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Ago 08 2017

CHE COS’È LA DIVERSITÀ?

Con la parola diverso indichiamo tutto ciò che si differenzia da un ordine abituale e precostituito.

Il diverso è qualcuno che esce da quella che è considerata la condizione normale.

Tuttavia, diversità e normalità vanno a braccetto, e l’una non può esistere senza l’altra.

È indispensabile una normalità per definire la diversità e occorre una diversità per riconoscere la normalità.

Diversità e normalità sono due facce della stessa medaglia, due aspetti psichici che arricchiscono il nostro mondo interiore, permettendoci di sperimentare l’unicità insieme all’appartenenza.

Per vivere bene abbiamo bisogno sia di normalità che di diversità.

In un mondo sano, la diversità è l’espressione di una preziosa individualità e manifesta quel modo unico e speciale di essere se stessi e di donare la propria creatività.

In un mondo sano, il bisogno di sentirsi parte della famiglia umana diventa il crogiolo necessario a valorizzare l’espressione dei talenti personali.

In un mondo sano, il contributo di ciascuno arricchisce l’intera comunità.

In un mondo sano…

Nel nostro mondo malato, invece, la diversità è un’onta da nascondere, anche a se stessi.

E, nello sforzo di conquistare l’omologazione indispensabile per sentirsi parte della società, occultiamo l’originalità sotto la maschera del conformismo, negando alla vita la ricchezza creativa che ognuno di noi è venuto a portare.

Ma, dietro il livellamento imposto dalla cultura, si nasconde un gioco di potere volto a plasmare tanti soldatini ubbidienti, pronti a combattere la guerra di quella piccola elite che gestisce il mondo manipolando i meccanismi psicologici.

La diversità diventa così il ricettacolo delle proiezioni negative funzionali all’asservimento dei molti e al vantaggio dei pochi, lo strumento privilegiato per coltivare il razzismo e la violenza e annientare nella psiche la sensibilità, la creatività, la responsabilità e la libertà.

Tutto ciò che si differenzia dai modelli imposti, infatti, è additato come improprio, sconveniente, sbagliato, anomalo o malato, e combattuto con le armi dell’emarginazione, della ridicolizzazione o della patologia mentale.

Per sentirci parte della società dobbiamo essere impassibili, insensibili, indifferenti e pronti a seguire le mode del momento.

Non più persone con valori, scelte, etica e sentimenti, ma consumatori.

Abbiamo l’onere di sostenere un’economia che travolge qualsiasi individualità.

E, in nome delle vendite e del guadagno, tutto ciò che si allontana dalle esigenze del mercato è destinato a sparire, sepolto sotto la coltre delle abitudini standardizzate che definiscono ad arte la normalità.

Il cuore non è funzionale agli interessi delle multinazionali.

Per far camminare il sistema produttivo sono indispensabili: la competizione, la prevaricazione e la capacità di combattere quello che si discosta dal cinismo necessario al potere.

In questo quadro, gli animali incarnano proprio le qualità che una gestione malata di arroganza e di domino, combatte con tutte le sue forze: sono ecologici, in grado di adattarsi alle esigenze ambientali e pronti a estinguersi quando sentono che l’equilibrio naturale è messo in pericolo.

Sono ingenui, innocenti e capaci di comunicare tra loro senza bisogno di parole.

Non lavorano per vivere.

Non si drogano di cibo e di sostanze tossiche.

Non assumono psicofarmaci.

Non conoscono le malattie mentali, l’obesità, il diabete, l’Alzheimer… e le altre innumerevoli patologie del consumismo.

Vivono immersi dentro una cultura biocentrica e sono capaci di armonizzarsi con le altre forme di vita per salvaguardare il pianeta, anche a discapito della propria esistenza.

Non sono adatti a sostenere la supremazia dei pochi che governano il mondo.

Non è possibile trasformarli in consumatori.

E questa loro diversità crea le premesse dello sfruttamento e dei soprusi di cui sono vittime.

Gli animali sostengono i valori della libertà e della responsabilità ecologica che la nostra civiltà ha distrutto in favore di un potere sempre più circoscritto a una piccola elite.

La visione antropocentrica ha snaturato l’uomo dal contesto etologico che gli appartiene, e lo ha reso schiavo di infinite dipendenze, indispensabili al dominio dei pochi sui molti (soldi, lavoro, cibo, conformismo, omologazione, globalizzazione…).

L’ascolto delle parti istintuali è bandito dalla cultura della violenza, perché l’istinto, quello vero, è fatto di interiorità, di equilibrio e di arrendevolezza alla natura dell’ecosistema.

Nella nostra presuntuosa civiltà, invece, chiamiamo impropriamente istinto tutto ciò che appartiene alla brutalità e proiettiamo sugli animali la prepotenza che caratterizza la nostra specie, per legittimarne lo sfruttamento e occultare i valori delle loro culture.

Nel mondo antropocentrico della sopraffazione, la diversità è diventata l’emblema della stupidità, e combatterla conferma l’appartenenza a quell’unica razza creata da Dio a propria immagine e somiglianza.

Così, per essere dei veri uomini (e delle vere donne) è necessario bandire l’istinto in favore di un’intelligenza sempre più distante dalla natura e dai suoi ritmi, e costruire una tecnologia comportamentale che sia priva di emozioni, di vitalità e di empatia.

Riconoscere agli animali il giusto posto nell’ecosistema, senza gerarchie e senza predominio, significa accogliere dentro di sé la propria istintività, ammettendone il valore intimo e profondo.

In un mondo sano, la diversità è parte della normalità e insieme concorrono a creare l’equilibrio necessario alla vita.

Perché nessuno è migliore, superiore, più intelligente o speciale, ma tutti contribuiscono a dare forma alle infinite possibilità creative.

Carla Sale Musio

leggi anche:

CHE COS’È LO SPECISMO?

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Giu 22 2012

RIPRENDIAMOCI IL DIRITTO DI AVERE UN CUORE!

In questo mondo malato di violenza è molto più facile parlare di sesso che condividere i sentimenti.

Proviamo vergogna nel manifestare le emozioni e cerchiamo di non mostrarle, come se fosse possibile e normale non averne affatto.

Riteniamo che l’imperturbabilità, la freddezza, l’indifferenza, siano qualità auspicabili, pregi da conquistare, piuttosto che difetti da correggere.

Perciò impegniamo tempo, fatica e risorse, nel tentativo di raggiungere un’impassibilità capace di renderci simili a dei robot senza cuore.

Poi, quando capita che i sentimenti tracimino (superando il controllo razionale che imponiamo a noi stessi) ci sentiamo in pericolo, ridicoli, vulnerabili e stupidi.

La nudità dell’anima crea più imbarazzo di quella del corpo.

Siamo convinti che non provare emozioni sia indice di equilibrio e di maturità e giudichiamo l’emotività, una caratteristica dell’infanzia o dei deboli.

Chi si occupa di salute mentale, però, sa che, invece, è vero proprio il contrario!

Le persone equilibrate e mature sono capaci di accogliere e condividere le emozioni, senza censurarle e senza vergognarsene.

Riconoscere i sentimenti, nominarli, viverli è una prerogativa fondamentale dell’intelligenza, più di qualunque altra capacità.

Tecnici esperti hanno tentato di riprodurre l’emotività con la tecnologia, ma non sono ancora riusciti a programmarla.

La sensibilità è un requisito talmente sofisticato e prezioso da risultare indecifrabile (e certamente impossibile da duplicare) per qualunque congegno progettato dal’uomo.

Eppure… questa caratteristica inestimabile, è considerata disdicevole e imbarazzante dalla maggior parte delle persone!

Si preferisce somigliare alle macchine piuttosto che riconoscere la propria umanità davanti agli altri.

Personalmente ritengo che questo atteggiamento di disprezzo verso la sensibilità non sia casuale e risponda a interessi ben precisi.

Gettare discredito sui sentimenti fa parte di ciò che chiamiamo: cultura.

La nostra civiltà propone in questo modo un mondo progredito.

Un mondo a misura del business, più che dell’umanità.

Un mondo il cui fine ultimo è far funzionare l’economia.

Ci viene fatto credere che la nostra sopravvivenza, le condizioni adeguate per vivere, dipendano dal buon andamento del mercato, della borsa, della finanza e del commercio, ma, ad un più attento esame, la sopravvivenza in questione riguarda sempre e solo la salvaguardia dei pochi che governano i molti.

E il sistema economico, sul quale costruiamo le nostre certezze, è un sistema che tiene la gente incatenata dentro una gabbia, in nome della civilizzazione.

Questo sistema ci chiede di rinunciare alla nostra autenticità, alla nostra umanità, al nostro sentire, al nucleo più vitale di noi stessi, in cambio di un riconoscimento sociale che trasforma la gente in automi privi di personalità.

Per sentirci integrati nella società dobbiamo possedere tante cose ritenute indispensabili e in grado di renderci amabili, rispettabili, apprezzabili… ma per averle nascondiamo l’amore, rinunciamo al rispetto, abiuriamo la spontaneità.

Poi ci sentiamo vuoti e soli, perché il benessere che abbiamo acquistato (con tanti soldi, fatica e sacrifici) non colma la perdita dell’umanità. Non può sostituire la deprivazione della nostra personale verità.

Senza emozioni si vive male.

Ciò che sentiamo, gli stati d’animo, i vissuti interiori sono il tessuto che forgia la vita, la nostra ricchezza, il nostro potere.

La depressione, la totale mancanza di emozioni, priva l’esistenza di significato e spinge a desiderare di morire.

L’emotività è un’energia, il nucleo della personalità, il centro creativo da cui prende vita l’unicità di ciascuno.

Ridurla, amputarla, eliminarla significa privare se stessi della forza vitale e rifiutare il senso della propria esistenza.

La sofferenza mentale è in aumento, si moltiplicano i casi di atti violenti e criminali, assistiamo al dilagare di malattie sempre diverse e sempre più insidiose, ma non ci rendiamo conto che tutte queste patologie sono la conseguenza di uno stile di vita che ci costringe a rinunciare alla parte più vera di noi stessi, privandoci del nostro cuore pulsante di sensibilità, negando ciò che rende importante e preziosa l’esistenza.

Senza emozioni il sistema nervoso perde la sua funzionalità, il sistema immunitario impazzisce e l’intelligenza emotiva si frantuma.

Riprendiamoci il diritto di avere un cuore.

Salviamo la nostra sensibilità dall’estinzione.

Amare, piangere, commuoversi, intenerirsi, essere gentili… sono aspetti importanti della vita.

Sono la vita stessa.

La nostra intima, profonda, verità.

Non si può rinunciare alle emozioni senza perdere anche la dignità.

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Dic 04 2011

IMPORTA SOLO CIO’ CHE SI PUO’ VEDERE…


Un tempo chi era privo dell’uso della vista era considerato speciale, capace di muoversi con destrezza nelle dimensioni dell’interiorità.

La cecità segnalava la maestria che non si lascia abbagliare dalle apparenze e sa individuare la sostanza delle cose.

Oggigiorno, invece, i ciechi sono compatiti e scarsamente considerati.

Il loro buio permanente è soltanto uno degli handicap gravi e a nessuno importa più delle impalpabili profondità spirituali.

In questo nostro mondo, purtroppo, il senso della vista la fa da padrone e siamo tutti ammaliati dalla inverosimile concretezza di ciò che appare.

Bisogna mostrarsi.

Essere è poco importante.

La società è improntata al raggiungimento dell’esteriorità e anche il linguaggio segnala la superficialità dell’apparire, benché nessuno sembri prestarci molta attenzione.

Tante parole di uso comune denotano l’incoerenza tra ciò che appare e ciò che è vero.

Fateci caso…

Le istruzioni dei farmaci si chiamano: bugiardino.

La persona che deve essere curata si chiama: paziente.

Chi va a comprare è un consumatore.

Sulle scatole dei nostri acquisti occhieggiano immagini bellissime e appariscenti, tuttavia gli ingredienti e il contenuto sono scritti in caratteri talmente piccoli e nascosti che senza 11/10 di vista è impossibile scovarli e decifrarne il significato.

Ma tanto, cosa importa… per vendere bisogna che sia attraente!

Purtroppo però, per chi non vede: nessuna immagine è abbastanza attraente, non importa il colore della pelle e non serve indossare gioielli.

Conta soltanto quello che dici. E quanto sei sincero.

Chi è privo della vista sfugge al consumismo che tiranneggia il mondo e immerso nell’oscurità, apprezza la qualità della vita piuttosto che la sua vacuità.

Questo per il mercato è un danno serio!

Le leggi del commercio non possono accettare una tale indifferenza!

I non vedenti con la loro esistenza scardinano le fondamenta del sistema economico. Sono un pericolo per il consumismo. Una minaccia per la mondanità.

Eppure…

Rinchiusi dentro il buio che permea la realtà, affondano le dita nell’ignoto e tastano l’essenza della verità.

Quando cammini inabissato nel nero, non sei distratto dai tanti ingannevoli segnali luminosi, cogli nel suono della comunicazione il battito cardiaco che la sottende.

Sai.

Anche quello che non si può dire. E non dici.

Ascolti le vibrazioni emotive e impari a liberare il senso dal rumore chiassoso delle apparenze.

Privata dell’ingannevole veste della forma, ogni cosa rivela la sua presenza interiore.

Persone, animali, elementi. Tutto.

La vita è ovunque.

Chi è senza vista avanza dentro un sapere sprovvisto di cartelli, privo di regole. Punta diritto al nucleo delle cose.

Il cuore vede nel buio.

Con gli occhi chiusi s’inoltra nella profondità dello spirito e cammina da solo.

Per questo la cecità fa paura.

Come la morte, incede nell’invisibile e illumina la strada di verità.

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