Tag Archive 'adolescenza'

Giu 18 2015

PAPÁ PASTICCIONI & MAMME PERFETTE

Nella famiglia eterosessuale di solito è la mamma a occuparsi della casa e dei bambini mentre al papà sono riservate mansioni considerate più maschili.

Il cliché tradizionale prevede compiti diversi per i due sessi.

Perciò, nonostante marito e moglie abbiano gli stessi impegni lavorativi e portino a casa uno stipendio entrambi, la cura dei piccoli e delle faccende domestiche sono, da sempre, di competenza femminile.

Questa divisione dei ruoli genera una sorta di complicità tra madri e figli che, insieme, condividono i piccoli segreti, le abitudini, i successi, le gioie e i dolori che costellano la nostra quotidianità.

Nella famiglia prende forma così un sottogruppo che esclude il papà per la maggior parte del tempo, coinvolgendolo solo in avvenimenti speciali.

Quest’arbitraria e innaturale ripartizione dei compiti provoca numerose conseguenze negative.

Infatti, quando i padri, eludendo i presupposti maschilisti imposti dalla tradizione, provano a inserirsi nella quotidianità dei piatti da lavare, dei compiti da fare, della playstation, dei cartoni, e delle innumerevoli questioni solitamente riservate alla supervisione materna, scoprono dolorosamente la propria incompetenza e devono affrontare la sensazione di essere inadeguati e maldestri.

Questi vissuti interiori incrinano l’immagine del genitore rassicurante, protettivo e deciso, che ogni papà vorrebbe incarnare agli occhi della moglie e dei figli.

E, per evitare l’imbarazzo che consegue ai “disastri” dell’inesperienza, molti uomini preferiscono abbandonare il campo e salvare l’orgoglio ferito, raccontandosi che non hanno tempo.

“Oggi proprio non posso!” mormorano sconsolati, consultando un’agenda piena di impegni. Improrogabili!

Così, mentre le mamme imparano a moltiplicare se stesse per far fronte alle tante difficoltà della famiglia, i papà, lacerati tra il desiderio di partecipare di più e la paura di scoprire un’umiliante inettitudine, finiscono per estromettersi totalmente dalla gestione di casa e bambini.

In questo modo perdono progressivamente il contatto emotivo con i figli.

E tra mamme perfette e papà pasticcioni si crea una spaccatura che genera non poche incomprensioni e che, nel tempo, contribuisce a sostenere i comportamenti irresponsabili e provocatori dell’adolescenza.

Infatti, se da piccoli i bambini imparano a rivolgersi esclusivamente alla mamma, con la crescita il bisogno di conquistare l’autonomia li spinge a confrontarsi anche col papà e scatena atteggiamenti aggressivi e sfidanti, volti a conquistarne l’attenzione. Con le buone o con le cattive!

Scarso impegno negli studi, bugie, trascuratezza, disordine, comportamenti irresponsabili… sono modi (spesso inconsci) per costringere un genitore assente a partecipare di più.

E possono risolversi, recuperando l’intimità e il dialogo.

Durante l’adolescenza, infatti, il desiderio di forgiare l’identità spinge i ragazzi e le ragazze ad affermare il proprio punto di vista, calibrando le forze soprattutto nel rapporto con i genitori.

Le mamme perfette tendono ad accollarsi tutte le responsabilità, colpevolizzandosi e rimboccandosi le maniche nel tentativo di risolvere i problemi.

Ma, così facendo, sottovalutano l’importanza di essere in due.

La poca partecipazione di un genitore alla vita familiare è vissuta dai figli come se fosse un rifiuto e genera bassa autostima e inadeguatezza.

Per sentirsi forti e ottenere l’attenzione, spesso i ragazzi sfidano l’autorità mettendo in atto comportamenti oppositivi, polemici e trasgressivi.

Punirli con severità non serve a risolvere la paura di non valere nulla che sottende il bullismo e la violenza.

Per curare i comportamenti antisociali servono l’esempio, la considerazione e la stima.

Nella famiglia eterosessuale tradizionale, l’angelo del focolare e l’uomo che non deve chiedere mai insegnano che esistono ruoli di serie A e ruoli di serie B, e questo genera nei figli competizione e sfida.

Solo il coinvolgimento di entrambi i genitori nella vita famigliare ripristina l’equilibrio emotivo, aiutando i più giovani a sentirsi importanti, amati e capiti.

Certo i papà pasticcioni dovranno affrontare la propria inadeguatezza!

Ma solo dalla capacità di mettersi in discussione con umiltà nasce l’esempio di cui i ragazzi hanno bisogno per crescere.

Le mamme perfette, invece, dovrebbero uscire di casa più spesso, lasciando che i mariti trovino da soli il modo di interagire con i figli.

Un modo che certamente sarà diverso per ognuno dei genitori, ma non per questo meno efficace.

Dal confronto tra due differenti possibilità di espressione nascono il cambiamento e la libertà.

E i giovani imparano a camminare da soli nel mondo.

Carla Sale Musio

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Nov 01 2013

ADOLESCENTI SOLITARI

E’ bello immaginare l’adolescenza come l’età della spensieratezza, un tempo sereno, libero dalle preoccupazioni e dalle responsabilità che gravano sulle spalle degli adulti.

Agli anziani piace pensare che i più giovani siano affrancati dagli obblighi e dalle inquietudini che angustiano la maturità, e spesso invidiano l’irresponsabilità e la leggerezza di quegli anni che per loro sono ormai passati.

Un meccanismo di rimozione permette ai non più giovani di cancellare dalla memoria il ricordo dei tormenti, della solitudine e dello smarrimento, vissuti durante la propria fanciullezza e provoca la mistificazione di una presunta e irreale gioventù, priva di pensieri e di difficoltà.

Ma dietro alla difesa, messa in atto dai grandi per sfuggire il ricordo delle sofferenze patite da piccoli,  esiste una verità ben diversa.

L’adolescenza, lungi dall’essere l’età della spensieratezza, è invece un periodo della vita difficile, complesso e carico di problemi.

Durante l’adolescenza, infatti:

  • la fiduciosa certezza nell’onnipotenza dei genitori è andata ormai in frantumi cedendo il posto a una più realistica consapevolezza dei limiti e degli errori commessi dalla mamma e dal papà durante il loro percorso evolutivo. Questo sollecita il bisogno di mettere a fuoco il proprio modo di affrontare la vita e genera una sensazione di pericolo e di inadeguatezza che si risolverà soltanto col tempo, grazie al raggiungimento di una maggiore autonomia.

  • l’esigenza di sperimentare le proprie forze e le proprie capacità, si scontra con l’impotenza, economica e decisionale, conseguente alla dipendenza dalla famiglia.

  • i ragazzi non hanno quasi mai voce in capitolo, nemmeno quando si tratta di sé stessi. Non sono più dei bambini e perciò ci si aspetta da loro maturità e responsabilità, ma non sono ancora adulti, e di conseguenza devono ubbidire lasciando agli adulti l’ultima parola e rispettandone le decisioni, anche quando riguardano le loro scelte personali.

  • l’identità è ancora plastica e pronta a cambiare. Questo rende insicuri, mutevoli e attenti alle mode e al giudizio degli altri.

  • la scuola impone una serie di obblighi e di prescrizioni che devono essere assolte senza protestare e senza avere nessun potere contrattuale.

  • la socializzazione e il desiderio di avere degli amici, devono venire a patti con le norme vigenti nella famiglia. Non sempre, però, il mondo là fuori è conciliabile con la vita e le regole familiari. Spesso i comportamenti adeguati a casa non funzionano bene al di là delle mura domestiche.

Così gli adolescenti, oltre a dover fare i conti con l’autorità dei genitori, con le discipline scolastiche, con le mode e i gerghi dei gruppi in cui sono inseriti o di cui vorrebbero fare parte, devono imparare a gestire il bisogno di indipendenza e la mancanza di autonomia che caratterizza la loro età.

E a tutto questo va aggiunta la scoperta della sessualità, dell’innamoramento e della relazione intima con un’altra persona.

Una scoperta che non è esente da paure, insicurezze, inadeguatezze… e che conduce alla pericolosa esplorazione della propria diversità e originalità.

Insomma ce n’è abbastanza per affermare che l’adolescenza è uno dei periodi più difficili della vita, a dispetto del luogo comune che la rappresenta priva di pensieri e piena di superficiale allegria.

Non c’è da sorprendersi se molti adolescenti non vivono costantemente circondati dagli amici, in mezzo a feste, scherzi, risate e buonumore, ma preferiscono, invece, passare il tempo chiusi nella loro stanza, ascoltando musica, riflettendo, disegnando, leggendo, scrivendo, sognando, o contemplando il muro.

La solitudine non indica sempre una pericolosa e patologica asocialità.

Stare da soli a volte è solamente un modo per concentrarsi su se stessi e prepararsi ad affrontare il mondo con più sicurezza.

Il ritmo della crescita non ha gli stessi tempi per tutti e proprio a quell’età esistono differenze grandissime tra coetanei.

C’è chi sogna di avere un fidanzato e magari anche una famiglia con dei bambini, e chi gioca alle bambole di nascosto, cercando di allungare l’infanzia ancora per un poco.

C’è chi ha le idee chiare sul futuro e ha già scelto corso di studi, formazione e professione, e chi passa i pomeriggi guardando i cartoni e sognando di essere un super eroe.

La crescita e il cambiamento fanno paura.

Ai grandi come ai piccoli.

Ognuno deve trovare il proprio equilibrio, assecondando lo sviluppo psicologico, fisico, ormonale, culturale e sociale.

E’ difficile.

Ci sono quelli che si tuffano nella vita senza riflettere e ci sono altri che preferiscono osservare il proprio mondo interiore, per cercare di conoscerlo almeno un po’ prima di buttarsi nella mischia.

I genitori si preoccupano quando i figli se ne stanno rintanati nella propria stanza, solitari e immersi nei loro pensieri misteriosi.

A volte la solitudine può essere il segnale di una eccessiva paura ad affrontare il mondo, e in questi casi la crescita va compresa e aiutata anche con un supporto psicologico.

Ma non sempre è così.

Ci sono giovani, che non sanno rinunciare alla propria individualità e che scelgono di non omologarsi barattando il proprio punto di vista con l’accettazione degli amici e con il senso di appartenenza al gruppo.

Per non perdere il contatto con la propria originalità, questi ragazzi spesso trascorrono l’età della spensieratezza in solitudine e pieni di pensieri, interrogandosi sul valore della vita e sul significato profondo della loro esistenza.

Non vuol dire necessariamente che abbiano dei problemi di socializzazione.

A volte è solamente un modo per non tradire se stessi.

La solitudine favorisce un ascolto dell’anima che poi darà i suoi frutti.

In seguito.

Quando i tempi saranno maturi per scegliere gli amici e vivere la vita senza perdere la propria unicità.

Carla Sale Musio

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RISPETTIAMO GLI ADOLESCENTI  

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Mag 13 2013

ADOLESCENTI SENZA PADRE

Capita, a volte, che il padre non ci sia… e che la madre debba svolgere da sola il ruolo di entrambi i genitori, nel tentativo di compensare l’assenza della figura paterna.

Le ragioni di questa mancanza possono essere innumerevoli:

  • può succedere perché il papà lavora fuori ed è fisicamente poco presente nella vita familiare

  • perché ha una patologia che lo obbliga a lunghi ricoveri

  • perché è in carcere

  • perché se n’è andato, disinteressandosi dei figli

  • perché è morto

Qualunque siano i motivi dell’assenza paterna, la madre si troverà a occuparsi da sola della crescita dei figli e il carico delle responsabilità (materne e paterne) con molta probabilità la renderà insicura nel valutare, di volta in volta, le soluzioni educative più adatte ai suoi bambini.

Inoltre, nonostante l’impegno, nessuna mamma può sostituire un genitore assente e, purtroppo, il vuoto, lasciato da chi è andato via, ha inevitabilmente delle ripercussioni sulla vita dei figli.

In queste situazioni avviene spesso che, durante l’adolescenza, il figlio maschio metta in atto comportamenti provocatori e trasgressivi, quasi una sorta di caricatura di tratti coraggiosi e mascolini stereotipati.

L’assenza di un genitore è vissuta dai bambini come una mancanza d’interesse nei loro confronti e, quanto più sono piccoli, più tendono a interpretarla come una propria personale inadeguatezza.

“Se papà se n’è andato, significa che io non sono sufficientemente importante perché resti” è il pensiero ricorrente in casi come questi.

L’egocentrismo, fisiologico nei primi anni di vita, li porta a sentirsi al centro di tutti gli eventi che li riguardano.

Perciò, nel pensiero dei piccoli, se il papà non c’è più dev’essere senz’altro conseguenza delle loro scarse capacità e qualità.

Si forma così la convinzione di valere poco e di non meritare le attenzioni, il rispetto e la stima.

I bambini che vivono l’abbandono da parte di un genitore devono fare i conti con una ferita nella fiducia in se stessi.

Ferita che mostrerà i suoi effetti soprattutto durante l’adolescenza.

Infatti, l’idea di non essere abbastanza importanti da essere amati per ciò che si è, impregna insidiosamente l’autostima facendoli sentire sempre incapaci, anche davanti ai successi.

L’indifferenza di un genitore segna profondamente la fiducia nelle proprie capacità, soprattutto quando è vissuta nei primi anni di vita.

E’ come se questi ragazzi avessero un segno infamante tatuato nell’anima e, nel tentativo di cancellare quel dolore, sviluppano un insaziabile bisogno di conferme e approvazione.

Per soddisfare il desiderio di riconoscimento, nel periodo dell’adolescenza, quando la necessità di autonomia spinge a definire una propria fisionomia e a differenziarsi dalla famiglia, succede spesso che assumano atteggiamenti polemici e contestatori.

La protesta e l’autoaffermazione, infatti, sono le qualità maschili che questi ragazzi cercano avidamente dentro di sé per costruire un’identità cui sentono di non aver diritto, e che simulano esasperatamente nel tentativo di colmare l’insicurezza che invece li attanaglia interiormente.

Il bel tenebroso, l’uomo che non deve chiedere mai, il rivoluzionario, l’anticonformista… sono tutti modelli di autonomia personale che, nel loro immaginario, si caricano di attrattive e di significato e che raccontano tra le righe, la solitudine e l’abbandono vissuti da bambini.

Si tratta di modelli maschili stereotipati, grazie ai quali cercano di fabbricarsi un’identità e un ruolo con cui proporsi agli altri ed esibire, finalmente, quella sicurezza in se stessi tanto desiderata e mai vissuta.

In questi casi è molto difficile intervenire per aiutarli a esprimere le proprie fragilità insieme al nascente bisogno di libertà.

Infatti, l’adolescenza spinge a provare le proprie forze e a cimentarsi con la vita senza l’aiuto della famiglia, e il desiderio di essere valorizzati e riconosciuti porta a ricercare l’approvazione soprattutto dentro il gruppo di riferimento (di solito il gruppo dei coetanei ma a volte anche gruppi emarginati dalla società).

La contestazione e la ribellione diventano così, una bandiera che sancisce la maturità mentre l’indipendenza li spinge a sfuggire qualunque proposta, suggerimento o dialogo, con il mondo degli adulti (familiari, scuola, ecc.).

Così, per paura di non riuscire a conquistare con le proprie forze l’autonomia tanto agognata, questi ragazzi esibiscono una facciata di superiorità o di indifferenza che nasconde abilmente, spesso anche a loro stessi, la paura di non trovare il proprio posto nella vita.

La mancanza di un modello maschile con cui familiarizzarsi e poi confrontarsi, li porta a ritagliare la propria identità come se fosse un puzzle, assemblando i pezzi sparsi di una virilità esasperata appresa dai film, dalle pubblicità e dalla cronaca.

Manifestano in questo modo un’identità maschile rigida e priva di sentimenti, di cui accentuano i tratti trasformandosi in una sorta di super macho senza scrupoli e senza paura.

In questi casi può essere estremamente utile supportare lo strutturarsi dell’identità e dell’autostima con l’aiuto di un educatore professionale che affianchi i ragazzi nella quotidianità e che li aiuti a costruire un modello di virilità più aperto all’ascolto dei sentimenti e capace di gestire la propria sensibilità insieme alla forza.

Infatti, un uomo giovane, non troppo distante dalla loro età, costituisce un punto di riferimento importante, alternativo alla figura paterna, quasi un fratello maggiore capace di mostrare, insieme ai comportamenti indipendenti, quell’affettività maschile che è mancata durante l’infanzia.

La figura dell’educatore professionale è indispensabile nelle situazioni in cui, per poter aiutare efficacemente i ragazzi, è necessaria una grande capacità di mettersi in gioco unita ad altrettanto grandi competenze professionali.

La presenza di una figura maschile di riferimento, non appartenente alla famiglia e preparata nel sostenere l’autostima e l’autonomia, è un supporto prezioso e capace di fare miracoli, ma perché questo lavoro sia efficace e non si trasformi in un’altra deludente ferita narcisistica, è importante che duri nel tempo e che gli incontri siano cadenzati e costanti (di solito, non meno di una volta alla settimana per almeno uno o due anni).

Solo così diventa possibile stabilire il rapporto di continuità necessario a ottenere la fiducia di chi ha già vissuto un abbandono e ha perso la speranza nella stabilità delle relazioni affettive.

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Mag 02 2013

IL FIGLIO MINORE

Capita spesso durante l’adolescenza che il figlio piccolo sia anche quello che crea maggiori difficoltà in famiglia.

I genitori faticano a spiegarsi come mai le stesse modalità educative che in passato hanno funzionato bene con un figlio falliscano con un altro.

Soprattutto nelle famiglie di quattro persone (padre, madre e due figli) ci si può ritrovare intrappolati dentro a una sorta d’incomunicabilità generazionale in cui mamma e papà sono delusi e scoraggiati mentre il figlio piccolo si sente frainteso, trascurato e solo.

Di solito, la causa di queste incomprensioni è la diversa situazione psicologica che esiste tra i fratelli.

Il primo figlio, infatti, è quello che insegna ai genitori come essere padre o madre e, con il suo carattere e con i suoi comportamenti, da forma insieme a loro ad una sorta di modello educativo familiare, cioè a un modo abituale di fare relazione tra genitori e figli all’interno della famiglia.

E’ lui che stabilisce cosa sono i capricci e cosa è l’ubbidienza, è lui che contesta o accondiscende alle regole dei grandi e che, così facendo, definisce una normalità comportamentale alla quale poi anche il secondogenito si dovrà attenere (almeno nelle attese di mamma e papà).

Il primo figlio perciò ha davanti a se un’ampia gamma di possibilità.

Il secondo, invece, può soltanto scegliere se imitare il fratello maggiore oppure no.

E questo costituisce per lui una grave penalizzazione.

Infatti, se deciderà di prendere a modello gli atteggiamenti e di modi di fare del primogenito, sarà comunque il secondo arrivato e dovrà lasciare il primato di ogni conquista al fratello più grande (il quale, per la differenza di età, gode già di una maggiore prestanza fisica e mentale).

Se invece deciderà di differenziarsi da suo fratello, il figlio minore dovrà fare i conti con una restrizione delle opportunità a sua disposizione e si vedrà costretto a escludere tutto ciò che il maggiore ha già intrapreso.

Questo spiega perché, per ottenere l’unicità agli occhi dei genitori e ricevere il loro riconoscimento, al figlio piccolo non rimane altro che trovare una diversa specializzazione in cui emergere.

Ha bisogno, infatti, di qualcosa che lo definisca e lo caratterizzi rispetto al fratello grande, permettendogli così di ritagliarsi un suo spazio di competenza all’interno della famiglia.

Dovrà trovare interessi e attività che siano soltanto suoi e che gli permettano di emergere con le sue capacità.

Perciò, per sentirsi bravo, dotato e preparato in un settore che lo contraddistingua, sarà portato a scegliere hobby, giochi e passioni che al fratello maggiore non interessano.

Proprio per il bisogno di conquistarsi un suo spazio di riconoscimento personale e per ritagliarsi un’autonomia intellettuale rispetto al primogenito, il secondogenito è portato, a volte, a scegliere la contestazione, trasformandosi nella pecora nera della famiglia.

La protesta, la polemica e l’irritabilità, diventano allora caratteristiche che lo diversificano e che gli consentono una sua tipicità, anche se negativa, all’interno della vita familiare.

Per queste ragioni, succede spesso, nelle famiglie di quattro persone, che il figlio maggiore finisca per essere considerato capace, ragionevole e affidabile, mentre il figlio minore diventa, invece, l’indisciplinato e il contestatore.

Per superare queste difficoltà e realizzare una migliore armonia familiare, è importante che i genitori diversifichino i due fratelli, valorizzando le loro differenze ed evidenziando i pregi e le peculiarità che li caratterizzano.

Ogni figlio, infatti, è un universo a sé. Appartenere alla stessa famiglia non significa omologarsi, ma, al contrario, arricchire la vita con la propria esclusiva personalità e unicità.

Troppo spesso i genitori tendono ad accomunare i fratelli tra loro, pretendendo un’uniformità di comportamenti e di atteggiamenti, impossibile da ottenere e dannosa per lo sviluppo dell’individualità di ciascuno.

Per evitare gemellaggi inopportuni tra i figli, papà e mamma devono focalizzare la loro attenzione sulle caratteristiche di ognuno, evidenziandone le prerogative in un confronto capace di rendere i fratelli diversi ma altrettanto interessanti.

Non sempre questa differenziazione è facile per i genitori che, abituati a un particolare stile educativo, faticano a cambiarlo per adattarlo alle esigenze e alla personalità del figlio che è arrivato per ultimo.

In questi casi capita spesso che papà e mamma insistano nel pretendere dal secondogenito le stesse qualità e prestazioni del primo e, non riuscendo a trovarle, finiscano per connotarlo negativamente. Incentivando in questo modo nel figlio piccolo la sensazione di essere emarginato e incompreso e provocandone la ribellione.


“Ma mio figlio che cosa è bravo a fare…???”


Un esercizio che consiglio ai genitori, per stimolare l’attenzione sui pregi e sulle diversità tra i figli, è la “Lista delle Capacità”.

Si prende un foglio bianco e si scrivono di seguito tutte le abilità di un figlio, fino a formare una lista di pregi, di caratteristiche, di qualità, di propensioni e di attitudini.

Poi si procede in maniera identica per l’altro figlio.

Se i genitori sono imparziali e attenti alle diverse peculiarità di entrambi i figli, le liste dovrebbero contenere all’incirca lo stesso numero di qualità e di pregi.

Quando tra le due liste si nota una grossa differenza numerica, il divario segnala che qualcosa non va nel rapporto tra genitori e figli.

Maggiore è la differenza, maggiore sarà la conflittualità col figlio meno valorizzato e più alto il rischio di incomprensioni familiari.

Compilare la “Lista delle Capacità” serve a mettere a fuoco i talenti dei propri figli e funziona come un promemoria al quale ispirarsi per sostenere la loro autostima.

Le peculiarità evidenziate nelle due liste andranno incoraggiate e valorizzate durante i tanti momenti della vita familiare, in modo da permettere anche al figlio più piccolo di sentirsi riconosciuto e apprezzato grazie alle sue caratteristiche e alla sua personalità.

In una famiglia di quattro persone, l’ultimo arrivato diventa facilmente anche l’ultima ruota del carro, cioè quello che deve sempre imparare da chi è più grande di lui e che invece non ha mai niente da insegnare a sua volta.

Succede così che, mentre i genitori vanno rispettati perché sono l’autorità e il fratello maggiore va rispettato perché è il più grande, il piccolo di solito deve soltanto ubbidire e rischia di essere notato soprattutto per la sua inesperienza e per la sua ingenuità.

Una costellazione familiare strutturata rigidamente sui ruoli dell’anzianità non permette ai figli di sentirsi valorizzati in misura uguale e contiene i presupposti per una ribellione.

Perciò i genitori devono fare attenzione a non commettere parzialità (anche involontariamente) omettendo di soddisfare il bisogno di protagonismo di chi, inevitabilmente, è sempre il più piccolo.

Quando il figlio minore trova il suo ruolo e il suo spazio di competenza all’interno della famiglia, il bisogno di ribellione evapora e un nuovo senso di partecipazione e di solidarietà sostituisce le contestazioni precedenti.

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Nov 18 2012

L’ADOLESCENZA DEI GENITORI…

Quando nasce il primo figlio, la vita di coppia subisce un cambiamento radicale.

Il nuovo arrivato catalizza quasi tutte le energie dei genitori, lasciando ben poco spazio alla loro intimità.

La passione e il desiderio di stare insieme cedono il posto all’avventura di crescere una nuova vita e i ruoli di marito e moglie passano in secondo piano davanti dall’impegno di essere padre e madre nel migliore dei modi.

Le responsabilità verso i figli monopolizzano quasi del tutto le attenzioni di entrambi i partner:

  • ci sono i problemi dell’allattamento…

  • e subito dopo quelli dello svezzamento…

  • poi arrivano i primi passi…

  • gli approcci con la socializzazione…

  • la scuola…

  • i compiti…

  • lo sport…

  • le amicizie…

lo scenario familiare si modifica costantemente assorbendo sempre più risorse ed energie.

Ogni conquista lungo il percorso della crescita è soppiantata da nuovi traguardi, in un continuum di cui non si riesce a scorgere la fine.

Aiutare i propri figli a diventare grandi monopolizza tutte le attenzioni e, quando infine sopraggiunge l’età dell’adolescenza, ci si ritrova intrappolati dentro un’organizzazione (delle giornate e dei pensieri) così automatica da non lasciare quasi più nessuno spazio alla vita privata.

Col passare del tempo, la paternità e la maternità diventano un impegno sempre più coinvolgente, fino a trasformarsi in un abito di cui è difficile spogliarsi.

Anche quando si è da soli.

Anche quando i figli, impegnati nelle loro attività personali, sono diventati “refrattari e quasi allergici” alla presenza di mamma e papà.

Arriva un momento nella vita della famiglia in cui i bambini, ormai adolescenti, cominciano a richiedere meno attenzioni e reclamano una sempre maggiore indipendenza dai genitori.

L’impegno che un tempo era stato così totalizzante si affievolisce, le maglie della genitorialità si allargano e lasciano ai coniugi una maggiore autonomia, uno spazio da dedicare a se stessi.

Capita spesso, però, che proprio quei momenti di ritrovata intimità nella coppia, quel tempo finalmente libero da potersi dedicare, coincidano con un periodo di difficoltà e di crisi.

I doveri genitoriali diminuiscono e la vita anziché alleggerirsi si complica!

Le difficoltà germogliano.

Il clima in famiglia si fa più teso.

Di solito il conto emotivo di questi malumori finisce per essere a carico dei figli.

Le responsabilità della tensione familiare sembrano ricadere interamente sulle loro spalle.

Papà e mamma spesso hanno opinioni differenti in merito alla libertà da concedere, agli orari di svago e di studio, alle uscite e all’impegno in casa o a scuola, e questo provoca frequenti discussioni e litigi, sia con i figli sia tra di loro.

A volte sembra che in famiglia nessuno vada più d’accordo con nessuno.

Altre volte, imprevedibilmente, una bonaccia emotiva consente momenti magici di intensa complicità.

Ma, al di là dei permessi da concedere ai figli, nascosta dietro le preoccupazioni per le loro scelte e per il loro futuro, si annida una crisi personale che riguarda i partner della coppia e poco o nulla ha a che vedere con l’educazione dei ragazzi.

Spesso le scelte educative diventano solo un pretesto per nascondere, anche a se stessi, la presenza di un cambiamento personale e interiore.

Dopo tante fatiche sostenute come genitori, dopo tutto l’impegno profuso insieme nel creare una famiglia, ritrovarsi nuovamente l’uno di fronte all’altro a parlare di sé (e non più dei figli) può fare paura.

Col passare dei giorni, l’identità genitoriale ha sostituito quasi totalmente l’identità personale e, per sperimentare l’intimità emotiva e riannodare il filo di un dialogo interrotto da tempo, è necessario prima di tutto ritrovare se stessi.

  • Chi sono diventato ora che il compito di crescere i figli sta arrivando al traguardo?

  • Com’è cambiata la mia identità lungo il percorso della genitorialità?

  • Quali sono oggi i miei desideri, i miei sogni, i miei obiettivi?

Tanti quesiti che spesso non si ha il coraggio di indagare… nascosti dietro crescenti impegni di lavoro” o dietro a un improvviso mal di testa”, segnalano il bisogno di stare soli, in ascolto di se stessi.

Esplorando con sincerità il proprio mondo interiore, pian piano emergono le risposte e prende forma una relazione di coppia “aggiornata al presente”, cioè arricchita dall’esperienza del fare i genitori, resa più profonda dall’insegnamento ricevuto nella relazione con i figli ma anche trasformata, cresciuta e, a volte, poco conosciuta.

Non sempre scoprirsi diversi conduce a una maggiore complicità fra i partner.

Il cambiamento genera confusione, paure e disorientamento.

E’ un momento di crisi.

Le certezze consolidate nel tempo non funzionano più e la vita, nonostante la maturità, ci pone di fronte a una nuova “adolescenza”.

Così, mentre i ragazzi affrontano il percorso verso l’emancipazione e l’autonomia, anche i genitori attraversano un momento analogo, ritrovando la propria autenticità e la propria indipendenza dai figli, ormai cresciuti, e dalle abitudini consolidate nella relazione con il partner.

E’ un momento delicato e difficile.

Si ha bisogno di stare con se stessi e si ha paura di essere lasciati soli.

Si avverte l’esigenza di mettersi nuovamente in gioco e si ha timore di fallire.

Si cercano spazi diversi di condivisione e di intimità ma il cambiamento suscita confusione e paure.

L’adolescenza dei figli fa intravedere la fine della genitorialità intesa come responsabilità educativa, e spinge alla ricerca di significati nuovi nel rapporto tra marito e moglie.

Non sempre questo è facile.

E non sempre è possibile.

A volte ci si ritrova cambiati e ci si scopre troppo distanti per vivere ancora la complicità.

Altre volte invece ci si sente più uniti, desiderosi di scrivere insieme un capitolo nuovo della vita.

Si tratta sempre, però, di un momento prezioso in cui si sperimenta un rinnovamento interiore.

Un momento in cui i sogni, a lungo censurati, escono finalmente dal cassetto e spesso incontrano opportunità inaspettate.

La vita premia chi ha il coraggio di essere se stesso.

Essere “giovani” non è soltanto avere la pelle fresca e le articolazioni elastiche.

Essere “giovani” è darsi il permesso di rischiare l’avventura della propria autenticità.

Lungo il percorso della genitorialità arriva un momento in cui la vecchiaia incombe e una nuova giovinezza attende di essere esplorata.

La differenza è nascosta nella capacità di ascoltare col cuore.

Quando i figli sono pronti a spiccare il volo, i genitori possono allargare le ali e lasciarsi trasportare dall’amore verso una nuova avventura nella conoscenza di sé.

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Giu 13 2012

MIO FIGLIO NON HA VOGLIA DI STUDIARE!

Succede…

Succede che un figlio bravo, buono e diligente, improvvisamente si stanchi di studiare e cominci a distrarsi dalla scuola, dai compiti e dalle interrogazioni.

Succede.

E non serve sgridarlo, punirlo, tagliargli i viveri o paragonarlo a tutti gli altri che invece studiano con impegno e danno tante soddisfazioni ai genitori.

Succede… e solitamente c’è un motivo, che è importante comprendere per intervenire efficacemente e aiutare chi non trova più stimoli nel continuare a studiare.

Sono tante le ragioni per cui la scuola delude i ragazzi e li demotiva nel portare avanti gli studi con successo.

I programmi ministeriali sono poco in sintonia con gli interessi dei giovani, poco attenti alle loro problematiche interiori, poco rispettosi della loro originalità e della loro creatività.

Dalla scuola media all’università, la vita di relazione è al primo posto nelle necessità di un individuo e il bisogno di sentirsi accettati e stimati dai coetanei, di esplorare i primi rapporti di coppia, di sperimentare l’autonomia individuale e l’appartenenza a un gruppo, può rivelarsi molto più importante e urgente della riuscita negli studi.

Solitamente, però, il percorso scolastico è finalizzato al conseguimento degli apprendimenti cognitivi e non tiene conto dei bisogni di socializzazione.

La scuola fa poco per stimolarli e svilupparli.

La vita di relazione degli studenti non è considerata nei programmi ministeriali.

E’ affidata al caso e alla spontaneità.

I giovanissimi devono arrangiarsi come possono e diventare emotivamente grandi nei ritagli di tempo, quando l’apprendimento delle materie scolastiche li lascia liberi.

Cioè durante brevi pause rubate allo studio, perché le ore passate a scuola non sono mai sufficienti e gli studenti devono svolgere compiti ed esercitazioni ben oltre l’orario delle lezioni.

Andare bene a scuola significa fare molte rinunce sul fronte della socializzazione, in un periodo della vita in cui, invece, si è alla ricerca di una propria identità e di un proprio ruolo nel mondo.

Nel periodo dell’adolescenza è difficile definire se stessi con precisione e si cerca di far emergere i propri valori e le proprie potenzialità nel rapporto con gli altri, soprattutto con i coetanei.

La famiglia mette i semi del bene e del male durante l’infanzia, questi semi germogliano con la crescita e sbocciano nel periodo adolescenziale.

Studiare richiede molta attenzione e concentrazione e, spesso, non è conciliabile con il bisogno di definire se stessi.

Le persone in crescita cercano nella famiglia un aiuto per mettere a fuoco i propri punti di forza, ma un’attenzione genitoriale costantemente mirata al rendimento scolastico, li porta a chiudersi e a cercare i propri riferimenti altrove.

Per questo è importante sostenere i ragazzi valorizzando i loro lati positivi, i loro talenti, le loro attitudini e le loro capacità. Anche a prescindere dal rendimento scolastico.

Molto spesso la scarsa concentrazione sulle materie di studio dipende da un’insicurezza di sé, che spinge a cercare conferme nel rapporto con gli amici.

Davanti ad una perdita repentina della voglia di studiare, sostenere l’autostima di un figlio può rivelarsi più produttivo, ai fini dell’applicazione nello studio, che non insistere costantemente su voti e interrogazioni.

Come genitori, siamo portati a correggere i nostri figli piuttosto che a premiarli.

Sottolineiamo loro le cose che non vanno bene ed evitiamo di fermarci a valorizzare ciò che hanno di buono e di positivo.

I difetti diventano gli argomenti di cui si parla più spesso, e ci dimentichiamo che i nostri figli hanno anche moltissimi pregi.

Esiste un pregiudizio diffuso secondo il quale valorizzare i ragazzi ed esaltarne le virtù, appartiene al narcisismo e fomenta l’irresponsabilità nei giovanissimi.

Non si devono montare la testa! Non si devono viziare!

Ma per non renderli dei presuntuosi, si finisce per parlare soltanto di scuola, scordando che la vita è fatta soprattutto di relazioni e che proprio i rapporti con gli altri sono ciò che più spesso ci rende felici o sofferenti.

“Quanto sai valorizzare tuo figlio?”

Test veloce per genitori

Per valutare la capacità di sostenere l’autostima dei vostri figli, eccovi un test pratico e veloce.

Prendete un foglio bianco e dividetelo in due colonne uguali.

Elencate nella colonna di sinistra tutti i difetti di vostro figlio e nella colonna di destra tutti i suoi pregi.

Fate i totali di ciascuna colonna.

Quanto più la somma dei pregi supera la somma dei difetti, tanto più siete capaci di valorizzare vostro figlio (naturalmente una somma uguale a zero in una delle due colonne segnala un’inadeguatezza nella valutazione e rende poco attendibile il risultato di questo test).

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Mag 24 2012

RISPETTIAMO GLI ADOLESCENTI

Credo che gli adolescenti siano le persone cui gli adulti mancano di rispetto più spesso.

Il periodo dell’adolescenza è considerato, dai grandi, un’età immatura per definizione.

Secondo il dizionario Sabatini Coletti, l’adolescenza è “una fase della crescita dell’essere umano collocabile tra i 12-14 e i 18-20 anni, caratterizzata da una serie di modificazioni fisiche e psicologiche che introducono all’età adulta”.

Essere adolescente, perciò, significa aver superato l’infanzia ma non aver ancora raggiunto lo status della maturità.

Benché non tutti i grandi siano maturi e responsabili, negli adulti la maturità è data per scontata e ci si sorprende, casomai, quando si scopre che non sempre è così.

Per gli adolescenti, invece, è vero il contrario.

Si ritiene a priori che si tratti di persone immature e inevitabilmente ci si sente autorizzati a correggerli e a trattarli con supponenza.

Essere adolescente vuol dire non poter usufruire più della tolleranza concessa ai bambini, ma non potersi avvalere nemmeno della rispettabilità riconosciuta agli adulti.

Infatti, un adolescente è già grande, quando si tratta di ubbidire e responsabilizzarsi, ma è ancora piccolo quando si tratta di avere autonomia ed emancipazione.

Questa diffusa considerazione dell’adolescenza fa sì che, spesso, gli adulti abusino del loro potere, pretendendo rispetto e considerazione dai ragazzi, senza preoccuparsi di ricambiare con altrettanto riguardo e attenzione.

Come adulti ci sentiamo autorizzati a insegnare ai giovanissimi, piuttosto che a imparare da loro.

Pretendiamo di avere sempre ragione e di sapere già quale sia il modo giusto di fare le cose.

Troppo spesso, però, finiamo per dimenticarci della nostra adolescenza e trascuriamo di considerare che, da una generazione all’altra, i tempi cambiano e la vita richiede soluzioni nuove con prestazioni diverse.

Gli adolescenti sono persone in crescita.

Hanno bisogno di rispetto e considerazione come chiunque altro.

Sono figli del loro tempo.

Sanno cavarsela tra le innumerevoli prove cui sono sottoposti a scuola e a casa e, spesso, possono avere soluzioni migliori di quelle (datate) trovate dagli adulti.

Eppure…

Imparare qualcosa dagli adolescenti, a molti sembra ancora un’eresia.

Il solo fatto di avere più anni basta a giustificare una totale assenza di messa in discussione e autorizza la pretesa di saperne di più.

“Lo capirai quando sarai più grande!” si dice ai giovanissimi, troncando i discorsi senza aggiungere altre spiegazioni.

Ma questa frase, quando non è accompagnata dal tentativo di motivare le proprie ragioni e da un’indispensabile reciprocità, è una frase che manca di rispetto, perché sancisce un’innata superiorità legata alla maggiore età.

Chi è più grande dovrebbe, proprio per questo, aver imparato a rispettare gli altri… ma il rispetto non può essere diverso in funzione dell’età!

Il rispetto è un diritto di tutti. Giovani e meno giovani. S’impara da piccoli e si mette in pratica da grandi.

Non è possibile insegnare il rispetto, mancando di rispetto!

La pretesa adulta, di ottenere considerazione dai più giovani senza darne altrettanta, poggia su un’attribuzione infondata di maturità.

Infatti, come potrebbe essere giudicato maturo chi è privo di riguardo verso il prossimo?

Pretendendo il rispetto senza darlo, tanti adulti rivelano la propria immaturità, nonostante l’età, ed esibiscono ai giovanissimi un aspetto poco edificante dell’anzianità: la presunzione.

Davanti agli adolescenti si deve essere corretti, leali e sinceri, perché solo così si aiutano veramente le persone in crescita a mettere a fuoco la propria autonomia e a sviluppare il senso della responsabilità.

Il mondo pullula di maestri arroganti pronti a predicare bene e a razzolare male e ai giovanissimi non servono più insegnanti di quelli che hanno già.

Ciò che li aiuta a sviluppare le loro potenzialità e a trovare la strada per realizzarle, è la vicinanza di gente che incarni con l’esempio della propria vita i valori in cui crede. Persone capaci di essere ciò che è professano, piuttosto che imporlo agli altri.

Il rispetto s’insegna con lo stile di vita, più che con tante parole.

Avere un atteggiamento di spontanea reciprocità permette a chi è adulto di scorgere le capacità nei più giovani senza farsi condizionare dall’età cronologica.

La maturità nelle persone giovani va incoraggiata e stimolata a emergere, senza arroganza ma con comprensione e con fiducia.

La presunzione, la superbia, la prepotenza, insegnano l’ingiustizia e fomentano l’insofferenza e la ribellione.

Si è scritto molto sull’adolescenza. Da adulti.

Ma ci si è messi in discussione troppo poco.

Siamo così abituati alla violenza e all’imposizione che spesso non ci accorgiamo nemmeno di esercitarla, su persone che non hanno l’autorevolezza necessaria per difendersi.

Chi è giovane apprende a comportarsi osservando gli esempi che ha intorno a sé.

Se vogliamo spezzare questa catena dilagante di soprusi e vessazioni, dobbiamo costruire una società migliore cominciando a migliorare noi stessi e a praticare in prima persona ciò che vorremmo esistesse nel mondo.

Un mondo nuovo è fatto di tolleranza, comprensione e amore.

E di tanti piccoli gesti quotidiani.

Agiti nel rispetto anche di chi non può protestare e non può ribellarsi.

Compiuti quando nessuno ci giudica.

E quando nessuno ci vede.


MALTRATTAMENTI SENZA IMPORTANZA


“Ripeti?”

Il professore di italiano la incoraggia sorridendo.

Anna ha undici anni e mezzo, e ieri ha studiato tutta la sera per questa interrogazione. E’ la sua prima interrogazione nella scuola media. L’anno scolastico è appena iniziato e ci tiene a fare una buona impressione.

Pazientemente ripete ciò che ha detto, alzando un poco il tono della voce. Probabilmente l’insegnante non sente bene.

“Ripeti?”

Anna ripete di nuovo.

Forse per l’emozione ha parlato ancora con un tono basso.

“Ripeti?”

La scena va avanti per quattro o cinque volte.

La ragazzina comincia a sentirsi insicura e a disagio nel pronunciare sempre e solo la stessa frase.

“Ripeti?”

Anna guarda sfinita il suo insegnante, un uomo di circa cinquant’anni, e infine ammutolisce.

Le sudano le mani. Di colpo capisce. Vorrebbe piangere per l’umiliazione, ma si sente troppo grande ormai.

“Allora, Anna, non ripeti più?” il professore sorride sarcastico, ammiccando al resto della classe.

“L’hai capito, finalmente, che quando non si sanno le cose è meglio stare zitti!”

* * *

Laura ha quattordici anni. Esce dal teatro insieme ai suoi genitori. Hanno appena visto uno spettacolo impegnato e molto coinvolgente.

“Anche io da grande voglio fare l’attrice!” esclama entusiasta.

“Ma che fesserie stai dicendo, Laura?!” la mamma la guarda scrollando la testa.

“Non hai proprio capito nulla della vita, figlia mia! Pensa a studiare piuttosto e vedi di darti una regolata. Altro che fare l’attrice!”

* * *

Giorgio ha sedici anni e durante l’ora di storia si lascia progressivamente catturare dai suoi pensieri.

“Giorgio, vuoi ripetermi cosa ho appena detto?” dritta in piedi davanti al suo banco, la professoressa lo fissa irritata.

Giorgio arrossisce, abbandonando di colpo le fantasticherie.

“Non lo so professoressa… mi scusi… ero distratto…”

“Vedi Giorgio, l’attenzione appartiene alle persone intelligenti. Gli idioti, invece, ne sono del tutto privi! Ma in ogni classe uno stupido c’è sempre. Adesso, semplicemente, sappiamo chi è.”

* * *

Mauro ha dodici anni e osserva suo padre che si accende una sigaretta.

Il padre lo fulmina con lo sguardo e sbotta: “Se ti vedo con una sigaretta in bocca, ti do tante sberle che ti stacco la testa!”

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