Archive for the 'Psicologia' Category

set 16 2017

ANIMALI E COMUNICAZIONE CON I DEFUNTI

Crediamo che la nostra sia l’unica cultura degna di questo nome e disprezziamo le altre creature giudicandole rozze e stupide.

Eppure, quelle che presuntuosamente definiamo bestie possiedono una conoscenza che noi abbiamo dimenticato e comprendono la vita senza dipendere dalle parole.

Gli animali conoscono il valore di ciò che non si vede e padroneggiano d’istinto le percezioni immateriali.

Possiamo verificarlo ogni volta che interagiscono tra loro senza emettere alcun suono.

Grazie a una partecipazione silenziosa e impercettibile, le altre specie condividono la voglia di giocare, la curiosità, il piacere di conoscersi, la rabbia, la paura, il confitto, l’unione, il corteggiamento, l’amore…

Sentono interiormente i vissuti reciproci e si comportano di conseguenza.

Quando muore una persona cara, il desiderio di riabbracciarla ci spinge a desiderare un modo per ricongiungerci nonostante la mancanza della fisicità, e il più grande limite che incontriamo è legato alla dipendenza dai suoni e dalle parole.

Abbiamo bisogno della concretezza.

Diversamente dagli animali, non siamo capaci di cogliere in noi stessi gli avvenimenti interiori, non sappiamo distinguere i vissuti intimi dal flusso ininterrotto dei pensieri che affollano la mente.

Preferiamo affidare la nostra conoscenza alla vista, all’udito, alle consuetudini, agli scienziati o alla tecnologia, e deridiamo la telepatia, l’istintualità, la sensitività e l’intuizione che caratterizzano il sapere degli animali.

Neghiamo a noi stessi la possibilità di utilizzare il sesto senso e ignoriamo le profondità dell’empatia.

Così, quando le persone che amiamo abbandonano il corpo, non sappiamo come fare per ritrovarle e veniamo travolti dalla sofferenza.

In quei momenti la vita sembra un gioco crudele volto a farci impazzire.

La mancanza della fisicità ci coglie inermi, disperati e soli.

Abbiamo perso i codici dell’invisibile e disprezziamo i maestri che potrebbero aiutarci.

È faticoso assumersi la responsabilità della propria ignoranza e ammettere che tutto quel dolore dipenda dalla convinzione di una superiorità arbitraria e inesistente.

È difficile accettare che non riusciamo a sentire la presenza di chi è privo del corpo perché abbiamo calpestato il valore delle comunicazioni intime e profonde, fatte di percezioni senza parole.

Tuttavia, chi vive con un cane o con un gatto (ma anche con un coniglio, con un porcellino, con una pecora, con una gallina…) può osservare quotidianamente il sapere delle altre specie.

I nostri animali, infatti, avvertono la realtà dentro di sé e sanno quando abbiamo deciso di portarli dal veterinario, di fargli il bagno, di uscire per una passeggiata o di dargli da mangiare.

Lo intuiscono e si fidano di ciò che sentono.

Non cercano le prove scientifiche.

Non ne hanno bisogno.

Quando muore una persona cara, la necessità di recuperare quel linguaggio senza parole diventa l’unica via per ritrovare chi abbiamo amato, oltre l’annientamento imposto dal pensiero scientifico alla morte del corpo fisico.

La possibilità di sperimentare ancora la presenza immateriale dei nostri cari passa attraverso l’ascolto di un’intimità fatta di sensazioni impalpabili.

In quei momenti l’anima cerca la continuità del legame dentro un vissuto profondo che chiamiamo: unione.

In quella partecipazione interiore è racchiusa la percezione dell’intesa indissolubile che sopravvive nell’intimità di ciascuno, oltre le barriere dello spazio e del tempo.

Il cuore la riconosce d’istinto.

Gli animali lo sanno da sempre.

La specie umana (intrappolata nella propria presunzione) chiede conferme agli esperti e si priva dell’autenticità capace di restituire senso alla vita.

E alla morte.

Carla Sale Musio

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PARLARE CON CHI NON HA PIÙ UN CORPO

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set 09 2017

LE RADICI DELLO SPECISMO

Nel tentativo di sentirci amati occultiamo (anche a noi stessi) i tratti del carattere che non incontrano il favore degli altri, e costruiamo un’immagine idealizzata focalizzando l’attenzione sulle nostre parti migliori e occultando ciò che ci appare inadeguato e sconveniente.

Prende forma così un razzismo interiore che sostiene i comportamenti consoni al mondo esterno e rinchiude nelle segrete dell’inconscio tanti aspetti rinnegati, portandoci a disprezzare chiunque si permetta di manifestare gli atteggiamenti che abbiamo censurato interiormente.

I meccanismi della rimozione e della proiezione, infatti, consentono di cancellare dalla coscienza ciò che non ci piace, invitandoci a combatterlo fuori di noi nello sforzo di differenziarcene.

Questo gioco perverso è l’origine di ogni guerra e di ogni violenza.

Nella psiche esiste la Totalità e separare drasticamente il buono dal cattivo spezza la completezza che caratterizza il benessere, portandoci a vivere nella mancanza e nell’insoddisfazione.

Gli opposti si richiamano continuamente l’uno con l’altro e interiormente non sono divisibili.

Le contrapposizioni sono facce di una stessa medaglia, aspetti inscindibili della verità.

Come ci insegna il Tao: lo yin contiene sempre lo yang, e viceversa.

E come ci ricorda l’Ermetismo: Tutto è Uno.

Separare il bene dal male serve a comprendere due modi diversi di manifestarsi.

Tuttavia, combattere il male nel tentativo di liberarsene non fa che aumentarne la potenza, mentre incrementare il bene inevitabilmente amplifica anche il suo contrario.

Tutto questo può apparire sconcertante e senza soluzione in un mondo abituato a dividere e combattere.

Occorre aprirsi a una cultura nuova per comprendere il valore dell’integrità.

Questo non significa legalizzare la crudeltà.

Al contrario!

Accogliere in sé la malvagità insieme alla bontà permette di scoprire il valore dell’interezza e di accettare ogni aspetto di sé, riducendo il bisogno di lottare per separarsene.

Quando ci schieriamo erigiamo un muro dentro noi stessi e, nel tentativo di separare le cose che giudichiamo buone da quelle cattive, alimentiamo la guerra interiore.

La bontà è tale soltanto quando la cattiveria ne evidenzia i contorni.

E insieme formano un’unica verità.

Inscindibile.

Censurando nel mondo intimo una metà della mela rinunciamo al potere della Totalità e, per ritrovare l’intero che abbiamo manomesso, ci condanniamo a dipendere da qualcosa posto fuori di noi.

Comprendere i meccanismi psicologici e le perversioni indotte dalla cultura della violenza è l’unica strada per uscire dalla sofferenza che attanaglia la nostra società.

La chiave per un mondo migliore è fatta di accoglienza e di comprensione e permette di evolvere le energie distorte fino a cogliere il dono che sono venute a portare al mondo.

Dosi omeopatiche di cattiveria servono ad agire importanti trasformazioni nella vita di tutti i giorni e aprono le porte a una partnership fondata sulla condivisione, sulla cooperazione e sulla fratellanza.

Oggi però si preferisce il “dividi e impera” alimentando la prepotenza nel tentativo di estirparla.

Le conseguenze di quest’uso perverso dei meccanismi psicologici sono sotto gli occhi di tutti.

La proiezione delle parti negative è un’abitudine condivisa.

Anche da tante anime buone che combattono ogni giorno contro la crudeltà.

È in questo quadro che prende forma lo specismo.

Gli abusi contro gli animali perpetuano la violenza nel mondo esterno e consolidano la censura nell’interiorità di ciascuno, alimentati dalla rimozione e dalla proiezione che ognuno agisce dentro di sé e sponsorizzati da una cultura che affonda le radici nella discriminazione.

Si tratta di una violenza invisibile, abilmente nascosta agli occhi di tutti grazie a un bombardamento psicologico che intreccia la crudeltà con la dolcezza fino a renderla invisibile.

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LA CONFUSIONE IPNOTICA

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Esiste una tecnica ipnotica chiamata “della confusione” che permette di scivolare in un piacevole stato di obnubilamento grazie a un conflitto provocato ad arte nella psiche.

Utilizzando questa tecnica s’induce uno stato di trance alternando rapidamente messaggi contradditori: rassicuranti e allarmanti contemporaneamente.

Durante un corso di formazione ho visto scivolare improvvisamente nel sonno ipnotico un collega che si era offerto volontario per una dimostrazione.

Il trainer prese a girargli intorno, dapprima dolcemente e amichevolmente poi sempre più minacciosamente, fino a che, lanciando un grido improvviso, lo fece sprofondare nella trance sostenendolo tra le proprie braccia come se si trattasse di un bambino.

Ci spiegò in seguito che la psiche entra in uno stato di allarme davanti a segnali incongruenti di amicizia e inimicizia insieme, e un modo facile per liberarsi della tensione consiste nell’abbandonare il campo entrando in uno stato ipnotico.

Nel corso della dimostrazione il collega volontario si era sentito spiazzato, non riuscendo a valutare se i movimenti dell’insegnante fossero rissosi o confidenziali e, nel momento in cui un vocalizzo improvviso aveva intensificato il conflitto, inconsciamente si era rifugiato nella trance per uscire da quell’incertezza.

Quando acquistiamo prodotti di origine animale subiamo tutti inconsapevolmente la Tecnica Ipnotica della Confusione.

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MESSAGGI INCONGRUENTI

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Nessuno può negare che allevare delle creature docili e innocenti per soddisfare i piaceri effimeri della vanità o del gusto, sia frutto di un comportamento cinico, crudele e privo di etica e di empatia.

Eppure ogni giorno, immersi in una trance indotta da esigenze commerciali, riconfermiamo con le nostre scelte la violenza e lo sterminio di tanti esseri colpevoli soltanto della propria ingenuità.

Il conflitto, tra una pubblicità rassicurante quanto ingannevole e la voce della coscienza che interiormente ne segnala l’orrore, ci sprofonda in un’incoscienza ipnotica sostenuta abilmente dagli interessi delle multinazionali.

Le immagini della pubblicità, infatti, raffigurano gli animali felici di essere maltrattati e uccisi per soddisfare i desideri della specie umana.

Ci sono le ochette bianche, raggianti di essere spiumate per diventare l’imbottitura delle nostre giacche e dei nostri divani.

Ci sono le mucche pezzate con i loro grandi occhi dolci, entusiaste mentre vengono uccisi i loro figlioletti per mangiarne le carni e rubare il latte.

Ci sono i porcellini rosei che saltellano nei prati, gioiosi di essere sgozzati per diventare il pasto dell’uomo.

Sappiamo tutti che quelle immagini occultano una verità diversa e terribile, colma di crudeltà e di indifferenza per il martirio di tante creature.

Eppure, immersi nella nostra trance quotidiana, acquistiamo quei prodotti ammutolendo la voce della coscienza in nome della catena alimentare, dell’homo homini lupus, dalla naturale ferocia della vita e del si è sempre fatto così.

E mentre proiettiamo la nostra istintualità sugli animali, censuriamo l’ingenuità, l’emotività e la fragilità, pronti a mostrare un’immagine idealizzata e insensibile funzionale alla guerra, al dolore e alla follia che sta distruggendo la nostra civiltà e il pianeta.

Dobbiamo essere competitivi, pronti a scalare le vette del successo, affermati, omologati e ben inseriti nella società.

E ci dimentichiamo che il benessere e la salute poggiano sulla cooperazione, sulla condivisione e sulla possibilità di esprimere la propria personale unicità.

La paura della diversità, ci spinge a nascondere il nostro lato oscuro, fatto di debolezza, di semplicità e di partecipazione l’uno con l’altro, ma anche d’indifferenza, d’insensibilità e di crudeltà.

In questo modo perdiamo la Totalità che appartiene alla psiche e ci schieriamo arbitrariamente dalla parte dei giusti impedendo a noi stessi l’integrità.

Vogliamo essere buoni e coltiviamo la cattiveria, ottundendo la nostra morale fino a perderne le tracce, vittime di un bombardamento di messaggi incoerenti e in cerca di una “perfezione” che nasconde il prezzo della sofferenza e la complessità della verità.

Un mondo migliore nasce da un ascolto sincero di se stessi e dalla capacità di accogliere anche ciò che non ci piace, quel lato oscuro che abbiamo sepolto nell’inconscio e che non vogliamo guardare.

Occorre avere il coraggio della propria duplicità per costruire una società capace di non discriminare e di aprirsi alla vastità, misteriosa e profonda, della pienezza.

Carla Sale Musio

leggi anche:

CHE COS’È LA DIVERSITÀ?

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set 02 2017

LA CRUDELE VANITÀ DEI BUONI

La bontà ha tante sfaccettature e talvolta può riservare sorprese poco gradevoli.

Ci sono persone che nel manifestare la devozione finiscono per fare apparire gli altri come dei prepotenti.

I sintomi di questo altruismo (solo apparentemente incondizionato e inconsciamente narcisista) sono:

  • un segreto senso di superiorità nei confronti delle persone amate

  • la convinzione di essere indispensabili

  • autocommiserazione

  • vittimismo

Chi riceve questo tipo di premure vive interiormente una forte ambivalenza sentendosi contemporaneamente:

  • grato… e insofferente

  • importante… e inadeguato

  • amabile… e prepotente

  • desiderato… e insopportabile

Sentirsi amati lenisce la sfiducia nella vita regalandoci nuovi entusiasmi.

Tuttavia, nell’accettare una dedizione totale dovremmo sempre interrogarci sui costi psicologici che questo comporta.

Una bontà orientata a soddisfare soprattutto il bisogno di approvazione di chi la manifesta, infatti, può farci apparire sfruttatori e opportunisti e avere delle ripercussioni poco piacevoli sull’autostima.

Da bambini coltiviamo la speranza di un amore assoluto e perfetto, così onnipotente che nessun genitore riuscirà mai a incarnarlo totalmente.

Ecco perché, quando incontriamo una persona disposta a prendersi cura di noi anche a costo di sacrificare se stessa, le parti infantili della personalità esultano e si profondono in richieste di ogni tipo.

Succede spesso, però, che chi si prodiga senza tutelarsi stia intimamente cercando di convincere se stesso della propria bontà e inconsciamente usi gli altri per assolversi da colpe inconfessabili e rimosse.

In questi casi, la differenza tra il comportamento manifesto e il vissuto interiore suscita emozioni contrastanti di piacere e di rabbia, creando non poche sofferenze sia in chi dà sia in chi riceve.

Viviamo in una cultura che insegna a separare rigidamente il bene dal male, generando nella psiche una pericolosa dicotomia.

Nel mondo interiore, però, esiste la Totalità e bene e male sono facce inseparabili di una stessa medaglia.

Quando l’ascolto delle parti egoiste, prepotenti e aggressive è considerato inaccettabile, siamo costretti a spendere molte energie nel tentativo di preservare l’immagine immacolata cui vorremmo somigliare e, per confermare la nostra bontà, ci impegniamo a manifestare un altruismo impossibile da raggiungere, lamentando in continuazione quel doloroso sfruttamento autoimposto, quasi a rimarcarne il valore.

Sono proprio queste lamentele a far apparire dispotici e avari gli oggetti di quell’amore.

Il desiderio di migliorarsi è lodevole ma, se non rispetta il bisogno di tutelare anche se stessi, fomenta l’ingiustizia e chi è accudito si vedrà cucire addosso le vesti del prepotente mentre chi porge aiuto interpreta compiaciuto il ruolo della vittima.

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STORIE DI BONTÀ E CATTIVERIA

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Fiorella è innamorata di Nicola e desidera essere amata da lui.

Nel tentativo di piacergli, asseconda tutte le sue richieste mostrandosi premurosa, compiacente e pronta a qualunque sacrificio.

È difficile resistere a quell’affascinante mix di seduzione e disponibilità e ben presto tra i due nasce una relazione intima e profonda.

Nicola cerca in tutti i modi di ricambiare la dedizione di Fiorella ma non è disposto a rinunciare totalmente a se stesso per accontentarla.

Fiorella non perde occasione per lamentare tutti i sacrifici che lei, invece, fa per lui e, sentendosi ingiustamente vittima, si chiude sempre più in se stessa.

Il clima tra loro diventa teso.

Fiorella pretende da Nicola la stessa devozione che lei offre senza risparmiarsi.

Nicola sente che per lui non è possibile rinunciare completamente alla sua vita, nemmeno per amore.

Fiorella lo dipinge come un egoista e Nicola, inadeguato e ferito, decide di chiudere la relazione.

* * *

Da piccola, Barbara si è sentita colpevole e sbagliata.

La mamma è morta quando lei aveva solo sei anni e la nonna, con cui è cresciuta, era sempre pronta a rimproverarla facendola sentire pigra, lavativa e opportunista.

Oggi Barbara è sposata e ha un bambino che accontenta in tutto e per tutto, nel timore di fargli vivere le sue stesse sofferenze infantili.

Per dimostrare al mondo di essere una brava mamma, nonostante le accuse della nonna che ancora bruciano dentro, la donna è disposta a fare qualsiasi sacrificio.

Così, chi la conosce non perde occasione di lodare la sua abnegazione e di sottolineare a suo figlio quanto sia capriccioso.

A Barbara dispiace che il bambino sia giudicato viziato e prepotente, ma solo in questo modo riesce a esorcizzare la paura di essere cattiva e il pericolo di non saper amare nessuno, nemmeno suo figlio.

* * *

Fausto è cresciuto in un ambiente molto esigente.

In casa tutto doveva essere fatto alla perfezione e suo padre non perdeva occasione per rimproverarlo chiamandolo: rammollito, fannullone, buono a nulla, incapace… e chi più ne ha più ne metta.

Crescendo, Fausto non è riuscito a misurarsi col mondo e, sentendosi inadeguato a svolgere qualsiasi lavoro, ha scelto una moglie forte, attiva, responsabile e pronta a farsi in quattro per lui e per la loro figlia.

Fausto ha deciso di occuparsi della bambina, rinunciando a qualsiasi autonomia per trasformarsi in un genitore a tempo pieno, perché tra le mura domestiche si sente al sicuro, protetto da una realtà che lo spaventa e percepisce ostile.

Tuttavia, per rassicurare se stesso e vincere la sensazione intima di non valere niente, si lamenta in continuazione criticando la moglie.

“Sei incapace di amare tua figlia!”

“Che cosa faresti senza di me?”

“Sei attaccata ai soldi e alla carriera!”

In questo modo, sentendosi indispensabile e irreprensibile, Fausto rassicura se stesso e nasconde la paura di essere davvero un buono a nulla.

Carla Sale Musio

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INFINITE IDENTITÀ

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ago 27 2017

CREATIVITÀ E… ALTRUISMO INCOMPRENSIBILE

La grande capacità di comprendere gli altri spinge le Personalità Creative a considerare sempre le esigenze di tutti.

Spesso anche contro il proprio interesse.

E questo costituisce il loro talento meno compreso.

Occorre un’attenta valutazione per cogliere le ragioni cooperative celate dietro le azioni di chi possiede una grande empatia.

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L’ingegnere?

… meglio che faccia la casalinga!

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Quando s’innamora di Luciano, Roberta ha una laurea in ingegneria e una brillante carriera universitaria davanti a sé.

Creativa e piena d’interessi, sa coniugare dolcezza e determinazione in un mix veramente affascinante.

Luciano, folgorato da quella poliedrica intelligenza, le chiede di affrettare i tempi e insieme decidono di sposarsi e mettere su una bella famiglia.

Dopo qualche anno nasce Valeria, poi arriva Romina e infine Stefano.

Per seguire i bambini, Roberta abbandona il lavoro all’università sostituendo le attività creative con le attività domestiche.

Ma in breve tempo il brillante ingegnere si trasforma in una colf sottopagata e brontolona che insegue i figli per fargli fare i compiti e urla davanti a un calzino scompagnato.

“Sono confusa…”

Racconta mortificata e delusa da se stessa.

“I miei bambini sono la mia vita, li amo sopra ogni cosa, ma in famiglia sono diventata una strega cattiva e sembra che nessuno voglia più avermi vicina.”

Una strega che dichiara se stessa?!

È abbastanza inusuale nello studio di uno psicologo.

Perciò decido di non fidarmi troppo di quelle affermazioni.

Nel corso dei colloqui, infatti, emerge una mamma divertente, complice e capace di organizzare giochi, feste e merende non solo per i suoi figli ma anche per i loro amici.

Ma allora?!

Roberta ha mentito?

Quand’è che si presenta la strega?

Come scoprirò durante il percorso terapeutico, la strega appare alla presenza di Luciano.

E con le sue sfuriate e i suoi rimbrotti riesce a sollevarlo dalla paura segreta di non farcela a reggere il ritmo dell’ingegnere, poliedrico e creativo, che ha sposato.

Nascosta dietro la veste da strega, scopro una grande passione.

Per amore di Luciano, Roberta ha occultato le sue qualità professionali e creative.

Abbandonando il lavoro da ingegnere e lasciando alla strega il compito di gestire il ruolo della casalinga, rassicura il marito facendolo sentire costantemente il migliore.

È per merito della strega, infatti, che Luciano (che ha soltanto la licenza media e si è fatto da solo) diventa l’unico ad avere successo professionalmente, economicamente e con i bambini.

Rinunciare a usare molti aspetti di sé è lo stratagemma che Roberta utilizza inconsciamente, per non far pesare al marito il suo titolo di studio, le sue possibilità di guadagno, la sua creatività e la sua empatia.

Quando diventa strega, Roberta perde ogni successo mentre Luciano diventa ricco.

Forse non ricco di titoli… ma, certamente, ricco di possibilità e risorse.

Nel corso della terapia Roberta imparerà a riappropriarsi della carriera professionale e a lasciare che il suo anticonformismo entri a far parte della relazione di coppia.

Solo così il rapporto con i tre figli potrà essere vivificato dai metodi nuovi e originali con cui è solita risolvere i problemi e superare le difficoltà.

Gettata la veste da strega, Roberta potrà permettere alla passione e alla creatività di trasformarla in una sciamana (invece che in una megera) capace di muoversi con maestria tra le tante dimensioni della vita famigliare, lavorativa, sociale e coniugale.

Carla Sale Musio

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Leggi il libro:

LA PERSONALITÀ CREATIVA

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ago 21 2017

PARLARE CON CHI NON HA PIÙ UN CORPO

Parlare con chi non possiede più un corpo è un’impresa difficile in un mondo abituato a usare le parole per diluire le emozioni.

I vocaboli veicolano l’energia dei sentimenti dentro suoni carichi di significato, ma l’abitudine a comunicare solo grazie al linguaggio parlato ci spinge a dimenticare il valore intimo che lo sottende.

Succede a tutti di esprimere frasi prive di una reale carica emotiva, suoni vuoti di energia, involucri senza contenuto.

Amiamo la poesia perché i poeti fanno vibrare le parole di vissuti interiori, ricordandoci il valore di una comunicazione che intreccia la mente con il cuore.

Quando i vocaboli sono privi di risonanza con la vita intima, il dialogo diventa un atto sterile e artefatto.

Ne abbiamo un esempio evidente in tutte le espressioni formali:

“Come stai?”

“Bene grazie, e tu?”

“Buongiorno”

“Buonasera”

“Sentite condoglianze”

“Buon Compleanno”

“Tanti auguri”

“Cento di questi giorni”

“Congratulazioni”

Modi gentili che rispettano le consuetudini ma che spesso sono privi di una reale energia emotiva.

Per comunicare con i defunti bisogna abbandonare le parole e avventurarsi nel mondo delle sensazioni.

Dobbiamo prestare attenzione a ciò che succede dentro di noi e fidarci di quelle percezioni che accompagnano i nostri discorsi senza fare rumore.

Questo tipo di ascolto può rivelarsi molto difficile per quanti sono soliti concentrarsi sui suoni piuttosto che sulle emozioni.

Sono visioni, ricordi, impressioni, stati d’animo, consapevolezze veloci e sfuggenti che appaiono (e scompaiono rapidamente) sotto la soglia del mondo fisico in cui siamo abituati a focalizzare la nostra attenzione.

Per incontrare chi fisicamente non c’è più, occorre fidarsi di ciò che si sente dentro, senza pretendere una verifica formale.

Perché la vita interiore non può avere altre conferme di quelle che riceve da se stessa.

Per comunicare con le persone che vivono nelle dimensioni immateriali, è indispensabile assumersi la responsabilità di ciò che ci succede intimamente e non ostinarsi a cercarne le prove concrete.

La concretezza, infatti, non appartiene alle realtà interiori.

In quei luoghi ciò che è corporeo non funziona.

La realtà al di fuori del mondo fisico utilizza codici diversi dalla materialità e per comprenderne il significato è indispensabile seguire il proprio cuore.

Solo il cuore, infatti, può stabilire la veridicità delle emozioni e fidarsi della loro autenticità, a dispetto di ogni prova scientifica.

L’amore non è scientifico.

È reale.

E possiede una certezza così pregnante per chi la vive, da non aver bisogno di dimostrazioni.

La soggettività è il linguaggio dell’amore e l’unica convalida possibile quando si tratta di comunicare con chi è privo di corporeità.

Cercarne le conferme all’esterno non ci aiuta.

È necessario concedersi il permesso di credere senza pretendere altra prova che quella del proprio ascolto interiore.

Viviamo in un periodo in cui il conformismo ci fa sentire sicuri e integrati spingendoci ad adottare i modi e le convinzioni delle persone che abbiamo intorno.

Ma, per ritrovare chi abbiamo amato, anche dopo la morte, è necessario abbandonare questo bisogno di omologazione e sopportare il peso dell’autonomia.

Solo tu puoi sapere se ciò che senti è un sogno, una visone, una comunicazione o una fantasia!

Così, mentre la logica scrolla la testa, dobbiamo imparare a camminare a braccetto con l’incertezza, lasciando che il cuore ci guidi a incontrare le creature cui siamo legati.

Oltre le coordinate dello spazio e del tempo.

Nelle profondità dell’Amore.

L’empatia non ha bisogno di essere provata scientificamente, trova le sue verifiche nello scambio affettivo che abbiamo con le altre forme di vita.

Quando attiviamo le potenzialità dell’emisfero destro del cervello, ci muoviamo negli spazi dell’emotività e della sensazione e grazie a queste facoltà (diverse dalla razionalità che caratterizza l’emisfero sinistro) incontriamo gli altri su un piano intimo, intenso e profondo.

Gli animali lo sanno e si lasciano guidare dall’istinto.

Sentono interiormente cosa è giusto fare o non fare, dove è meglio andare, di chi ci si può fidare… e lasciano che queste percezioni dirigano la loro vita e le loro scelte.

Senza bisogno di usare le parole.

Gli esseri umani, invece, hanno costruito una civiltà fatta di finzioni e imparano a nascondere la verità dietro alle maschere necessarie per sentirsi parte della società.

In questo modo la nostra specie ha perso il contatto con le potenzialità dell’emisfero destro e, per sapere se qualcosa è vero, si sente costretta a dimostrarlo… in laboratorio.

Ma l’amore non si può comprovare.

Bisogna viverlo e sperimentarne in se stessi l’autenticità.

I legami affettivi appartengono al mondo dei sentimenti.

Per questo, dopo la morte di una persona cara, è indispensabile permettersi di seguire il richiamo del cuore e lasciare emergere la certezza di ritrovarsi ancora, a dispetto dei ragionamenti, del dolore, della mancanza e della scienza.

Solo l’amore può contenere l’eternità.

E, quando il corpo non esiste più, ci guida a incontrare chi abbiamo amato.

Oltre le barriere del linguaggio e della concretezza.

Nel mondo intimo e scivoloso dell’affettività.

Carla Sale Musio

leggi anche:

INCONTRARSI DOPO LA MORTE

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ago 15 2017

INFINITE IDENTITÀ

“Viviamo nella convinzione che ciò che è divino debba essere perfetto, ma sbagliamo. 

In realtà è vero il contrario: essere divini è essere integri, ed essere integri è essere ogni cosa, il positivo e il negativo, il bene e il male, ciò che è santo e ciò che è diabolico.”   

Debbie Ford

.

Ogni esperienza ci mostra un diverso punto di vista evidenziandolo da un insieme di prospettive infinite.

Più cose conosciamo più diventiamo capaci di osservare il mondo con occhi nuovi.

E questo vale anche per la psiche.

Siamo convinti che a ogni persona debba corrispondere una sola personalità:

  • introverso o estroverso

  • sensibile o cinico

  • sadico o masochista

  • maniacale o depresso

  • e così via…

Ma ci dimentichiamo che la vita esiste in un’immensità di sfumature diverse, pronte a coagularsi di momento in momento negli eventi che sperimentiamo.

E questa stessa molteplicità caratterizza anche i vissuti interiori.

.

“Come dentro così fuori.

.

Recita una delle sette leggi universali di Ermete Trismegisto, padre dell’Ermetismo.

Mondo fisico e mondo interiore rispecchiano la medesima poliedricità.

La psiche non è un monoblocco univoco e inamovibile ma un insieme cangiante di possibilità espressive differenti tra loro e pronte a prendere vita al momento opportuno.

Nasciamo duttili, sfaccettati, creativi e abili nel modellare i nostri comportamenti dentro gli schemi prescelti dal nostro ambiente di appartenenza.

Per ottenere approvazione e stima selezioniamo le innumerevoli possibilità di cui disponiamo, assecondando l’indice di gradimento del nostro gruppo e nascondendo, anche a noi stessi, gli atteggiamenti giudicati inadatti.

Sotto la soglia della consapevolezza, rinchiuso in qualche segreta dell’inconscio, esiste un mondo di possibilità inespresse che aspetta di ricevere attenzione.

Sono i tanti sé rinnegati, gli aspetti malvisti dai codici in cui siamo cresciuti, i modi di essere che abbiamo escluso dal nostro repertorio di comportamenti perché considerati disdicevoli, anomali o inopportuni.

Le individualità rifiutate possiedono una grande ricchezza creativa e attendono nell’ombra il momento di manifestarsi.

Accogliere questo mondo variegato e reietto permette di compiere un balzo in avanti sulla via del benessere e della realizzazione.

Ma per riuscirci sono indispensabili:

  • attenzione

  • ascolto

  • forza di volontà

  • determinazione

Perché superare le barriere del pregiudizio non è facile.

Per sentirci amabili e stimabili abbiamo imparato a proiettare i vissuti giudicati inaccettabili, delegando all’esterno gli atteggiamenti che non riusciamo a tollerare in noi stessi.

Il giudizio e la critica, con cui soppesiamo gli altri, occultano abilmente la paura dei nostri lati oscuri e affondano le radici nel mondo intimo e segreto dell’interiorità.

Per vivere una vita soddisfacente è indispensabile armarsi di coraggio e sopportare il peso della propria Totalità espressiva.

.

“Ogni cosa ha il suo opposto.

Il giorno e la notte sono parti di una stessa medaglia.

Giusto e sbagliato non esistono.

Tutto è uno.”

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Ci rammenta Ermete Trismegisto.

La dualità appartiene alla vita e si trasforma in integrità solo quando possiamo accettarla dentro noi stessi.

Il percorso di conoscenza delle polarità non finisce mai.

Ogni sé apre le porte a un nuovo modo di interpretare l’esistenza e di esplorarla.

Sopportare la tensione fra gli opposti che popolano il mondo psichico significa imparare a non giudicare.

E permettersi un nuovo modo di osservare la realtà, non più schierandosi da una parte soltanto ma integrando il buio con la luce fino ad accoglierne la profondità dentro se stessi.

Riconoscere le personalità rinnegate, senza sfuggirle, senza censurarle e senza giudicarle consente di trasformarne le energie in risorse e apre la strada all’integrità.

Essere contemporaneamente:

  • buoni e cattivi

  • giusti e ingiusti

  • generosi e avidi

  • bugiardi e sinceri…

Crea le premesse per una nuova accoglienza di sé e della realtà.

Questo non significa lasciarsi trascinare dai comportamenti negativi, al contrario!

La consapevolezza ci aiuta a gestire le risorse in modi utili e più produttivi.

Così come un pizzico di sale rende il dolce più gustoso, una dose omeopatica di negatività ci permette di aprire le porte a una nuova pienezza.

Fatta di comprensione libera dal giudizio.

Di plasticità e non di rigidità.

Di partecipazione senza esclusione.

Carla Sale Musio

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IO COSCIENTE: imparare a dirigere l’orchestra dei sé 

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ago 08 2017

CHE COS’È LA DIVERSITÀ?

Con la parola diverso indichiamo tutto ciò che si differenzia da un ordine abituale e precostituito.

Il diverso è qualcuno che esce da quella che è considerata la condizione normale.

Tuttavia, diversità e normalità vanno a braccetto, e l’una non può esistere senza l’altra.

È indispensabile una normalità per definire la diversità e occorre una diversità per riconoscere la normalità.

Diversità e normalità sono due facce della stessa medaglia, due aspetti psichici che arricchiscono il nostro mondo interiore, permettendoci di sperimentare l’unicità insieme all’appartenenza.

Per vivere bene abbiamo bisogno sia di normalità che di diversità.

In un mondo sano, la diversità è l’espressione di una preziosa individualità e manifesta quel modo unico e speciale di essere se stessi e di donare la propria creatività.

In un mondo sano, il bisogno di sentirsi parte della famiglia umana diventa il crogiolo necessario a valorizzare l’espressione dei talenti personali.

In un mondo sano, il contributo di ciascuno arricchisce l’intera comunità.

In un mondo sano…

Nel nostro mondo malato, invece, la diversità è un’onta da nascondere, anche a se stessi.

E, nello sforzo di conquistare l’omologazione indispensabile per sentirsi parte della società, occultiamo l’originalità sotto la maschera del conformismo, negando alla vita la ricchezza creativa che ognuno di noi è venuto a portare.

Ma, dietro il livellamento imposto dalla cultura, si nasconde un gioco di potere volto a plasmare tanti soldatini ubbidienti, pronti a combattere la guerra di quella piccola elite che gestisce il mondo manipolando i meccanismi psicologici.

La diversità diventa così il ricettacolo delle proiezioni negative funzionali all’asservimento dei molti e al vantaggio dei pochi, lo strumento privilegiato per coltivare il razzismo e la violenza e annientare nella psiche la sensibilità, la creatività, la responsabilità e la libertà.

Tutto ciò che si differenzia dai modelli imposti, infatti, è additato come improprio, sconveniente, sbagliato, anomalo o malato, e combattuto con le armi dell’emarginazione, della ridicolizzazione o della patologia mentale.

Per sentirci parte della società dobbiamo essere impassibili, insensibili, indifferenti e pronti a seguire le mode del momento.

Non più persone con valori, scelte, etica e sentimenti, ma consumatori.

Abbiamo l’onere di sostenere un’economia che travolge qualsiasi individualità.

E, in nome delle vendite e del guadagno, tutto ciò che si allontana dalle esigenze del mercato è destinato a sparire, sepolto sotto la coltre delle abitudini standardizzate che definiscono ad arte la normalità.

Il cuore non è funzionale agli interessi delle multinazionali.

Per far camminare il sistema produttivo sono indispensabili: la competizione, la prevaricazione e la capacità di combattere quello che si discosta dal cinismo necessario al potere.

In questo quadro, gli animali incarnano proprio le qualità che una gestione malata di arroganza e di domino, combatte con tutte le sue forze: sono ecologici, in grado di adattarsi alle esigenze ambientali e pronti a estinguersi quando sentono che l’equilibrio naturale è messo in pericolo.

Sono ingenui, innocenti e capaci di comunicare tra loro senza bisogno di parole.

Non lavorano per vivere.

Non si drogano di cibo e di sostanze tossiche.

Non assumono psicofarmaci.

Non conoscono le malattie mentali, l’obesità, il diabete, l’Alzheimer… e le altre innumerevoli patologie del consumismo.

Vivono immersi dentro una cultura biocentrica e sono capaci di armonizzarsi con le altre forme di vita per salvaguardare il pianeta, anche a discapito della propria esistenza.

Non sono adatti a sostenere la supremazia dei pochi che governano il mondo.

Non è possibile trasformarli in consumatori.

E questa loro diversità crea le premesse dello sfruttamento e dei soprusi di cui sono vittime.

Gli animali sostengono i valori della libertà e della responsabilità ecologica che la nostra civiltà ha distrutto in favore di un potere sempre più circoscritto a una piccola elite.

La visione antropocentrica ha snaturato l’uomo dal contesto etologico che gli appartiene, e lo ha reso schiavo di infinite dipendenze, indispensabili al dominio dei pochi sui molti (soldi, lavoro, cibo, conformismo, omologazione, globalizzazione…).

L’ascolto delle parti istintuali è bandito dalla cultura della violenza, perché l’istinto, quello vero, è fatto di interiorità, di equilibrio e di arrendevolezza alla natura dell’ecosistema.

Nella nostra presuntuosa civiltà, invece, chiamiamo impropriamente istinto tutto ciò che appartiene alla brutalità e proiettiamo sugli animali la prepotenza che caratterizza la nostra specie, per legittimarne lo sfruttamento e occultare i valori delle loro culture.

Nel mondo antropocentrico della sopraffazione, la diversità è diventata l’emblema della stupidità, e combatterla conferma l’appartenenza a quell’unica razza creata da Dio a propria immagine e somiglianza.

Così, per essere dei veri uomini (e delle vere donne) è necessario bandire l’istinto in favore di un’intelligenza sempre più distante dalla natura e dai suoi ritmi, e costruire una tecnologia comportamentale che sia priva di emozioni, di vitalità e di empatia.

Riconoscere agli animali il giusto posto nell’ecosistema, senza gerarchie e senza predominio, significa accogliere dentro di sé la propria istintività, ammettendone il valore intimo e profondo.

In un mondo sano, la diversità è parte della normalità e insieme concorrono a creare l’equilibrio necessario alla vita.

Perché nessuno è migliore, superiore, più intelligente o speciale, ma tutti contribuiscono a dare forma alle infinite possibilità creative.

Carla Sale Musio

leggi anche:

CHE COS’È LO SPECISMO?

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ago 02 2017

L’ANGELO

La scrutava da vicino.

L’aveva vista crescere, sbocciare piano, poi era rimasto abbagliato da lei.

Era bella, dolce, gentile.

Se lui fosse stato un uomo, si sarebbe presentato, le avrebbe offerto doni, mostrandole ammirazione e rispetto, le avrebbe rivelato la sua passione.

Ma questo era impossibile.

Lui era il suo angelo custode.

*** *** ***

Gli altri esseri di luce lo vedevano rattristarsi e la sua perfezione si incrinava ogni giorno: prendeva il volo lentamente, ombre lievi scurivano il suo aspetto.

E poi, quella tensione che lui sentiva dove gli uomini hanno il cuore.

Tutto questo, però, i suoi compagni non riuscivano a capirlo.

*** *** ***

Nel volare, vedeva il mondo dall’alto.

Lo trovava bellissimo e non comprendeva come in quei luoghi splendidi l’umanità potesse odiarsi.

Ma lo colpivano la forza dell’amore e i dubbi degli umani, la precarietà della vita e quell’andare a volte sofferto.

Poi, lo scuoteva la loro felicità improvvisa, così folgorante da lasciare muti.

E così breve, da perdersi in un attimo.

Li ammirava per il coraggio di resistere e proseguire, anche dopo lo strazio di un dolore ma sempre, dal fondo di questi pensieri, emergeva lo splendore umido degli occhi di lei.

Lo estasiava, inoltre, la bellezza degli animali.

Ammirava il loro muoversi armonico.

E si chiedeva da dove venisse la violenza di coloro che li suppliziavano, senza pietà né comprensione.

Come potessero offendere oscenamente l’armonia di quei corpi, irriderli e straziarli.

Come riuscissero, in tanti, a spezzare la loro sacralità arcana.

*** *** ***

Lui la trovava ammirevole.

Lei, infatti, raccoglieva animali feriti, li accudiva, li salvava, poi li metteva in libertà.

Ma alcuni li tratteneva con sé, soprattutto gatti, che restavano nella sua casa al riparo, quand’era inverno.

Curava le piante e si stupiva a guardarle.

Non strappava i fiori e mormorava scuse, se nell’andare li urtava.

E poi capiva dagli sguardi le tristezze degli altri e le bastava poco per strappargli un sorriso.

Era attenta alle piccole cose del mondo.

E lui, che poteva insegnarle l’armonia, si trovava talvolta a impararla da lei.

*** *** ***

Anche se non voleva turbarla, gli era difficile nascondersi del tutto.

Infatti lei qualche volta si sentiva osservata, come se uno sguardo benevolo la scrutasse.

Altre volte percepiva un soffio, un vento leggero.

“Ho lasciato la finestra accostata”, lei si diceva.

Poi controllava.

Le ante, invece, erano perfettamente chiuse.

*** *** ***

Gli altri angeli ormai avevano capito, ma speravano di trattenerlo.

“Sfiducia, infelicità e malattie affiggono gli uomini” gli dicevano.

“E l’amore, anche se esiste tra loro, può essere fragile o breve come un soffio. Infine giunge la morte” continuavano.

“A volte pietosa, a volte straziante e oscena. Dopo il suo passaggio noi accogliamo tutti, uomini e animali, che si abbandonano fiduciosi. Ma siamo esseri di luce come te. Non viviamo quelle realtà”.

*** *** ***

Lui ascoltava.

Dopo aver riflettuto a lungo, si convinse che anche la sua essenza eterna era fragile.

E la sua esistenza gli apparve come un lento ed estenuante morire.

Certo, gli umani soffrivano, ma conoscevano il calore degli abbracci, gli sguardi persi nell’altro, le carezze che salvano.

Conoscevano i misteri dell’amore e la misericordia, le parole sconvolte a raccontare il dolore.

E il silenzio davanti alla bellezza.

Soprattutto lo premeva il pensiero di lei.

Allora comprese davvero la forza potente dell’amore.

Desiderò starle accanto, svegliarsi la mattina e guardarle il volto ancora chiuso dal sonno, mangiare insieme, stringerle il corpo caldo e consolante, ridere.

Della morte seppe di non aver paura.

E decise.

*** *** ***

Più facile di quanto non pensasse.

La sua essenza di luce si rivestì di colori, una materia compatta si addensò intorno alla sua anima.

*** *** ***

Subito dopo lo colpì l’aspetto del proprio corpo: la potenza delle gambe, il respiro a sollevargli il petto, il chiarore della pelle.

Si guardò le mani.

Sembravano forti e capaci.

E percepì gli odori, così colmi e vitali.

Era un uomo, giovane e saldo.

Allora si avviò verso casa di lei.

*** *** ***

La porta si aprì.

Lui aveva bussato timidamente, pensando di chiedere un’informazione.

Ma un gatto sbucò rapido dall’interno e attraversò la strada.

Lui si lanciò all’inseguimento e apprezzò la velocità del proprio corpo.

Raggiunse l’animale che si fece prendere facilmente.

E tenendolo tra le braccia, ne sentì la morbidezza e il calore.

Quindi tornò indietro: lei era vicina alla porta.

E lui pensò che, anche così agitata, quella donna era bellissima davvero.

*** *** ***

“Grazie”, lei disse.

“Fortuna che sia riuscito a riprenderlo”, rispose lui, porgendole il gatto e sfiorandole le mani.

“Non sono di qui” continuò “Ma spero di trattenermi a lungo, se trovo un lavoro e una casa ”.

Lo sguardo della donna, limpido e luminoso, scivolava sul suo viso.

“C’è una casa libera, proprio qui vicino” gli disse.

“E quanto al lavoro, questo paese è giovane e ha bisogno di nuove braccia”.

Lui si voltò consolato a guardare la strada e le case, le botteghe e quell’animazione sana di un luogo vivo.

E lei poté allora ammirarlo apertamente.

Era l’uomo più bello che avesse mai visto.

Gloria Lai

leggi anche:

IL RISCATTO

Tutelato da Patamu.com, n.65904 del 6/7/2017

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lug 27 2017

CREATIVITÀ, ANTICONFORMISMO E… SOFFERENZA

“Bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante.”

F. Nietzsche

.

La creatività non è, come si ritiene comunemente, un particolare talento artistico.

La creatività è quella risorsa che permette di scoprire nuove possibilità… un po’ dappertutto.

Un creativo può essere una persona che ignora la storia dell’arte e incapace di disegnare. 

La sua creatività consiste nell’inventare modi diversi e migliori per fare le cose di sempre.

Chi possiede una Personalità Creativa è spinto da una specie di forza interiore a cambiare spesso.

Perciò quando ha stabilito un certo assetto, avverte un’esigenza insopprimibile a cambiare tutto per crearne un altro diverso e nuovo.

Questo modo di essere e di vivere, basato su frequenti trasformazioni, genera spesso delle incomprensioni tra chi possiede una personalità creativa e le persone che gli vivono accanto e che, invece, interpretano la sua insopprimibile necessità di variare come irrequietezza, instabilità, incoerenza e altre spiacevoli cose del genere.

Per un creativo esprimere la creatività è come per una pianta fare i suoi frutti, una conseguenza naturale della sua stessa esistenza.

Se gli viene impedito di manifestare il suo spontaneo bisogno di creare, rivolgerà contro di sé la fisiologica propensione al cambiamento e comincerà a produrre sintomi creativi, cioè sintomi difficilmente omologabili.

La creatività è una dote bellissima.

Tuttavia porta con sé numerose sofferenze.

Diversità, solitudine, incomprensione, ridicolizzazione, emarginazione, sono solo le più importanti.

Vediamole una per una:

.

DIVERSITÀ

.

La creatività spinge a guardare le cose abituali con occhi diversi, in modi nuovi e per questo insoliti.

Spesso ci vuole parecchio tempo perché le novità siano accettate e condivise anche da chi non è creativo e altrettanto portato ad accettare le innovazioni.

Infatti, un bisogno di stabilità e di prevedibilità ci rende sospettosi e diffidenti davanti a quello che ancora non conosciamo.

Spesso chi è creativo può sentirsi solo.

.

SOLITUDINE

.

L’originalità e la genialità in un primo momento possono essere marchiate come follia e ritenute sbagliate.

La storia è piena di grandi pensatori diffamati e maltrattati proprio a causa delle loro idee nuove. 

Uomini e donne considerati innovatori soltanto molti anni più tardi, quando le loro scoperte, finalmente assimilate e condivise, sono diventate più consuete e quindi considerate normali.

Spesso chi è creativo può sentirsi incompreso.

.

INCOMPRENSIONE

.

Creatività e normalità sono antitetiche. 

Ecco perché in un primo momento la creatività può essere additata come anormalità.

Effettivamente la creatività per definizione non può essere normale, nel senso di: comune, abituale, scontato.

Creare qualcosa di nuovo significa avventurarsi nell’imprevedibile, dentro cose, pensieri, stati d’animo sconosciuti e per questo poco controllabili.

Cose, pensieri e stati d’animo che, costringendoci a cambiare, sovvertono l’ordine costituito.

Rinunciare alle proprie certezze e abitudini può essere molto faticoso e impopolare.

Spesso chi è creativo può venire ridicolizzato.

.

RIDICOLIZZAZIONE

.

L’a-normalità è una caratteristica intrinseca alla creatività, ma a nessuno piace essere considerato anormale. 

Questa parola è sinonimo di: squilibrato, handicappato, anomalo, pervertito, irregolare, strano.

Questi attributi poco desiderabili sono usati per schernire ed emarginare piuttosto che nel loro originario significato.

Spesso chi è creativo può essere emarginato.

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EMARGINAZIONE

.

Proporre aspetti diversi e nuovi si scontra con il bisogno conformistico di sentirsi parte di un gruppo.

Le novità e le diversità minano l’appartenenza e per questo sono combattute e allontanate, soprattutto nelle organizzazioni rigide.

Spesso chi è creativo può essere trattato come un diverso.

.

Per tutti i motivi esposti sin qui, la creatività è una dote bellissima ma difficile da gestire.

Chi la possiede, a volte finisce per usarla per nascondersi camaleonticamente (a se stesso e agli altri) perché manifestarla apertamente rischia di incontrare poco favore se non un’aperta emarginazione.

La creatività si scontra con il bisogno di ordine, di stabilità, di prevedibilità, di conformismo e di perfezione.

Soprattutto quando si è  bambini, avere una personalità creativa può farci sentire diversi, strani, fuori schema, anomali.

Durante la crescita il bisogno di riconoscimento e approvazione è fortissimo e ci spinge a conformarci ai modelli correnti pur di ottenere l’approvazione.

Le intuizioni creative possono essere considerate stranezze dalla maggioranza delle persone che abbiamo intorno e provocare derisione, emarginazione, incomprensione e solitudine.

Ecco perché tante volte creatività, fantasia e originalità sono nascoste dietro un apparente conformismo o una razionalità esagerata.

La creatività è la capacità di staccarsi dal gruppo per camminare con un passo diverso.

Viverla in prima persona vuol dire attraversare la solitudine fino a incontrare un se stesso sconosciuto.

Non sempre è facile.

Bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante.

Carla Sale Musio

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LA PERSONALITÀ CREATIVA

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lug 21 2017

CHE COS’È LO SPECISMO?

Si chiama specismo la convinzione, ampiamente diffusa, che la specie umana abbia il diritto di differenziarsi da ogni altra forma di vita per poterne abusare a proprio piacimento.

Lo specismo si fonda sulla presunta superiorità della nostra razza e autorizza la discriminazione e lo sfruttamento di tutte le altre.

Lo specismo è una patologia del narcisismo e costituisce la matrice della crudeltà e della violenza.

Una crudeltà e una violenza sconosciute a ogni altra specie.

Solo la nostra specie, infatti, arriva all’abominio di allevare delle creature viventi con lo scopo di sfruttarne le risorse per il proprio piacere.

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Che si tratti di schiavi umani o animali, per la psiche non fa differenza.

La prevaricazione di un essere su un altro costituisce sempre una patologia, ed è la radice di qualsiasi malvagità.

Arrogarsi il diritto di vita e di morte con l’unico obiettivo del proprio divertimento, denota una perversione nel mondo interiore.

Perversione grazie alla quale la superiorità ha come corollario lo sfruttamento, invece della responsabilità, della cura e dell’assistenza.

In una sana evoluzione psicologica, possedere maggiori capacità (comprensione, forza, sensibilità, intuizione ecc.) conduce a una più grande attenzione e stimola la presa in carico e l’accudimento di chi si trova in difficoltà.

Il termine responsabilità, infatti, deriva dal latino: respònsus, participio passato del verbo respòndere: rispondere.

Cioè: prendere su di sé il carico di qualcuno o di se stessi.

Di fronte alla debolezza o all’innocenza, una legge evolutiva impone di intervenire per difendere, sostenere, proteggere e porgere aiuto.

Tuttavia, nella patologia specista i principi della salute mentale e dell’etica sono costantemente disattesi per affermare la liceità della sopraffazione di fronte alla fragilità e all’ingenuità.

Ecco perché nello specismo sono contenuti i semi del razzismo, del sessismo, del machismo, del bullismo, del nonnismo, della pedofilia e di ogni altra forma di brutalità.

La patologia consiste nella convinzione che l’identificazione con il dolore delle vittime sia una forma di debolezza e di stupidità, da cui scaturisce il bisogno di differenziarsene, ottundendo in se stessi l’empatia, la cooperazione e la fraternità, e coltivando il cinismo, l’arroganza e l’indifferenza come valori, capaci di conferire prestigio sociale e potere personale.

In questa chiave, accanirsi goliardicamente su creature che non possono difendersi, permette di sentirsi forti e sicuri di sé, coltivando il narcisismo, l’egoismo e l’insensibilità.

L’assenza d’intelligenza emotiva, che caratterizza la mancata identificazione degli aguzzini con le vittime dei soprusi, segnala l’incapacità di accogliere le proprie parti fragili e la necessità di proiettarle sui rappresentanti esterni, bersaglio tangibile di un odio interiore rimosso, che costituisce il nucleo della patologia.

Una patologia talmente diffusa da essere diventata invisibile e, perciò, difficile da arginare e da curare.

Nella legittimità della sopraffazione si annidano i semi della crudeltà e prendono forma le innumerevoli violenze della civiltà.

Ammettere la prepotenza come espressione naturale e inevitabile di una maggiore capacità, infatti, significa legalizzare la violenza e affermare il diritto del più forte al posto della fratellanza, della cura reciproca e della condivisione delle risorse.

Le conseguenze di questa patologia sono sotto gli occhi di tutti.

Ogni guerra e ogni empietà, trova la propria liceità in un potere coercitivo e prepotente giustificato intimamente.

La patologia scambia la superiorità col predominio, invece che riconoscere il valore della responsabilità e della condivisione.

Non c’è da sorprendersi se poi assistiamo impotenti al dilagare dei tanti gesti crudeli che popolano la cronaca nera.

Uccidere per divertimento ha un costo psicologico elevatissimo e crea un mondo in cui la patologia si sovrappone alla normalità.

Un mondo dove chi non si conforma alle leggi della crudeltà finisce per sentirsi sbagliato e costretto a nascondere la sensibilità come fosse il segno di una pericolosa deformità e non, invece, l’esempio di una elevata intelligenza emotiva e di una sana capacità di amare.

Carla Sale Musio

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SPECISMO, RAZZISMO INTERIORE E PAURA DI ASCOLTARSI

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