Archive for novembre, 2017

Nov 27 2017

IL PERDONO

Non gli restava molto tempo.

Ormai lo sapeva e si preparava alla fine, ma era un re.

Avrebbe voluto ritirarsi, riflettere, pesare il bene e il male compiuti, ma gli obblighi di governo lo impedivano.

Infine, decise: affidò il regno al più fedele dei suoi ministri.

Così fu libero di affrontare le ombre che gli oscuravano il cuore e chiedere perdono, prima che fosse tardi.

*** *** ***

Lui, primogenito, ebbe il titolo di re e la mano di una donna, giovane e nobilissima, scelta tempo prima dalla casa reale.

Ma suo fratello la amava perdutamente.

E, purtroppo, dallo sguardo rapito della donna, il re comprese che l’amore era ricambiato.

Però le esigenze del regno furono potenti e la ragione di stato inflessibile: quelle nozze erano necessarie.

Lui, poi, era il primogenito, orgoglioso erede del titolo e del reame.

Il giorno del matrimonio, il fratello minore rese omaggio alla coppia di sposi e si ritirò in un suo lontano possedimento.

Da allora i fratelli non si erano più visti.

Il matrimonio del re fu lungo e placido, ma nel sorriso mesto della donna lui intuiva il rimpianto per l’altro.

Lei rispettò il marito e lo onorò fedelmente, anche se l’affetto del re non riuscì mai a scalfirle l’anima.

*** *** ***

Dopo la morte della moglie, la solitudine gli piombò addosso.

Lui l’aveva amata con tenerezza, ne sentiva la mancanza e rimpianse amaramente di averle impedito quell’amore, legandola a sé.

Nessun figlio, inoltre, aveva scaldato il loro matrimonio.

*** *** ***

Il re si preparò per il viaggio.

Voleva raggiungere il fratello e chiedergli perdono per quell’amore non concesso.

Sapeva quanto le ragioni di stato fossero inflessibili, ma allora aveva mancato di coraggio, si diceva.

Doveva imporsi, rifiutare quelle nozze.

Un’altra donna, un’altra famiglia potente le avrebbe trovate, infine.

Ma ormai tutto era già avvenuto. 

*** *** ***

Il fratello, avvertito del suo arrivo, lo aspettava.

Quando se lo trovò di fronte, nell’atrio del palazzo, il re si intenerì a vedergli i capelli brizzolati e il volto segnato.

Non ci fu bisogno di parole: dicevano tutto lo sguardo oppresso del sovrano, la sua presenza, l’antica arroganza abbattuta.

Il fratello fece un passo avanti: i due si trovarono stretti l’uno all’altro.

E gli sembrò di essere tornati bambini, quando si abbracciavano dopo una lite violenta.

 Nell’atrio gelato, sentirono di volersi più bene di prima e la loro anima si confortò al calore di quella stretta.

*** *** ***

Il re percorreva la strada del ritorno, ma doveva ancora rimediare a qualcosa.

Era stato inflessibile con i sudditi: molti erano contadini, lavoravano la terra dei nobili, ma sapevano combattere per difendere il regno.

Da loro aveva sempre ricevuto rispetto e obbedienza.

E adesso il suo rigore gli pesava: la giustizia esercitata con forza, l’impegno preteso sino alla morte nelle guerre combattute e vinte, lo sguardo inflessibile sulle schiene piegate a mietere il grano e a custodirlo, prima di un possibile assedio.

Allora, ordinò che a ognuno di loro venisse offerto un bel pezzo di terra da tramandare ai figli e ai figli dei figli, in memoria del re.

Un gruzzolo di monete venne donato, invece, ad ogni artigiano e ad ogni mercante del regno, che nella passione del loro mestiere avevano onorato il nome del sovrano.

*** *** ***

Era quasi giunto e mentre percorreva l’ultima strada prima del suo palazzo, lo scosse un ricordo lontano.

Era ragazzino e correva a perdifiato sul suo cavallo, quando una biscia enorme gli attraversò il sentiero.

Lui non se ne preoccupò e gli zoccoli del cavallo la massacrarono.

Il re si stupì che quel ricordo futile lo ferisse, ora che era vecchio.

E comprese maggiormente quanto il suo cuore si fosse addolcito nel tempo.

Allora chiese perdono anche a lei, alla biscia uccisa.

*** *** ***

Ormai era tornato al palazzo.

Si sedette, in attesa.

Un bussare leggero alla porta della stanza.

Lui sussultò, si avvicinò all’uscio, lo aprì lentamente.

Gli apparve una donna vestita di scuro.

Il re sentì il cuore tremare, ma la guardò in volto e si stupì nel trovarla bellissima.

Lei lo prese per mano e lui sentì il calore di quelle dita, poi si fece guidare docilmente.

Oltrepassò la soglia.

E in quel momento lo raggiunse una musica lontana.

Il re esitò, poi la riconobbe.

Era la nenia che gli cantava sua madre, quando da bambino aveva paura del buio.

Poi lo stringeva tra le braccia, che odoravano di rose e gelsomini.

Gloria Lai

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LA CARROZZELLA

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Nov 20 2017

L’IMMATERIALITÀ NON PUÒ MORIRE

La nostra certezza di esistere poggia su una consapevolezza che sfugge al pensiero concreto.

La percezione di sé non è misurabile con gli strumenti della scienza, non è oggettiva, ripetibile o quantificabile, appartiene a un sentire interiore che possiamo convalidare soltanto ascoltando noi stessi.

“Penso, dunque sono.”

Sosteneva Cartesio, per confermare la propria realtà senza perdersi nell’ingannevole percezione materiale dei sensi.

La nostra più profonda verità è personale, intima, esiste al di fuori dello spazio e del tempo in una dimensione della coscienza diversa da quella della corporeità.

L’immaterialità non trova conferme nei laboratori scientifici, non è contemplata dai programmi scolastici e non ne parlano i telegiornali, tuttavia si tratta di un sapere con cui ci dobbiamo confrontare.

Inevitabilmente.

Soprattutto quando ci interroghiamo sul significato della vita e della morte.

Chi bazzica il mondo interiore, per mestiere o per scelta, è facilitato in questo compito perché impara a orientarsi nella soggettività che caratterizza i vissuti emotivi.

Chi invece ha bisogno di ottenere le proprie conferme da una dottrina esterna a sé, quando si trova davanti alla morte delle persone che ama, sprofonda in un baratro di dolore e di difficoltà.

La mancanza fisica, infatti, provoca uno strappo nell’anima, una ferita che si rimargina grazie alla fiducia nel proprio sentire e nella permanenza dei legami affettivi.

Tuttavia, parliamo di una certezza indimostrabile in laboratorio, perché l’amore sfugge agli strumenti della scienza e si convalida soltanto ascoltando il proprio cuore.

Così, se vogliamo comprendere cosa succede quando il corpo non c’è più, dobbiamo aprirci a una realtà soggettiva, fatta di sentimenti più che di apparecchiature mediche o di rituali religiosi, e abbracciare un sapere fondato sull’ascolto della propria intima verità.

“Cogito, ergo sum.”

Ci ricorda Cartesio, sottolineando il valore imprescindibile del nostro pensiero e del nostro sentire interiore, e affermando l’importanza di una realtà che esiste dentro noi stessi.

Come il pensiero anche l’amore possiede una pregnanza che è irraggiungibile basandosi soltanto sui cinque sensi.

Eppure, nonostante la sua mancanza di prove concrete, è una verità che nessuno può ragionevolmente mettere in discussione.

Non è possibile affermare che l’amore non esiste.

Sappiamo tutti con matematica certezza che un’esistenza senza amore perderebbe il suo valore riducendosi a un cumulo di esperienze prive d’intensità e di significato.

(Lo verificano quotidianamente gli specialisti della psiche che si occupano di patologie conseguenti alla mancanza di amore.)

L’amore è un’energia imprescindibile e immortale perché si colloca fuori dalla caducità della materia, in uno spazio intimo fatto di sensibilità.

Non si può misurare con gli strumenti della scienza, tuttavia determina la salute o la malattia ed è la causa prima della nostra sopravvivenza e di una esistenza appagante.  

Senza amore si muore.

Ma soprattutto muore la consapevolezza della profondità della vita.

Studiare le dimensioni dell’amore significa uscire dalla tirannia della materialità e avventurarsi in un mondo sottile, fatto di soggettività e di evidenze interiori.

La morte è una di queste.

E l’orrore che l’accompagna è tale soltanto quando la osserviamo indossando gli occhiali della corporeità.

Quando muore una persona cara la sofferenza per la perdita della fisicità ci toglie il respiro.

Ma spesso l’anima sembra imperturbabile di fronte alla catastrofe che pure stiamo vivendo interiormente.

Tante persone raccontano un’inspiegabile indifferenza nonostante la scomparsa di qualcuno che hanno amato moltissimo.

“Ero come anestetizzato.”

“Sapevo che era successo qualcosa di terribile eppure non mi sembrava reale.”

“Non provavo nulla.”

“Mi sentivo quello di sempre, come se non fosse successo niente.” 

Sono parole cariche di sgomento, quasi uno scoprirsi aridi e privi di sentimenti.

Tuttavia sono proprio queste le sensazioni che segnalano la continuità dell’amore, la convinzione inconfessabile che nulla sia realmente cambiato.

L’amore, infatti, non finisce.

Nemmeno quando si muore.

Vive al di fuori del tempo, in un piano della coscienza che non è misurabile con i cinque sensi.

In quello spazio intimo e profondo tutto esiste in un eterno SEMPRE e il legame che ci unisce continua a svilupparsi, perché è fatto di un’energia che non può morire.

La certezza di questa immortalità dimora in una dimensione infinita e onnipresente.

E ci accompagna in ogni istante della nostra esistenza.

La morte è la fine del corpo e dell’esperienza materiale.

Se ci diamo il permesso di guardare oltre i confini della fisicità, scopriamo un mondo nascosto fatto della stessa essenza impalpabile di cui è fatto il pensiero e altrettanto vitale.

Ammettere la permanenza dell’amore significa osservare la morte da un punto di vista nuovo, capace di accogliere la Totalità dell’esistenza superando i limiti della concretezza e imparando i codici dell’infinito.

Solo così è possibile ascoltare le voci di chi non esiste più nello spazio e nel tempo ma cerca di raggiungerci parlando al nostro cuore.

Carla Sale Musio

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PARLARE CON CHI NON HA PIÙ UN CORPO 

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Nov 13 2017

COME SCEGLIERE UNO PSICOLOGO

La decisione di contattare uno psicologo è sempre un momento difficile che arriva dopo innumerevoli tentativi di risolvere da soli i problemi e si accompagna alla sensazione di non avere altra scelta.

Mettere la propria vita in mano a una persona sconosciuta non è semplice, presuppone il coraggio di raccontare il disagio interiore e richiede fiducia nelle competenze di chi ascolta.

Il legame che unisce lo specialista e chi gli chiede aiuto avviene tra persone impegnate a risolvere lo stesso problema e coinvolge profondamente la sfera affettiva.

Una relazione terapeutica non riguarda esclusivamente il rapporto professionale: è un modo di condividersi e stare insieme diverso da qualunque altro.

E questo vale sia per il professionista sia per il cliente, anche se i ruoli e le modalità interattive sono diverse.

Gli argomenti che raccontiamo nel segreto della psicoterapia, infatti, non sono quelli di cui parliamo con gli amici, i parenti, il medico, il sacerdote o il nostro partner.

Le idee prendono forma nel corso dei colloqui e producono una profonda trasformazione interiore.

È difficile spiegare quello che succede durante un percorso di crescita personale.

A uno sguardo superficiale i colloqui clinici potrebbero apparire delle chiacchierate informali, spesso prive di un filo logico e consequenziale.

Tuttavia lo scambio tra il terapeuta e il paziente è un dialogo intimo, fatto di associazioni, di ricordi, di sensazioni impercettibili e di vissuti che si muovono fuori dal tempo, in una dimensione sincronica e inconscia.

Durante le sedute si utilizza prevalentemente l’emisfero destro del cervello, quello della creatività e delle emozioni.

La logica, che appartiene all’emisfero sinistro, agisce dietro le quinte indirizzando le domande del terapeuta in modo da suscitare risposte spontanee, immediate e libere da censure.

Un bravo psicologo deve saper ascoltare e deve saper individuare le risorse necessarie all’emergere dei cambiamenti.

In questa professione la preparazione, l’aggiornamento, la ricerca e lo studio sono importantissimi.

Ma ciò che è davvero IMPRESCINDIBILE è la capacità di mettersi in gioco lasciando emergere dentro di sé le stesse problematiche di chi chiede aiuto.

Naturalmente l’esplorazione personale deve avvenire senza coinvolgere l’altro nei propri vissuti, esaminando in se stessi le medesime difficoltà sia durante il lavoro clinico sia nella solitudine.

E questa è la parte più difficile, la caratteristica che fa di uno psicologo: uno strumento efficace al servizio del paziente.

Nessuno può curare ciò che non è disposto ad accogliere dentro di sé.

Questo non vuol dire che un terapeuta debba fare le medesime esperienze di chi gli chiede aiuto.

Ciò che occorre è la capacità di sedersi dall’altra parte della scrivania, sperimentando sulla propria pelle cosa si prova quando ci si rivolge a uno specialista della psiche.

Uno psicologo che non va dallo psicologo non è un bravo psicologo.

Perché nessuno può aiutare un altro a risolvere i propri problemi se non possiede l’umiltà necessaria per chiedere aiuto a sua volta.

Nelle professioni sociali questa è una delle risorse più importanti e meno facili da individuare.

Nel curriculum professionale si riportano i titoli di studio, le specializzazioni e le esperienze lavorative ma non è necessario rispondere alla domanda:

“Quali percorsi di crescita personale hai fatto e quali stai seguendo attualmente?”

Eppure questa informazione è cruciale per comprendere lo spessore emotivo della persona a cui abbiamo deciso di affidare la nostra intimità e la nostra sofferenza interiore.

Per scegliere uno psicologo che sia veramente BRAVO è necessario conoscere il suo orientamento professionale e le sue competenze lavorative ma è INDISPENSABILE sapere quali siano stati i suoi terapeuti e da quanto tempo è (o non è) in terapia.

(Se non si è sottoposto a un trattamento personale per un periodo più lungo di due anni… probabilmente conviene diffidare!)

Per svolgere bene questo mestiere, infatti, è necessario affrontare periodicamente un training personale con un collega preparato e altrettanto capace di mettersi in discussione.

Non è possibile trascorrere le giornate ad ascoltare i problemi degli altri senza esserne coinvolti e senza individuarne le risonanze nel proprio mondo interiore.

Un bravo psicologo non si vergogna di essere seguito in psicoterapia: sa che i pazienti sono i più grandi maestri perché in questa professione (come nella vita) ogni persona incarna una verità che implora di essere riconosciuta e accettata.

Dapprima dentro di sé.

E poi negli altri.

Carla Sale Musio

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PAZIENTI O MAESTRI?

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Nov 07 2017

VORREI CAMBIARE ALIMENTAZIONE MA…

Cambiare le abitudini alimentari è un’impresa difficile e insidiosa che bisogna programmare con cura per evitare delusioni, ricadute e pericolosi vissuti di impotenza.

Per la specie umana mangiare è un rituale intimo e sacro che affonda le radici nelle tradizioni personali, famigliari e sociali, coinvolgendo il sistema psichico e fisico su diversi livelli contemporaneamente.

Come ci insegna la psicologia, l’infanzia del cucciolo d’uomo è caratterizzata da una fase orale, cioè dalla necessità di esplorare il mondo portando ogni cosa alla bocca.

Nei primi mesi, l’allattamento crea tra la mamma e il bambino un’unione così profonda da sostituire l’appartenenza fusionale che caratterizza la vita intrauterina.

Questa meravigliosa sensazione di amore e appartenenza è comune a tutti i mammiferi ma negli esseri umani si carica di significati che vanno oltre le necessità nutritive e fa sì che l’atto di mangiare si trasformi in un sostituto affettivo, spesso irrinunciabile.

Nella società umana il tempo concesso alle madri per stare con i propri cuccioli è sempre più limitato dagli impegni professionali.

Infatti, se da un lato le pari opportunità hanno permesso alle donne di entrare nel mondo del lavoro, dall’altro hanno penalizzato il tempo dedicato alla maternità, costringendo i più piccini ad adattarsi a uno stile di vita frenetico e costruito sulle esigenze del mercato economico più che sulle relazioni fra genitori e bambini.

Le specie animali diverse dalla nostra non sentono il bisogno di lavorare per vivere.

Lo stile di vita degli animali, legato ai ritmi della natura, permette alle mamme un rapporto intimo e costante con i loro piccoli, dando forma a una relazione fatta di fisicità, di contatto e di appartenenza reciproca, in cui l’allattamento è soltanto un aspetto e, certamente, non il più importante.

Le madri umane, invece, sono sempre di fretta e, nel tentativo spasmodico di conciliare le necessità lavorative con le esigenze della genitorialità, non saturano mai il bisogno fusionale che le unisce ai propri cuccioli.

Questo fa sì che il tempo dedicato alla nutrizione sostituisca progressivamente il desiderio di contatto e di appartenenza, trasformandosi in uno strumento di gratificazione affettiva ben oltre le necessità della sopravvivenza.

È in questo modo che i pasti sono diventati il momento privilegiato di condivisione dell’affetto, sostituendo un’infinità di bisogni relazionali indispensabili alla salute emotiva e fisica degli esseri umani.

Sapori e odori richiamano alla mente situazioni passate, positive o negative, riaccendendo memorie dimenticate da tempo.

E, di sicuro, ognuno di noi potrebbe compilare una lista di cibi talmente evocativi da provocare l’emergere di ricordi, vissuti ed emozioni soltanto assaporando un boccone!

Gusti e aromi imprescindibili costellano la storia di ogni essere umano e vanificano spesso il desiderio di modificare il modo di alimentarsi.

Infatti, quando la condivisione dei pasti prende il posto della condivisione dei sentimenti e del piacere, i momenti dedicati al cibo assumono un valore insostituibile perché creano legami e intimità altrimenti impossibili da realizzare.

La cura prodigata nella preparazione degli alimenti diventa così il canale privilegiato per esprimere l’affetto, consolidare l’appartenenza al gruppo e regalare uno spazio magico di appagamento.

Questo spinge a incanalare la creatività nella ricerca di sapori sempre nuovi, capaci di coinvolgere e sorprendere le persone amate, mentre allenta la spinta verso la realizzazione personale in favore della tradizione e dell’approvazione sociale.

Viviamo nella cultura dell’appetitoso, saporito, stuzzicante, gustoso… e nella ricerca costante di pietanze in grado di stimolare l’appetito consentendoci di assaporare sempre di più i momenti dedicati ai piaceri della tavola.

Ma tutta questa affettività alimentare se da un lato ci consente di sopravvivere in un mondo frenetico e in corsa verso la propria distruzione, dall’altro conduce a una patologica dipendenza dall’ingurgitare quantità spropositate di sostanze spesso tossiche e dannose per la salute.

L’obesità è diventata la normalità e nessuno si sorprende più davanti al proliferare delle intolleranze alimentari, del diabete, del cancro, dell’ipertensione… e di tutte quelle innumerevoli patologie conseguenti a uno smodato consumo di vivande sempre nuove e diverse.

Il gusto è ormai una sorta di divinità onnipotente e magica, capace di trasformare il bisogno di sopravvivenza in un momento ricco di suggestioni emotive, fino a sostituire quella condivisione intima e profonda che caratterizza la relazione tra la mamma e il bambino.

Per non sentirsi soli e calmare l’angoscia, almeno per un po’, basta portare qualcosa alla bocca!

E come per miracolo, nell’intorpidimento languido che accompagna la digestione e sposta le energie dalla mente allo stomaco, il dolore si attenua concedendo una tregua dal ritmo incalzante della nostra civiltà.

Viviamo nella cultura del palato e il sapore ha preso il posto di ogni altro piacere, rimpiazzando l’intimità, la creatività, la curiosità, l’empatia e la condivisione di sé e della propria preziosa unicità.

La realizzazione di una buona cena ha sostituito la realizzazione personale, consentendoci di chiudere la mente e di dimenticare le brutture che ammalano la nostra esistenza.

Cambiare le abitudini alimentari significa perciò cambiare il proprio modo d’intendere la vita e cominciare a costruire alternative nuove per stare insieme (a se stessi e agli altri).

Occorre attuare una rivoluzione nel proprio mondo interiore e nel modo di organizzare le proprie giornate, riservando uno spazio (diverso dal cibo) dedicato al piacere e all’ascolto di sé.

Fino a quando cercheremo nel gusto un antidolorifico facile da reperire e gradevole da ingerire, la trappola alimentare ci terrà incatenati dentro una pericolosa dipendenza psichica e fisica.

Perciò affrontare un cambiamento nel modo di nutrirsi vuol dire armarsi di pazienza e affrontare la trasformazione più importante che ci sia.

Quella che veramente consente di cambiare il mondo, perché modifica i presupposti su cui è costruita la nostra società.

Una vita migliore non nasce dall’imposizione di nuove regole comportamentali ma dal progressivo riappropriarsi della libertà e del potere creativo.

Restituire all’alimentazione il suo valore naturale legato soltanto alla sopravvivenza consente di scoprire nuove energie dentro di sé e permette di aprirsi a una nuova umanità, non più schiava degli alimenti ma capace di scegliere di che cosa è davvero necessario cibarsi.

Per stare bene nel corpo, nella mente e nell’anima.

Carla Sale Musio

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Nov 01 2017

A PROPOSITO DELLA PAURA DELLA MORTE…

Finché siamo giovani la vecchiaia e la morte ci appaiono così lontani che non sembrano riguardarci davvero.

Siamo catturati dal bisogno di esprimere e realizzare noi stessi e l’idea che prima o poi dovremo lasciar perdere tutto appare lontana e imprendibile.

Eppure gli anni scappano via uno dopo l’altro e, più rapidamente di quanto non avessimo previsto, ci ritroviamo ad abbandonare la corporeità per affrontare un evento sconosciuto, angosciante e misterioso.

In quel momento, la paura e il dolore rendono difficile comprendere pienamente ciò che accade.

Viviamo fingendo che la morte non esista.

Totalmente assorbiti dal raggiungimento di beni materiali e spesso effimeri, non ci fermiamo mai a valutare davvero la portata e il valore della fine dell’esperienza terrena.

Corriamo nella vita evitando di pensare che un giorno avrà termine e, quando si avvicina il momento di lasciare il corpo, scopriamo di essere del tutto impreparati ad accoglierne il significato e la profondità.

Nessuno ci insegna come attraversare quella metamorfosi così definitiva e importante.

I programmi scolastici non prevedono la conoscenza del mondo immateriale.

La scienza analizza soltanto i dati concreti: il cuore smette di battere, l’elettroencefalogramma è piatto, l’organismo si decompone e, infine, diventa polvere.

Le religioni raccontano che l’anima si sposta in un altro luogo dove non è possibile raggiungerla (paradiso, purgatorio, inferno, reincarnazione…) e dove Dio, il karma o qualcos’altro, giudicheranno le nostre azioni destinandoci al premio o al castigo; ma parlano per dogmi e richiedono fede.

La ragione, lacerata tra il bisogno di comprendere e la paura di non farcela, finisce per accantonare il problema impegnandosi nelle mille imprese che costellano la quotidianità.

È così che un brutto giorno scopriamo che è giunto il momento di oltrepassare le Colonne d’Ercole.

La fine della vita è arrivata e noi non siamo pronti per accettarla e per attraversare i piani della coscienza senza lasciarci travolgere dalla paura dell’ignoto.

Tuttavia, il corpo si prepara molto tempo prima di quell’istante conclusivo; comincia a darci i segnali del cambiamento un giorno dopo l’altro, all’inizio quasi impercettibilmente e poi sempre più chiaramente.

Sta a noi accordargli la giusta attenzione fermando il vorticoso meccanismo della distrazione per accogliere il passaggio in tutta la sua intima e profonda intensità.

La vecchiaia, quel cambiamento progressivo e inesorabile che rende il fisico sempre meno prestante ad affrontare le prove dell’esperienza materiale, corrisponde al formarsi di uno strumento adatto a muoversi nelle forme più rarefatte in cui la morte ci accompagnerà.

Se osserviamo la decadenza fisica dalla prospettiva immateriale, scopriamo che il “deterioramento” è in realtà uno spostamento sui livelli sottili dell’esistenza.

Il declino fisico segnala che un altro corpo sta prendendo forma.

Gli animali lo chiamano “fare il bozzolo”, indicando con ciò il trasferimento progressivo della consapevolezza al di fuori dalla dimensione terrena.

Per questo quando arrivano in prossimità della morte preferiscono isolarsi lasciando che la natura faccia il suo corso senza ostacolarla.

Nelle loro culture legate ai ritmi della creazione la morte non è combattuta con la foga con cui noi l’avversiamo.

Dal nostro punto di vista carico di superiorità e di giudizio i loro atteggiamenti possono essere scambiati erroneamente per indifferenza, tuttavia nel loro stile di vita sempre attento all’ecosistema, la medicina, i farmaci e l’accanimento terapeutico, che caratterizzano la società umana non sono contemplati.

Per le altre specie la morte è un passaggio, a volte doloroso, ma inevitabile.

È con questa consapevolezza che lasciano andare i loro simili e se stessi nel momento del trapasso.

Proprio come il bruco diventa inutile e isolandosi si trasforma in una meravigliosa farfalla, così il corpo perde le sue funzionalità permettendo all’energia individuale di trasferirsi nelle configurazioni necessarie a continuare l’avventura della conoscenza su altri livelli della realtà.

Ecco perché “invecchiare” dal punto di vista immateriale indica uno spostamento e non un deterioramento.

Se osserviamo la vecchiaia da una diversa prospettiva, scopriamo che è un tempo necessario a prendere confidenza con le leggi che governano i piani impalpabili della coscienza.

Un tempo in cui l’organismo perde le sue capacità mentre chi lo abita, l’io, l’osservatore, il testimone che ci accompagna silenzioso dal primo all’ultimo giorno della vita, non invecchia.

Quella presenza consapevole percepisce che il corpo si sta fermando ma sa che tu non ti stai fermando, al contrario, stai accelerando!

Ti liberi dalle strettoie del tempo e dello spazio e impari a fluttuare nell’immensità.

In quei momenti l’inconscio schiude le sue potenzialità e spalanca le porte dell’eterno presente mostrando la coesistenza di infinite possibilità.

Tutto cambia.

Nel passaggio che conduce alla rarefazione, l’organismo perde la sua funzione di veicolo fisico e l’io si sente sempre più vivo, leggero e pronto ad affrontare una nuova avventura.

Ecco perché gli anziani dormono spesso e si confondono facilmente, scambiano il giorno con la notte, il prima con il dopo, il presente con il passato: ondeggiano nel tempo mentre imparano a esistere senza il tempo.

Il cervello, che è stato lo strumento principale per decodificare la materialità, diventa inutile a leggere i nuovi codici della rarefazione.

Prende forma un’essenza più lieve, capace di planare nelle dimensioni come una farfalla.

Per lo stesso motivo anche i piaceri che appartengono alla fisicità perdono d’importanza lasciandoci scoprire appagamenti nuovi.

Non più il cibo, la sessualità, il chiasso, le feste, le chiacchiere, le emozioni forti… ma un ascolto intimo e profondo che conduce fuori dalle passioni nel mondo senza confini della Totalità.

Un mondo che in tanti hanno provato a raccontarci, sia dopo le esperienze di premorte che nei sogni, nelle comunicazioni telepatiche e nel channeling post morte, ma che è così difficile da accettare e da comprendere quando la fisicità fa sentire ancora con urgenza il suo richiamo.

La paura della morte intreccia l’ignoranza sul significato della vita.

Aprirsi a una conoscenza che va oltre i cinque sensi per accogliere una realtà intima fatta di sensazioni, di intuizioni e di un sapere che nasce dentro di sé un attimo prima che sia stata formulata la domanda, permette di comprendere i cambiamenti impercettibili che ci conducono oltre la materialità, creando un ponte tra le dimensioni.

Una cultura nuova abbraccia ciò che attiene alla fisicità e ciò che invece la trascende, aiutandoci a colmare i vuoti che riducono la fine della vita a una perdita d’identità, di valore e di presenza.

Per costruire un mondo migliore è necessario abbattere il pregiudizio che ammanta la morte di tristezza, e oltrepassare i limiti dello spazio e del tempo dando forma a un’unione profonda fatta di legami autentici e immortali.

Solo così si permette all’amore di dispiegare tutta la sua verità.

Carla Sale Musio

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ANIMALI E COMUNICAZIONE CON I DEFUNTI

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