Tag Archive 'alimentazione'

Gen 21 2018

PRANZI CONDOMINIALI

Quando decidiamo di modificare le abitudini dietetiche dobbiamo fare i conti con una moltitudine di personalità che convivono nel mondo interiore e che per esprimersi utilizzano il nostro (unico) corpo.

Mettere d’accordo tutti gli aspetti che compongono la psiche è un’impresa  impegnativa.

Tuttavia, dalla riuscita di quell’intesa dipenderà l’esito dei nostri progetti.

Dal punto di vista psicologico il fallimento di un cambiamento nello stile alimentare è la conseguenza dell’ostruzionismo messo in atto da alcune parti della personalità a discapito di altre.

E, per portare avanti con successo un diverso regime nutrizionale, bisogna conquistarsi la cooperazione di tutti.

Alla nascita ognuno di noi possiede innumerevoli sé che (nel tentativo di proteggerci dalle delusioni, dalla solitudine, dall’umiliazione e dalle emozioni sgradevoli che costellano la crescita) si differenziano e acquisiscono un diverso potere nei vissuti interiori.

A seconda del contesto familiare, etnico e sociale in cui siamo cresciuti si sviluppano aspetti differenti delle nostre potenzialità espressive.

Le parti che hanno avuto successo nell’aiutarci a diventare grandi guadagnano una posizione di comando all’interno del mondo intimo e di solito non sono disposte a cedere il primato ottenuto.

Quando decidiamo di intraprendere un percorso di cambiamento, il boicottaggio di queste sub personalità può causare sintomi fisici e psichici talmente dolorosi da costringerci ad abbandonare i buoni propositi pur di evitare le conseguenze del loro sabotaggio.

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IL MIO PRANZO… CONDOMINIALE!

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Da parecchi anni studio il Dialogo delle Voci sperimentandolo nella quotidianità e, nel corso del tempo, ho identificato dentro di me cinque sé primari, presenti a ogni pasto.

Immancabilmente.

Per ognuno di loro ho scelto un nome in rima con la qualità che lo caratterizza, in modo da poterli individuare facilmente.

Sono:

  • Gaia la buongustaia

  • Donata l’affamata

  • Ardente l’impaziente

  • Ilaria l’abitudinaria

  • Greta l’asceta

Il delicato equilibrio delle relazioni tra il mio io consapevole e loro costituisce l’ago della bilancia di ogni cambiamento alimentare e comporta un impegno costante per mantenere l’intesa e l’armonia nel condominio della mia psiche.

* * *

Gaia la buongustaia è stata la prima a proporsi durante il percorso di crescita.

Mi è sempre piaciuto assaggiare le specialità delle diverse culture gastronomiche e sono stata una bambina affascinata dai sapori nuovi.

La mamma non faticava a propormi gusti alternativi, anzi!

Doveva fare attenzione al mio desiderio di provare piatti che non erano adatti alla mia età.

I cibi amari, acidi, aspri o piccanti mi hanno sempre divertito e ancora oggi stimolano il mio appetito.

Per Gaia mangiare è un piacere, un dono che la vita ci regala.

È curiosa, pronta ad assaporare le novità.

La sua presenza mi permette di adattarmi in tutte le situazioni conviviali.

* * *

Tuttavia, i problemi son arrivati con la comparsa di Donata l’affamata.

Donata è dotata di un appetito insaziabile, adora la sensazione di avere lo stomaco pieno e ama la sonnolenza che accompagna la digestione dei cibi pesanti e calorici.

Per lei non è importante cosa ma quanto mangiare.

Ha bisogno di sgranocchiare grandi quantità di alimenti e può riempirsi la pancia con sostanze tossiche, senza accusare nessuna conseguenza immediata.

Non sono riuscita a capire se Donata ha guadagnato un posto di rilievo durante il periodo dell’allattamento o se invece derivi da una vita precedente… posso solo affermare che ha sempre fatto parte della mia esistenza e che non è facile gestirla, soprattutto quando si accompagna con Ardente l’impaziente (cioè quasi sempre).

* * *

Ardente è arrivata dopo la nascita di mio fratello, quando avevo circa quattro anni, è si è accaparrata il primato nel mondo interiore a causa della sua incrollabile determinazione, qualità che la rende capace di ottenere ciò che vuole in tempi rapidissimi.

La sua insistenza e la sua forza psichica sono proverbiali.

Grazie a lei ho potuto raggiungere importanti obiettivi ma ho anche dovuto fare i conti con un’impulsività che mi ha causato non pochi guai.

Ardente non è strettamente interessata all’alimentazione ma, poiché è impetuosa e passionale, si presenta tutte le volte che sente odore di emozioni intense… e quando c’è Donata la passione è inevitabile!

Ecco perché Donata e Ardente siedono insieme a tavola.

Se per Gaia il cibo è un piacere che va centellinato, assaporato e gustato con calma, per Donata invece si tratta di un’emozione divorante.

E, come si può facilmente immaginare, metterle d’accordo richiede diplomazia e pazienza.

* * *

Ilaria l’abitudinaria adora la stabilità e la rassicurante prevedibilità delle situazioni conosciute.

Le piacciono i sapori di sempre, gli orari regolari e ama mangiare in luoghi consueti, opportuni e prevedibili.

L’avventura e la trasformazione non fanno per lei.

Ilaria contesta ogni progetto di cambiamento e può fomentare la sommossa nella psiche quando decide di allearsi con Donata e con Ardente.

* * *

Infine c’è Greta l’asceta.

Greta è arrivata nella psiche più o meno verso i miei sette anni, nel periodo in cui a scuola era obbligatorio frequentare le lezioni di catechismo, quando l’idea del fioretto e del paradiso avevano ancora un forte impatto su di me.

Da allora è passata molta acqua sotto i ponti, ma Greta si è sempre tenuta al passo con le mie ricerche mistiche, cavalcando ogni nuova corrente esoterica con il suo irriducibile spiritualismo.

A Greta piace resistere e controllare gli istinti e ama sentirsi illuminata e sublime grazie alla sua forza di volontà.

Anche lei mi ha permesso di raggiungere traguardi importanti, sostenendomi con la sua disciplina e con la sua determinazione.

Per via dei successi conquistati grazie al suo appoggio, detiene un potere molto grande e tende a spadroneggiare nella psiche.

Greta ritiene che mangiare sia una scelta volgare e poco elegante.

E, se per vivere è proprio necessario alimentarsi… allora è bene farlo in modo riservato e senza indulgervi.

Detesta: le riunioni conviviali, lo scambio delle ricette, gli aperitivi o i pranzi di lavoro, la cucina e la preparazione dei cibi.

Per lei parlare e mangiare sono comportamenti incompatibili.

La sua presenza genera nella psiche un piacevole senso di sazietà e rende superfluo il bisogno di nutrirsi, permettendomi di non aver bisogno di mangiare per tempi molto lunghi (è estremamente pratica durante i viaggi) ma dal punto di vista sociale crea non poche difficoltà.

Greta suscita sempre le ire delle altre quattro signore, dando vita a conflitti IRRISOLVIBILI.

* * *

Ho voluto raccontarvi il mondo variegato e poliedrico che anima le mie scelte alimentari per esporvi più concretamente le difficoltà che accompagnano i cambiamenti.

Ogni sé si fa portavoce di una determinata politica e può allearsi o combattere con gli altri, suscitando non pochi problemi.

Nel mio caso, far convivere le esigenze di Greta l’asceta con quelle di Donata l’affamata è molto impegnativo e quando decido di apportare qualche modifica alla mia alimentazione devo stare attenta a non scontentare nessuna delle due, altrimenti vedrò naufragare miseramente i miei progetti.

Ognuno possiede i propri sé interiori, che sono diversi da quelli di chiunque altro, e per poter agire un cambiamento nella dieta è indispensabile imparare a gestire il proprio condominio delle personalità in modo che nessuna possa boicottare le decisioni prese dall’io consapevole.

L’analisi dei sé e la loro gestione rappresentano un aspetto fondamentale nella scelta di ciò che è necessario mangiare per vivere bene e in salute, e dovrebbero costituire la base di ogni ricerca nutrizionale e dietetica.

Carla Sale Musio

 

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Gen 03 2018

I RITUALI ALIMENTARI

Nella nostra frenetica società dei consumi i pasti hanno assunto una funzione rituale, scandiscono i tempi della giornata e spesso sono l’unico momento dedicato a noi stessi e alla famiglia.

Ma cos’è un rituale?

Chiamiamo rituale l’insieme delle norme che regolano una cerimonia sacra.

E nel mondo occidentale mangiare è diventato un evento venerato e idolatrato quanto una celebrazione religiosa.

In ogni famiglia esiste un cerimoniale alimentare che comprende la preparazione, il consumo e la condivisione del cibo.

Si tratta di un rito talmente diffuso e importante da prevedere una o più stanze della casa.

Nelle nostre abitazioni abbiamo:

  • una cucina (o almeno un angolo cottura), indispensabile per la preparazione degli alimenti

  • una sala da pranzo dedicata alla condivisione dei pasti

  • ed infine (ma non meno importante) un gabinetto, necessario all’eliminazione delle scorie

Trascorriamo gran parte della giornata a scegliere i cibi, prepararli, mescolarli, cuocerli, renderli appetitosi, masticarli, ingoiarli, digerirli e ripulire gli ambienti dai residui di tutto questo lavorio.

Facciamo a gara nel sollecitare il palato con stuzzichini e gusti sempre diversi.

Amiamo:

  • scambiarci le ricette

  • parlare di cosa abbiamo mangiato

  • programmare quello che mangeremo

  • decidere dove andremo ad assaggiare nuove pietanze

  • pianificare quando capiterà ancora…

E così via, in un’interminabile ricerca di sapori appetitosi, elaborati e stimolanti.

Abbiamo costruito una sacralità alimentare totalmente incentrata sul gusto, al punto che mettere qualcosa in bocca sembra essere l’unico piacere in grado di appagarci davvero.

Una cultura gastronomica, compulsiva e maniacale, ha trasformato l’esistenza in un insaziabile bisogno di nutrirsi.

Così una volta riempita la pancia non resta altro da fare che lavorare per poterla riempire ancora.

E ancora.

E ancora.

È difficile proporre occasioni d’incontro che non prevedano uno scambio di vivande.

I rituali alimentari hanno invaso tutti gli spazi ricreativi, tanto che oggi nemmeno al cinema o a teatro si può evitare di sbocconcellare qualcosa.

Nella borsa bisogna avere almeno una caramella, una liquerizia, una mentina… per scongiurare il pericolo di morire di fame.

Eppure la fame, quella vera, esiste soltanto in rari luoghi del mondo: pochi paesi sottomessi a un potere economico che ha trasformato la nutrizione in uno strumento di sopraffazione (e che approfitta delle popolazioni povere per ingrassare e drogare sempre di più gli abitanti dei paesi ricchi).

Per soddisfare gli interessi economici di quella piccola élite che governa il mondo il cibo è diventato un rituale, con un cerimoniale ben più importante e coinvolgente di qualsiasi celebrazione religiosa.

Un rituale che prevede dedizione, impegno, abnegazione e lavoro.

E che imprigiona dentro una dipendenza difficile da scardinare.

Per liberarsene, infatti, è necessario rinunciare ai ricordi, alle abitudini, alle condivisioni…  e a tutti quei comportamenti indispensabili per sentirsi parte della nostra società.

A causa di tutto questo è difficile modificare le proprie scelte nutrizionali.

I neuroni a specchio, sollecitati dal comportamento delle persone a cui vogliamo bene, spingono verso valutazioni condivise anche se poco salutari.

Il bisogno di appartenenza conduce a cercare nel piatto quello scambio affettivo capace di farci sentire importanti e amati.

Cambiare alimentazione è una sfida, un percorso solitario fatto di scelte impopolari, di ricerche costanti, di sperimentazione e di trasformazioni interiori.

Modificare la propria dieta significa seguire uno stile di vita nuovo e agire un’importante rivoluzione.

Dapprima dentro se stessi.

E poi nei rapporti con gli altri.

È un cambiamento che spaventa e presuppone il coraggio di ascoltare tutte le parti di sé: quelle che amano la trasformazione e quelle che invece vogliono mantenere stabili le abitudini di sempre.

Dentro di noi abbiamo tanti punti di vista in contrasto, portavoce di esigenze diverse e pronti a farsi la guerra pur di raggiungere ognuno i propri obiettivi.

Modificare le scelte alimentari significa comprendere ogni singolo sé e armonizzare le esigenze di tutti, costruendo una democrazia interiore in grado di soppiantare la dittatura che il conformismo impone nella psiche.

È un’impresa ardua.

Occorre rimboccarsi le maniche e sopportare l’incoerenza che caratterizza la vita emotiva.

Solo così diventa possibile superare le paure e costruire uno stile di vita finalmente rispettoso.

Di noi stessi, degli altri e del pianeta.

Un mondo migliore nasce dalle scelte di ogni giorno e si sviluppa nell’attenzione che sappiamo donare alla vita.

Di tutte le creature.

Carla Sale Musio

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Nov 07 2017

VORREI CAMBIARE ALIMENTAZIONE MA…

Cambiare le abitudini alimentari è un’impresa difficile e insidiosa che bisogna programmare con cura per evitare delusioni, ricadute e pericolosi vissuti di impotenza.

Per la specie umana mangiare è un rituale intimo e sacro che affonda le radici nelle tradizioni personali, famigliari e sociali, coinvolgendo il sistema psichico e fisico su diversi livelli contemporaneamente.

Come ci insegna la psicologia, l’infanzia del cucciolo d’uomo è caratterizzata da una fase orale, cioè dalla necessità di esplorare il mondo portando ogni cosa alla bocca.

Nei primi mesi, l’allattamento crea tra la mamma e il bambino un’unione così profonda da sostituire l’appartenenza fusionale che caratterizza la vita intrauterina.

Questa meravigliosa sensazione di amore e appartenenza è comune a tutti i mammiferi ma negli esseri umani si carica di significati che vanno oltre le necessità nutritive e fa sì che l’atto di mangiare si trasformi in un sostituto affettivo, spesso irrinunciabile.

Nella società umana il tempo concesso alle madri per stare con i propri cuccioli è sempre più limitato dagli impegni professionali.

Infatti, se da un lato le pari opportunità hanno permesso alle donne di entrare nel mondo del lavoro, dall’altro hanno penalizzato il tempo dedicato alla maternità, costringendo i più piccini ad adattarsi a uno stile di vita frenetico e costruito sulle esigenze del mercato economico più che sulle relazioni fra genitori e bambini.

Le specie animali diverse dalla nostra non sentono il bisogno di lavorare per vivere.

Lo stile di vita degli animali, legato ai ritmi della natura, permette alle mamme un rapporto intimo e costante con i loro piccoli, dando forma a una relazione fatta di fisicità, di contatto e di appartenenza reciproca, in cui l’allattamento è soltanto un aspetto e, certamente, non il più importante.

Le madri umane, invece, sono sempre di fretta e, nel tentativo spasmodico di conciliare le necessità lavorative con le esigenze della genitorialità, non saturano mai il bisogno fusionale che le unisce ai propri cuccioli.

Questo fa sì che il tempo dedicato alla nutrizione sostituisca progressivamente il desiderio di contatto e di appartenenza, trasformandosi in uno strumento di gratificazione affettiva ben oltre le necessità della sopravvivenza.

È in questo modo che i pasti sono diventati il momento privilegiato di condivisione dell’affetto, sostituendo un’infinità di bisogni relazionali indispensabili alla salute emotiva e fisica degli esseri umani.

Sapori e odori richiamano alla mente situazioni passate, positive o negative, riaccendendo memorie dimenticate da tempo.

E, di sicuro, ognuno di noi potrebbe compilare una lista di cibi talmente evocativi da provocare l’emergere di ricordi, vissuti ed emozioni soltanto assaporando un boccone!

Gusti e aromi imprescindibili costellano la storia di ogni essere umano e vanificano spesso il desiderio di modificare il modo di alimentarsi.

Infatti, quando la condivisione dei pasti prende il posto della condivisione dei sentimenti e del piacere, i momenti dedicati al cibo assumono un valore insostituibile perché creano legami e intimità altrimenti impossibili da realizzare.

La cura prodigata nella preparazione degli alimenti diventa così il canale privilegiato per esprimere l’affetto, consolidare l’appartenenza al gruppo e regalare uno spazio magico di appagamento.

Questo spinge a incanalare la creatività nella ricerca di sapori sempre nuovi, capaci di coinvolgere e sorprendere le persone amate, mentre allenta la spinta verso la realizzazione personale in favore della tradizione e dell’approvazione sociale.

Viviamo nella cultura dell’appetitoso, saporito, stuzzicante, gustoso… e nella ricerca costante di pietanze in grado di stimolare l’appetito consentendoci di assaporare sempre di più i momenti dedicati ai piaceri della tavola.

Ma tutta questa affettività alimentare se da un lato ci consente di sopravvivere in un mondo frenetico e in corsa verso la propria distruzione, dall’altro conduce a una patologica dipendenza dall’ingurgitare quantità spropositate di sostanze spesso tossiche e dannose per la salute.

L’obesità è diventata la normalità e nessuno si sorprende più davanti al proliferare delle intolleranze alimentari, del diabete, del cancro, dell’ipertensione… e di tutte quelle innumerevoli patologie conseguenti a uno smodato consumo di vivande sempre nuove e diverse.

Il gusto è ormai una sorta di divinità onnipotente e magica, capace di trasformare il bisogno di sopravvivenza in un momento ricco di suggestioni emotive, fino a sostituire quella condivisione intima e profonda che caratterizza la relazione tra la mamma e il bambino.

Per non sentirsi soli e calmare l’angoscia, almeno per un po’, basta portare qualcosa alla bocca!

E come per miracolo, nell’intorpidimento languido che accompagna la digestione e sposta le energie dalla mente allo stomaco, il dolore si attenua concedendo una tregua dal ritmo incalzante della nostra civiltà.

Viviamo nella cultura del palato e il sapore ha preso il posto di ogni altro piacere, rimpiazzando l’intimità, la creatività, la curiosità, l’empatia e la condivisione di sé e della propria preziosa unicità.

La realizzazione di una buona cena ha sostituito la realizzazione personale, consentendoci di chiudere la mente e di dimenticare le brutture che ammalano la nostra esistenza.

Cambiare le abitudini alimentari significa perciò cambiare il proprio modo d’intendere la vita e cominciare a costruire alternative nuove per stare insieme (a se stessi e agli altri).

Occorre attuare una rivoluzione nel proprio mondo interiore e nel modo di organizzare le proprie giornate, riservando uno spazio (diverso dal cibo) dedicato al piacere e all’ascolto di sé.

Fino a quando cercheremo nel gusto un antidolorifico facile da reperire e gradevole da ingerire, la trappola alimentare ci terrà incatenati dentro una pericolosa dipendenza psichica e fisica.

Perciò affrontare un cambiamento nel modo di nutrirsi vuol dire armarsi di pazienza e affrontare la trasformazione più importante che ci sia.

Quella che veramente consente di cambiare il mondo, perché modifica i presupposti su cui è costruita la nostra società.

Una vita migliore non nasce dall’imposizione di nuove regole comportamentali ma dal progressivo riappropriarsi della libertà e del potere creativo.

Restituire all’alimentazione il suo valore naturale legato soltanto alla sopravvivenza consente di scoprire nuove energie dentro di sé e permette di aprirsi a una nuova umanità, non più schiava degli alimenti ma capace di scegliere di che cosa è davvero necessario cibarsi.

Per stare bene nel corpo, nella mente e nell’anima.

Carla Sale Musio

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Ott 11 2017

VERSO UNA NUOVA CONSAPEVOLEZZA ALIMENTARE…

Nel periodo dello schiavismo era considerato normale sfruttare, vendere e scambiare uomini e donne per servirsene a piacimento.

Solo nel corso dei secoli è maturata una coscienza capace di rendersi conto che possedere la vita altrui è un atto deprecabile e crudele.

Ai tempi del cannibalismo nutrirsi di carne umana non dava scandalo.

Oggi lo stesso spietato predominio si verifica con gli animali, considerati oggetti al servizio della specie umana e privati di qualsiasi diritto.

La radice di ogni malvagità si annida in una mancanza di empatia che porta a ignorare le sofferenze di un’altra creatura vivente e ad abusarne per il proprio piacere.

Esiste un mercato alimentare che si regge sul consumo di prodotti animali e che ha tutto l’interesse a nascondere la disumanità con cui incrementa i propri guadagni.

I soprusi che patiscono le bestie sono sconosciuti alla maggior parte delle persone e abilmente occultati dietro una facciata spensierata fatta di immagini divertenti e piene di grazia.

I macelli e gli allevamenti intensivi sono nascosti allo sguardo dei più.

I luoghi dell’orrore e della crudeltà non vengono mostrati a chi, altrimenti, potrebbe impietosirsi e smettere di consumare prodotti carichi di sofferenza.

La pubblicità ci racconta un mondo di animali felici, pronti a diventare festosamente il pasto dell’uomo.

Questa mistificazione prende forma già dall’infanzia.

L’informazione dei bambini, grazie ai cartoni animati, ai film, alle fiabe e ai giochi…  racconta la vita delle altre specie a immagine e somiglianza di quella umana.

Sembrerebbe la premessa perfetta per una società amorevole e rispettosa degli animali, tuttavia nasconde abilmente la crudeltà allo sguardo innocente dei piccoli e li conduce inconsapevolmente verso la negazione della propria sensibilità, insegnando una grammatica emotiva distorta.  

I bambini imparano presto a separare il mondo dei sentimenti dall’alimentazione e, grazie agli innumerevoli giochi della fattoria che popolano i negozi di articoli per l’infanzia, scindono l’amore per gli animali dalla nutrizione, sviluppando una patologica mancanza di empatia e creando le basi di tanta sofferenza.

In tutte le fattorie, infatti, non compare mai il mattatoio e nessun gioco fa parola del macellaio.

Al contrario, il contadino è visto come l’amico e il benefattore degli animali e non come colui che li alleva per sfruttarne le risorse e per ucciderli.

Eliminare dalla propria consapevolezza la brutalità di una cultura gastronomica basata sulla sopraffazione e sulla morte significa incentivare il dilagare dell’indifferenza permettendo alla crudeltà di crescere nel mondo.

Le radici della violenza, infatti, vanno cercate in quell’atteggiamento rassegnato o indifferente che ci porta a dire: sono solo animali (come un tempo si diceva: sono solo schiavi, sono solo negri, sono solo donne…) e a preoccuparci esclusivamente di quello che succede dentro al perimetro ristretto del nostro orticello.

Nella rimozione della sensibilità cresce il seme della crudeltà.

La stessa che ci porta a scrollare la testa pieni di orrore quando leggiamo le notizie di cronaca nera o assistiamo impotenti all’ennesimo conflitto militare.

La malvagità non riguarda soltanto alcuni mostri nati con un DNA difettoso e sbagliato, ma è la conseguenza di una cultura che ha cancellato i valori della fratellanza, della reciprocità, della condivisione e del sostegno reciproco.

In quel puntare lo sguardo solo sul lato al sole della medaglia, occultando tutto il resto, si annida il germe della competizione, della rivalità, dell’egoismo e di ogni sopraffazione.

Ecco perché la rivoluzione comincia dentro di sé.

Rompere il muro dell’indifferenza significa permettersi di guardare anche ciò che interiormente fa orrore e assumersi la responsabilità delle proprie scelte quotidiane.

Dietro i pasti che consumiamo abitualmente, infatti, si nasconde una cattiveria di cui non siamo consapevoli e che si ripercuote inevitabilmente sulla qualità della vita di ciascuno.

Non solo perché sostiene l’ignoranza necessaria ai pochi che gestiscono i molti, ma soprattutto perché si fonda su una scissione psichica che nega l’ascolto di sé e l’accudimento della propria emotività.

E questo fa ammalare.

Inevitabilmente.

Infine, ma non meno importante, grazie a quell’indifferenza e alla contraffazione della onestà su ciò che ogni giorno mettiamo in bocca incrementiamo uno stile alimentare sempre più dannoso per la salute: fisica, psichica e spirituale.

Quasi tutti i cibi che consumiamo attualmente, infatti, oltre a essere carichi di prepotenza e di dolore sono anche nocivi per l’organismo e, proprio come tutte le droghe, provocano un bisogno compulsivo di consumarne sempre di più, creando una pericolosa dipendenza fisica e psichica.

Tuttavia, all’atto di mangiare e alla condivisione dei pasti sono associati tanti momenti intimi e amorevoli, tante celebrazioni, commemorazioni ed eventi, che diventa impossibile abbandonare la tossicodipendenza alimentare in favore di uno stile di vita più sano e attento alla natura.

Per costruire un mondo migliore è necessario armarsi di pazienza e accettare, proprio come ogni drogato, che la strada verso la disintossicazione passa attraverso il riconoscimento delle proprie parti dipendenti, insieme alla necessità di non scoraggiarsi davanti alle ricadute (inevitabili), mantenendo salda la rotta verso un nuovo e più gratificante modo di essere e di vivere.

Osservare i lati oscuri della nostra alimentazione è il presupposto più importante per cambiare la società in cui viviamo.

Subito dopo è necessario stabilire quali dovranno essere gli step che portano a riscoprire il valore della sensibilità interiore insieme a un diverso modo di organizzare i pasti, costruendo un percorso di cibi metadone capace di condurci passo passo verso un nuovo stile nutrizionale e di vita.

Tutte le droghe, legali e illegali, fondano la propria forza sulla dipendenza, sul potere aggregante della condivisione rituale e sulla rimozione della capacità di accudire efficacemente se stessi.

Per vivere in una società fondata sul benessere e sull’integrità è necessario coltivare il benessere e l’integrità dentro di sé, eliminando dalla propria vita le tossicità che avvelenano il corpo e le bugie che ammalano la psiche.

Carla Sale Musio

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Nov 28 2016

HO SCRITTO UN LIBRO PERCHÈ VOGLIO CAMBIARE IL MONDO

 

Ho scritto il libro DROGHE LEGALI. Verso una nuova consapevolezza alimentare perché voglio costruire una cultura nuova.

Per sradicare la violenza, il mondo ha bisogno di fare un cambiamento.

Una società migliore dovrà sviluppare la responsabilità individuale e l’impegno di ciascuno nel costruire un’esistenza diversa.

Ma per raggiungere quest’obiettivo è indispensabile trasformare la brutalità nascosta dentro noi stessi.

La crudeltà che sta dilagando nel mondo è il risultato di un’insensibilità interiore di cui non siamo consapevoli.

Le conseguenze di questa disumanità sono sotto gli occhi di tutti, ma le cause che la sostengono rimangono celate.

Continuare a combatterne esclusivamente gli effetti, significa condurre una battaglia sterile che alimenta la sopraffazione frustrando il desiderio di cambiamento e facendoci sentire in balia degli eventi.

Ci lamentiamo della sofferenza, delle ingiustizie, della mancanza di opportunità, del cinismo e dell’indifferenza che dilagano dappertutto… ma siamo convinti che queste cose siano inevitabili e naturali.

Così facendo spostiamo al di fuori di noi il peso delle atrocità che incontriamo nella vita e, nel tentativo di sentirci buoni, evitiamo di mettere mano alle cause interiori che alimentano tutto ciò che vorremmo cambiare.

Oggi la crudeltà intreccia l’amore nei gesti quotidiani, rendendosi invisibile.

E permea i nostri comportamenti molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.

Per costruire una cultura nuova occorre fare una rivoluzione dentro se stessi e riconoscere le radici profonde della violenza.

Il bene e il male sono due aspetti di una stessa energia.

Schierarsi dalla parte dei buoni e combattere i cattivi, serve solo a moltiplicare la malvagità, in un gioco di specchi senza fine.

Ciò che chiamiamo male, infatti, è un dolore di cui abbiamo cancellato le tracce per non dover sopportare l’onere delle nostre scelte.

Non serve combatterlo.

Serve comprenderlo e aiutare l’energia distorta a scorrere libera, prima dentro e poi fuori di noi.

Solo riconoscendo il contributo personale alla malvagità del mondo, diventa possibile realizzare una società libera dalla violenza.

Uccidere, torturare, umiliare, violare, sfruttare… sono azioni crudeli e inammissibili.

Sempre.

Eppure si nascondono in tante azioni compiute con amore da ciascuno di noi e ritenute indispensabili alla sopravvivenza.

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“Per vivere è necessario uccidere”

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Su questo dogma indiscutibile si compiono stragi di portata incommensurabile e si mescola la crudeltà con l’affetto, rendendo impossibile il cambiamento.

L’amore che si trasmette nella condivisione del cibo si è trasformato in uno strumento di sopraffazione di cui abbiamo perso le tracce e preferiamo ignorare la portata.

L’alimentazione è diventata il mezzo per tramandare una cultura carica di violenza e crescere una società che intreccia la tenerezza al sopruso, fino a renderli indistinguibili.

La nutrizione è il primo gesto d’amore tra la mamma e il bambino, ma la violenza che accompagna la preparazione degli alimenti rende difficile separare l’amore dalla crudeltà.

E l’incoscienza, necessaria a permettere tutto questo, ci costringe a distorcere l’energia affettiva nascondendola dietro un’irresponsabilità che ne impedisce la comprensione e il cambiamento.

Occuparsi di alimentazione significa esaminare le azioni che si accompagnano alla nutrizione, evidenziando l’abominio nascosto dietro le immagini rassicuranti e giocose, funzionali alla vendita dei prodotti.

Scegliere di vivere senza uccidere è indispensabile per garantire un futuro migliore ai nostri figli e per permettere a noi stessi di camminare nella vita sentendoci bene.

Nel corpo, nella psiche e nell’anima.

Oggi per cambiare il mondo è indispensabile cambiare modo di fare la spesa.

Questo libro mette in luce i retroscena psicologici che sostengono la violenza e svela le cause di tante malattie psichiche correlate a un’alimentazione scorretta.

Carla Sale Musio

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Nov 04 2016

DROGHE LEGALI

  • Quando finisci di mangiare hai bisogno di fermarti, perché ti senti spossato e intorpidito?

  • Se a intervalli regolari non metti qualcosa sotto i denti, non riesci più a combinare niente?

  • Progetti un’alimentazione salutare ma poi rimandi i buoni propositi da un giorno all’altro?

  • Ogni volta che provi a ridurre le porzioni, diventi nervoso, agitato e intrattabile?

  • La parola: dieta ti fa venire fame e ti rende ansioso?

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ATTENZIONE

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la maggior parte dei cibi provoca dipendenza

e nuoce gravemente alla salute

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Evidenziando i meccanismi psicologici, etologici e sociali che sostengono il mercato alimentare a discapito del benessere e della salute, questo libro traccia i contorni di una problematica abilmente ignorata dalla medicina ufficiale, e disegna un percorso di disintossicazione che, dalla tossicodipendenza alimentare, conduce all’efficienza e alla vitalità del corpo e della psiche.

“Mangiare, oggi, non è più una necessità legata alla sopravvivenza ma una scelta politica, strategica e decisiva più di qualsiasi consultazione popolare o sovvertimento collettivo.”

Carla Sale Musio

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Ago 13 2016

CIBI METADONE E TOSSICODIPENDENZA ALIMENTARE

 

Mangiare in modo sano è diventato sempre più difficile, l’elenco dei cibi che fanno male alla salute cresce di giorno in giorno e disintossicarsi dalla pericolosa bulimia che affligge il mondo occidentale, per conquistare uno stile alimentare in grado di sfamare le cellule senza intossicare l’organismo, sembra un percorso impossibile, una via crucis fatta di insalate scondite e abnegazione.

Naturalmente il mercato non ci suggerisce soluzioni alternative agli innumerevoli alimenti pieni di tossicità che ammiccano sugli scaffali dei centri commerciali.

Gli interessi delle case farmaceutiche e delle multinazionali alimentari mirano a farci credere che modificare la nostra dieta abituale sia un cammino fatto di sofferenza e sacrificio, un percorso pericoloso in cui le malattie mentali oggi tanto in voga: anoressia e bulimia, sono sempre pronte a ghermirci, trascinandoci nel vortice della patologia psichiatrica.

Il far da sé, perciò, è vivamente sconsigliato dai detentori del potere economico!

Che suggeriscono invece di delegare la gestione della salute e insistono sulla necessità di continuare a mangiare di tutto un po’, senza mai eliminare niente, perché smettere di consumare i cibi che acquistiamo quotidianamente potrebbe avere un effetto deleterio sui guadagni di chi specula sull’innocenza e sulla sanità.

Ecco perché, per cambiare le abitudini alimentari, è necessario rimboccarsi le maniche e programmare da soli il proprio viaggio di disintossicazione, abituando l’organismo ai cibi sani in maniera flessibile e progressiva.

Le crisi di astinenza da quelle sostanze tossiche che siamo assuefatti a consumare abitualmente, infatti, sono sempre pericolosamente in agguato e rischiano di far naufragare qualunque tentativo di cambiamento, lasciandoci in eredità un devastante vissuto di fallimenti e impotenza.

Utilizzare i cibi metadone per articolare i vari step che conducono dalla tossicodipendenza alimentare a uno stile di vita più sano e gratificante, è un percorso creativo, efficace e risolutivo, al quale, però, bisogna prestare la giusta attenzione.

Le sostituzioni, infatti, devono essere graduali e tenere in considerazione i bisogni affettivi cui il cibo è connesso.

Bisogni che saranno inevitabilmente soggettivi perché legati alla storia emotiva di ognuno.

Questo spiega perché sia così importante ideare autonomamente le tappe del cambiamento necessario a ritrovare la dimensione naturale e il benessere dell’organismo.

Il nostro corpo, infatti, ricostruisce nel tempo e in maniera soggettiva, le proprie necessità fisiologiche (alterate dalla tossicità di tanti alimenti) fino a ripristinare la salute grazie a una frugalità, meno redditizia per l’economia, ma più adatta alla vitalità e alla lucidità, della mente e del fisico.

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STORIE DI METADONE ALIMENTARE

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Valentino è nato in un paesino della Sardegna, suo padre lavora in una rivendita di formaggi e sua madre fa la casalinga.

Per lui i latticini sono un cibo ricco di ricordi e di emozioni.

La ricotta fatta in casa e il pecorino fresco non devono mancare sulla sua tavola e quando, per ragioni di lavoro, è costretto a trasferirsi a Milano, la mamma gli spedisce ogni settimana i formaggi tipici della sua terra, quasi che, altrimenti, corra il rischio di morire di fame.

Durante una vacanza, però, gli amici lo coinvolgono a provare un’alimentazione priva di prodotti di origine animale.

Il clima estivo, la vita all’aria aperta e la curiosità, spingono Valentino a modificare le proprie abitudini e, verificati nel corpo i benefici di quella dieta, il giovane decide di proseguire con quel nuovo stile alimentare anche al suo rientro in città.

Non essendo un gran mangione e svolgendo regolarmente un’attività sportiva gli riesce facile abbandonare la carne, il pesce e le uova.

L’unico grande problema per lui sono i formaggi che il bambino interiore associa ai momenti di intimità e affetto vissuti in famiglia.

Le crisi di astinenza, conseguenti a quella nuova alimentazione rischiano di intrappolarlo dentro una bulimia da latticini che mina il suo benessere mortificando l’autostima.

Ma, determinato a portare avanti la propria scelta, Valentino scopre i formaggi vegetali e, grazie a loro, anche il metadone alimentare che gli permetterà di liberarsi dalla dipendenza senza penalizzare i sapori e i ricordi dell’infanzia.

* * *

Franca ha cinquant’anni e acquistando dei vestiti si rende conto con dolore di non riuscire più a entrare nella sua taglia abituale.

Una pancia gonfia e prominente offende il suo fisico, un tempo alto e slanciato, facendola sentire terribilmente brutta, vecchia e insicura.

Si sottopone allora a una serie di esami medici e scopre di essere diventata intollerante allo zucchero, alle farine e a diversi altri cibi.

Per veder sparire quella orribile pancia, dovrebbe cambiare radicalmente la sua alimentazione e sostituire i dolci e i carboidrati che le piacciono tanto con un maggior consumo di frutta e di verdura.

Per sopportare la rigida austerità di quella nuova dieta, Franca libera tutta la sua creatività inventandosi una varietà di dolci al cucchiaio con le banane surgelate.

La sua bambina interiore, infatti, adora i cibi morbidi e cremosi e non accetterebbe assolutamente di farne a meno.

Neanche per far sparire quella pancia da vecchia signora!

Il gelato di banana, per fortuna, è un ottimo sostituto di tante prelibatezze soffici di cui è ghiotta e, con un po’ di fantasia e diversi condimenti a base di frutta secca e fresca, Franca riesce a gestire con successo le crisi di astinenza che costellano il suo cambiamento alimentare.

* * *

Letizia vuole dimagrire ma davanti a un piatto di pasta tutte le sue buone intenzioni franano rovinosamente.

“Posso rinunciare a qualsiasi cosa.”

Dichiara sconsolata.

“Ma agli spaghetti non sono proprio capace di resistere!”

Un’amica crudista, però, raccoglie la sfida e le fa assaggiare degli spaghetti ottenuti dalle zucchine crude.

Letizia si lecca i baffi e, da quel momento gli spaghetti fatti con la verdura (non solo cruda, ma anche cotta) diventeranno il metadone necessario a permetterle di superare l’astinenza dalla pastasciutta e di riuscire finalmente a dimagrire senza doversi imporre troppi sacrifici.

Carla Sale Musio

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Giu 20 2016

LIBERI DI MANGIARE?! … o liberi di drogarsi?

Si parla tanto di alimentazione, di ricette, di stili di vita sani e naturali… ma della dipendenza che oggi accompagna l’alimentazione, non si fa parola.

È vero: mangiare è indispensabile, ma tra l’istinto di sopravvivenza e la cultura gastronomica scorre il fiume della manipolazione commerciale, e questo rende molto difficile ascoltare i bisogni del corpo senza lasciarsi trascinare dal desiderio compulsivo di mettere qualcosa sotto i denti.

Negli anni duemila, il cibo è diventato lo psicofarmaco più gratificante ed economico che si possa trovare sul mercato.

Libero dall’obbligo della ricetta medica, sempre a disposizione e senza nessun limite nelle quantità.

La sollecitazione alimentare è talmente diffusa che possiamo essere sicuri di trovare un distributore automatico di coca cola anche nel deserto.

Ma quando diciamo cibo cosa intendiamo?

Il vocabolario parla di: sostanze assimilabili dall’organismo e necessarie per la nutrizione, e sembra riferirsi a tutto ciò che mangiamo e beviamo ai fini del nostro sostentamento fisico.

Però, a ben guardare, pochi cibi oggi sono davvero utili per il sostentamento fisico.

La maggior parte delle sostanze che ingeriamo, più che dare forza al corpo lo intossicano, creando nell’organismo una pericolosa dipendenza che non calma la fame e spinge a mangiare sempre di più.

Sui cartelloni pubblicitari le immagini patinate delle modelle ci propongono corpi evanescenti e filiformi, che frustrano il nostro bisogno di riconoscimento sociale (facendoci sentire costantemente sovrappeso e in colpa per ciò che abbiamo messo nello stomaco) e incrementano ancora una volta la dipendenza dal cibo.

Quando il peso forma appare irraggiungibile, infatti, l’insoddisfazione annega i dispiaceri nell’alcol e nelle pietanze, dando vita a un circolo vizioso che incrementa la depressione e i guadagni delle multinazionali alimentari e farmaceutiche.

Sulle pagine dei giornali occhieggiano tante soluzioni miracolose: per ridurre il giro vita, eliminare la cellulite, superare la prova costume… e trasformarci magicamente in favolose star dal corpo luccicante e perfetto!

Soluzioni che, ancora una volta, esibiscono modelle dal fisico tonico e statuario, difficilmente emulabili senza l’aiuto di Photoshop.

Così, possiamo spendere un patrimonio in farmacia, provare l’ultima novità in fatto di diete, rifiutarci di seguire le mode e accettare il nostro corpo sformato dai chili di troppo, smettere di mangiare radicalmente e cadere nell’anoressia… o correre dal nutrizionista e dallo psicologo per analizzare il rapporto patologico che abbiamo instaurato col cibo.

Tutte le soluzioni mancano il bersaglio della salute, perché bypassano il problema nascosto dietro ogni scelta: la tossicodipendenza alimentare che ammala il nostro mondo occidentale e sta distruggendo il pianeta, molto più di qualsiasi guerra.

Mangiare oggi non è soltanto un modo per mantenersi in vita, è diventato un business di proporzioni gigantesche che tiene in piedi l’industria della violenza e della morte dietro la sbandierata necessità di nutrirsi per vivere.

Interessi milionari girano intorno ai nostri pasti e manipolano la psiche, rendendoci schiavi di un marketing difficile da immaginare per chi si affanna a far quadrare lo stipendio  alla fine del mese.

Ben lontani dai reali bisogni della sopravvivenza, il pranzo e la cena sono diventati gli strumenti con cui le multinazionali alimentari tengono in pugno la nostra volontà, costringendoci a comprare ogni genere di vettovaglie e di utensili, utili solo ad arricchire i pochi che governano il mondo grazie alla docile ingenuità dei tanti.

In questo quadro pericolosamente allarmante, diventa indispensabile liberarsi dal velo che ottunde le coscienze durante la digestione e riappropriarsi del proprio corpo e della propria volontà, compiendo scelte volte a ristabilire il benessere psicofisico e non il patrimonio di chi lucra sulla salute.

Essere finalmente liberi di mangiare significa riprendere in mano le chiavi della propria vitalità e uscire dalla trappola che sta distruggendo il mondo, per fare spazio a un’etica alimentare rispettosa delle reali esigenze di ciascuno e di ogni forma di vita sul pianeta.

Significa imparare a selezionare le informazioni e a sperimentare sulla propria pelle le soluzioni adatte alla salute, fino a costruire un percorso che dal metadone alimentare conduca a una ritrovata autonomia.

Non solo nella scelta del cibo, ma anche nelle scelte di vita e, soprattutto… delle informazioni!

Le informazioni, infatti, vanno selezionate, vagliate, valutate e sperimentate, per riuscire a distinguere il vero dal falso, la bramosia del guadagno di chi vende dalle reali necessità di chi compra.

Oggi mangiare non è più legato al sostentamento individuale, è diventata una scelta politica.

E il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo passa attraverso soluzioni alimentari nuove, rispettose della vita e della salute e orientate a renderci liberi da una schiavitù che incatena l’anima verso preferenze pilotate ad arte e prive di una reale condivisione da parte di chi le manifesta.

Per fare la rivoluzione, non serve più scendere in piazza e protestare, è necessario manomettere il business che incatena le coscienze dentro una dipendenza invisibile e mortale.

Occorre liberare il corpo e la psiche dall’intossicazione che sta distruggendo il mondo e che si trasmette nei gesti di sempre, nascosta dietro l’amore che accompagna la condivisione del cibo.

Scegliere di cambiare il proprio modo di nutrirsi è un’impresa coraggiosa, adatta a chi ha deciso di uscire dalla sottomissione, anche a costo di sfidare se stesso, perché:

“Di qualche cosa si deve pur morire!”

Ma morire di vecchiaia in modo naturale è ben diverso che morire di obesità in un mondo malato di sopraffazione.

Carla Sale Musio

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Feb 12 2016

CAMBIARE IL MONDO CAMBIANDO IL MENÚ: non più schiavi ma liberi!

Ci lamentiamo della superficialità, del cinismo e dei soprusi che imperversano nella società occidentale ma poi, per difenderci dallo sgomento che il dilagare della violenza provoca dentro di noi, spranghiamo le porte del nostro cuore, omologandoci a uno stile di vita privo di sensibilità e organizzato ad arte per sostenere il potere di pochi e l’obbedienza timorosa di molti.

Non ci fermiamo mai a considerare quanto i nostri codici interiori contribuiscano a creare le norme della civiltà in cui viviamo, preformando gli eventi che costellano la vita.

Gli psicologi sostengono che le regole adottate nel mondo interno sono le stesse che l’inconscio condivide nella quotidianità, rispettandole senza metterne in discussione la validità.

La vita interiore non è separata dalla realtà esteriore ma intreccia le cause e gli effetti, modellando la trama del nostro destino.

Le idee che sosteniamo e gli abusi che ci permettiamo trovano rispecchiamento nei fatti che ci succedono, perché l’inconscio ne identifica automaticamente la legittimità e tende a perpetuarli.

In seguito a questo meccanismo diventa evidente quanto le problematiche che stanno distruggendo l’umanità scaturiscano proprio dai nostri atteggiamenti interiori.

Infatti, mentre condanniamo indignati gli innumerevoli episodi di soprusi e corruzione che riempiono le pagine dei giornali, inconsapevolmente coltiviamo in noi stessi i semi della stessa depravazione.

Per cambiare questa terribile realtà, è necessario prendere coscienza della relazione che lega le scelte di ognuno a ciò che succede nel mondo, eliminando il cinismo e la violenza dai gesti quotidiani.

Nella nostra società, uccidere con leggerezza è considerato inevitabile.

Per osservare questa crudeltà, basta entrare in un supermercato!

Pezzi di corpi insanguinati e incellofanati, infilzati su uno spiedo, arrostiti o, addirittura, ancora agonizzanti, fanno mostra di sé sui banchi illuminati a festa, mentre uomini e donne indifferenti davanti a quello strazio, scelgono di abusarne l’ingenuità per il solo piacere del palato.

Legittimare il massacro e la prepotenza riverbera nella psiche e nella realtà un potere distruttivo, generando l’arroganza e la violenza che così ardentemente vorremmo eliminare dal mondo.

In questo modo diventiamo gli artefici degli orrori che ci scandalizzano e ci costringono a chiuderci nell’indifferenza per non soffrire.

In un circolo vizioso senza soluzione di continuità.

Uscire da questa trappola psicologica presuppone audacia e forza di volontà, perché analizzare con distacco i propri comportamenti brutali, rinunciando all’immagine idealizzata di sé, è un’impresa penosa, adatta a rari pionieri dell’onestà.

Per riuscirci, infatti, occorre assumersi la responsabilità dei mali del mondo, ammettendo la malvagità nascosta nelle scelte che costellano le nostre giornate e trovando il coraggio di adottare soluzioni alternative, in un ambiente sociale che ancora schernisce chiunque proclami il valore della fratellanza, dell’empatia e della sensibilità.

La deresponsabilizzazione, la paura dell’emarginazione e il bisogno di approvazione, ci sollecitano costantemente a riconfermare il gioco crudele che configura la società della violenza, abiurando nel conformismo le scelte basate sull’amore e sul rispetto di tutte le creature.

Ma, finché approveremo la liceità dell’oppressione, permetteremo anche alla coercizione di spadroneggiare nel mondo, condannando noi stessi a una medesima legge del taglione.

Per creare le basi di una società fondata sulla solidarietà e sull’amore, è indispensabile scardinare l’ignavia interiore e valutare con obiettività la perversione insita nelle nostre scelte alimentari.

Cambiare il menù basato sul dolore, affermando l’inaccettabilità dei soprusi e della prepotenza, significa compiere una rivoluzione profonda, capace di estirpare alla radice l’orrore che dilaga nel mondo e coltivare i semi di una società libera dalla violenza.

Finalmente.

Carla Sale Musio

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Gen 25 2016

CIBO ETICO E CIBO TOSSICO: MANGIARE SENZA UCCIDERE

Da sempre, gli esseri umani hanno affermato la propria superiorità su tutti gli altri animali, ricorrendo ai poteri della spiritualità, dell’intelligenza e dell’etica.

Se analizziamo le molteplici ragioni che giustificano l’abuso di tante creature innocenti, troviamo al primo posto le religioni che, di comune accordo, affermano tutte la discendenza della nostra specie dalla Divinità, e che, dall’alto dei loro poteri soprannaturali, sanciscono il diritto alla dominazione.

Grazie a una presunta somiglianza con Dio (o chi per lui), ci siamo posti all’apice di una piramide in cui, a seguire, troviamo gli animali, le piante e, infine, i minerali.

In seguito a questa visione, poco amorevole e decisamente egocentrica, abbiamo autorizzato il predominio e lo sfruttamento di ogni altra forma di vita.

Continuando a scorrere l’elenco dei motivi che sostengono la nostra supremazia, dopo i poteri spirituali incontriamo i poteri intellettuali.

Naturalmente quelli della nostra razza!

Le valutazioni dell’intelligenza, infatti, sono basate esclusivamente sulle abilità degli esseri umani e riguardano: le proprietà di linguaggio, le capacità di calcolo matematico, le competenze nell’associare simboli e cose, la memoria di cifre… e altre performance del genere.

Nessun riferimento, invece, è riservato al rispetto dell’ecosistema, alle capacità di sopravvivenza in ambienti naturali e non colonizzati dall’uomo, alla comprensione della biodiversità, all’intelligenza emotiva, alle abilità telepatiche, alla possibilità di orientarsi istintivamente per ritrovare luoghi o percorsi, all’intuizione e alle molteplici altre risorse che appartengono agli animali.

Tutte le valutazioni delle capacità cognitive sono calibrate su competenze umane e, in questo quadro, le altre specie non possono che apparire carenti, confermando una visione antropomorfa e priva di empatia, che arroga insindacabilmente alla specie eletta da Dio il diritto allo sfruttamento del pianeta.

Al terzo posto, infine, troviamo l’etica, cioè la capacità di valutare il bene e il male, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Ma ahimè, questo parametro subisce irrimediabilmente l’influenza degli altri due.

Il bene e il male, infatti, sono il bene e il male dell’uomo, e le bestie, ritenute prive di valore, sono esonerate da qualsiasi considerazione.

Così, mentre inorridiamo davanti al cannibalismo e sosteniamo che cibarsi di altri esseri umani sia una perversione e un abominio, nessuna importanza è data alla pratica comune di uccidere gli animali per farne il nostro pasto.

L’etica è sempre e solo quella della nostra specie e ogni altra creatura è considerata uno strumento, per il nostro piacere o per il nostro servizio.

L’elenco delle ragioni che attestano la superiorità della specie umana potrebbe continuare ancora, ma bastano soltanto questi pochi punti per comprendere quanto l’egocentrismo e la presunzione contaminino la nostra cultura, condizionando le nostre scelte e portandoci a calpestare il diritto all’esistenza di tanti altri esseri viventi.

Sosteniamo che mangiare sia indispensabile per la sopravvivenza e, senza rendercene conto, condanniamo noi stessi alla coercizione e alla prepotenza, nel momento in cui affermiamo la legalità dell’uccisione e dello sfruttamento.

Nella visione gerarchica, che impronta le nostre scelte alimentari, l’unico obiettivo da raggiungere, infatti, è il tornaconto dell’uomo, e questo rende inevitabili l’aggressività e l’ingiustizia.

Così facendo perdiamo di vista la cooperazione, la solidarietà, la condivisione e la fratellanza (che pure auspichiamo, quasi fossero mete irraggiungibili) e coltiviamo interiormente la solitudine e la paura.

La cooperazione, la solidarietà, la condivisione e la fratellanza, però, diventano un’utopia nel momento in cui le censuriamo in noi stessi, soffocandone l’energia e dimenticandone l’importanza.

In questo modo ci incateniamo a uno stile di vita privo di valori umani e alimentiamo la violenza e lo sfruttamento, non solo verso le altre creature ma anche verso noi stessi.

Il nostro credo interiore e i principi che affermiamo, infatti, sono i pilastri su cui edifichiamo le relazioni e la società, le regole che danno forma al nostro modo di essere nel mondo.

Quando autorizziamo il predominio, inevitabilmente confermiamo una realtà fondata sul potere e sulla gerarchia, diventando carnefici, ma anche vittime della prepotenza di chi detiene un potere maggiore del nostro.

È così che facciamo crescere l’arroganza e la competizione al posto della solidarietà e della condivisione.

Cibarsi della vita di un altro essere vivente non è un gesto senza conseguenze, ma un atto carico di implicazioni (spesso del tutto inconsce), di cui inevitabilmente subiamo le ripercussioni.

Nel mondo interno, infatti, un sapere profondo afferma il valore della reciprocità e rifiuta la prevaricazione, riconoscendone istintivamente l’ingiustizia e la crudeltà.

L’amore e la consapevolezza del bene e del male sono parti inscindibili della vita interiore e ci pongono, di momento in momento, davanti alla responsabilità delle scelte che compiamo.

Uccidere per il piacere del palato è un atto gravido di conseguenze, poiché sancisce nella psiche la legge del più forte, creando i presupposti dell’angoscia, dell’emarginazione e della sofferenza.

Viviamo in una civiltà basata sullo sfruttamento di pochi su molti e, spesso, ci sentiamo vittime di un potere ingiusto, senza fermarci mai a considerare quanto gli abusi che siamo costretti a subire siano la conseguenza dei nostri stessi gesti e valori interiori.

La sofferenza, la tortura e la morte di esseri innocenti lasciano un segno indelebile nell’anima, anche quando la rimozione cancella abilmente le tracce delle nostre responsabilità e la proiezione ne trasferisce all’esterno le cause, facendoci apparire privi di colpe e di potere.

L’inconscio conosce d’istinto l’importanza di ogni essere vivente.

Condannando a morte l’innocenza e la diversità degli altri animali, neghiamo a noi stessi il diritto alla vulnerabilità e rinneghiamo la nostra sensibilità e la nostra unicità, imprigionandoci dentro una esistenza di sofferenza.

La necessità di mangiare ci pone davanti alla scelta tra la vita e la morte, creando ogni giorno le basi del nostro futuro e, purtroppo, i presupposti di tante guerre.

Esistono cibi etici e cibi tossici, cibi che fanno bene all’anima e cibi che avvelenano la psiche rendendoci inconsapevolmente complici dei crimini del mondo.

Scegliere di non uccidere per vivere è un atto coraggioso e crea le fondamenta di una società basata sul rispetto e sull’accoglienza, dapprima della nostra verità profonda e poi di quella di ogni altro essere vivente.

Carla Sale Musio

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