Lug 21 2017

CHE COS’È LO SPECISMO?

Published by at 10:21 under Psicologia,Psicoterapia

Si chiama specismo la convinzione, ampiamente diffusa, che la specie umana abbia il diritto di differenziarsi da ogni altra forma di vita per poterne abusare a proprio piacimento.

Lo specismo si fonda sulla presunta superiorità della nostra razza e autorizza la discriminazione e lo sfruttamento di tutte le altre.

Lo specismo è una patologia del narcisismo e costituisce la matrice della crudeltà e della violenza.

Una crudeltà e una violenza sconosciute a ogni altra specie.

Solo la nostra specie, infatti, arriva all’abominio di allevare delle creature viventi con lo scopo di sfruttarne le risorse per il proprio piacere.

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Che si tratti di schiavi umani o animali, per la psiche non fa differenza.

La prevaricazione di un essere su un altro costituisce sempre una patologia, ed è la radice di qualsiasi malvagità.

Arrogarsi il diritto di vita e di morte con l’unico obiettivo del proprio divertimento, denota una perversione nel mondo interiore.

Perversione grazie alla quale la superiorità ha come corollario lo sfruttamento, invece della responsabilità, della cura e dell’assistenza.

In una sana evoluzione psicologica, possedere maggiori capacità (comprensione, forza, sensibilità, intuizione ecc.) conduce a una più grande attenzione e stimola la presa in carico e l’accudimento di chi si trova in difficoltà.

Il termine responsabilità, infatti, deriva dal latino: respònsus, participio passato del verbo respòndere: rispondere.

Cioè: prendere su di sé il carico di qualcuno o di se stessi.

Di fronte alla debolezza o all’innocenza, una legge evolutiva impone di intervenire per difendere, sostenere, proteggere e porgere aiuto.

Tuttavia, nella patologia specista i principi della salute mentale e dell’etica sono costantemente disattesi per affermare la liceità della sopraffazione di fronte alla fragilità e all’ingenuità.

Ecco perché nello specismo sono contenuti i semi del razzismo, del sessismo, del machismo, del bullismo, del nonnismo, della pedofilia e di ogni altra forma di brutalità.

La patologia consiste nella convinzione che l’identificazione con il dolore delle vittime sia una forma di debolezza e di stupidità, da cui scaturisce il bisogno di differenziarsene, ottundendo in se stessi l’empatia, la cooperazione e la fraternità, e coltivando il cinismo, l’arroganza e l’indifferenza come valori, capaci di conferire prestigio sociale e potere personale.

In questa chiave, accanirsi goliardicamente su creature che non possono difendersi, permette di sentirsi forti e sicuri di sé, coltivando il narcisismo, l’egoismo e l’insensibilità.

L’assenza d’intelligenza emotiva, che caratterizza la mancata identificazione degli aguzzini con le vittime dei soprusi, segnala l’incapacità di accogliere le proprie parti fragili e la necessità di proiettarle sui rappresentanti esterni, bersaglio tangibile di un odio interiore rimosso, che costituisce il nucleo della patologia.

Una patologia talmente diffusa da essere diventata invisibile e, perciò, difficile da arginare e da curare.

Nella legittimità della sopraffazione si annidano i semi della crudeltà e prendono forma le innumerevoli violenze della civiltà.

Ammettere la prepotenza come espressione naturale e inevitabile di una maggiore capacità, infatti, significa legalizzare la violenza e affermare il diritto del più forte al posto della fratellanza, della cura reciproca e della condivisione delle risorse.

Le conseguenze di questa patologia sono sotto gli occhi di tutti.

Ogni guerra e ogni empietà, trova la propria liceità in un potere coercitivo e prepotente giustificato intimamente.

La patologia scambia la superiorità col predominio, invece che riconoscere il valore della responsabilità e della condivisione.

Non c’è da sorprendersi se poi assistiamo impotenti al dilagare dei tanti gesti crudeli che popolano la cronaca nera.

Uccidere per divertimento ha un costo psicologico elevatissimo e crea un mondo in cui la patologia si sovrappone alla normalità.

Un mondo dove chi non si conforma alle leggi della crudeltà finisce per sentirsi sbagliato e costretto a nascondere la sensibilità come fosse il segno di una pericolosa deformità e non, invece, l’esempio di una elevata intelligenza emotiva e di una sana capacità di amare.

Carla Sale Musio

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