa la conoscenza e meno ci si può rendere conto della persuasione occulta che agisce sui pensieri e sui comportamenti) e approfittano della sovrapposizione tra psicologia e psichiatria per confondere le acque.

Anche se non tutti lo sanno, però, la psicologia e la psichiatria studiano argomenti molto diversi tra loro.

La psicologia è la scienza che analizza i processi mentali, consci e inconsci, ma non si occupa dei danni cerebrali.

La psichiatria, invece, è la specializzazione della medicina preposta alla cura dei disturbi mentali.

Per fare lo psichiatra bisogna aver conseguito una laurea in medicina e poi aver preso una specializzazione in psichiatria.

Per fare lo psicologo bisogna avere una laurea in psicologia.

La psicologia perciò non è una branca della medicina e non cura le patologie psichiatriche, ma studia i meccanismi che sottendono i comportamenti, per fare in modo che le persone si sentano bene con se stesse e con gli altri.

Per manipolare le coscienze bisogna conoscere la psicologia e usare abilmente i meccanismi di difesa, cioè sapere in che modo la psiche risponde alle difficoltà.

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RAZZISMO E MANIPOLAZIONE DI MASSA

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Per ridurre l’impatto delle emozioni sgradevoli (paura, angoscia, rabbia, insicurezza…), il nostro inconscio utilizza delle modalità di protezione chiamate: meccanismi di difesa.

Tra questi, la proiezione e la rimozione sono quelli che si attivano più precocemente, cioè agiscono già nelle prime fasi della vita.

La proiezione spinge a proiettare fuori di sé: atteggiamenti, pensieri e comportamenti, che sono stati giudicati sbagliati, e porta a combatterli nel mondo esterno, nel tentativo di eliminarli.

Un uso scorretto della proiezione scatena intolleranza e razzismo.

La rimozione rimuove dalla consapevolezza tutto ciò che istintivamente è giudicato irrisolvibile, nascondendo i conflitti dietro un’armonia apparente ma priva di un reale equilibrio.

Un uso scorretto della rimozione ci porta a non vedere incongruenze e difficoltà, impedendoci di risolverle.

Conoscere il funzionamento dei meccanismi di difesa è indispensabile per comprendere come avviene la modificazione delle coscienze da parte di chi gestisce i mezzi di comunicazione di massa.

Grazie alla proiezione e alla rimozione, infatti, è facile indirizzare i comportamenti della gente verso mete prestabilite:

  • la proiezione spinge a combattere i nemici interni spostandoli all’esterno

  • la rimozione consente di rimuovere avvenimenti, emozioni e percezioni, considerati illeciti, nascondendone le tracce fino a farle sparire dalla coscienza

Un uso improprio della proiezione e della rimozione crea sempre dei danni nello sviluppo psicologico, perché:

  • la proiezione non permette alla consapevolezza interiore di svilupparsi e blocca l’evoluzione delle parti immature della psiche

  • la rimozione impedisce la conoscenza della totalità di se stessi, occultando nell’inconscio ciò che è in contrasto con l’immagine idealizzata di sé

Ma i danni che derivano dall’utilizzo scorretto dei meccanismi di difesa non preoccupano chi gestisce il potere, che ha tutto l’interesse a coltivare l’immaturità nella psiche della gente per renderla sottomessa e dipendente.

Oggi le armi più pericolose agiscono nel mondo interno e, grazie all’uso di questi meccanismi, permettono di gestire le persone semplicemente orientandone le convinzioni.

Ognuno di noi combatte quotidianamente una gran quantità di guerre interiori.

Guerre di cui sono state rimosse le cause e in cui sono stati proiettati all’esterno i nemici.

Da sempre, la proiezione e la rimozione sono usate a piene mani per creare barriere interiori, discriminazione e razzismo.

Un esempio significativo è quello dei ratti.

I ratti sono animali intelligenti e socievoli, si addomesticano facilmente, sono puliti e conducono una vita sociale ricca e, per tanti aspetti, simile a quella umana.

Sono collaborativi e solidali tra di loro e se, per esempio, un individuo del gruppo si ammala, viene assistito dai compagni, che gli forniscono cibo e calore.

Ma nell’immaginario collettivo i ratti sono diventati creature disgustose, combattute e disprezzate come se fossero responsabili di chissà quali atrocità.

Poiché sono molto adattabili, questi animali vivono di ciò che l’uomo butta via: avanzi dell’alimentazione, stracci, cose vecchie.

E proprio la capacità di selezionare gli scarti della nostra specie è servita per proiettare su di loro il disgusto e l’ostilità.

Al punto che oggi  sono considerati sporchi e portatori di malattie.

Nella realtà, nessun roditore è responsabile di particolari patologie trasmesse all’uomo o agli animali domestici (non più di qualunque altro animale selvatico).

Inoltre per essere potenzialmente esposti a un contagio non è sufficiente la mera presenza dell’animale o il contatto diretto ma sarebbe necessario che la cute lesa venisse a contatto con le feci o le urine dei roditori, che queste ultime venissero ingerite in sufficiente quantità o che ci si facesse mordere a sangue… tutte evenienze abbastanza rare e che possono sempre essere evitate con un minimo di buon senso.

I ratti non provocano lo sporco e l’inquinamento causati dalla specie umana.

Ma, grazie alla rimozione, è stato possibile cancellare questa consapevolezza e alimentare l’idea impropria che ad essere sporchi siano loro e non noi.

La proiezione in questo caso serve ad allontanare la sporcizia e l’infettività che interiormente gravano gli esseri umani.

Da sempre, utilizzando impropriamente la proiezione e la rimozione, sono stati presi di mira gli animali e, nel tempo, questo ci ha portato a condannare e abiurare le nostre parti “istintive” fino a renderle sinonimo di sporco, stupido e brutale.

La proiezione è stata usata per proiettare sugli animali la sensitività, l’ingenuità e l’espressione immediata e diretta delle emozioni, mentre la rimozione ne ha occultato la ricchezza, l’importanza e il valore.

Disprezzare gli animali e approfittarne è diventato così un comportamento lecito e incentivato e, in questo modo, i potenti hanno autorizzato l’abuso e la violenza dei più forti sui più deboli.

La prepotenza sugli animali affonda le radici nello svilimento dell’ingenuità e dei sentimenti e ha finito per trasformare la sensibilità in una sorta di “malattia”, insana e perciò da curare.

Per l’uomo che non deve chiedere mai, infatti, la delicatezza d’animo, l’emotività e l’innocenza corrispondono a una patologia.

Ci viene insegnato che dobbiamo essere impassibili, cinici e pronti a usare qualsiasi mezzo pur di raggiungere il potere e il successo e, in questo quadro, la condivisione e l’empatia, lungi dall’essere un valore, si trasformano in una défaillance.

Oltre che sugli animali, perciò, la vulnerabilità, l’emozionalità e la semplicità vengono proiettate anche sulle persone sensibili.

Mentre, grazie alla rimozione, si perdono i valori della gentilezza e della comprensione.

L’uso improprio dei meccanismi di difesa ha reso possibile ogni genere di abuso su chiunque sia portatore di una emotività giudicata malsana, e ha sostenuto una cultura basata sulla supremazia della forza e della prepotenza.

Da tempo immemorabile questi meccanismi sono utilizzati come strumenti di manipolazione di massa.

Strumenti mutuati dalla psicologia e taciuti ad arte per fare in modo che la gente non ne capisca il funzionamento e non possa difendersi dall’uso scorretto che ne viene fatto.

Per questo la psicologia continua a essere una scienza sconosciuta e confusa impropriamente con la psichiatria.

Carla Sale Musio

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ago 31 2016

PERSONALITÀ CREATIVA: pregi & difetti

Da oltre trent’anni mi occupo di psicoterapia, realizzazione personale e creatività, e, nel corso della mia professione, ho potuto identificare una struttura di personalità caratterizzata dalla capacità di spostare agilmente il proprio punto di vista.

Per semplicità ho definito questa tipologia: Personalità Creativa.

L’abilità nel vedere le cose da prospettive differenti, favorisce l’emergere di soluzioni nuove anche di fronte a problemi apparentemente irrisolvibili e può essere considerata una via verso il benessere mentale e la premessa per una vita appagante.

La Personalità Creativa è quindi una personalità che possiede “una marcia in più” ma, come succede a tutte le auto da corsa, perché il suo motore possa dare il massimo ha bisogno di attenzioni e cure.

Le principali caratteristiche di questa struttura di personalità sono:

Creatività

Empatia

Sensibilità

Generosità

Altruismo

Intuizione

Facilità al cambiamento

Concentrazione sul presente

Leadership “poco appariscente”

Mentre i suoi punti deboli sono:

Insicurezza

Bassa autostima

Discontinuità

Dispersività

Solitudine

Relazioni “una per una”

Quando non si sentono capite, le Personalità Creative, nel tentativo di raggiungere l’armonia con il mondo esterno, utilizzano tutte le loro risorse per adeguarsi alle richieste dell’ambiente e possono arrivare fino a trasformare se stesse, pagando così un alto prezzo di sofferenza.

In questi casi diventa necessario seguire un percorso psicologico volto a ripristinare dapprima un’adeguata percezione di sé e poi la naturale espressione della sensibilità e della creatività individuale.

Durante il lavoro clinico mi è capitato spesso di incontrare uomini e donne che chiedevano un aiuto psicologico nonostante le loro capacità di adattamento, comprensione e intuizione.

Persone che si sentivano diverse, inadeguate o “poco normali” proprio a causa di queste loro abilità!

Quando ero più giovane, rimanevo sconcertata davanti alla richiesta di limitare la ricchezza interiore pur di ottenere una presunta “normalità”, ma la sofferenza, che i pazienti raccontavano e mostravano, mi ha spinto ad approfondire la ricerca delle ragioni che provocano questa paradossale situazione di sofferenza nonostante tanti talenti.

Nel tempo sono giunta a evidenziare, nascosta dietro alla domanda inconsueta di limitare le proprie risorse, una struttura di personalità particolarmente dotata; una personalità che non si adatta al conformismo sociale e alle prigioni mentali nelle quali molti riescono a vivere indisturbati, perché possiede una libertà naturale e inalienabile. 

Il mio impegno da allora è diventato quello di far comprendere, dapprima a loro stessi e poi agli altri, questa tipologia e di riconsegnare gli strumenti e la dignità necessari per una piena espressione di se stessi.

Carla Sale Musio

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LA PERSONALITÀ CREATIVA

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ago 25 2016

ANCORA IO… E ANCORA IL VOICE DIALOGUE

Quest’anno ho preso un mese di ferie.

Un mese di vacanza tutto intero non mi capitava più dai tempi della scuola!

Chi fa un lavoro autonomo, come me, non può distrarsi troppo a lungo.

Rischia di perdere il ritmo delle cose da fare e di veder deragliare l’organizzazione professionale costruita nel tempo, con impegno, dedizione e fatica.

Nel mio caso l’ostacolo più grosso alle assenze estive è sempre stato il bisogno di non abbandonare le persone in difficoltà nel momento in cui il caldo e l’atmosfera vacanziera fanno sembrare più intensi i dispiaceri.

La mia professione non prevede altra strategia che l’ascolto partecipe e attento del malessere di chi chiede aiuto.

Il dolore, infatti, è sempre: urgente!

E ha bisogno di risposte tempestive e puntuali.

Forte di queste considerazioni, il mio Attivista Interiore ha avuto buon gioco nel convincermi di anno in anno a diluire le ferie, e mi ha insegnato ad alternare presenza e assenza, in modo da riposarmi senza far sentire nessuna mancanza.

Basandomi sulle sue indicazioni e sulla sua comprovata competenza professionale, fino ad oggi ho scelto di prendere una settimana di vacanza ogni tanto, in modo da non abbandonare chi ha urgenza e fornire un supporto psicologico stabile e costante.

Quest’anno, però, gli incontri, le letture e le sedute di Voice Dialogue hanno permesso anche ad altri sé di emergere dall’inconscio (dove li avevo confinati) e di sedersi a fianco al mio instancabile Attivista, partecipando alla gestione della mia vita.

Certamente questa folla di personalità ha complicato non poco la regolare organizzazione dei giorni di riposo ma, nonostante il dibattito interno (che già da marzo aveva cominciato ad accendersi sul tema del mio tempo libero), l’Attivista aveva le idee chiare su come debbano essere gestite le vacanze di una professionista seria e competente come me.

E, di sicuro, non avrebbe avuto alcun cedimento sulla sua (nostra!) tabella di marcia se, nel mese di maggio, proprio durante l’intensivo sugli istinti, una Bambina Handicappata, Lunatica, Taciturna e Scontrosa, non avesse agito un golpe nella mia personalità, rovesciando il potere di ogni altro sé.

Primari o rinnegati, poco importa!

Sopraggiunta così, senza nessun preavviso, approfittando di una caduta che mi aveva infortunato un piede e reso invalida per qualche tempo, quel piccolo ingombrante Calimero non ha più abbandonato la sua postazione centrale nella mia vita.

E ancora tiene banco dall’alto del suo insopportabile mutismo.

È lei che ha cominciato a insidiare l’Attivista, col suo silenzio pieno di recriminazioni.

Lei, che non parla e non ama incontrare nessuno.

Lei, che non è simpatica e che non si diverte a fare le cose che gli altri amano condividere insieme (mangiare, conversare, uscire, andare al cinema…).

Lei, che non vuole mai fare nulla e che è capace di starsene delle ore in silenzio, a chiacchierare con i suoi pensieri.

Lei.

L’impresentabile.

Quella che mi fa sempre sfigurare.

Lei.

Cioè io.

Quella che cerco di nascondere a tutti, per avere degli amici, per sentirmi attraente e per cercare di farmi voler bene.

Sì, insomma… quella che non vorrei essere.

E invece sono.

Arroccata nel centro della mia volontà, la Piccola Asociale cantilenava nella mia testa il suo bisogno di solitudine, argomentandolo in silenzio con la minaccia della malattia.

“Che senso ha la vita?

Se non per riconoscere se stessi?

Rifugiarsi negli altri serve spesso

per diluire l’impatto della tua verità.

E i mali poi ci fanno ritrovare

le nostre più profonde personalità.”

Che dire?

Da maggio, io e lei abbiamo cominciato a prenderci le misure.

Quel piede dolorante è stato lo strumento che le ha permesso di fare capolino nella mia coscienza, obbligandomi a tollerare la sua (mia!) natura: introversa, solitaria e riflessiva.

“Si vabbè…!!!”

Ok.

Volevo dire: la sua (mia!) natura insicura, impacciata, paurosa, selvatica, chiusa e scorbutica.

(Grazie, Critico!)

Il percorso del Voice Dialogue mi sta aiutando ad accogliere questa parte di me che, fino ad oggi, avevo profondamente rinnegato.

Senza identificarmi totalmente in lei, ma riconoscendone le caratteristiche e accettando che la sua realtà faccia da “contrappeso” alla mia Disinvolta Capacità Di Fare Amicizia Con Tutti.

E così io e lei stiamo imparando a parlarci.

O meglio: io sto imparando a non nasconderla e a permetterle di esprimere i suoi bisogni.

Soprattutto quel suo desiderio di stare da sola.

È così che quest’anno ho deciso di non dare totalmente retta al mio Attivista.

Essere sempre pronta ad ascoltare gli altri è un’arte che per rigenerarsi ha bisogno anche di momenti trascorsi in silenzio e in solitudine.

Quella Bambina Antipatica e Brontolona lo sa.

E non se ne vergogna.

“Che senso ha la vita?

Se non per riconoscere se stessi?

Rifugiarsi negli altri serve spesso

per diluire l’impatto della verità.”

(Ok. Ok. Ho capito.)

Quest’estate ho fatto le ferie più lunghe degli ultimi quarant’anni, ma questo non è il risultato più importante del mio percorso di crescita personale.

Il cambiamento vero è nella pienezza, nell’appagamento e nella felicità con cui ho vissuto ogni singolo giorno.

Ogni minuto delle mie vacanze.

La mia Impresentabile Bambina Interiore è felice.

Libera dal razzismo e dall’emarginazione con cui l’avevo stigmatizzata fino ad adesso, può finalmente farmi dono del suo entusiasmo e della sua gioiosa autenticità.

“Che senso ha la vita?

Se non per riconoscere se stessi?” 

Carla Sale Musio

leggi anche:

IO… E IL VOICE DIALOGUE

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ago 19 2016

LE ALI

“Vai! Prendilo”.

L’urlo di incitamento del padrone aizzò il cane, un meticcio scuro e violento.

L’animale si lanciò verso la preda, un vecchio gatto dal pelo ormai opaco e, in quel momento, irto di paura.

Lui capì di non poter fuggire.

E si preparò a fronteggiare il pericolo, sfoderando le unghie verso gli occhi foschi del cane.

Era sempre stato un gatto animoso.

Seppe che sarebbe morto combattendo.

La lotta fu breve e cruenta, poi un morso tenace sul collo.

Gli si appannò lo sguardo, lo abbandonarono le forze.

Il gatto non sentì neanche più dolore.

Gli sembrava di essere tornato piccolo.

Ed era come se la terra lo accogliesse.

Sul suo ventre inerme infierirono le zanne del cane.

Il gatto non vide il suo sangue sporcare quel muso né sentì le risate grevi del padrone dell’animale, un ragazzo violento a cui nessuno aveva insegnato ad amare.

Poi i due si allontanarono, terribili e inconsapevoli.

Nel gatto inerte la mente si spegneva.

Insieme a un ricordo lontano.

*** *** *** ***  

Molti anni prima, era stato scelto in una nidiata di sette: proprio il più bello.

La sua padrona, una bambina, giocava con lui e lo ammirava estasiata.

Fu un periodo denso e felice e lui pensò che gli umani somigliassero a divinità luminose.

La bambina lo baciava, gli diceva che era bello, che gli mancava solo la parola.

Lui capiva tutto.

E a volte sentiva una tenerezza tale che il suo cuore di gatto sembrava scoppiargli.

*** *** *** ***

Poi, tutto cambiò: la famiglia della bambina si trasferì.

Nel nuovo appartamento il gatto sarebbe stato male, diceva il padre.

Meglio lasciarlo nel cortile, dove era stato preso.

Una vecchia si occupava dei gatti e avrebbe badato anche a lui.

Magari sarebbero andati a trovarlo, qualche volta.

La bambina era troppo piccola per opporsi.

Ma lasciare quel gatto fu il primo, lacerante dolore della sua vita.

E quando lo baciò nel salutarlo, riuscì a stento a dirgli che, in realtà, a lei era sempre parso un animale straordinario, un essere del cielo.

Un gatto angelo.

Ma senza le ali.

*** *** *** ***

Lui l’aspettò a lungo, con la fiducia paziente degli animali.

Poi capì che non l’avrebbe più vista.

*** *** *** ***

Il resto della vita come quello di tanti altri gatti.

In più, il ricordo di un’infanzia felice.

*** *** *** ***

L’animale sentì concluso il suo tempo.

Il corpo giaceva, straziato ed informe, ma lui non provava angoscia.

Poi una leggerezza nuova, un senso inatteso di gioia.

E, sulla schiena, il pelo vecchio e intriso di sangue sembrò ammorbidirsi, diventò lucente, si tese.

Il gatto sentì che qualcosa di folle avveniva: due ali spuntavano lente.

Diventò diafano e luminoso.

E capì che poteva volare.

Allora si alzò verso il sole, poi si mise a scrutare la terra.

Il mondo, a guardarlo dall’alto, era bello davvero.

*** *** *** ***

Ma oltremodo stupito, in cielo vide altri animali, luminosi e trasparenti come lui.

Cani, gatti, conigli, criceti, pesci rossi ed iguane.

E tanto altro ancora.

Persino vitelli e caprette …

Per i meriti in vita gli erano nate le ali.

E per l’affetto ricevuto dai loro padroni.

Pappagalli e altri uccellini, che le ali le avevano già, se ne trovarono due in ogni spalla.

*** *** *** ***

Lui si librò, consolato e leggero.

Pensò che dall’alto, guardando fra i tetti e le case, l’avrebbe cercata, avrebbe trovato la padrona di un tempo.

“Dev’essersi fatta ancora più bella”, pensò.

E sentì nascere in cuore la tenerezza di allora.

Gloria Lai

leggi anche:

UNA STORIA

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ago 13 2016

CIBI METADONE E TOSSICODIPENDENZA ALIMENTARE

 

Mangiare in modo sano è diventato sempre più difficile, l’elenco dei cibi che fanno male alla salute cresce di giorno in giorno e disintossicarsi dalla pericolosa bulimia che affligge il mondo occidentale, per conquistare uno stile alimentare in grado di sfamare le cellule senza intossicare l’organismo, sembra un percorso impossibile, una via crucis fatta di insalate scondite e abnegazione.

Naturalmente il mercato non ci suggerisce soluzioni alternative agli innumerevoli alimenti pieni di tossicità che ammiccano sugli scaffali dei centri commerciali.

Gli interessi delle case farmaceutiche e delle multinazionali alimentari mirano a farci credere che modificare la nostra dieta abituale sia un cammino fatto di sofferenza e sacrificio, un percorso pericoloso in cui le malattie mentali oggi tanto in voga: anoressia e bulimia, sono sempre pronte a ghermirci, trascinandoci nel vortice della patologia psichiatrica.

Il far da sé, perciò, è vivamente sconsigliato dai detentori del potere economico!

Che suggeriscono invece di delegare la gestione della salute e insistono sulla necessità di continuare a mangiare di tutto un po’, senza mai eliminare niente, perché smettere di consumare i cibi che acquistiamo quotidianamente potrebbe avere un effetto deleterio sui guadagni di chi specula sull’innocenza e sulla sanità.

Ecco perché, per cambiare le abitudini alimentari, è necessario rimboccarsi le maniche e programmare da soli il proprio viaggio di disintossicazione, abituando l’organismo ai cibi sani in maniera flessibile e progressiva.

Le crisi di astinenza da quelle sostanze tossiche che siamo assuefatti a consumare abitualmente, infatti, sono sempre pericolosamente in agguato e rischiano di far naufragare qualunque tentativo di cambiamento, lasciandoci in eredità un devastante vissuto di fallimenti e impotenza.

Utilizzare i cibi metadone per articolare i vari step che conducono dalla tossicodipendenza alimentare a uno stile di vita più sano e gratificante, è un percorso creativo, efficace e risolutivo, al quale, però, bisogna prestare la giusta attenzione.

Le sostituzioni, infatti, devono essere graduali e tenere in considerazione i bisogni affettivi cui il cibo è connesso.

Bisogni che saranno inevitabilmente soggettivi perché legati alla storia emotiva di ognuno.

Questo spiega perché sia così importante ideare autonomamente le tappe del cambiamento necessario a ritrovare la dimensione naturale e il benessere dell’organismo.

Il nostro corpo, infatti, ricostruisce nel tempo e in maniera soggettiva, le proprie necessità fisiologiche (alterate dalla tossicità di tanti alimenti) fino a ripristinare la salute grazie a una frugalità, meno redditizia per l’economia, ma più adatta alla vitalità e alla lucidità, della mente e del fisico.

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STORIE DI METADONE ALIMENTARE

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Valentino è nato in un paesino della Sardegna, suo padre lavora in una rivendita di formaggi e sua madre fa la casalinga.

Per lui i latticini sono un cibo ricco di ricordi e di emozioni.

La ricotta fatta in casa e il pecorino fresco non devono mancare sulla sua tavola e quando, per ragioni di lavoro, è costretto a trasferirsi a Milano, la mamma gli spedisce ogni settimana i formaggi tipici della sua terra, quasi che, altrimenti, corra il rischio di morire di fame.

Durante una vacanza, però, gli amici lo coinvolgono a provare un’alimentazione priva di prodotti di origine animale.

Il clima estivo, la vita all’aria aperta e la curiosità, spingono Valentino a modificare le proprie abitudini e, verificati nel corpo i benefici di quella dieta, il giovane decide di proseguire con quel nuovo stile alimentare anche al suo rientro in città.

Non essendo un gran mangione e svolgendo regolarmente un’attività sportiva gli riesce facile abbandonare la carne, il pesce e le uova.

L’unico grande problema per lui sono i formaggi che il bambino interiore associa ai momenti di intimità e affetto vissuti in famiglia.

Le crisi di astinenza, conseguenti a quella nuova alimentazione rischiano di intrappolarlo dentro una bulimia da latticini che mina il suo benessere mortificando l’autostima.

Ma, determinato a portare avanti la propria scelta, Valentino scopre i formaggi vegetali e, grazie a loro, anche il metadone alimentare che gli permetterà di liberarsi dalla dipendenza senza penalizzare i sapori e i ricordi dell’infanzia.

* * *

Franca ha cinquant’anni e acquistando dei vestiti si rende conto con dolore di non riuscire più a entrare nella sua taglia abituale.

Una pancia gonfia e prominente offende il suo fisico, un tempo alto e slanciato, facendola sentire terribilmente brutta, vecchia e insicura.

Si sottopone allora a una serie di esami medici e scopre di essere diventata intollerante allo zucchero, alle farine e a diversi altri cibi.

Per veder sparire quella orribile pancia, dovrebbe cambiare radicalmente la sua alimentazione e sostituire i dolci e i carboidrati che le piacciono tanto con un maggior consumo di frutta e di verdura.

Per sopportare la rigida austerità di quella nuova dieta, Franca libera tutta la sua creatività inventandosi una varietà di dolci al cucchiaio con le banane surgelate.

La sua bambina interiore, infatti, adora i cibi morbidi e cremosi e non accetterebbe assolutamente di farne a meno.

Neanche per far sparire quella pancia da vecchia signora!

Il gelato di banana, per fortuna, è un ottimo sostituto di tante prelibatezze soffici di cui è ghiotta e, con un po’ di fantasia e diversi condimenti a base di frutta secca e fresca, Franca riesce a gestire con successo le crisi di astinenza che costellano il suo cambiamento alimentare.

* * *

Letizia vuole dimagrire ma davanti a un piatto di pasta tutte le sue buone intenzioni franano rovinosamente.

“Posso rinunciare a qualsiasi cosa.”

Dichiara sconsolata.

“Ma agli spaghetti non sono proprio capace di resistere!”

Un’amica crudista, però, raccoglie la sfida e le fa assaggiare degli spaghetti ottenuti dalle zucchine crude.

Letizia si lecca i baffi e, da quel momento gli spaghetti fatti con la verdura (non solo cruda, ma anche cotta) diventeranno il metadone necessario a permetterle di superare l’astinenza dalla pastasciutta e di riuscire finalmente a dimagrire senza doversi imporre troppi sacrifici.

Carla Sale Musio

leggi anche:

LIBERI DI MANGIARE?! … o liberi di drogarsi?

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ago 06 2016

IMPARARE DALLE ALTRE SPECIE ANIMALI

“Un movimento perpetuo, somma di infiniti dettagli, sostiene la vulnerabile e precaria biodiversità. Se non decidiamo, se non scegliamo di cominciare una vigilanza globale sospendendo il nostro cieco dominio e la nostra imperdonabile inedia, finiremo per perdere tutto.”   

Myriam Jael Riboldi

Esiste una branca dell’etologia, chiamata Etologia Relazionale, che si occupa delle relazioni tra gli animali, sia all’interno della stessa specie che tra specie differenti.

Le ricerche di questa scienza hanno dimostrato che ogni essere vivente possiede una propria individualità, soggetta a modifiche e variazioni in conseguenza dei rapporti che intrattiene nel corso della vita.

Gli studi documentano quanto lo scambio tra le specie viventi determini importanti cambiamenti nel carattere e nell’evoluzione degli individui, che imparano l’uno dall’altro nuovi modi di comunicare e di vivere.

Le analisi e le indagini compiute dall’Etologia Relazionale ci mostrano con chiarezza come l’evoluzione sia sempre la conseguenza di una rete di relazioni.

Relazioni che, di volta in volta, permettono di scoprire nuove possibilità in seguito alla comunicazione e alla condivisione tra due o più soggetti.

Ciò che accomuna ogni essere vivente (e l’essere umano non è escluso da questi meccanismi) è la capacità di imparare, crescere ed evolvere, grazie al confronto con le altre creature che popolano il pianeta.

Viviamo immersi dentro innumerevoli reti comunicative che condizionano i comportamenti e gli apprendimenti dei partecipanti in misura maggiore o minore secondo il grado di socialità che contraddistingue ogni soggetto.

La biodiversità, cioè l’insieme delle peculiarità che caratterizzano ogni individuo e ogni specie vivente, diventa così una ricchezza, un patrimonio comune cui è sempre possibile attingere per mantenere alte: la curiosità, il desiderio di varietà e di cambiamento, l’avventura, la soddisfazione e la realizzazione, necessarie per vivere una vita appagante e per raggiungere un buono stato di salute, fisica, psichica e sociale.

Per l’Etologia Relazionale, la socialità si misura grazie alla capacità di interagire produttivamente sia con gli altri membri della propria specie che di specie differenti.

Questa scienza rende tristemente evidenti gli aspetti narcisistici e onnipotenti, della specie umana.

Aspetti che ne caratterizzano la patologia e ne evidenziano la pericolosità, soprattutto in questo periodo storico.

Gli esseri umani, infatti, si pongono al di sopra di ogni specie esistente, evitando in questo modo ogni confronto e arrogandosi il diritto allo sfruttamento e all’abuso degli altri esseri viventi.

Una cultura egocentrica e edonista impedisce alla nostra evoluzione di procedere armoniosamente e ci condanna a vivere dentro un universo privo di reciprocità e di relazioni costruttive con le altre specie.

Questa chiusura comporta una totale incomprensione dei valori dell’ecosistema in cui siamo immersi e, autorizzando acriticamente la distruzione dell’equilibrio biodinamico nel quale noi stessi viviamo, conduce inevitabilmente alla devastazione della salute, nostra e del pianeta.

L’Etologia Relazionale pone l’accento sull’importanza di una visione biocentrica (capace di porre la vita stessa, e non l’uomo, al centro delle relazioni) ai fini di un’evoluzione consapevole, responsabile e in grado di rapportarsi con l’intero universo di cui facciamo parte.

E rende evidente quanto il progresso di ogni singolo individuo influenzi il miglioramento delle condizioni di vita, contribuendo a una produttiva cooperazione, intraspecifica ed extraspecifica, o, al contrario, determini un peggioramento della salute, partecipando a una pericolosa distruzione degli equilibri naturali dell’ecosistema cui apparteniamo.

In questo quadro la consapevolezza della nostra specie risente di una patologica chiusura nei confronti delle altre forme di vita.

Chiusura che è indispensabile curare e superare grazie allo sviluppo di una più profonda comprensione del valore della biodiversità e dell’importanza di una condivisione operativamente empatica con le altre creature che popolano il pianeta.

Carla Sale Musio

leggi anche:

SI È SEMPRE FATTO COSÌ

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lug 31 2016

SINTOMI CREATIVI

La creatività rende poliedrici e pronti a scoprire soluzioni nuove per affrontare le difficoltà della vita ma, quando non trova spazi per esprimersi, finisce per manifestarsi nell’unico luogo rimasto disponibile: il corpo fisico.

Per questo le Personalità Creative, a volte, hanno sintomi creativi.

Cioè sintomi fisici senza nessuna causa organica.

L’attacco di panico è uno di questi.

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STEFANIA E LA PAURA DI GUIDARE

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Stefania ha circa quarant’anni quando si presenta nel mio studio per una psicoterapia.

E’ una donna bella, colta, intelligente e piena d’interessi ma, da un po’ di tempo, non riesce a uscire sola da casa.

Fa fatica a guidare e, spesso, anche andare a piedi la fa sentire in pericolo.

Avverte un malessere fisico che la lascia spossata, impotente e sempre più insicura.

“E’ successo all’improvviso, mentre andavo a trovare un’amica. ”

Racconta.

“Volevamo progettare insieme una vacanza. Stavo guidando. E mi sono sentita male.”

“Male… come?” 

“Un malessere strano. Qualcosa che somiglia alla fine del mondo. Sudavo freddo e mi sentivo sprofondare dentro la gelatina, il cuore si è bloccato, le orecchie ronzavano, un silenzio irreale ha permeato tutto e la paura di impazzire si è fatta largo. In quei momenti ho creduto di morire!”

Stefania si fa piccola dentro la sciarpa bianca che le avvolge le spalle.

Solo parlarne la mette a disagio.

Teme, da parte mia, una condanna senza appello: la diagnosi di schizofrenia.

Allo sconforto per la propria impotenza si aggiunge la vergogna di avere una mente che non funziona come dovrebbe.

Indugiare sui sintomi fisici in questi casi non serve.

Amplifica la paura e nasconde l’origine creativa di quelle sofferenze.

É nella storia che si possono trovare le radici.

Le briciole che indicano la strada smarrita, conducono a una Stefania imprigionata e resa impotente da se stessa e dal suo voler bene senza riserve.

Nel corso dei colloqui la verità criptata prende forma.

Figlia unica e molto amata dalla mamma (vedova da quando lei era bambina), Stefania si sta per sposare.

Il suo futuro marito lavora in una città vicina, dove la coppia si trasferirà subito dopo il matrimonio.

La mamma allora rimarrà sola nella grande casa di famiglia, un tempo riempita dalla vitalità e dall’entusiasmo di Stefania e dei suoi amici.

L’anziana signora non vuole pesare sulla ragazza e non mostra a nessuno la tristezza che le morsica il cuore.

Ma Stefania sa.

Senza bisogno di parole.

E creativamente manifesta un sintomo che risolve proprio quella solitudine.

Non lo fa con consapevolezza.

Lo fa istintivamente, come quando si mettono le mani avanti mentre si cade.

La sua paura di muoversi da sola, quel bisogno di essere sempre accompagnata, permette alla mamma di continuare a starle accanto e di occuparsi di lei, anche quando il matrimonio spinge verso una vita più indipendente.

Nel corso della terapia, l’emergere del significato profondo dei sintomi consentirà a Stefania di dare parole alla separazione dalla mamma e di trovare soluzioni meno dolorose.

Oggi Stefania, che di mestiere fa la fisioterapista, ha aperto un piccolo studio anche nella città di sua madre e per un giorno alla settimana si trasferisce da lei.

Proprio come quando era bambina.

Carla Sale Musio

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Leggi il libro:

LA PERSONALITÀ CREATIVA

scoprire la creatività in se stessi per trasformare la vita

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