Tag Archive 'fiabe'

ago 02 2017

L’ANGELO

La scrutava da vicino.

L’aveva vista crescere, sbocciare piano, poi era rimasto abbagliato da lei.

Era bella, dolce, gentile.

Se lui fosse stato un uomo, si sarebbe presentato, le avrebbe offerto doni, mostrandole ammirazione e rispetto, le avrebbe rivelato la sua passione.

Ma questo era impossibile.

Lui era il suo angelo custode.

*** *** ***

Gli altri esseri di luce lo vedevano rattristarsi e la sua perfezione si incrinava ogni giorno: prendeva il volo lentamente, ombre lievi scurivano il suo aspetto.

E poi, quella tensione che lui sentiva dove gli uomini hanno il cuore.

Tutto questo, però, i suoi compagni non riuscivano a capirlo.

*** *** ***

Nel volare, vedeva il mondo dall’alto.

Lo trovava bellissimo e non comprendeva come in quei luoghi splendidi l’umanità potesse odiarsi.

Ma lo colpivano la forza dell’amore e i dubbi degli umani, la precarietà della vita e quell’andare a volte sofferto.

Poi, lo scuoteva la loro felicità improvvisa, così folgorante da lasciare muti.

E così breve, da perdersi in un attimo.

Li ammirava per il coraggio di resistere e proseguire, anche dopo lo strazio di un dolore ma sempre, dal fondo di questi pensieri, emergeva lo splendore umido degli occhi di lei.

Lo estasiava, inoltre, la bellezza degli animali.

Ammirava il loro muoversi armonico.

E si chiedeva da dove venisse la violenza di coloro che li suppliziavano, senza pietà né comprensione.

Come potessero offendere oscenamente l’armonia di quei corpi, irriderli e straziarli.

Come riuscissero, in tanti, a spezzare la loro sacralità arcana.

*** *** ***

Lui la trovava ammirevole.

Lei, infatti, raccoglieva animali feriti, li accudiva, li salvava, poi li metteva in libertà.

Ma alcuni li tratteneva con sé, soprattutto gatti, che restavano nella sua casa al riparo, quand’era inverno.

Curava le piante e si stupiva a guardarle.

Non strappava i fiori e mormorava scuse, se nell’andare li urtava.

E poi capiva dagli sguardi le tristezze degli altri e le bastava poco per strappargli un sorriso.

Era attenta alle piccole cose del mondo.

E lui, che poteva insegnarle l’armonia, si trovava talvolta a impararla da lei.

*** *** ***

Anche se non voleva turbarla, gli era difficile nascondersi del tutto.

Infatti lei qualche volta si sentiva osservata, come se uno sguardo benevolo la scrutasse.

Altre volte percepiva un soffio, un vento leggero.

“Ho lasciato la finestra accostata”, lei si diceva.

Poi controllava.

Le ante, invece, erano perfettamente chiuse.

*** *** ***

Gli altri angeli ormai avevano capito, ma speravano di trattenerlo.

“Sfiducia, infelicità e malattie affiggono gli uomini” gli dicevano.

“E l’amore, anche se esiste tra loro, può essere fragile o breve come un soffio. Infine giunge la morte” continuavano.

“A volte pietosa, a volte straziante e oscena. Dopo il suo passaggio noi accogliamo tutti, uomini e animali, che si abbandonano fiduciosi. Ma siamo esseri di luce come te. Non viviamo quelle realtà”.

*** *** ***

Lui ascoltava.

Dopo aver riflettuto a lungo, si convinse che anche la sua essenza eterna era fragile.

E la sua esistenza gli apparve come un lento ed estenuante morire.

Certo, gli umani soffrivano, ma conoscevano il calore degli abbracci, gli sguardi persi nell’altro, le carezze che salvano.

Conoscevano i misteri dell’amore e la misericordia, le parole sconvolte a raccontare il dolore.

E il silenzio davanti alla bellezza.

Soprattutto lo premeva il pensiero di lei.

Allora comprese davvero la forza potente dell’amore.

Desiderò starle accanto, svegliarsi la mattina e guardarle il volto ancora chiuso dal sonno, mangiare insieme, stringerle il corpo caldo e consolante, ridere.

Della morte seppe di non aver paura.

E decise.

*** *** ***

Più facile di quanto non pensasse.

La sua essenza di luce si rivestì di colori, una materia compatta si addensò intorno alla sua anima.

*** *** ***

Subito dopo lo colpì l’aspetto del proprio corpo: la potenza delle gambe, il respiro a sollevargli il petto, il chiarore della pelle.

Si guardò le mani.

Sembravano forti e capaci.

E percepì gli odori, così colmi e vitali.

Era un uomo, giovane e saldo.

Allora si avviò verso casa di lei.

*** *** ***

La porta si aprì.

Lui aveva bussato timidamente, pensando di chiedere un’informazione.

Ma un gatto sbucò rapido dall’interno e attraversò la strada.

Lui si lanciò all’inseguimento e apprezzò la velocità del proprio corpo.

Raggiunse l’animale che si fece prendere facilmente.

E tenendolo tra le braccia, ne sentì la morbidezza e il calore.

Quindi tornò indietro: lei era vicina alla porta.

E lui pensò che, anche così agitata, quella donna era bellissima davvero.

*** *** ***

“Grazie”, lei disse.

“Fortuna che sia riuscito a riprenderlo”, rispose lui, porgendole il gatto e sfiorandole le mani.

“Non sono di qui” continuò “Ma spero di trattenermi a lungo, se trovo un lavoro e una casa ”.

Lo sguardo della donna, limpido e luminoso, scivolava sul suo viso.

“C’è una casa libera, proprio qui vicino” gli disse.

“E quanto al lavoro, questo paese è giovane e ha bisogno di nuove braccia”.

Lui si voltò consolato a guardare la strada e le case, le botteghe e quell’animazione sana di un luogo vivo.

E lei poté allora ammirarlo apertamente.

Era l’uomo più bello che avesse mai visto.

Gloria Lai

leggi anche:

IL RISCATTO

Tutelato da Patamu.com, n.65904 del 6/7/2017

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

No responses yet

giu 21 2017

IL RISCATTO

Otto anni appena compiuti, ma era diversa dalle altre.

Le bambine che conosceva andavano a scuola, avevano una famiglia, ridevano, giocavano, a volte piangevano.

Anche lei andava a scuola, ma viveva con la nonna materna.

La vecchia, oltre a occuparsi di lei, badava a un campicello, a poche galline e a una pecora.

La bambina l’aiutava nelle faccende, dopo aver terminato i compiti.

Guardava la nonna chinarsi sulla terra, la scrutava mentre parlava ai suoi animali e la ammirava per la sua energia, nonostante l’età.

*** *** *** ***

Quando aveva il cuore triste, la bambina viveva un fatto straordinario.

Sentiva un rimescolio potente dentro il corpo.

E poco dopo, senza che lei potesse nulla, accadeva il prodigio.

Veniva trasformata in un verme scuro dalle tante zampe.

Solo lei e la nonna sapevano quel mistero.

La prima volta era successo dopo la morte della mamma.

Affranta dal dolore e nascosta nella sua stanzetta, la bambina si era sentita sprofondare dentro un’altra realtà, come se il corpo fosse risucchiato in un involucro vivo.

E si ritrovò a guardare allo specchio quello che era diventata.

Un essere sinuoso, un lungo corpo scuro.

Lo sconvolgimento fu tale da tramortirla.

La nonna la trovò sul pavimento, riversa di lato e contorta.

Stupefatta e inorridita, riuscì ancora a vedere qualche zampetta che rientrava nelle carni della nipote, lasciandole l’aspetto di sempre.

La vecchia ammutolì e attese con ansia che la bambina si svegliasse da quel torpore.

Allora ricordò una storia che le avevano raccontato nell’infanzia.

*** *** *** ***

Molte generazioni prima, una donna della famiglia, cattiva d’animo con le persone, trattava con durezza anche i suoi animali.

Li percuoteva, li strattonava, li nutriva a stento e quando doveva uccidere una gallina, si divertiva al supplizio di quella creatura.

Gli altri animali li allontanava con violenza o li maltrattava.

Una sera in campagna brutalizzò una lucertola e, non contenta di questo, si trastullò a tagliare a pezzetti lombrichi e bruchi, che inoffensivi strisciavano sul terreno o sui tronchi degli alberi.

*** *** *** ***

Ma la misura ormai era colma.

Mentre la donna procedeva, la terra si aprì di fronte a lei, presso una fonte.

Nel fondo della voragine le apparve un essere straordinario, un lombrico immenso coronato d’oro.

A lei rivolse parole terribili:

“La tua crudeltà ha superato la nostra pazienza. Non vivrai a lungo. Soffrirai nel morire e la tua discendenza porterà il segno della nostra ira. Sarai dannata nell’oltretomba e ogni sette generazioni una donna del tuo sangue, anche se innocente, si trasformerà in verme nei momenti di tristezza”.

*** *** *** ***

La nonna aveva sempre pensato che quel racconto fosse una leggenda, ma davanti al terribile prodigio era rimasta folgorata.

E la settima generazione, pensò, era proprio quella a cui la nipote apparteneva.

Da allora, altre volte la bambina si era trasformata e sempre la nonna le era stata accanto.

Un brutto voto a scuola raccontato al rientro, la nostalgia dolente della madre, il pensiero del padre, che non aveva mai conosciuto, una tristezza senza motivo.

Ad ogni sofferenza interiore, quel supplizio.

*** *** *** ***

La nonna aveva sperato che il prodigio svanisse con il tempo, ma questo non avvenne.

Ormai disperata, prese con sé la bambina, a cui aveva rivelato il racconto lontano, e si avviò con lei in piena campagna.

Mentre procedevano, il tempo era cambiato.

Le nuvole si addensavano e l’urlo del vento impauriva le viandanti, che si fermarono presso la fonte di cui il racconto parlava.

Allora la nonna cominciò a implorare la terra affinché si aprisse, come era già accaduto.

Finalmente si formò una voragine e davanti ai loro occhi apparve quell’essere straordinario coronato d’oro, immenso e terribile.

Entrambe gli si inchinarono davanti:

“Signore della terra,” pregò la nonna“mia nipote è innocente di quel male antico. Ti chiedo pietà”.

Il re della terra le guardò con attenzione.

“Erano innocenti anche gli animali che la sua antenata ha tormentato” disse.

“Ma voglio aiutarvi. Dammi la bambina. La libererò dal maleficio e la trasformerò in farfalla. Rimarrà per sempre al mio servizio.”

La bambina chinò di nuovo il capo:

“Signore,” disse “ ti obbedirò, ma permettimi di stare con mia nonna. Siamo sole al mondo.”

Il re della terra, la cui ira andava svanendo, rifletté un attimo.

Poi abbassò il capo, sfavillante d’oro.

Qualche istante dopo, si levarono verso il cielo due farfalle, una piccola e iridescente, l’altra scura e massiccia. Le loro ali si incrociarono, sfiorandosi in una danza di ringraziamento.

*** *** *** ***

Le guardò silenzioso, assorto.

Le due farfalle volavano leggere, sembravano felici.

E lui ne sentì pietà.

Cosa cambiava del male compiuto, se quelle due creature avessero pagato?

Erano innocenti anche loro, come le vittime inermi della violenza lontana.

Non era quello il giusto riscatto del dolore atroce di altri, del loro strazio inutile, della loro fine irrisa, pensò.

Infine, concluse consapevole, l’altra donna aveva scontato la sua perfidia, sette generazioni prima.

E per il resto del tempo.

*** *** *** ***

Allora sollevò il capo, facendo sfavillare la corona.

Le due farfalle interruppero il volo e si posarono lievemente sul terreno, agitando le ali.

Poi ripresero forma umana e stupore.

Si guardarono incredule.

E la luce del loro sorriso riuscì a oscurare lo splendore dell’oro.

Gloria Lai

leggi anche:

LA CLESSIDRA

Tutelato da Patamu.com n° di deposito 63621 del 31/5/2017

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

No responses yet

mag 10 2017

LA CLESSIDRA

Aveva degli splendidi occhi celesti.

Era il figlio del re, nato agli inizi di primavera.

In tutto il regno si parlava della sua bellezza.

I sudditi recarono doni e doni arrivarono da altri reami.

Oggetti d’oro, pietre preziose, stoffe luccicanti.

Ma il regalo più gradito fu un puledro bianco, dalla lunga criniera e dagli occhi celesti, come quelli del bambino.

Il sovrano ringraziò per il dono e pensò consolato che il figlio e il puledro sarebbero cresciuti insieme.

*** *** *** *** ***

Il re e la regina l’avevano aspettato a lungo.

E ormai disperavano che un figlio arrivasse.

Poi, la gioia travolgente di abbracciarlo, di odorarlo sul collo, di ammirarlo muti.

Molte notti non dormirono per stare a guardarlo, stretti l’uno all’altra, temendo che quel dono svanisse.

*** *** *** *** ***

Era il loro bene più pregiato.

E decisero che il figlio andava difeso da tutto: dalla tristezza, dalla povertà, dal dolore.

Gli misero intorno cortigiani giovani e belli, chiusero le porte del palazzo ai poveri e ai derelitti, perché vederli non lo rattristasse.

Quando crebbe, fermarono i messaggeri fuori dalle mura, affinché non sapesse delle guerre e delle morti.

I fatti del reame li trattavano i ministri in accordo col sovrano, ma lontano dagli occhi e dalle orecchie del bambino.

*** *** *** *** ***

Inconsapevole del male, il principe cresceva bello e gentile.

E il suo cavallo con lui.

Era emozionante vederli in corsa a sfidare il vento.

Poi si fermavano esausti, la stessa luce celeste negli occhi.

Ogni giorno percorrevano il vasto parco che circondava il castello.

Alte mura di pietra impedivano lo sguardo sui campi all’intorno.

E molte guardie vigilavano sulle porte sbarrate.

*** *** *** *** ***

Il bambino cresceva, aveva quasi dieci anni.

A corte si preparavano i festeggiamenti, ma una terribile carestia si diffuse nel regno.

E molti sudditi, indeboliti, si ammalarono.

Il re e la regina offrirono alla popolazione cibo, abiti, ricoveri, erbe curative, i migliori medici del regno.

Cercarono quanto possibile di recare aiuto, ma dal chiuso del loro castello.

Il loro figlio non doveva sapere nulla né rattristarsi nel vedere.

*** *** *** *** ***

Ma un pomeriggio il bambino e il cavallo, giunti alla fine del parco, trovarono sguarnita l’ultima porta.

Perso d’amore per una contadinella, il soldato aveva abbandonato il suo posto.

La ragazza lo aspettava impaziente oltre le mura, e quell’amore valeva il rischio, lui si era detto.

Del resto, pensò, il regno viveva ben altri problemi.

*** *** *** *** ***

Incuriosito, il bambino scese da cavallo, spinse esitante i battenti accostati.

E uscì.

Campi estesi, una strada, un villaggio in fondo.

Prese ad andare, accanto a lui il cavallo bianco.

Quello che vide, però, lo riempì di stupore dolente: lungo il cammino mendicanti esausti, bambini piangenti, donne sfatte.

Ai lati della strada, qualche corpo esanime.

Quelle immagini si mischiavano nel suo sguardo allo splendore dei saloni reali, agli abiti sontuosi dei cortigiani, alla loro bellezza intatta.

All’improvviso, scopriva un’umanità lacera e derelitta.

E mentre procedeva, capì di aver perso l’innocenza dei suoi anni.

*** *** *** *** ***

All’inizio del villaggio, una casupola dall’ingresso basso.

Oppresso da quelle visioni, il bambino legò il cavallo al tronco stentato di un albero ed entrò per chiedere un goccio d’acqua.

Aveva la gola riarsa e anche il suo cavallo soffriva la sete.

*** *** *** *** ***

All’interno, una stanza modesta.

Seduto ad un tavolo un vecchio e, accanto a lui, una clessidra.

“Ti aspettavo, principe” disse l’uomo.

Il bambino si fermò, incerto.

“Accostati, sei ancora più bello di quanto immaginassi”.

Quello sgranò gli occhi.

Alla sua domanda muta, il vecchio rispose:

“Io sono il Tempo. E questa è la clessidra della tua vita. Come vedi, la sabbia degli anni non scorre. I tuoi genitori hanno implorato questo dono per te”.

Il bambino, stupito, salutò con rispetto, poi chiese:

“Perché è ferma la sabbia dei miei anni?”

“Tu vivrai in eterno. Questo ha ottenuto il loro amore” rispose il vecchio.

“E cosa accadrà ai miei genitori?” chiese il principe.

“La vita scorrerà per loro. Poi se ne andranno, come è sorte dei mortali”.

*** *** *** *** ***

Il bambino sentì il pianto chiudergli la gola.

“E il mio bellissimo cavallo bianco?”

“Vivrà a lungo, invecchierà e lo vedrai morire”

“ Nessun altro mi accompagnerà in eterno?” chiese il principe, che tentava a fatica di ingoiare le lacrime.

“Nessun altro ha ottenuto questo dono. Ma tu puoi scegliere. Ho concesso anche questo ai tuoi genitori”.

In piedi davanti al vecchio, il bambino sentì il cuore tumultuare: d’improvviso esistevano per lui la sofferenza, la solitudine e la morte, gli affetti che finiscono e gli addii che affannano e straziano.

Si chiuse in se stesso, rifletté a lungo.

Poi tese la mano e non ebbe esitazioni.

Afferrò la clessidra e la girò deciso.

La sabbia si mosse e prese a scorrere lentamente.

Il Tempo non poté nulla.

Gli era concesso donare l’eternità, non cambiare le scelte dei mortali.

E il giovane principe, chinato il capo, sorrise.

Gloria Lai

leggi anche:

ROSSILLINA

Tutelato da Patamu.com n°deposito 61486 del 30/4/2017

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

No responses yet

feb 25 2017

ROSSILLINA

Quella bambola non le era riuscita bene.

Tondi gli occhi, troppo rossi i capelli, morbida nel corpo, ma sgraziata.

Si chiese a chi avrebbe potuto venderla.

In realtà, la donna era conosciuta per la perfezione dei suoi manufatti.

E quell’ultimo lavoro non le rendeva onore.

Anche l’abito rosso della bambola era uscito male, stretto e mal cucito.

Nessuno avrebbe acquistato un prodotto così imperfetto. Sospirò e gettò la bambola nel cestino, vicino al tavolo da lavoro.

Più tardi se ne sarebbe liberata, insieme con i resti di filo, stoffa e lana.

*** *** *** ***

In quella casa dove la donna, per arrotondare le magre entrate, realizzava bambole di stoffa, un altro essere occupava la stanza da lavoro: una gatta.

Era capitata lì per caso qualche anno prima.

La donna non l’aveva cacciata, ma si limitava a darle del cibo e non la accarezzava quasi mai.

La gatta, sentendosi trascurata, si strusciava di nascosto sulle bambole.

E si consolava con la morbidezza dei loro corpi di stoffa.

*** *** *** ***

Aveva avuto un’ infanzia felice, poi l’avevano regalata ad una famiglia numerosa e distratta, che spesso la dimenticava fuori, anche d’inverno.

Lei dapprima si sentì infelice, ma una sera decise.

E dopo aver annusato il vento, se ne andò senza voltarsi.

Corse raminga per strade e giardini.

Infine, giunta una notte in un cortile, si raggomitolò vicino all’ingresso della casa.

La mattina dopo, una donna uscì per tempo, lasciando la porta accostata.

La gatta si insinuò all’interno e vide stoffe, nastri, lana e fili.

Sperò di poter restare.

La donna non la mandò via, ma non le piacevano i colori della gatta.

E non l’accarezzava quasi mai.

*** *** *** ***

Dopo aver gettato la bambola, la donna si allontanò.

Nel rientrare in casa dalla sua uscita quotidiana, la gatta trovò qualcosa che non si sarebbe aspettata. Dentro il cestino degli scampoli inutili e dei fili spezzati, vicino al tavolo da lavoro, vide una bambola.

Incuriosita e guardinga la gatta le si accostò e, approfittando dell’assenza della donna, avvicinò il muso a quel viso di stoffa.

La bambola era triste e abbandonata, ma a lei sembrò così carina, che nella sua mente di gatta balenò una decisione: prese quel corpo di stoffa tra i denti e, stringendolo delicatamente come fosse un figlio, balzò fuori dalla finestra e tagliò dritta per i campi.

La donna nel rientrare cercò la gatta, ma non la trovò e non si dette pensiero a lungo.

Così come era giunta, si era detta in quegli anni, sarebbe andata via.

E in realtà quell’essere singolare non le era piaciuto mai troppo.

*** *** *** ***

La gatta corse finché le sembrò che il cuore le scoppiasse.

Quando finalmente si fermò, poggiò delicatamente la bambola sull’erba e la contemplò soddisfatta. Con quel rosso nei capelli e nella veste, certamente Rossillina sarebbe stato un bellissimo nome per lei.

La gatta se lo ripetè, miagolando.

Finalmente, pensò, un affetto nella sua vita.

Un affetto di stoffa.

Si sarebbe occupata lei della bambola, l’avrebbe scaldata nelle notti fredde, l’avrebbe consolata quando fosse stata triste.

Le si accostò, poggiò il suo corpo su quello morbido della bambola.

E fu allora che, mentre la gatta la guardava trepidante, Rossillina aprì le sue braccia di stoffa e si strinse fortemente a lei.

Gloria Lai

leggi anche:

L’ALBERO

No responses yet

dic 30 2016

L’ALBERO

Era un albero centenario nel profondo del bosco ombroso.

E le vie per raggiungerlo, intricate e nascoste.

I vecchi dicevano:

“Se hai un desiderio, devi sussurrarlo ai suoi rami”

Ma bisognava recare bei doni.

Infatti l’albero era esigente.

E voleva essere ripagato.

*** *** *** *** ***

A memoria d’uomo, pochi desideri erano stati esauditi.

Forse i doni erano miseri o scarsa la passione nel chiedere.

Nessuno sapeva rispondere.

Gli stessi vecchi scuotevano il capo canuto.

E tacevano.

*** *** *** *** ***

Viveva in un villaggio ai margini del bosco.

Sola.

Mesi prima la madre, ormai vecchia e malata, l’ aveva chiamata a sé, l’aveva baciata in fronte.

Poi, aveva chiuso gli occhi per sempre.

E da allora lei non sapeva vivere.

Mai più i sorrisi, le tenerezze, le risate, le confidenze, mai più gli abbracci.

Soprattutto questo la straziava, non averla più accanto, non parlarle, non poterla guardare negli occhi.

*** *** *** *** ***

Fu allora che decise di cercare l’albero dei desideri, quello di cui i vecchi parlavano.

Portò con sé dei viveri, ignorando quando sarebbe giunta.

E una collana d’oro e ametiste.

La sua sola ricchezza.

*** *** *** *** ***

Ricordava i racconti dei vecchi nelle sere d’estate:

“Se nutri desideri profondi, il bosco ti aiuta”

E a lei sembrava proprio che il bosco la guidasse.

Al rumore di una frasca si era voltata e aveva intravisto un sentiero.

Poi, la danza di due farfalle l’aveva condotta.

Ed ecco all’improvviso l’albero antico, contorto di anni e di vento.

Gli si accostò, esitante.

Sentiva la linfa fluire e il mormorio difforme delle foglie.

Si inchinò a lui con rispetto e gli parlò.

*** *** *** *** ***

Quando tacque, attese per qualche lunghissimo istante.

Pareva non accadesse nulla ma, d’improvviso, sulla corteccia comparve un’immagine.

Con immenso stupore la figlia riconobbe il volto della madre.

Poi vide che tutta la figura di lei si stagliava lentamente sul tronco, assumeva rilievo.

E si animava.

Folle di emozione, cercò di toccare quel viso e quel corpo.

Allora, viva nell’aspetto, la madre aprì dolcemente le braccia e la strinse a sé.

La figlia sentì che il proprio corpo rinsecchiva, aderiva alla corteccia, diventava rami e foglie, attraversato dagli umori vitali.

E allora capì.

Lei e la madre, insieme, palpitavano nel grande respiro del mondo.

Ai piedi dell’albero, la collana di ametiste rifletteva nel viola opalescente i bagliori del tramonto.

*** *** *** *** ***

Passò il tempo.

I pochi a giungere in quel luogo sussurravano richieste, ma erano desideri miseri o inverecondi o feroci.

Nessuna risposta.

Non si mosse neanche una foglia.

Lei e la madre, intanto, esistevano nell’essenza dell’albero, si nutrivano della stessa energia.

E il tempo scandiva per loro le stagioni e gli istanti.

*** *** *** *** ***

Da mesi ormai non si vedeva nessuno, quando una sera d’autunno giunse un uomo.

Non recava doni, ma si inchinò.

Poi prese a dire.

“Non ho nulla da offrirti, ma ascoltami. Ho viaggiato nel mondo tra splendori e brutture, albe, tramonti, prodigi e cieli infuocati. Ma l’amore, quello vero, l’ho cercato invano. E se vorrai donarmelo, te ne sarò grato.”

L’albero ascoltò quella preghiera, come aveva sentito le altre.

Ma palpitò per la profondità del desiderio.

E non si curò della mancanza di doni.

*** *** *** *** ***

Poi fu sconvolgente quanto accadde.

Uno schianto nel legno. E con forza l’albero strappò via da sé la figlia.

Lei si oppose ma, per quanto tentasse di aggrapparsi e resistere, si trovò sull’erba tra le radici nodose.

Di nuovo donna, nuda e piangente come appena nata.

Incapace di guardarsi intorno, i capelli a nascondere il viso, sentì allora la voce materna:

“Ti sarò sempre accanto, figlia d’oro”

*** *** *** *** ***

Abbattuta, spaventata, silenziosa.

E inerme.

Ma, in quel momento, delle mani strinsero le sue, la sollevarono saldamente e le posero un indumento ampio sulle spalle, a proteggerla.

Come avrebbe fatto anche un padre.

Lei alzò esitante lo sguardo.

E incontrò l’azzurro degli occhi dell’uomo, ancora stupiti dal prodigio inatteso, ma inteneriti.

E sorridenti.

Gloria Lai

leggi anche:

IL TEMPO

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

No responses yet

nov 16 2016

IL TEMPO

“Raccontami, nonna”.

La vecchia sorrise alla nipote.

Le piaceva averla accanto, a chiederle storie passate.

Le carezzò il capo.

Quella ragazza cresceva ogni giorno, si disse la vecchia.

E, guardandola, vide la donna che sarebbe stata.

Ma nell’ammirarle il viso, la vecchia si confuse.

Assomigliava così tanto a sua figlia.

La donna si aggrappò ai ricordi, temendo il vuoto improvviso.

Confusi nella mente, l’ieri e l’oggi talvolta oscillavano.

Poi si riprese.

“Raccontami di quando eri giovane”.

Anche il cagnetto, da anni in quella casa, si preparò ad ascoltare.

Consolata dalla richiesta della nipote, lei cominciò.

*** *** *** ***

“Ero appena ragazza, quando tuo nonno ha iniziato a guardarmi. Lui già adulto e austero. Io però lo capivo che si dava un tono. Per gli amici, per tutti gli altri. E quando incrociavo i suoi occhi, aveva lo sguardo impacciato. Ma non mi dispiaceva.….”

La nonna continuò a raccontare.

Il fidanzamento, le nozze, la casa costruita con sacrifici, una figlia adorata.

Raccontò di un amore onesto, tenace.

Ma senza voli.

Raccontò quello che poteva narrare, quanto voleva dire.

Un’altra storia invece, quella nascosta, non poteva dirla.

E l’avrebbe tenuta per sé.

*** *** *** ***

Era giunto in paese da poco: lui, il nuovo maestro.

Lei, segretaria in quella scuola elementare, a guardarlo restò muta.

Era bellissimo.

Nascose l’emozione abbassando gli occhi e gli strinse timida la mano, con ritegno.

*** *** *** ***

Non ebbe ritegno, invece, la loro passione.

Inaspettata, potente, nascosta agli altri, sfiorata nell’oscurità di un vicolo percorso insieme, al rientro dal lavoro.

O vissuta nel silenzio di una stanza d’albergo.

“Vado da mia cugina” lei diceva ogni tanto.

Il paese in cui recarsi era distante, ma lei sapeva che il marito non avrebbe indagato.

Gli sembrava normale che la moglie andasse talvolta a trovare quell’anziana parente, ammalata da tempo e accudita da estranei.

Non sapeva che le visite all’ammalata duravano molto meno delle ore di assenza.

Il resto del tempo, passione, stupore, mani avide, occhi accesi a rubare lo sguardo dell’altro.

*** *** *** ***

Ma lei era spezzata, tra la famiglia e quella passione inattesa e cocente.

Con sofferenza scelse la famiglia, gli affetti quotidiani, gli occhi onesti di suo marito, che qualche volta si abbassavano ancora, come un tempo.

Quel marito rigoroso lei lo amava davvero, ma con l’altro era diverso.

E comunque, lasciò andare quell’altro e chiuse il cuore alla passione.

Lui, il maestro, sconfitto da quella scelta, chiese il trasferimento.

Non si cercarono più.

Lui non sposò nessuna.

E qualcuno le riferì che viveva solo.

Seppe poi, con il cuore stretto, che una breve malattia lo aveva stroncato.

Nonostante l’età e la sofferenza, disse chi l’aveva visto, era ancora bello.

*** *** *** ***

“Poi tuo nonno se n’è andato per sempre.”

Continuò a raccontare la vecchia.

“E quello stesso giorno, ho trovato per strada un cagnetto, solo e spaurito. L’ho accolto come si accetta un dono. Ora si è fatto vecchio e sbilenco. Ma sembra giovane, quando mi viene incontro”.

La nipote, come sempre quando la nonna raccontava, la guardava intenerita e attenta.

Andava a trovarla appena poteva e spesso sua madre l’accompagnava.

Nei visi delle tre donne, il sorriso era identico e luminoso.

*** *** *** ***

Ma quel giorno la vecchia si era stancata a raccontare.

Adagiata in poltrona, sembrava quasi dormire, il cagnetto in grembo.

La nipote si alzò, la baciò in fronte e si allontanò in silenzio.

La vecchia si riscosse: come le accadeva ormai da tempo, i ricordi si mescolavano, lasciandola confusa.

Le sembrò di sentire una voce.

Era quella di sua madre: “Alzati, ho preparato la colazione.”

Lei si rivide bambina, seduta al tavolo, a godersi il profumo dei biscotti.

E a sentire l’odore materno, consolante e caldo.

“Deve essere un sogno”, si disse, ma aveva gli occhi aperti.

Poi con stupore, vide andarle incontro due figure maschili: il marito e l’altro, sorridenti e luminosi.

Li guardò incredula.

La osservavano miti, neanche un’ombra di giudizio nello sguardo.

Sembravano aspettarla.

Lei si alzò.

Il cagnetto allora le si strinse addosso, deciso ad accompagnarla dovunque lei volesse.

E come a proteggerla, le camminò accanto.

Davanti a loro comparve una grande porta luminosa.

La vecchia la contemplò, il respiro sospeso.

E in quel momento la colse uno scoramento profondo.

*** *** *** ***

La straziava lasciare la figlia ma, ancor di più, la nipote, che aveva tenuto in braccio appena nata.

Aveva amato inventarle fiabe, la vedeva crescere dolce e buona.

E la tenerezza per lei la pressava.

Desiderava davvero starle ancora vicino.

Magari solo per poco.

Forse lo chiese a voce alta, forse supplicò.

Non avrebbe saputo dire.

*** *** *** ***

Allora, con grande stupore, vide che la porta luminosa si dissolveva lentamente.

E le figure dei due uomini sparirono alla vista, miti come erano comparse. Nell’andarsene, le fecero un lieve cenno di saluto.

*** *** *** ***

Lei rimase attonita.

E percepì la grandezza del dono.

Ringraziò profondamente in cuor suo per quel tempo regalato, inatteso e prezioso.

Ne avrebbe onorato ogni istante.

E pensò che nell’attimo fatale, avrebbe oltrepassato quella porta senza timore.

*** *** *** ***

Poi tornò nella sua stanza e si coricò placida.

“Domani sarà una bellissima giornata”, disse.

In quel momento il cane, balzato sul letto, si sdraiò accanto a lei.

Scodinzolava felice.

Gloria Lai

leggi anche:

IL PATTO

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

No responses yet

ott 15 2016

IL PATTO

Non era stato facile rinunciare a tanto.

Aveva iniziato con il televisore.

Ormai lo teneva quasi sempre spento, poi lo regalò ai vicini, quella famiglia numerosa che litigava la sera per i programmi da seguire.

Poi, niente giornali al mattino.

Troppe tristezze da leggere e brutture e violenze.

Meglio la colazione in silenzio, pane tostato e caffè, a pensare ai sogni fatti la notte.

Ormai in pensione, non tollerava più la tirannia del computer per ricevere avvisi dalla scuola e rispondere ai quesiti degli alunni.

Se ne liberò, assolto da quegli obblighi, e lo vendette ad un conoscente, chiedendogli davvero poco.

Infine regalò la radio.

Gli aveva scandito al mattino i tempi per la colazione, il prepararsi e l’uscire.

Segnale orario delle otto: spegneva l’apparecchio e andava rapidamente, sperando che non ci fosse traffico, anche se la scuola era vicina.

Ma adesso era padrone del suo tempo.

Nessun obbligo a buttarsi fuori di casa.

*** *** *** ***

L’unico impegno fisso che ormai gli piacesse era preparare il cibo per una gattina, trovata sotto casa.

Abbandonata da qualcuno o fuggita volontariamente, gli era capitata tra i piedi, così piccola che lui quasi l’aveva spazzata via, con quel passo vigoroso che gli dava orgoglio.

Non aveva dimestichezza con gli animali e, mentre lavorava, rigettava preoccupazioni che non fossero compiti da correggere, lezioni da preparare, colloqui con i genitori e riunioni serali.

Ma tutto questo era finito e quell’essere morbido e inaspettato ormai gli riempiva le giornate.

E lo incuriosiva e inteneriva, suo malgrado.

Dopo aver raccolto e sfamato la gatta, in realtà, aveva pensato di rimetterla in strada quel giorno stesso o la mattina successiva…

Qualcuno l’avrebbe forse cercata, si diceva.

Invece, proprio quel giorno, il muso dorato di lei e la coda morbida a strusciargli le caviglie lo conquistarono.

La gatta prese possesso della sua casa di scapolo anziano.

*** *** *** ***

Aveva amato molte donne, ma nessuna gli aveva davvero rubato il cuore.

E ripensandoci, alla fine di ogni storia, si diceva che l’unica vera passione era il lavoro.

Darsi per amore, poi, gli sembrava quasi un tradire se stesso.

E così, di anno in anno, era giunto a quella fase della vita in cui si fanno i bilanci importanti e l’età non è più verde.

Si disse allora che, evidentemente, l’amore e una famiglia non erano per lui.

E si rassegnò.

*** *** *** ***

Ora la gatta gli scandiva i tempi.

Aspettava che lui si svegliasse, poi saltava sul letto e gli ronfava nelle orecchie.

All’inizio lui pensava di provare fastidio, invece nulla.

Si alzava e gli capitava di sorridere, mentre lei lo scortava in cucina e si fermava davanti alla ciotola vuota.

Le giornate dell’uomo assunsero un altro colore, simile ai riflessi dorati sul corpo di lei.

*** *** *** ***

Lui rifletteva.

Da uomo colto, pensava alla mitologia, alle religioni, all’amicizia antica tra gli animali e l’uomo, al loro patto primario.

Tradito dagli uomini, quel patto.

Ma si poteva stringere una nuova alleanza.

Tra un uomo e una gatta.

Tra lui e la sua gatta, nomade convertita.

Poi rifletteva ancora.

Gli sarebbe piaciuto davvero sentire il mondo con l’olfatto di lei, sfiorarlo con zampe leggere.

E, a volte, graffiarlo.

Avrebbe dato molto per scambiare la sua età disillusa con l’essenza animale di lei, con quel camminare ondulato, con lo scintillio degli occhi che gli foravano l’anima sbrecciata.

Forse, avrebbe dato tutto.

Si immergeva così a lungo in quei pensieri, da perdere il senso del tempo.

La gatta allora lo richiamava alla realtà, lo scuoteva con i suoi giochi da pagliaccio buono.

E lo faceva ridere, finalmente.

*** *** *** ***

Ogni tanto si recava a casa sua una donna ad aiutarlo nelle faccende domestiche.

Sicuro dell’onestà di lei, lui le aveva lasciato una copia delle chiavi perché potesse sfaccendare anche in sua assenza.

E quando tornava, gli piaceva annusare l’odore di pulito.

La gatta, che ormai conosceva la donna, le andava incontro sollecita e poi la scrutava con attenzione, mentre quella faticava.

*** *** *** ***

Era mattina.

Con suo grande stupore, la donna trovò che la porta non era chiusa.

Entrò circospetta.

Il professore era attento a queste cose.

La gatta non le andò incontro.

Nella stanza da letto, deserta, c’era confusione. Le lenzuola sfatte, indumenti per terra, come crisalidi vuote.

E nessuna traccia di lui.

Anche la gatta era scomparsa.

La donna diede l’allarme.

*** *** *** ***

Lo cercarono dappertutto, chiesero ai pochi amici che gli restavano, a qualche lontano parente. Spariti nel nulla, lui e la sua gatta.

*** *** *** ***

Certo, a nessuno venne in mente di scrutare nei giardini o nei parchi in città.

Nessuno guardò attentamente sui tetti.

E, comunque, chi avrebbe capito?

Avrebbero visto solo una coppia di gatti, l’uno scuro e anziano, l’altra, una giovane femmina dai riflessi dorati.

A guardarla bene, lei poteva sembrare davvero la gatta del professore.

*** *** *** ***

E nessuno seppe mai cos’era accaduto davvero.

Nessuno potè raccontare delle loro corse libere, delle cacce, del sole goduto stando vicini, delle stelle contemplate nelle calde notti estive.

Nessuno seppe mai di quei due e della loro arcana magia, lui diventato un gatto felice, lei una madre prolifica e saggia.

E i loro figli, e i figli dei figli, riempirono le notti di amori, ammirando la luna con occhi sgranati.

Gloria Lai

leggi anche:

LA CASA

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

No responses yet

set 14 2016

LA CASA

Si preparava a lasciarla.

Andava via dalla sua casa, divenuta ormai troppo piccola.

Aveva deciso: quella nuova l’attendeva.

Rimanevano da raccogliere le ultime cose, il resto stipato in scatoloni e buste, già portati via con i mobili.

Impossibile che tutta quella roba si trovasse in un bivano, ma era come se gli oggetti avessero cercato da soli il loro equilibrio.

E si fossero adattati nel tempo gli uni agli altri, in una confusione colorata e armoniosa.

*** *** ***

Stava per chiudersi la porta alle spalle: l’ultima cosa da fare, togliere la targhetta in ottone.

L’aveva voluta così, niente nome, niente titoli.

Solo il cognome, breve, essenziale, quasi maschile.

*** *** ***

Il nodo alla gola, temuto e negato, ora la pressava.

Le braccia gravate di buste e incarti, una mano che a stento tirava la maniglia, a chiudere finalmente.

Ma, come se qualcosa la bloccasse, la porta resisteva.

Lei fu costretta a riaprire: e davanti ai suoi occhi increduli, le si offersero luminosi e scintillanti, simili a immagini trasparenti, i ricordi.

Le si affollarono intorno, allegri all’apparenza, e in realtà malinconici.

Sembravano rimproverarla, ma senza cattiveria: a ricordarle che li stava abbandonando.

Tanti anni vissuti, l’essenza della vita in quelle memorie.

E voleva andare via senza di loro.

Come sarebbero vissuti ancora?

E come avrebbe tollerato lei il resto del tempo, senza quei grumi pulsanti di emozioni?

I ricordi e quelle mura, chiare e luminose nel primo pomeriggio: così si mostrava la sua casa, mentre si apprestava a lasciarla.

*** *** ***

Si sedette per terra, le buste e gli incarti adagiati sul pavimento.

E si offrì alla danza colorata di tutti quei frustoli di vita.

*** *** ***

“Bella la tua casa” diceva la madre.

“Goditela, figlia mia”.

“Il caminetto lo lascio bianco o variegato di verde?”

“Il verde va bene” diceva il padre.

E lei obbediva, ancora molto figlia anche se adulta.

E poi, la piantina buttata per terra da un vento ingrato e comprata da lei per pietà.

L’uomo che la vendeva aveva ormai perso le speranze…

E i pomeriggi d’estate a spingere lo sguardo oltre i palazzi, dove scintillava una striscia di mare.

E la porta chiusa da una figura maschile e decisa, che andava via senza voltarsi.

E ancora, il disperarsi affannoso accanto al suo gatto fatato, morente e inerme.

Adesso le immagini la pressavano da vicino, la danza iniziale si era fatta ossessiva.

Stava per raccogliere tutto e fuggire.

Ma dalla ridda di gesti e colori emerse un ricordo: il caminetto acceso, gli amici intorno, vino rosso nei bicchieri a festeggiare la casa, quella che lei si apprestava a lasciare.

*** *** ***

Allora sciolse il suo pianto, abbondante e profondo.

Ringraziò la casa di tutto il vissuto, delle attese, delle gioie e delle sofferenze, perché anche di queste ultime è fatta la vita.

Raccolse le buste e gli incarti e portò con sé, questa volta, anche i ricordi.

Erano abbondanti ma leggeri e lei se li poggiò sulle spalle.

Come uno scialle di pizzo, colorato e prezioso.

Gloria Lai

leggi anche:

LE ALI

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

No responses yet

ago 19 2016

LE ALI

“Vai! Prendilo”.

L’urlo di incitamento del padrone aizzò il cane, un meticcio scuro e violento.

L’animale si lanciò verso la preda, un vecchio gatto dal pelo ormai opaco e, in quel momento, irto di paura.

Lui capì di non poter fuggire.

E si preparò a fronteggiare il pericolo, sfoderando le unghie verso gli occhi foschi del cane.

Era sempre stato un gatto animoso.

Seppe che sarebbe morto combattendo.

La lotta fu breve e cruenta, poi un morso tenace sul collo.

Gli si appannò lo sguardo, lo abbandonarono le forze.

Il gatto non sentì neanche più dolore.

Gli sembrava di essere tornato piccolo.

Ed era come se la terra lo accogliesse.

Sul suo ventre inerme infierirono le zanne del cane.

Il gatto non vide il suo sangue sporcare quel muso né sentì le risate grevi del padrone dell’animale, un ragazzo violento a cui nessuno aveva insegnato ad amare.

Poi i due si allontanarono, terribili e inconsapevoli.

Nel gatto inerte la mente si spegneva.

Insieme a un ricordo lontano.

*** *** *** ***  

Molti anni prima, era stato scelto in una nidiata di sette: proprio il più bello.

La sua padrona, una bambina, giocava con lui e lo ammirava estasiata.

Fu un periodo denso e felice e lui pensò che gli umani somigliassero a divinità luminose.

La bambina lo baciava, gli diceva che era bello, che gli mancava solo la parola.

Lui capiva tutto.

E a volte sentiva una tenerezza tale che il suo cuore di gatto sembrava scoppiargli.

*** *** *** ***

Poi, tutto cambiò: la famiglia della bambina si trasferì.

Nel nuovo appartamento il gatto sarebbe stato male, diceva il padre.

Meglio lasciarlo nel cortile, dove era stato preso.

Una vecchia si occupava dei gatti e avrebbe badato anche a lui.

Magari sarebbero andati a trovarlo, qualche volta.

La bambina era troppo piccola per opporsi.

Ma lasciare quel gatto fu il primo, lacerante dolore della sua vita.

E quando lo baciò nel salutarlo, riuscì a stento a dirgli che, in realtà, a lei era sempre parso un animale straordinario, un essere del cielo.

Un gatto angelo.

Ma senza le ali.

*** *** *** ***

Lui l’aspettò a lungo, con la fiducia paziente degli animali.

Poi capì che non l’avrebbe più vista.

*** *** *** ***

Il resto della vita come quello di tanti altri gatti.

In più, il ricordo di un’infanzia felice.

*** *** *** ***

L’animale sentì concluso il suo tempo.

Il corpo giaceva, straziato ed informe, ma lui non provava angoscia.

Poi una leggerezza nuova, un senso inatteso di gioia.

E, sulla schiena, il pelo vecchio e intriso di sangue sembrò ammorbidirsi, diventò lucente, si tese.

Il gatto sentì che qualcosa di folle avveniva: due ali spuntavano lente.

Diventò diafano e luminoso.

E capì che poteva volare.

Allora si alzò verso il sole, poi si mise a scrutare la terra.

Il mondo, a guardarlo dall’alto, era bello davvero.

*** *** *** ***

Ma oltremodo stupito, in cielo vide altri animali, luminosi e trasparenti come lui.

Cani, gatti, conigli, criceti, pesci rossi ed iguane.

E tanto altro ancora.

Persino vitelli e caprette …

Per i meriti in vita gli erano nate le ali.

E per l’affetto ricevuto dai loro padroni.

Pappagalli e altri uccellini, che le ali le avevano già, se ne trovarono due in ogni spalla.

*** *** *** ***

Lui si librò, consolato e leggero.

Pensò che dall’alto, guardando fra i tetti e le case, l’avrebbe cercata, avrebbe trovato la padrona di un tempo.

“Dev’essersi fatta ancora più bella”, pensò.

E sentì nascere in cuore la tenerezza di allora.

Gloria Lai

leggi anche:

UNA STORIA

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

No responses yet

lug 11 2016

UNA STORIA

C’erano una volta un uomo e una donna.

Lontani i luoghi in cui vivevano.

E diverse le loro sensibilità.

Lui forte, colto, prepotente, egoista, tenero, spietato e, in fondo, fragile.

Quando si commuoveva, si stupiva delle sue lacrime, da cui però ricavava conforto.

Aveva temuto le sue debolezze, ma l’età, l’esperienza, le sofferenze e, forse, l’incontro con lei, gli avevano permesso di accettarle.

Lei sensibile, sofferta, partecipe, generosa, disordinata e testarda.

Alcune delusioni l’avevano resa incerta e contava solo su se stessa ma, anche senza dirselo, sapeva bene che la forza più potente era l’amore.

L’incontro tra i due, casuale e bellissimo: una folgore.

Chiedevano cose diverse, però.

Lei avrebbe voluto tutta l’attenzione di lui, i suoi pensieri, la sua forza.

Lui forse pensava di concederle molto, ma a lei non bastava, sembrandole di essere così: soltanto un’isola nel mondo di lui.

*** *** *** ***

Venezia: da tempo lei desiderava andarci durante il carnevale.

E si incontrarono lì, a febbraio.

Gran freddo, bellissima la città, difficoltoso il cammino, traghetti sbagliati, un Guggheneim raggiunto attraverso la neve.

E proprio lì al museo lui si era trattenuto a parlare con una, forse di arte.

E lei, stanca, era andata via, pensando che lui l’avrebbe seguita.

Non era successo.

Lui era rimasto lì ancora un poco.

*** *** *** ***

Magari non era grave, ma per lei era un’altra conferma: lui era forse distratto, forse lontano, forse noncurante.

E lei si chiedeva se non fosse meglio chiudere.

Pensava alla vita senza di lui, senza le telefonate, senza città a metà strada da percorrere insieme, senza la curiosità e lo stupore per i pensieri dell’altro, senza la tenerezza imprevista e struggente.

Ma quello, lo stare insieme, era la felicità?

E per mantenerla, la felicità, quanto bisognava pagare?

Forse bisognava diventare umili, stupirsi di più, rimediare al male, anche a quello fatto senza saperlo…

*** *** *** ***

Si trovò a ripensare la vita e le sembrò di aver sbagliato tante cose, ma forse poteva ancora porvi rimedio.

Davanti agli occhi le scorsero gli anni, gli errori fatti, il dolore provocato e sofferto….

E allora chiese perdono alla farfalla uccisa per ignoranza, alla biscia schiacciata, all’uomo che chiedeva acqua, agli occhi bassi di suo padre dopo una rispostaccia di lei ( ma come si erano risollevati, celesti e luminosi, quando lei aveva cercato di rimediare!), alla sorella, percossa da un suo schiaffo, alle parole taciute, a quelle urlate, alla madre che chiedeva “E ora, perché?”.

———————————————————————————

E quando ebbe finito, lentamente si guardò allo specchio.

Aveva occhi umidi e nuovi.

Gloria Lai

leggi anche:

I REGALI

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

No responses yet

Next »