Tag Archive 'A-normalità'

Giu 27 2016

IL CUORE SEGUE UNA LOGICA ILLOGICA

Nasciamo tutti diversi e ciascuno con la proprio modo d’interpretare la vita.

Ognuno portatore di una gamma infinita di emozioni e sentimenti.

Ognuno con il suo modo di amare.

Poi diventiamo grandi e la società ci impone un’omologazione da cui non è possibile uscire senza sentirsi emarginati, incompresi e soli.

Dentro questo recinto, stereotipato e prevedibile, il cinismo e la competizione sono i valori più quotati e chiunque si senta tenero, emotivo o sensibile è costretto a pagare il prezzo della diversità e a nascondere (a volte anche a se stesso) il proprio mondo interiore.

Questo stile di vita, teso soprattutto a raggiungere il consenso sociale, chiamato successo o realizzazione, poggia su conseguimenti materiali e su un alto tasso di conformismo.

Infatti, per sentirsi socialmente realizzati bisogna avere:

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1) un reddito. Col quale comprare…

2) una casa. Dove fare…

3) una famiglia. Con cui trascorrere…

4) le vacanze… viaggiare… e incontrare gli amici e i parenti…

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E bisogna farlo nei giorni prescritti, riunendosi e mangiando insieme.

Ma anche…

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5) andando sempre d’accordo!

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Chiunque non sia interessato a raggiungere questi traguardi è considerato strano, socialmente emarginato, disadattato e, probabilmente, poco sano.

La malattia mentale è la paura inconfessabile di molti.

L’etichetta che sancisce la diversità e  l’emarginazione sociale.

Lo spettro che terrorizza al punto che, segretamente, tante persone ricorrono ai farmaci pur di non ascoltare un sistema emotivo in contrasto con i dettami della collettività.

Bisogna essere come tutti gli altri.

NORMALI.

Anche nei sentimenti.

Anche nelle emozioni.

Ma non tutti riescono a lobotomizzare la propria emotività per conformarsi agli standard imposti dalla società.

Sempre più persone risentono di questo livellamento emotivo e dell’amputazione della creatività.

E le malattie psicologiche oggi più frequenti: la depressione e gli attacchi di panico, segnalano una falla nel conformismo.

Falla che non andrebbe curata ma valorizzata, esplicitata e incentivata.

Dentro questo scenario, la sofferenza psicologica diventa la conseguenza di un dover essere emotivamente in un certo modo impossibile da raggiungere, lo scarto tra un sentire giudicato illecito e un sentire considerato lecito, e costituisce spesso l’unica risposta sana davanti al tentativo di livellare i sentimenti in uno standard socialmente prescritto e chiamato normalità.

Così, mentre ci viene detto con insistenza cosa sia ragionevole provare nelle varie circostanze della vita, il cuore funziona a modo suo e prescinde dai dettami della ragione.

Il cuore segue una logica illogica, basata su valori diversi dagli status della normalità.

AMA.

Senza preoccuparsi se questo sia conveniente, intelligente, disdicevole o giusto.

E, per quanti sforzi faccia la ragione, non riuscirà mai a modificare i sentimenti.

Può solo scegliere di non ascoltarli.

Chi segue il proprio cuore si apre alla verità di se stesso e trova la sua unicità, la creatività che guida la sua vita e le sue scelte.

Nell’A-normalità esiste la più profonda verità di ciascuno.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

Carla Sale Musio

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Lug 11 2012

VADO IN VACANZA! … partire o incontrare sé stessi?

Le vacanze sono una delle tante prescrizioni sociali che tutti noi dobbiamo assolvere periodicamente.

In origine le ferie dovevano essere un momento di riposo per recuperare le forze perse durante il lavoro, lo spazio in cui ripristinare l’ascolto interiore di se stessi e del proprio benessere.

Oggi però, il mercato propone droghe e divertimenti sempre diversi e sollecita la nostra curiosità suggerendo posti nuovi dove andare a spendere i soldi guadagnati faticosamente durante l’anno.

Partire nelle vacanze è diventata una necessità, quasi per tutti.

Chi vive al nord non vede l’ora di andare al sud, e chi invece sta al sud è impaziente di trasferirsi al nord.

Viaggiare sembra essere il traguardo più ambito delle vacanze.

E per raggiungere questo fine siamo disposti a spendere molti soldi, sopportare estenuanti spostamenti, prenotare e organizzare ogni cosa con mesi di anticipo, rischiando di ritrovarci poi, il giorno della partenza, senza più l’entusiasmo previsto ma con l’inderogabile necessità di assolvere tutto ciò che era stato programmato in precedenza.

Le ferie sono diventate un momento di evasione non solo dal lavoro ma, spesso, anche da se stessi.

I ritmi frenetici imposti dalla nostra civiltà non ci lasciano tempo per riflettere e per esplorare il mondo interiore.

Siamo talmente assuefatti a correre e disabituati a scoprire la nostra anima che durante i periodi di riposo, quando ci ritroviamo di colpo privi della stressante organizzazione quotidiana, andiamo incontro a un forte senso di disorientamento e di disagio.

Ecco, allora, che il viaggio diventa un ottimo sostituto della frenesia lavorativa e le vacanze, più che essere un momento di riposo, si trasformano in un’alternativa all’agitazione di ogni giorno.

“Sei in ferie? Beato te! E dove vai?”

La domanda suona come un obbligo e presuppone l’inevitabile necessità di evadere.

Essere in ferie e restarsene a casa è considerato roba da malati, un’evenienza triste e decisamente sfortunata.

Partire è inevitabile!

È diventato (quasi) un dovere.

Serve a rispondere alle domande degli amici e ad aggiornare l’album dei viaggi (siamo andati qui, siamo andati lì, siamo andati là…).

Serve a sentirsi vivi.

Serve a sfuggire quell’assordante silenzio interiore che incombe quando ci si ferma.

Serve a continuare a correre… e a desiderare di rientrare al lavoro!

(Quando finalmente si riprenderà la vita di tutti i giorni, con qualcosa di più da raccontare agli altri e a se stessi)

Anche perché, diciamocelo, viaggiare non è per niente rilassante.

Cambiare letto, cambiare bagno, cambiare stile alimentare, cambiare fuso orario, cambiare clima, cambiare abitudini, sono eventi stressanti.

E a questo stress, va aggiunto lo stress delle convivenze (nelle case estive, in barca, in camper, in campeggio, ecc) spesso causa di tensioni e incomprensioni tra amici, parenti, vicini e conoscenti.

Insomma, di riposo non si tratta per niente.

Ma ciò che rende le partenze così desiderabili, è l’opportunità di evadere l’ascolto della propria anima e la riflessione sul significato della propria esistenza.

Partire serve, spesso, a evitare se stessi.

Perché niente rende più nervosi che ascoltare tutto quello che non ci siamo detti, travolti dai mille impegni della vita quotidiana.

E niente rilassa di più che risolvere il disordine interiore.

Ci sono bisogni, desideri, cambiamenti, che attendono il momento del nostro riposo per rivelarsi e trovare attenzione, comprensione e soluzione.

Ci sono parole che abbiamo bisogno di dire a noi stessi, decisioni che dobbiamo prendere, trasformazioni che aspettano di essere attuate.

Tutto questo lavorio interiore permette lo strutturarsi di nuovi equilibri, è il rimo della crescita psicologica, la via per il benessere mentale e fisico.

Un benessere che poggia sul cambiamento, perché la vita è evoluzione e acquista senso e significato solo quando questa evoluzione può essere accolta ed espressa.

Certo, ci sono viaggi che permettono e agevolano questo processo interiore.

Sono viaggi con se stessi e dentro se stessi.

Viaggi che non presuppongono necessariamente una partenza e un arrivo in località diverse del pianeta.

Ma che prevedono una partenza e un arrivo in identità diverse di sé.

E spesso, chi parte per questi viaggi non è chi ritorna indietro.

L’identità è un mutamento continuo di sé, capace di dare compimento ed espressione alla nostra poliedrica creatività interiore.

Non sempre è necessario partire, per incontrare se stessi.

A volte, occorre ritrovarsi nei luoghi dove si è smarrita la propria profonda verità.

“Quest’anno? Non mi sono mosso da casa. Eppure… ho fatto più esperienze che se avessi circumnavigato il mondo!”

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Nov 21 2011

A-NORMALI si nasce o si diventa?

A-normali si nasce.

Normali si diventa.

In un mondo sano tutti dovrebbero essere A-normali.

Ogni essere è unico, originale, irripetibile; la sua diversità è il contributo che porta al mondo, una ricchezza che si aggiunge alla poliedricità delle esistenze e fa più bella la vita.

Tanti modi differenti di sentire, di essere, di pensare rendono interessante la scoperta e la conoscenza l’uno dell’altro e creano ricchezza esistenziale.

 

Ricchezza esistenziale… una risorsa poco considerata.

Oggi è d’obbligo seguire la corrente.

Chi non partecipa, chi si differenzia, è guardato con sospetto, trattato con diffidenza o addirittura emarginato.

Ma, nascosta dentro il cuore di ciascuno, esiste una Anormalità inalienabile. Che cerca solo di trovare la propria dignità e la dovuta ammirazione.

Che gusto ci può essere nel vestire tutti allo stesso modo, mangiare tutti le stesse cose e pensare tutti uno stesso unico pensiero?

Eppure…

Per qualcuno (pochi) un gusto c’è.

Il gusto perverso di forgiare una popolazione di servitori.

Con una divisa, che si chiama: moda.

Con una catena ai piedi, che si chiama: stipendio.

Con delle brevi libere uscite, che si chiamano: ferie.

E con una prigione invisibile cucita addosso, che si chiama: normalità.

Ma la normalità è un’omologazione che fa ammalare.

E noi psicologi, purtroppo, lo verifichiamo ogni giorno.

Certo, tutti abbiamo bisogno dell’approvazione e del riconoscimento l’uno dell’altro.

Ma vogliamo essere riconosciuti proprio nella nostra speciale unicità.

La normalità ci costringe a rinunciare alle nostre peculiarità e all’originalità che ci contraddistingue, pur di trovare conferme e considerazione.

Conferme e considerazione che non bastano mai, quando non sono rivolte al cuore della persona, alla sua specificità.

Un invisibile coach, chiamato informazione ci insegna, impercettibilmente, a livellarci nel conformismo.

Fino a che la normalità diventa il nostro vestito.

Quell’apparenza che bisogna mostrare per sentirsi bene in mezzo agli altri. Altri che, inevitabilmente, indossano la stessa divisa e ne rimangono imprigionati.

Poi, in nome di questa sbandierata normalità, sacrifichiamo gli impulsi più veri, la nostra autenticità emozionale. Quel modo unico e speciale con cui ognuno interpreta la vita.

A-normali si nasce.

Normali lo si può diventare.

Forse per non sentirsi troppo soli. Forse per essere amati.

Però l’amore, ottenuto nascosti dietro un normale falso sé, non soddisfa la fame ed è come ingoiare il menù al posto del pranzo.

Nessuno può essere mai uguale a un altro, nemmeno quando si nasce gemelli.

Il nostro vero sé è A-normale.

Aspetta, inestirpabile e incorruttibile, il momento di rivelare la sua verità.

Sincero.

Unico.

Solo.

E per questo pieno di fascino.

E di creatività.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

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Ott 27 2011

A PROPOSITO DEL DE’JA VU’…

Si chiama dèja vu la sensazione interiore di aver già vissuto un evento della propria vita che sta accadendo nel momento presente.

Il dèja vu è un fenomeno che mette bene in evidenza la coesistenza in noi di due modalità conoscitive differenti: la percezione sensoriale e la percezione cardiaca .

La comprensione del tempo che scorre ci serve per muoverci agevolmente nella realtà fisica.

Ma la realtà fisica non è l’unica realtà che sperimentiamo.

Oltre alla mondo dei sensi esiste un mondo emotivo che s’intreccia con le esperienze materiali e intesse la nostra vita di sensazioni e sentimenti.

Il tempo del cuore è un tempo diverso da quello cronologico.

Il tempo cronologico scorre.

Il tempo degli affetti non scorre.

E’.

Punto e basta.

Sperimentiamo questo stato senza tempo quando siamo coinvolti in qualcosa che ci appassiona, può succedere in compagnia di una persona speciale, guardando un film, durante un lavoro creativo.

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Mentre siamo immersi in un’esperienza cardiaca, le cose durano sempre: un istante.

Anche se sono trascorse delle ore.

Questo succede perché la passione è uno stato emotivo che non ha bisogno del tempo per dispiegarsi.

Durante un’esperienza emozionalmente coinvolgente, entriamo in contato con la realtà cardiaca e con le sue regole.

Quando, però, spostiamo la nostra attenzione sulla realtà fisica, il tempo riprende la sua funzione regolatrice degli eventi e scopriamo che l’immediatezza della nostra percezione emotiva, per svolgersi nella realtà temporale, può impiegare… anche parecchie ore!

La percezione cardiaca legge la vita con codici affettivi e non ha bisogno del tempo.

Nel cuore le cose succedono in un immediato/sempre.

 

Ogni tanto (senza sapere quando e come, perché la logica non funziona bene con le emozioni) scivoliamo in un non tempo affettivo e sperimentiamo quell’immediato/sempre insieme all’adesso che scorre.

E’ il fenomeno del déja vu.

L’effetto è buffo e disorientante, sembra di camminate due volte sullo stesso fotogramma temporale.

Quello che succede è la sovrapposizione di uno stato di coscienza in cui si percepisce lo scorrere del tempo con un altro stato di coscienza che esiste fuori dal tempo.

Quando siamo in quell’immediato/sempre affettivo, l’orologio non serve, basta il cuore.

Se sovrapponiamo alla dimensione emotiva lo scorrere del tempo, ci sembra di aver già vissuto quel momento.

Ma già vissuto è soltanto la spiegazione che la ragione si da, con gli strumenti che ha.

Di fatto, la mente non può leggere i codici del cuore perché appartengono a uno stato di coscienza diverso.

Perciò, nel tentativo di interpretarli, li deforma.

Il tempo è un sistema di lettura della realtà che non appartiene alle esperienze affettive.

Il cuore conosce un coinvolgimento che include ogni cosa: i protagonisti, lo scenario, gli oggetti.

Nel vissuto cardiaco lo scorrere del tempo non esiste, c’è solamente l’emozione che permea tutto in un presente senza nessun tempo.

Quando sovrapponiamo il tempo che scorre al permanere del cuore, ci sembra di vivere la stessa cosa due volte: una volta nella cronologia degli eventi e una volta nel sempre cardiaco in cui passato, presente e futuro coincidono in un unico istante, sempre presente.

Questa duplicità disorienta la ragione che deduce: “Siccome questo episodio lo conosco, devo averlo già vissuto prima di adesso”.

La mente non si arrenderà mai a qualcosa che non sia sequenziale, perché sfugge al suo controllo.

E la mente ha una funzione di controllo, indispensabile per padroneggiare la realtà fisica.

Perciò trasforma l’esperienza, che la coscienza sta sperimentando contemporaneamente nella dimensione a-temporale e nella dimensione temporale, in un fenomeno cronologico in cui l’evento inevitabilmente dovrà essere successo anche prima.

Possiamo paragonare la coscienza a un computer con programmi differenti, ognuno con regole e codici propri.

Se utilizziamo il programma “percezione cardiaca”, tutto è misteriosamente e appagantemente perfetto, pur nella sua imperfezione, semplicità o inutilità.

Perché vive in un “sempre/senza tempo” in cui la mente logica non ha accesso.

Se invece usiamo il programma “scorrere del tempo”, allora tutto può essere migliorato o peggiorato in quel durante che trascorre passando da prima a dopo.

I fenomeni di déja vu ci ricordano che il tempo è uno strumento utile alla coscienza per fare esperienza della fisicità.

La realtà emotiva si serve di altri mezzi (diversi dal tempo) per sperimentare conoscenze differenti dalla fisicità.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

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Ott 11 2011

A PROPOSITO DEI FENOMENI PARANORMALI…

Chi possiede una personalità creativa ha spesso fenomeni paranormali di vario tipo.

Questo succede già quando si è molto piccoli.

I bambini vivono con naturalezza la paranormalità e, solo in seguito agli atteggiamenti ridicolizzanti o colpevolizzanti degli adulti, imparano a vergognarsene e a nasconderla come se fosse qualcosa di sbagliato.

Ma cosa s’intende con fenomeni paranormali?

Tutto ciò che succede a dispetto della fisica, della logica e della ragione è considerato paranormale.

Cioè A-normale, perciò sbagliato e quindi da evitare.

La parola paranormalità non piace. Evoca sedute spiritiche e malvagità oppure giochi di prestigio e trucchi da baraccone.

La scienza ufficiale la deride e non la riconosce, le religioni la demonizzano e la vietano.

Noi psicologi, che non siamo né scienziati né religiosi, poiché ci occupiamo di mente, psiche e cervello con la paranormalità dobbiamo fare i conti.

Il termine paranormale indica una serie di fenomeni psichici che trovano spiegazione nelle peculiarità dell’emisfero destro del cervello.

Poiché l’emisfero destro è sempre ben attivo in tutte le personalità creative, frequentemente accadono loro fenomeni paranormali.

L’emisfero destro utilizza una modalità conoscitiva basata sull’immediatezza e sulla sintesi, diametralmente opposta alla più comune modalità dell’emisfero sinistro incentrata sulla sequenza e sullo scorrere del tempo.

I programmi scolastici fanno sì che l’emisfero sinistro si sviluppi maggiormente rispetto al destro, perciò durante la crescita le peculiarità del destro diventano poco attive.

La maggior parte delle persone perde le proprie potenzialità paranormali entro i dodici anni.

Le personalità creative, invece, sono poco addomesticabili e, nonostante gli studi e per quanti sforzi facciano, non possono rallentare le attività del loro emisfero destro che rimane sempre molto vitale.

Ecco perché hanno spesso fenomeni paranormali.

I fenomeni paranormali si producono grazie al buon funzionamento del loro emisfero destro che li informa inspiegabilmente e improvvisamente su fatti solitamente conosciuti nel corso del tempo o grazie a una sequenza di passaggi logici.

IL TEMPO E L’INCONSCIO

Oltre alla paranormalità, noi psicologi abbiamo una visione diversa da scienza e religione anche per quanto riguarda il tempo.

Per noi il tempo può presentarsi in due modi differenti.

Uno è lo scorrere del tempo, in cui ci sono: passato, presente, futuro e un durante che trascorre dal passato verso il futuro.

L’altro modo è il tempo dell’inconscio, dove ciò che succede esiste sempre in un costante presente che si conosce grazie ad associazioni affettive.

I traumi, ad esempio, nell’inconscio sono sempre presenti e, anche quando sono passati, mantengono invariate tutte le loro peculiarità. Purtroppo.

Per fortuna, anche i momenti felici mantengono nell’inconscio tutta la loro attualità.

Le proprietà del tempo nell’inconscio spiegano perché chi ha subito un trauma, per esempio un incidente d’auto, non riesce più a salire in macchina senza provare reazioni di paura e di fuga proprio come se l’incidente stesse succedendo in quel momento.

Queste caratteristiche ci aiutano a capire come mai facciamo tanta fatica a chiudere le storie che non vanno bene. Nell’inconscio i momenti belli trascorsi in passato (anche se pochi) esistono in un eterno presente e interferiscono con la consapevolezza delle miserie e delle tristezze attuali.

La paranormalità spiega tanti fenomeni strani che succedono alle personalità creative.

Fenomeni che solo alcuni accolgono con gioia e curiosità mentre la maggior parte li demonizza e li vive con paura.

Credo che la scarsa conoscenza dei meccanismi che determinano l’accadere di questi fatti ci renda tutti diffidenti e spaventati, mentre una maggiore dimestichezza ci permetterebbe di utilizzare al meglio le possibilità a nostra disposizione.

Questi fenomeni non sono pericolosi, anzi! Sono delle risorse in più da utilizzare.

Occorre comprenderli e liberarli dal manto di superstizione che li avviluppa, etichettando chi li vive come un pericoloso portatore di diversità e di negatività.

Aprire il dialogo su questi argomenti aiuta a prendere confidenza con una diversa modalità di conoscenza.

Una modalità immediata e istintuale che le specie animali utilizzano spontaneamente per sopravvivere e comunicare tra loro.

L’istinto si basa su una conoscenza che sfugge ai meccanismi della ragione, ma che può essere altrettanto valida ed efficace.

Ascoltare le proprie intuizioni non significa smettere di pensare o di ragionare, ma utilizzare degli strumenti in più per vivere meglio.

Il cuore non è normale.

E’ vero.


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Mag 26 2011

IO NON SONO NORMALE: AMO TROPPO!

Io non sono normale,

  • amo troppo!

  • amo in modo sbagliato!

  • amo senza selezionare nulla!

  • amo anche quando non voglio!

  • amo senza nemmeno rendermene conto!

  • amo a sproposito!

  • amo stupidamente!

  • amo senza ritegno!

  • amo goffamente!

  • amo incessantemente!

Mi tornano alla mente tanti volti e tante storie diverse, tutte con la stessa disarmante richiesta:

“Voglio essere come tutti gli altri. Voglio essere normale!


Angela, Sara, Matteo… i nomi e i racconti personali cambiano, la sofferenza è sempre la stessa.

“Quali risultati vorrebbe ottenere diventando “normale”?” domando ogni volta.

Mentre osservo i loro occhi, carichi di disperazione e di speranza, mi preparo a una lunga trattativa.

Dobbiamo definire insieme il punto di arrivo del lavoro psicologico e, finché non ci troveremo d’accordo sui risultati da raggiungere, non si potrà cominciare nessun percorso.

Angela, Sara o Matteo dovranno essere aiutati a comprendere che non si può cambiare la propria capacità di amare, se non per amplificarla.

Non si può ridurla.

Non si può lobotomizzare l’amore.

Si può solo farlo crescere!

E questo è esattamente il contrario di ciò che mi stanno chiedendo con tanta speranza e tanto desiderio.

Ecco perché il mio mestiere richiede pazienza…

“Come mai non le piace questo suo modo di amare?” chiedo.

“Sta scherzando? E come potrebbe piacermi?! Certo che non mi piace!!!! Mi crea un sacco di problemi inutili! Le sembra bello piangere guardando il TG?!”

Angela mi guarda innervosita.

“Eppure” rispondo “il telegiornale riporta notizie talmente tristi e catastrofiche che mi sembra difficile non piangere. Se una persona s’immedesima nella sofferenza degli altri, non può che sentirla dentro di sé come se fosse la sua.”

“Si, infatti…”

“La capacità di comprendere il dolore degli altri è una cosa buona. Chi la possiede ha una marcia in più. Significa che ha un cuore.”

“Ah! Be’… di quello io ne ho anche troppo!”

Andiamo avanti così. Lavoriamo sul valore e sull’importanza di saper ascoltare il proprio cuore e arriviamo alla fine dell’ora con un accordo costruito insieme.

Non ci occuperemo di cambiare i sentimenti, ma uniremo le forze per imparare a gestirli.

Imparare a gestire i sentimenti, senza censurarli e soprattutto senza vergognarsene è il primo passo verso una vita migliore.

Una vita dove le emozioni siano permesse, ascoltate, comprese e valorizzate.

Una vita libera dalla guerra contro il proprio cuore.

E’ il primo passo per costruire un mondo migliore.

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Mag 07 2011

IO NON SONO NORMALE: SONO LIBERO


Tutte le cuoche sanno fare una torta di mele…

La torta di mele si fa sempre con gli stessi ingredienti, ma ogni cuoca la prepara a modo suo, mescolando le dosi in quell’irripetibile mix che fa di lei uno chef unico al mondo.


E’ così che atterriamo nella vita. Con la nostra alchimia originale che è insieme l’espressione di noi stessi e il dono che portiamo agli altri, la nostra speciale: torta di mele.



Credo che un cuoco sia grande quando le sue ricette diventano uniche, perché unico è il modo in cui ciascuno gusta la vita.

Così ritengo che la normalità sia la patologia del secolo, quella malattia che, incatenando la creatività, ci rende schiavi dentro una vita al servizio del conformismo.

Si può essere diversi e “a-normali”.



Ci si può permettere di avere un cuore. Con cui ognuno assapora la vita a modo suo.

Si può essere “a-normali” ed essere liberi, creativi, originali, appassionati, sinceri.

Nella ricetta della felicità questi ingredienti sono fondamentali.

L’amore è diverso per tutti.

Per questo ci rende unici e speciali.

Per questo rende speciale ogni essere che amiamo.

Nessuno è normale.

Quando ama.



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