Tag Archive 'genitori e figli'

Lug 15 2017

ANIME GEMELLE & GENITORI IMPERFETTI

I genitori sbagliano.

È un dato di fatto.

Sbagliano anche quando ce la mettono tutta per dare ai figli l’attenzione, la partecipazione, la comprensione e la considerazione, indispensabili per crescere sani, realizzati e felici.

I genitori “sbagliano” perché la vita è un percorso individuale in cui dobbiamo imparare ad accollarci la responsabilità degli eventi che ci succedono.

Anche quando le cause sembrano indipendenti dalle nostre scelte e dalla nostra volontà.

È un discorso difficile da accettare, ma libertà e responsabilità camminano a braccetto.

Non è possibile vivere pienamente l’una senza l’altra.

Ogni volta che ci sentiamo vittime, sacrifichiamo la nostra libertà sull’altare della volontà di qualcun altro.

Quando invece ci assumiamo totalmente la responsabilità delle situazioni, diventiamo padroni della realtà.

In questa chiave, gli errori commessi dai genitori ci guidano a scegliere noi stessi.

Ponendoci davanti a un bivio.

Possiamo delegare le colpe delle nostre difficoltà e diventare vittime di un’educazione sbagliata, oppure possiamo assumerci l’onere della nostra vita e cogliere il messaggio contenuto negli avvenimenti.

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“Mia mamma non mi ha mai abbracciato, era sempre indaffarata con la casa, il lavoro e i problemi di mia nonna e mio nonno. Per me non aveva tempo. Quando, raramente, capitava che stessimo insieme non sapevamo come avvicinarci, lei burbera, severa e arrabbiata e io pronto a recriminare e a chiudermi.”

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Durante un incontro di gruppo, Pietro condivide la propria esperienza.

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“Col tempo, ho imparato a scegliere come interpretare quei fatti. Potevo sentirmi vittima di una madre fredda e assente oppure, grazie alle sue mancanze, potevo scoprire il valore dell’affettività e provare a sperimentare quello che mi era mancato. Un giorno ho deciso di sfidare me stesso e, nonostante l’imbarazzo, ho abbracciato mia madre con l’amore e la tenerezza che avrei voluto ricevere. Lei si è irrigidita, come sempre, ma quando ha visto che non desistevo, è scoppiata a piangere. Abbiamo pianto insieme. È difficile spiegare cosa succede in quei momenti. È stato lì che ho capito che ogni cosa dipende da me.”

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La vita è un’occasione per imparare.

Possiamo subire il peso degli avvenimenti o coglierne la sfida e impersonare il cambiamento suggerito da quegli ostacoli.

Come racconta Pietro, non è facile scorgere il messaggio trasformativo racchiuso nelle ferite dell’infanzia.

Tuttavia, assistere impotenti alle proprie difficoltà è altrettanto doloroso.

Quando siamo bambini, i genitori possiedono un’autorevolezza assoluta e ci aspettiamo da loro: perfezione e accettazione illimitate.

Ai nostri occhi infantili, papà e mamma appaiono dotati di poteri grandissimi e questa fisiologica idealizzazione ci spinge a crederli capaci di risolvere ogni problema.

La crescita ci restituisce il peso delle difficoltà insieme alla possibilità di superarle e, col passare degli anni, l’alone di onnipotenza cede il posto alla consapevolezza dei limiti e delle fragilità di chi ci ha messo al mondo.

In un angolo della psiche, però, la speranza di incontrare qualcuno pronto a donarci l’amore incondizionato e miracoloso che avremmo voluto ricevere da bambini, mantiene intatta la propria vitalità e attende pazientemente l’occasione giusta per manifestarsi.

Prendono forma in questo modo le aspettative magiche sull’anima gemella.

Si alimentano nei miti, nelle favole e nei sogni.

E ignorano la complessità della vita interiore.

Nelle fantasie collettive, infatti, l’anima gemella è gemella soltanto in una reciprocità idealizzata e compiacente, pronta a donare amore, stima e accettazione, ma ignara del disprezzo con cui segretamente trattiamo noi stessi.

Quando incontriamo il partner che ci fa battere il cuore, si riaccende la speranza di ottenere l’amore idealizzato dell’infanzia, e quell’aspettativa prodigiosa intreccia la devozione con la crudeltà, dando vita alle innumerevoli relazioni ambivalenti che popolano la vita di tutti i giorni.

Relazioni di amore e di guerra, di recriminazioni e di dipendenza, di passione e di delusione… prive della considerazione necessaria a comprendere la realtà intima di ciascuno.

Il mondo interiore è fatto di emozioni contrapposte che si riflettono negli occhi dell’altro come in uno specchio.

È lì che il sogno di un amore salvifico e compensatorio riprende vita, allontanandoci dall’ascolto di noi stessi e dalla comprensione della nostra intima poliedricità.

Il partner che scegliamo, infatti, ci porta in dono ciò che abbiamo sempre desiderato ma non abbiamo mai avuto il coraggio di prenderci.

E, come uno specchio, ci costringe a guardare la brutalità con cui trattiamo le parti di noi che, per diventare grandi, abbiamo dovuto rifiutare.

Detto in parole semplici, la nostra anima gemella è gemella anche nei modi che usiamo per criticare noi stessi e ci amerà con l’identica intensità con cui noi ci amiamo.

Nel bene e nel male.

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“Sono cresciuta in una famiglia in cui gli uomini potevano fare tutto ciò che volevano, mentre le donne dovevano servirli e compiacerli. Dentro di me odiavo quell’ingiusta distribuzione del potere, ma avevo imparato a essere una ragazza dolce, accondiscendente e gentile, e a farmi benvolere per la mia disponibilità. Segretamente disprezzavo quel modo di fare e mi giudicavo una vigliacca perché, pur di sentirmi amata, ero disposta a barattare anche la dignità. Mi ci sono voluti molti anni di lavoro personale per accettare le mie responsabilità nell’imbattermi sempre in fidanzati prepotenti e poco affettivi. Oggi so che quel disprezzo funzionava come un radar e richiamava nella mia vita le persone pronte a mostrarmelo con i loro comportamenti.”

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Mentre racconta le fasi del suo cambiamento interiore, Rossana ha gli occhi lucidi e si commuove ripensando al passato.

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“Mi sembrava impossibile che quella sfilza di storie sentimentali fallite fosse la conseguenza del mio modo di comportarmi con me stessa. Eppure, quando ho cominciato a permettermi una maggiore dignità, quando ho smesso di essere sempre gentile, quando ho lasciato emergere anche la mia irruenza… in quel momento le cose hanno cominciato a cambiare. Oggi ho una relazione diversa. Ho capito che il potere è un argomento che mi riguarda personalmente e l’abuso che ho vissuto da bambina è un tema da approfondire principalmente dentro di me.”

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I genitori “sbagliano” e con i loro “sbagli” ci costringono a esplorare una realtà interiore che ci riguarda.

Possiamo accettare l’insegnamento della vita e accollarci la profondità di quell’esperienza, oppure possiamo incolparli delle nostre difficoltà e aspettare che un principe azzurro, o una principessa azzurra, arrivi a pagare il conto di quegli errori, alimentando il sogno di un amore incondizionato, senza aver sviluppato dentro di noi la capacità di accoglierlo.

In quest’ultimo caso, la relazione non potrà funzionare e la delusione sarà inevitabile.

Nessuno può vivere un’intensità emotiva, se prima non ha imparato a gestirla dentro di sé.

Carla Sale Musio

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PRINCIPI AZZURRI E RISARCIMENTO DANNI

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Apr 21 2017

SEPARAZIONE E GENITORIALITÀ

Quando si affronta il tema della separazione, un aspetto importante riguarda il rapporto con i figli.

In Italia, la religione cattolica sostiene che lo scioglimento del matrimonio sancisce la fine della famiglia e costituisce un trauma per la prole.

Questo dogma, però, non è supportato dalla ricerca scientifica né dalle statistiche.

Secondo gli specialisti dell’infanzia, infatti, la sofferenza nei bambini è una conseguenza della mancanza di attenzioni e del clima teso che si respira quando le relazioni sono prive di amore, di reciprocità e di comprensione.

Così, mentre la separazione permette ai piccoli di vivere un rapporto più esclusivo e costante con ciascuno dei genitori, la convivenza sotto lo stesso tetto spesso costituisce l’alibi che consente a uno dei partner di disinteressarsi ai figli, delegandone l’accudimento all’altro.

Vivere insieme porta a dividersi la gestione della casa e della prole, e questo non sempre produce risultati favorevoli sullo sviluppo psicologico dei più piccini.

Succede spesso, infatti, che la scelta di condividere l’impegno, la fatica e le spese, sostituisca il coinvolgimento reciproco, trasformando il rapporto coniugale in una collaborazione tra colleghi costantemente occupati nella gestione dell’azienda famigliare.

In questi casi la separazione può rivelarsi un toccasana, che permette a marito e moglie di riconquistare la propria autonomia e ai figli di vivere un rapporto affettivo anche con il genitore meno presente.

Abitare in case separate, costringe a impegnarsi in prima persona nella relazione con i bambini e impedisce che il coinvolgimento e l’affettività siano dati per scontati e ignorati.

Nella separazione, i figli hanno la possibilità di scegliere se passare del tempo col papà o con la mamma e questo fa sì che la genitorialità venga coltivata dagli adulti con maggiore attenzione e cura.

Il senso comune interpreta impropriamente la separazione come lo scioglimento della famiglia ma, di fatto, ciò che si conclude è soltanto il rapporto coniugale fra marito e moglie.

Quando ci sono dei bambini, infatti, la genitorialità non può avere termine, perché l’impegno assunto nel mettere al mondo una vita unisce per sempre quel padre e quella madre nel loro ruolo educativo e protettivo.

Anche quando ci sono altri partner.

E altri figli.

Affrontare la conclusione di un matrimonio è un momento delicato e importante che va gestito con autenticità e con partecipazione anche rispetto ai più piccini, evitando di coinvolgerli nelle vicende coniugali e rassicurandoli sulla stabilità della scelta di mamma e papà di prendersi cura di loro.

I genitori, infatti, non si separeranno mai.

La separazione ed eventualmente il divorzio riguardano soltanto i rapporti tra marito e moglie e non cambiano il coinvolgimento che lega una coppia ai propri bambini.

Avere i genitori che abitano in case separate, può succedere in diverse situazioni della vita e non costituisce un trauma per i figli, ma soltanto un cambiamento.

Cambiamento che, quando l’armonia in famiglia non esiste più, porta una ventata di novità e un miglioramento nelle relazioni.

La separazione, infatti, permette alla genitorialità di trovare uno spazio maggiormente definito rispetto alla convivenza, e questo può costituire un vantaggio per i bambini.

Carla Sale Musio

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SEPARAZIONE… E TRAPPOLE PSICOLOGICHE

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Mar 31 2016

SCUOLA? … NO GRAZIE!

La scuola è uno strumento di potere nelle mani di chi comanda.

Dietro il pretesto di diffondere la cultura, infatti, si nasconde un pericoloso e invisibile lavaggio del cervello, capace di amputare la creatività dalla psiche indifesa dei più piccini, per forgiare soldatini ubbidienti e remissivi, pronti a seguire le indicazioni di chi sta in cattedra.

Il passaggio alla scuola elementare rappresenta un momento traumatico per tutti i bambini che, da un giorno all’altro, sono costretti a stare seduti nel banco per molte ore, mantenendo costante la concentrazione su argomenti nuovi, difficili e, spesso, poco interessanti.

Nel periodo della scuola materna, la socializzazione e il gioco sono al primo posto e i piccoli possono muoversi liberamente per la classe, divertendosi insieme agli altri bambini.

Ma, con l’ingresso nella scuola elementare, la musica cambia e il movimento, la fantasia, l’immaginazione e la condivisione, si riducono ai minimi termini per cedere il posto alle acquisizioni nozionistiche e mnemoniche.

In questo modo i nostri figli imparano che inventare, scoprire, costruire, creare, dialogare, aiutarsi, ascoltarsi e condividere, sono attività insignificanti, cui dedicare soltanto qualche sporadico ritaglio di tempo.

La scuola afferma il valore della produttività.

Una produttività: fondata sull’apparire, sul giudizio e sulla competizione.

In classe, infatti, bisogna rendere, distinguersi, diventare i primi, raggiungere il punteggio migliore!

Non copiare, non suggerire, non aiutarsi l’uno con l’altro, ma lasciare che ognuno risolva da solo le proprie difficoltà.

I semi dell’indifferenza e del cinismo vengono piantati già nelle prime classi della scuola elementare e troveranno l’humus necessario ad attecchire e svilupparsi, lungo tutto il percorso scolastico.

L’ubbidienza acritica e la sottomissione sono i requisiti principali di ogni bravo alunno.

A scuola si deve sempre: rispettare gli insegnanti.

Anche quando gli insegnanti non rispettano te.

Il rispetto, infatti, non è un diritto dovuto a tutti, ma solo a chi detiene il potere.

E il potere non è un bene al servizio della comunità, ma è una fonte di privilegi insindacabili, riservati a chi lo possiede.

Il qualunquismo e l’insensibilità, purtroppo, affondano le radici nel terreno scolastico e nutrono l’irresponsabilità e la prepotenza che caratterizzano questo nostro periodo storico.

I valori di una pedagogia nera, incapace di accogliere la variegata espressività degli studenti, intrecciano tutto il percorso scolastico, finendo per penalizzare anche gli insegnanti migliori.

Quelli che credono davvero nella comunità, nella condivisione e nell’intelligenza emotiva, e che si sforzano di trasmettere un messaggio d’amore e solidarietà, nonostante la repressione insita nei programmi ministeriali.

Per insegnare, infatti, non è richiesta alcuna competenza psicologica, proprio perché l’ascolto e la comprensione dei vissuti interiori sono considerati irrilevanti ai fini dell’apprendimento, e l’unica cosa che conta è un sapere arido di sensibilità.

Chi insegna, perciò, è costretto a portare avanti un programma basato esclusivamente su conoscenze cognitive, e privo di attenzione per la delicata fase di crescita che gli alunni stanno attraversando.

Così, quei docenti che, nonostante tutto, non riescono a ignorare le esigenze psicologiche dei loro allievi e si sforzano di dedicare tempo alla scoperta e alla condivisione del mondo interiore, devono fare i conti con i regolamenti, e spesso non sono ben visti né dai colleghi né dai genitori, spaventati all’idea che i loro figli restino indietro nella lotta per raggiungere il successo.

A scuola si deve STUDIARE!

E studiare significa: immagazzinare nozioni da ripetere a comando.

Maggiore è l’erudizione, e più grande sarà il consenso che l’organizzazione scolastica attribuirà agli studenti.

Non sorprende che, una volta completato l’iter di studio, della creatività, dell’entusiasmo e della solidarietà, non rimanga più nemmeno il ricordo.

La scuola premia l’individualismo e la sopportazione paziente e rassegnata.

Risorse indispensabili per la vita lavorativa e sociale che attende i nostri giovani alla fine degli studi.

Tanti geniali innovatori, scienziati, artisti e maestri nell’indagare le profondità della vita e dell’animo umano, ricordano, nelle loro biografie, di non aver avuto nessun successo scolastico ma anzi! Di essere stati sottovalutati e criticati.

Proprio perché l’originalità e la solidarietà non sono ben viste in quella sorta di carcere formativo che chiamiamo scuola e che prepara le nuove generazioni ad affrontare la vita.

L’allenamento all’ubbidienza è uno dei valori fondamentali.

A scuola si deve essere: disciplinati, arrendevoli e subordinati.

Indipendenti, autonomi, curiosi, fantasiosi, intraprendenti, creativi… sono aggettivi poco adatti a definire lo studente ideale.

L’alunno perfetto deve essere: rispettoso, capace di integrarsi e pronto a seguire le direttive di chi ha più esperienza.

Cioè: dipendente, acritico, omologato, passivo e sottomesso.

Chi incarna le caratteristiche del modello avrà un successo garantito, dalle elementari all’università, e, una volta conclusi gli studi, sarà pronto a seguire le regole di una società che premia l’individualismo e la competizione, irridendo la fratellanza, la sensibilità e la genialità.

Per tutelare i propri bambini, molti genitori, sensibili e illuminati, hanno dato vita a un movimento chiamato homeschooling e basato sull’educazione parentale.

Si tratta di un’istruzione impartita dai genitori, o da altre persone scelte dalla famiglia, ai propri figli. 

Nell’ambito dell’homeschooling le possibilità sono molto ampie, ci sono famiglie che preferiscono seguire degli orari giornalieri, utilizzando i testi e programmi scolastici, e altre che desiderano affidarsi a un apprendimento più naturale e spontaneo dove si assecondano i bisogni, gli interessi e capacità dei piccoli, in veste di aiutanti e guide.

Ma sempre queste persone istruiscono i propri figli con amore e dedizione, e il loro lavoro è parificato a quello svolto dagli insegnanti nelle scuole.

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La scelta dell’homeschooling è volta a promuovere lo sviluppo della personalità nella sua totalità, senza trascurare gli aspetti affettivi, espressivi e creativi.

Per questo è una soluzione che trova sempre più sostenitori.

In Italia, le famiglie che rifiutano la scuola sono all’incirca un migliaio, e si tratta di un numero in costante aumento.

Molti genitori, infatti, si rendono conto dei danni che l’organizzazione scolastica provoca sulla salute psicologica e fisica dei loro figli e, per questo, la scelta di opportunità alternative è sempre più gettonata.

La pedagogia nera, con il suo corollario di punizioni e abusi di potere, ha intriso la struttura della scuola, creando un meccanismo perverso di sottomissione e autoritarismo, traumatico per i bambini e funzionale alla supremazia di pochi privilegiati su un numero sempre crescente di creature disponibili, remissive e sottomesse.

Riconoscere l’abuso e la crudeltà, nascoste dietro la normalità dell’istruzione scolastica, è il primo passo per cambiare un mondo basato sull’indifferenza e sulla prevaricazione.

Un passo indispensabile.

Per mettere fine alla violenza e costruire una società capace di accogliere la creatività, la sensibilità e il valore di ogni essere vivente.

Carla Sale Musio

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PEDAGOGIA NERA

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Mar 15 2016

MADRI SURROGATE: un amore che fa scandalo

La donna che decide di prestare il proprio corpo per accogliere un bambino non suo e permettere la genitorialità anche a chi, altrimenti, non potrebbe farne esperienza, compie un gesto d’amore tra i più discussi, incompresi e vessati.

Soprattutto in Italia.

Viviamo nella cultura dell’avere, del diritto e del possesso.

Diciamo:

“Mio marito, mia moglie, i miei figli…”

e decretiamo la proprietà, oltre che sugli oggetti, anche sulle persone.

Nella nostra società, basata sul commercio e sul potere, appare assurda l’idea che si possa ricevere nel grembo una piccola vita per poi donarla ai genitori, impossibilitati a concepire.

Come si può portare nel corpo un bambino… per poi lasciarlo tra le braccia di un’altra mamma?!

O, addirittura, di due papà!

Sembra uno strappo inconcepibile!

Per il bambino e per la donna che lo ha partorito.

Tanti anni fa, esistevano delle persone che offrivano il latte del proprio seno, gratuitamente o in cambio di un compenso.

Erano mamme che allattavano il cucciolo di un’altra, quando questa non poteva farlo da sé.

Si chiamavano balie ed erano considerate buone, generose, altruiste e materne.

Anche se ricevevano dei soldi in cambio del loro servizio.

Erano tempi diversi da oggi e a nessuno sarebbe venuto in mente di accusarle di sfruttare la maternità per arricchirsi.

Al contrario, la loro opera era considerata preziosa, perché permetteva ai bambini di crescere sani e alle loro mamme di sentirsi bene, anche quando non erano in grado di allattarli personalmente.

Tra la mamma e la balia si creava un rapporto di solidarietà.

E i piccoli, una volta diventati grandi, le ricordavano con gratitudine e affetto, come fossero delle “seconde mamme” senza il cui aiuto la vita sarebbe stata dura o, forse, impossibile.

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L’allattamento rappresenta un momento indispensabile per lo sviluppo emotivo, perché permette di ricreare quel legame intimo ed esclusivo che ha caratterizzato la vita intrauterina.

Durante le poppate, infatti, il neonato ritrova lo spazio complice vissuto nel grembo e sperimenta di nuovo un’appagante fusionalità.

Anche quando la mamma non è la stessa che lo ha cullato nel ventre per nove mesi.

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Da allora i tempi sono molto cambiati e, oggi, il latte in polvere ha risolto i problemi delle persone che non possono allattare, ma a nessuno verrebbe in mente di incriminare le balie, accusandole di essere state contro natura, interessate, superficiali, calcolatrici, opportuniste, nemiche di se stesse, dei bambini e delle altre donne.

Eppure… la relazione che le balie instauravano con il figlio di un’altra madre era molto simile a quella che, ai nostri giorni, le mamme surrogate vivono col bimbo che portano in grembo al posto dei genitori incapaci di procreare.

Una relazione che per le balie, spesso, durava più di nove mesi e che creava un rapporto intimo e intenso con il neonato, senza per questo offendere la famiglia di appartenenza, ma anzi! Sostenendola e valorizzandola.

Oggi, purtroppo, abbiamo perso il valore della solidarietà e l’etica del guadagno ha sostituito la fratellanza.

Così, un gesto d’amore, in tutto simile a quello delle balie di un tempo, è interpretato come un commercio interessato e privo di generosità.

L’avidità, che caratterizza le scelte dell’economia, ha improntato uno stile di vita sempre più cinico e materialista, occultando il valore altruistico di una maternità senza possesso, dietro l’accusa di opportunismo, superficialità ed egoismo.

Nutrire nel ventre un cucciolo e regalargli la vita, è un atto d’amore indiscutibile.

Soprattutto quando chi lo compie non rivendica la proprietà del nuovo nato, ma permette al calore di una famiglia di dispiegarsi anche nell’amore per un bambino.

Le persone che scelgono di fare del proprio corpo un nido per un pulcino che, altrimenti, non potrebbe nascere, mettono a rischio la propria salute e la propria esistenza per regalare la vita a un altro essere e la gioia di un figlio a chi non può averlo spontaneamente.

Ci vuole molto coraggio, molta generosità e molto amore.

Ma, soprattutto, molta fiducia nella profondità della vita e nella scelta di venire al mondo.

Non ci sarebbero soldi sufficienti, altrimenti, per convincere una persona ad affrontare i rischi e i dolori che accompagnano la gravidanza e il parto.

La decisione di portare dentro di sé una nuova creatura per permetterle di sperimentare l’esistenza su questo nostro piano di realtà, è una scelta che mostra una grande fiducia nel valore della vita e che ci insegna a considerare i figli non come un possesso esclusivo o una proprietà dei genitori, ma come individui venuti a regalarci un’occasione per amare.

Le mamme surrogate sono donne capaci di onorare la vita e di donare anche ad altri genitori la gioia della maternità.

Carla Sale Musio

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FAMIGLIE FONDATE SULL’AMORE

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Giu 18 2015

PAPÁ PASTICCIONI & MAMME PERFETTE

Nella famiglia eterosessuale di solito è la mamma a occuparsi della casa e dei bambini mentre al papà sono riservate mansioni considerate più maschili.

Il cliché tradizionale prevede compiti diversi per i due sessi.

Perciò, nonostante marito e moglie abbiano gli stessi impegni lavorativi e portino a casa uno stipendio entrambi, la cura dei piccoli e delle faccende domestiche sono, da sempre, di competenza femminile.

Questa divisione dei ruoli genera una sorta di complicità tra madri e figli che, insieme, condividono i piccoli segreti, le abitudini, i successi, le gioie e i dolori che costellano la nostra quotidianità.

Nella famiglia prende forma così un sottogruppo che esclude il papà per la maggior parte del tempo, coinvolgendolo solo in avvenimenti speciali.

Quest’arbitraria e innaturale ripartizione dei compiti provoca numerose conseguenze negative.

Infatti, quando i padri, eludendo i presupposti maschilisti imposti dalla tradizione, provano a inserirsi nella quotidianità dei piatti da lavare, dei compiti da fare, della playstation, dei cartoni, e delle innumerevoli questioni solitamente riservate alla supervisione materna, scoprono dolorosamente la propria incompetenza e devono affrontare la sensazione di essere inadeguati e maldestri.

Questi vissuti interiori incrinano l’immagine del genitore rassicurante, protettivo e deciso, che ogni papà vorrebbe incarnare agli occhi della moglie e dei figli.

E, per evitare l’imbarazzo che consegue ai “disastri” dell’inesperienza, molti uomini preferiscono abbandonare il campo e salvare l’orgoglio ferito, raccontandosi che non hanno tempo.

“Oggi proprio non posso!” mormorano sconsolati, consultando un’agenda piena di impegni. Improrogabili!

Così, mentre le mamme imparano a moltiplicare se stesse per far fronte alle tante difficoltà della famiglia, i papà, lacerati tra il desiderio di partecipare di più e la paura di scoprire un’umiliante inettitudine, finiscono per estromettersi totalmente dalla gestione di casa e bambini.

In questo modo perdono progressivamente il contatto emotivo con i figli.

E tra mamme perfette e papà pasticcioni si crea una spaccatura che genera non poche incomprensioni e che, nel tempo, contribuisce a sostenere i comportamenti irresponsabili e provocatori dell’adolescenza.

Infatti, se da piccoli i bambini imparano a rivolgersi esclusivamente alla mamma, con la crescita il bisogno di conquistare l’autonomia li spinge a confrontarsi anche col papà e scatena atteggiamenti aggressivi e sfidanti, volti a conquistarne l’attenzione. Con le buone o con le cattive!

Scarso impegno negli studi, bugie, trascuratezza, disordine, comportamenti irresponsabili… sono modi (spesso inconsci) per costringere un genitore assente a partecipare di più.

E possono risolversi, recuperando l’intimità e il dialogo.

Durante l’adolescenza, infatti, il desiderio di forgiare l’identità spinge i ragazzi e le ragazze ad affermare il proprio punto di vista, calibrando le forze soprattutto nel rapporto con i genitori.

Le mamme perfette tendono ad accollarsi tutte le responsabilità, colpevolizzandosi e rimboccandosi le maniche nel tentativo di risolvere i problemi.

Ma, così facendo, sottovalutano l’importanza di essere in due.

La poca partecipazione di un genitore alla vita familiare è vissuta dai figli come se fosse un rifiuto e genera bassa autostima e inadeguatezza.

Per sentirsi forti e ottenere l’attenzione, spesso i ragazzi sfidano l’autorità mettendo in atto comportamenti oppositivi, polemici e trasgressivi.

Punirli con severità non serve a risolvere la paura di non valere nulla che sottende il bullismo e la violenza.

Per curare i comportamenti antisociali servono l’esempio, la considerazione e la stima.

Nella famiglia eterosessuale tradizionale, l’angelo del focolare e l’uomo che non deve chiedere mai insegnano che esistono ruoli di serie A e ruoli di serie B, e questo genera nei figli competizione e sfida.

Solo il coinvolgimento di entrambi i genitori nella vita famigliare ripristina l’equilibrio emotivo, aiutando i più giovani a sentirsi importanti, amati e capiti.

Certo i papà pasticcioni dovranno affrontare la propria inadeguatezza!

Ma solo dalla capacità di mettersi in discussione con umiltà nasce l’esempio di cui i ragazzi hanno bisogno per crescere.

Le mamme perfette, invece, dovrebbero uscire di casa più spesso, lasciando che i mariti trovino da soli il modo di interagire con i figli.

Un modo che certamente sarà diverso per ognuno dei genitori, ma non per questo meno efficace.

Dal confronto tra due differenti possibilità di espressione nascono il cambiamento e la libertà.

E i giovani imparano a camminare da soli nel mondo.

Carla Sale Musio

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BASTA GENITORI MONOBLOCCO!

ETEROSESSUALITA’ MALATA

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Mag 19 2015

FACCIAMO FINTA DI AMARCI… PER I FIGLI

Quando nel matrimonio l’amore finisce, alcune coppie, piuttosto che affrontare la separazione, preferiscono fingere un’apparente normalità familiare, col pretesto di non far soffrire i bambini.

In questi casi, simulando un coinvolgimento che non esiste più, papà e mamma si comportano  come se le cose tra loro non fossero cambiate.

Anche quando la vita li ha portati a vivere relazioni nuove con altri partner.

Spaventati all’idea di affrontare il cambiamento interiore con sincerità e umiltà, preferiscono imbrogliare i propri figli, dissimulando la mancanza di reciprocità dietro una quotidianità artefatta e priva di onestà.

Credo che niente possa essere più crudele e gravido di conseguenze negative che mistificare il coinvolgimento emotivo e ingannare i bambini, abusando della loro ingenuità.

I piccoli hanno bisogno di aiuto per decifrare il complicato mondo delle emozioni, e i genitori sono le persone più indicate per insegnargli a gestire la sensibilità, dando un nome ai sentimenti quando si presentano.

Ma per far questo, i grandi devono lavorare costantemente su se stessi, ascoltando il proprio mondo interno e traducendolo in parole, con sincerità.

Più che di modelli di comportamento irreprensibili, i bambini hanno bisogno di autenticità.

Spiegare con termini semplici cosa si agita nel nostro cuore, li aiuta a riconoscere le maree emotive, senza spaventarsi e senza sfuggirle.

E questo è l’insegnamento più importante che i genitori possano dare ai propri figli.

Crescendo, i piccoli troveranno da soli le soluzioni per assecondare la propria evoluzione, cavalcando i cambiamenti che l’esistenza ci costringe ad affrontare.

Ciò che serve ai bambini non sono degli esempi di comportamento preconfezionati e artefatti, ma l’autenticità necessaria a non tradire se stessi davanti alle difficoltà.

E questo papà e mamma possono insegnarlo soltanto con l’esempio della propria vita e delle proprie scelte.

E’ qualcosa che si respira nell’aria, non la conseguenza di teorie o mistificazioni.

Fingere un’armonia e una vita di coppia che non esistono più, significa trasmettere ai bimbi che l’apparenza è più importante della verità e che le emozioni possono essere censurate con un atto di volontà.

In questo modo nella personalità prende forma un falso sé, funzionale a tenere sotto controllo la paura del cambiamento, una sorta di maschera che incatena la vita a un’armatura di comportamenti privi di verità.

I bambini sentono che qualcosa non torna e che il quadretto idilliaco della famiglia felice manca di trasparenza e di autenticità.

Lo avvertono con una sorta di radar interiore strettamente intrecciato alla loro empatia e alla loro sensibilità.

Ma sono costretti ad abiurare queste percezioni, per credere a ciò che vedono invece che a ciò che sentono.

In questo modo si crea una frattura tra le percezioni e i comportamenti, che blocca il contatto con il mondo interiore generando un pericoloso ottundimento emotivo.

Un sapere empatico e intuitivo deve cedere il posto alla finzione sbandierata dai genitori, e questo costringe a screditare l’ascolto di sé, nel tentativo di conciliare ciò che si sente dentro con ciò che, invece, si DEVE credere.

Per paura di rivelare la propria verità e vedere andare in frantumi il progetto di una vita insieme, i genitori, inconsapevolmente, creano ai bambini un grave danno psicologico.

Infatti, imponendo ai propri figli la realtà che avrebbero voluto offrirgli, al posto della realtà che invece stanno vivendo, generano una confusione nella comprensione delle relazioni, proprie e degli altri.

Confusione della quale i figli inevitabilmente pagheranno il prezzo, quando si troveranno ad affrontare la propria vita di coppia.

La famiglia è un legame che unisce le persone a prescindere dalla loro volontà, non scaturisce dai contratti ed esiste indipendentemente dalle nuove relazioni che possono coinvolgere la mamma e il papà quando l’amore tra loro finisce.

Avere dei figli insieme significa essere una famiglia per sempre, perché per sempre i genitori condivideranno l’affetto verso la propria prole.

Ma questo non significa che la mamma e il papà debbano amarsi per sempre.

Può succedere che una madre e un padre s’innamorino di altre persone e costruiscano con loro altre famiglie.

L’amore non ha limiti ed è capace di compiere miracoli, ma è indispensabile attraversare con coraggio il percorso di crescita lungo il quale ci conduce.

Anche quando si snoda lungo strade impreviste.

Carla Sale Musio

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SEPARAZIONE: non si deve mentire ai bambini

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Mar 21 2015

DALLA TOTALITA’ ALL’IO: identità, autostima e pericoli della pedagogia nera

Durante la vita intrauterina i bambini sperimentano una profonda simbiosi, in cui la madre e il proprio sé sono vissuti come se fossero un’unica cosa.

Nei nove mesi della gravidanza, infatti, non si è ancora formata l’identità, necessaria a leggere gli eventi come qualcosa di diverso e separato.

Nella pancia della mamma esiste il Tutto.

E nel Tutto non ci sono individualità.

Solo diventando grandi possiamo riconoscere nel grembo di una donna incinta una nuova piccola esistenza, ma questa interpretazione è molto lontana dalla percezione del nascituro che, al contrario, sente di essere immerso in una Totalità che lo avvolge e che è contemporaneamente il mondo e lui stesso.

Per il bambino non ancora nato l’identità è imprendibile e la vita è qualcosa che lo accoglie, lo contiene, lo protegge e lo manifesta.

Con il parto, però, la completezza intrauterina va in pezzi.

La nascita distrugge l’unità originaria, disintegrando il mondo e l’identità che, fino a poco prima, avevano fatto sentire il bambino forte e al sicuro.

Separato per sempre dalla Totalità, il neonato si ritrova spaesato e solo, privo di quell’abbraccio caldo e avvolgente che era abituato ad avere intorno, e in cui si riconosceva.

Ma, proprio in virtù di quell’originaria competenza, ogni bambino, atterrando da questa parte dell’esistenza, ricompone istintivamente l’unità fra se stesso e le cose.

Forte dell’esperienza vissuta durante la gravidanza, il neonato è convinto di muoversi in una realtà fondamentalmente protettiva e buona, pronta ad accoglierlo e a sostenerlo, senza riserve.

Per lui ogni evento ruota intorno ai suoi bisogni, proprio come quando si trovava ancora immerso nel liquido amniotico.

Scoprire la propria individualità, è un percorso lungo, fatto di comprensioni e apprendimenti successivi.

Un percorso che smussa progressivamente l’egocentrismo, spontaneo e naturale nei piccoli, fino a creare empatia e reciprocità nelle relazioni.

Il rapporto con la mamma e con il papà è fondamentale per il raggiungimento di un’identità separata e per l’acquisizione di una sana autostima (indispensabile a esprimere i talenti personali).

I genitori, infatti, sostituiscono, nella comprensione del bambino, quella Totalità che precede la nascita, diventando il riferimento che consente all’IO di strutturare l’individualità e al TU di prendere forma nelle relazioni.

Inizialmente i piccoli sono convinti che esista un’appartenenza fra se stessi e gli altri, e confidano fiduciosi nell’assoluta bontà di chi si prende cura di loro.

La scoperta della dualità e della diversità fra il proprio sé e il resto del mondo, è un’acquisizione progressiva e, spesso, un trauma difficile da tollerare e da gestire.

E’ compito dei genitori condurre il bambino a distinguere se stesso dalla realtà circostante, fino a comprendere la poliedricità della vita.

Ogni neonato, scopre pian piano la distanza che lo separa dalle cose e dagli altri, imparando a colmarla grazie alla profondità del legame che lo unisce alla mamma e al papà.

In un primo momento i genitori sono per lui una sorta di Divinità Onnipotente, dispensatrice del bene o del male e in grado di gestire le sorti del mondo.

Il loro amore e il loro sostegno permettono il formarsi di una visione positiva di sé e della vita, mentre la loro indifferenza o, peggio, il loro disprezzo, portano il bimbo a sentirsi immeritevole e cattivo.

E’ in questo quadro che la pedagogia assume rilevanza ai fini del raggiungimento di un profondo senso di appartenenza alla vita e nella costruzione di un mondo a misura umana, cioè basato sull’accoglienza, sulla comprensione e sulla condivisione.

Uno stile educativo coercitivo, incapace di tenere conto del sistema emotivo infantile, genera danni irreversibili nella psiche e produce una società arrogante e violenta.

Educare deriva dal latino educare e significa letteralmente: far emergere ciò che sta dentro, cioè permettere alle capacità individuali di manifestarsi, a vantaggio di chi le possiede e della comunità.

Aiutare i bambini a esprimere le proprie risorse dovrebbe essere il compito principale dei genitori, e di tutti quelli che si occupano dell’infanzia.

Purtroppo, ancora oggi, viviamo immersi in una pedagogia basata prevalentemente sui divieti e sulla disciplina, e priva della necessaria attenzione per la delicata sensibilità infantile.

Certo, imparare a rispettare le regole è un’acquisizione della maturità.

Ma le regole devono essere condivise e accettate con senso critico e con responsabilità, non subite passivamente perché imposte da un potere assoluto e incontestabile.

L’educazione dovrebbe essere: partecipazione e ascolto del mondo emotivo.

Infatti, solo dalla comprensione delle emozioni può prendere forma una società che non discrimina, capace di accogliere e valorizzare le peculiarità di ciascuno.

Per fare questo è indispensabile che gli adulti per primi si mettano in gioco, abbandonando le pretese di superiorità e imparando a gestire la propria fragilità e vulnerabilità.

Quando i grandi possono costruire con i piccoli una relazione di reciprocità, il rispetto diventa una componente inscindibile delle relazioni, e la sua diretta conseguenza è la condivisione delle  responsabilità.

Di se stessi e del mondo in cui si vive.

I bambini imparano soprattutto dall’esempio di chi si occupa di loro.

Una pedagogia autoritaria e basata sulla pretesa che gli adulti abbiano sempre ragione, istiga alla prepotenza e al sopruso, e genera un mondo fondato sulla violenza.

Prendersi cura con pazienza e con dolcezza delle proprie parti infantili, aiuta i grandi a comprendere i piccoli, e permette di creare armonia e unità nella società.

E’ vero che il bisogno di ritrovare la Totalità perduta, spinge i bambini a identificare la divinità negli adulti che si prendono cura di loro, ma questo potere dovrebbe essere accolto solo provvisoriamente e restituito ai piccoli man mano che imparano a gestire le differenze fra se stessi e gli altri.

L’accoglienza di ogni diversità, dapprima in sé e poi nel mondo, è l’unico presupposto capace di fermare la violenza che affligge la nostra società, l’unico strumento in grado di permettere alla sensibilità e alla creatività di regalarci soluzioni nuove e migliori.

Per noi e per i nostri figli.

Carla Sale Musio

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Feb 20 2015

QUANDO I GENITORI CI INSEGNANO A MORIRE…

Quando siamo bambini i genitori ci insegnano a vivere.

Poi diventiamo grandi e non abbiamo più nulla da imparare.

Infine, i ruoli s’invertono e siamo noi ad aiutare loro nel superare le difficoltà della vita.

E’ a questo punto che i genitori ci insegnano a morire.

Viviamo evitando di pensare che i nostri cari un giorno ci lasceranno.

Per questo sembra che la loro morte arrivi ingiustamente e all’improvviso.

Ma vita e morte appartengono allo stesso percorso esistenziale e non possono essere disgiunte.

Si vive anche… per imparare a morire.

Cioè per scivolare dentro l’immaterialità.

I genitori ci aprono la via verso questa dimensione sconosciuta e ancora troppo irreale per noi figli.

Con i loro comportamenti, più che con le parole, ci insegnano a guardare la morte negli occhi.

A non sfuggirla.

Ci mostrano come passare dalla dimensione concreta e familiare, che chiamiamo vita, a quella immateriale e misteriosa, che chiamiamo morte.

Anche se non siamo abituati a parlarne, tutti ci domandiamo come e quando abbandoneremo questa realtà.

Si tratta di osservazioni fugaci, cui non dedichiamo troppo tempo né molta attenzione, perché ci è stato insegnato a giudicarle pericolose e a non indulgere in queste riflessioni.

Come se, anche il solo pensarci, potesse evocare la tragedia.

Eppure sono proprio i genitori a sollevare questo velo di oblio e a permetterci di osservare la morte da vicino, aiutandoci a prendere confidenza con il trapasso e costringendoci a una riflessione sul significato profondo della vita.

Nessuna morte (proprio come nessuna vita) arriva mai per caso.

Nascere e morire sono solo gli estremi di un’unica esperienza, colma di significato.

La perdita di un genitore è un evento che insegna molte cose e cambia di colpo la prospettiva dell’esistenza.

Perché costringe a misurarsi con la più grande di tutte le paure: la paura di scomparire nell’ignoto e nel nulla.

La morte, come la nascita, ci priva di ogni certezza e ci scopre soli e impreparati.

Permettendoci di guardare la loro morte, i genitori ci fanno un dono che completa il compito assunto mettendoci al mondo.

Ci mostrano una strada e un modo per vivere la perdita della corporeità.

La morte è una scelta.

Inconscia.

Il nostro inconscio sente quand’è il momento giusto per morire.

Anche se la ragione non lo ammette e si ostina a considerare la fine della vita fisica: una casualità imprevedibile.

Il cuore, invece, è agile in dimensioni diverse dalla fisicità.

Sa che la morte è una trasformazione e, nella sua percezione, riconosce la scelta.

Di cambiamento.

Serve per dare compiutezza alla vita.

La morte di una persona cara, aiuta chi ancora possiede un corpo a spostare l’attenzione dalla fisicità e a concentrarsi sull’immateriale.

In quei momenti, la paura di perdere gli affetti distoglie dalla concretezza e riallaccia l’essenza delle cose.

La scelta di morire regala a chi resta un tracciato per compiere quel passaggio.

Proprio come da bambini, ascoltando (e criticando) gli insegnamenti dei genitori abbiamo costruito il nostro peculiare modo di vivere la vita, da grandi osservare la morte di mamma e papà ci aiuta a formare i criteri con cui attueremo il nostro cambiamento di stato.

Quando anche per noi sarà arrivato il tempo di aprirci all’immaterialità.

Nella vecchiaia i genitori sentono la morte arrivare e l’accolgono.

Anche quando preferiscono non parlarne e non lo raccontano a nessuno.

Nemmeno a se stessi.

Possiamo rendercene conto osservando i loro mutamenti.

Dapprima impercettibili, poi sempre più evidenti.

Molto tempo prima che sia giunto il momento di separarsi dal corpo, di solito, incominciano a fluttuare tra una dimensione e l’altra.

Dalla fisicità all’astrattezza.

Dall’astrattezza alla fisicità.

In maniera spontanea e naturale, il loro interesse si sposta dal mondo delle cose concrete, al mondo immateriale.

Per questo, sembra che stiano perdendo colpi.

In quei momenti di assenza avviene un cambiamento di prospettiva e l’attenzione si focalizza sulla percezione interiore.

Questo fisiologico passaggio dall’esteriorità all’interiorità, quel loro esserci e non esserci insieme, segnala l’inizio della trasformazione.

Non sempre, però, quest’andirivieni è condivisibile.

A volte l’abitudine a rifuggire l’interiorità non permette di sviluppare parole adeguate a comunicarne l’esperienza.

Se nel corso della vita non siamo stati abituati ad ascoltare le percezioni del cuore, il mondo interno diventa una scoperta troppo difficile da condividere in punto di morte.

Ma il tacere che, spesso, accompagna le assenze non significa che la fluttuazione tra le dimensioni materiali e immateriali della coscienza, non avvenga.

L’astrazione dalla fisicità si realizza sempre.

Ciò che può mancare è soltanto il racconto verbale di quello che avviene dentro.

Del resto, nessuno di noi ha potuto usufruire di strumenti efficaci a parlare di morte.

La mente scappa davanti a questi temi. 

Ciò che conta, però, è la comprensione emotiva, che avviene a prescindere dalle terminologie.

Nel nostro intimo dialoghiamo sempre con i genitori, durante il passaggio che conduce alla morte.

Lo facciamo, più o meno inconsciamente, dentro una dimensione immateriale e quasi telepatica, fatta di sensazioni e di emozioni, più che di discorsi.

Possiamo stare con loro durante le assenze e chiacchierare insieme consapevolmente, adoperando il cuore.

Oppure, possiamo focalizzarci sulla fisicità, lasciando che l’inconscio gestisca da solo questo scambio d’informazioni.

La condivisione avviene comunque, che ne siamo consapevoli o no.

Fa parte del dono.

Amplifica il legame emotivo.

Fluttuare tra le dimensioni aiuta a perdere del tutto la corporeità, permettendo di vivere più intensamente l’unione affettiva.

Nel corso del tempo la nostra ragione formerà le parole per raccontare come tutto questo è successo.

Il cuore lo sa già.

L’amore non ha forma.

E’ una realtà.

Del tutto immateriale.

Carla Sale Musio

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Gen 27 2015

BAMBINI E ANIMALI DOMESTICI

Tutti i bambini provano simpatia, attrazione e curiosità verso gli animali e sentono istintivamente il desiderio di avvicinarli per giocare insieme.

Le paure o le fobie, quando si manifestano, subentrano soltanto con la crescita e dipendono dagli atteggiamenti trasmessi dagli adulti e dall’ambiente in cui i piccoli sono cresciuti.

I giovanissimi riconoscono negli animali domestici la stessa condizione di dipendenza e la stessa necessità di adattarsi alle regole stabilite da altri, per essere amati e sopravvivere in un mondo che, spesso, appare incomprensibile e pieno di pericoli.

Questa comunanza di vissuti, favorisce la proiezione del mondo interiore.

Naturalmente la relazione con gli animali cambia con il passare degli anni e, mentre i più piccini stabiliscono un rapporto alla pari coi loro amici di specie diversa, i più grandicelli assumono un ruolo maggiormente responsabile, genitoriale e protettivo.

La Pet Therapy è una terapia che utilizza le peculiarità della relazione con gli animali per intervenire in diverse problematiche psicologiche, non soltanto infantili.

Gli animali, infatti, si rivolgono direttamente alla nostra istintualità, sollecitando le parti vulnerabili e fragili della personalità e permettendoci di stabilire un contatto con quegli aspetti di noi stessi che spesso dimentichiamo a vantaggio di uno stile di vita più formale, materialista e poco attento al mondo interiore.

Così mentre camminiamo nella vita sforzandoci di mostrarci forti, impassibili e distaccati, nell’intimità delle nostre case, invece, possiamo condividere con gli amici a quattro zampe il bisogno di autenticità e di spontaneità, e comunicare insieme usando un linguaggio fisico, fatto di suoni, gesti e sentimenti.

Con gli animali, infatti, ci possiamo permettere un contatto corporeo che la nostra cultura umana ha censurato o eccessivamente erotizzato, e riscoprire il piacere e l’ingenuità e di una comunicazione immediata e ricca di gestualità piuttosto che di apparenze e di parole.

E’ soprattutto per questi motivi che cani e gatti hanno conquistato nel tempo un posto privilegiato all’interno delle nostre famiglie, aiutandoci a riscoprire l’essenzialità del contatto fisico e dei sentimenti.

Parlano direttamente al nostro cuore e, nel loro linguaggio privo di discorsi, ci indicano la via della tenerezza, della devozione e dell’accettazione, spesso incondizionata.

Chi evita il rapporto con gli animali nasconde a se stesso i tratti del carattere che questi rappresentano nell’immaginario collettivo: arrendevolezza, fedeltà, ingenuità, ma anche indipendenza, libertà, autonomia… (solo per citare alcuni degli archetipi più conosciuti).

Ogni specie evoca un particolare atteggiamento emotivo che, nelle paure o nelle fobie, è proiettato e combattuto all’esterno di sé, determinando la repulsione, l’ostilità o la fuga.

Tutti gli animali domestici ci insegnano a rispettare la diversità delle altre specie, permettendoci di conoscerne i modi e le abitudini.

Ma, oltre a questi aspetti, importanti soprattutto per noi adulti, nel rapporto con i bambini emergono la reciprocità, la lealtà e la condivisione.

I piccoli, infatti, si identificano nell’animale che vive in casa e trasferiscono su di lui i sentimenti che, profondamente, sperimentano verso se stessi.

Come un sosia più debole e indifeso il cane o il gatto domestico (ma anche il pesce rosso, la cavia, il criceto, eccetera) rappresentano la fragilità e la vulnerabilità che i bambini combattono in sé (quando li maltrattano) o accolgono (quando li curano e li proteggono).

Adottare un compagno di giochi di razza diversa, perciò, è come adottare un fratellino, più piccolo e bisognoso di cure.

Dopo i primi momenti di conoscenza, i bimbi s’immedesimano nel nuovo arrivato e trasferiscono su di lui i valori e i comportamenti che hanno appreso nella relazione con mamma e papà.

Osservando il rapporto dei bambini con gli animali si scoprono i comportamenti educativi dei genitori e si evidenziano i loro atteggiamenti nei confronti della fragilità.

Con questi amici di specie diversa, infatti, anche i più giovani si sentono un po’ adulti e, spesso, riproducono i modi di fare che hanno vissuto in famiglia.

L’animale diventa così uno specchio che riflette il mondo interiore, un confidente, un compagno di giochi, un alleato nei momenti di difficoltà.

Per questo è importante che i genitori si rivolgano agli animali con lo stesso rispetto dovuto a ogni altro membro della famiglia.

Nel mondo interno dei bambini, infatti, non c’è differenza fra sé e il cane o il gatto di casa, e ogni sopruso compiuto ai danni di questi ultimi diventa un monito per loro stessi.

Quando si decide di adottare un amico di un’altra specie, bisogna mettere in conto l’impegno e la responsabilità che questo comporta, non solo dal punto di vista fisico ma anche emotivo.

Occorre valutare la profondità dell’esempio trasmesso.

Avere un rapporto rispettoso e amorevole con gli animali insegna ai piccoli il rispetto e l’amore per la diversità, e pone le basi per una società fondata sull’ascolto e sull’accoglienza.

Al contrario, mostrarsi crudeli e indifferenti nei confronti degli animali trasmette la prepotenza e la violenza e fa crescere uomini e donne indifferenti e crudeli, dapprima con le proprie parti fragili e istintuali (inconsciamente evocate dagli animali) e poi con gli altri.

L’esempio è lo strumento educativo più potente che ci sia.

I bambini, come gli animali, sono deboli e indifesi davanti al potere e alla superiorità degli adulti.

Chi è capace di accogliere con amore la fragilità e la diversità delle altre specie costruisce un mondo a misura dei bambini e non dell’egoismo.

Chi invece maltratta gli animali è incapace di comprendere il mondo emotivo dei piccoli, fa crescere l’indifferenza e annienta in se stesso la sensibilità. 

Carla Sale Musio

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Gen 21 2015

SEPARAZIONE: non si deve mentire ai bambini

Tante coppie si domandano quanto e quando sia opportuno informare i bambini che la mamma e il papà stanno pensando di separarsi.

In Italia, purtroppo, una visione cattolica della famiglia ha demonizzato la separazione, rendendo drammatico e pieno d’insidie un momento naturale e, spesso, indispensabile nell’evoluzione affettiva. Sia individuale che di coppia.

Gli psicologi, però, ritengono che la separazione sia un momento fondante nella crescita psicologica e un passaggio indispensabile per superare l’egocentrismo e raggiungere la maturità emotiva.

Soltanto chi è capace di affrontare le separazioni, infatti, è in grado di vivere la reciprocità di un rapporto d’amore profondo, disinteressato e privo di egoismi e possessività.

Già Freud, nel saggio “Al di là del principio del piacere“, aveva evidenziato il bisogno, fisiologico nei bambini, di padroneggiare la mancanza dell’oggetto d’amore per superare la simbiosi e raggiungere una sana individualità.

Dalle primissime separazioni tra mamma e bambino, infatti, prendono forma l’io e il tu e scaturisce una reciprocità basata sull’accettazione della diversità, sulla comprensione dei bisogni dell’altro e sullo scambio delle esperienze.

Ogni separazione, perciò, è un’occasione per crescere e porsi in una relazione matura, rispettosa e dialettica. Sia con l’altro che con se stessi.

Spesso, la paura di comunicare ai bambini la decisione di separarsi nasconde il bisogno di trattenere il partner strumentalizzando i figli per mantenere unita la coppia, anche quando, nel matrimonio, i sentimenti tra marito e moglie sono cambiati e la vita coniugale ha trasformato l’amore iniziale in una consuetudine alla convivenza e alla condivisione delle responsabilità.

Separarsi significa, perciò, fare il punto sul proprio cammino, emotivo ed esistenziale, e accettare il cambiamento, non solo dei sentimenti ma anche delle abitudini, delle responsabilità e dello stile di vita.

I bambini vivono con serenità o con terrore questi passaggi evolutivi della famiglia, secondo come mamma e papà li accolgono in se stessi.

Infatti, il mondo emotivo dei genitori impronta di sé quello dei figli, rassicurandoli o spaventandoli, davanti ai cambiamenti importanti della vita.

La nascita di un fratellino, una malattia, la morte di un parente o di un animale, un cambiamento di casa o di scuola, il trasferimento di un genitore in un’altra città… sono tutti momenti impegnativi per la personalità, e l’accoglienza o meno di questi avvenimenti da parte dei figli dipende dal modo in cui i genitori li vivono e, di conseguenza, li propongono.

Mentire ai bambini non serve, aumenta la confusione e genera sfiducia negli adulti e nell’ascolto del proprio mondo interiore.

Serve, invece, armarsi di sincerità e di pazienza per spiegare loro con parole semplici quello che sta avvenendo.

Senza misteri e senza finzioni.

Tutti i bambini sentono i climi emotivi e li interpretano utilizzando gli strumenti cognitivi che possiedono.

L’immagine edulcorata di una famiglia unita nonostante tutto genera nei piccoli una profonda insicurezza perché mette in conflitto la loro intuizione con quanto sostenuto dagli adulti (spesso anche contro qualunque evidenza).

Lo scarto che si crea, tra le percezioni interiori e le affermazioni dei grandi, induce i piccoli a sviluppare un’eccessiva concretezza anestetizzando il mondo emotivo nel tentativo di evitare il conflitto, e lasciandoli confusi sull’interpretazione della realtà e privi della sensibilità necessaria a gestire la complessità dei sentimenti.

Parlare ai propri figli, con onestà e senza imbrogliarli, è la base per sviluppare in loro la fiducia e l’autenticità, e per costruire un dialogo aperto e sincero.

Naturalmente, questo presuppone da parte degli adulti: lealtà, umiltà, responsabilità e rispetto. Insieme alla capacità di non strumentalizzare i piccoli per esorcizzare le ansie abbandoniche dei grandi.

Ognuno dei genitori, naturalmente, descriverà la situazione dal proprio punto di vista, lasciando ai bambini la possibilità di valutare da soli la poliedricità della vita emotiva, insieme allo spazio necessario per esprimere le proprie paure e le proprie riflessioni.

Oltre ad essere informati di quanto succede nella famiglia, infatti, i figli devono avere la possibilità di condividere le proprie opinioni e le proprie emozioni. Positive o negative.

Osservare il modo in cui i genitori gestiscono la fine del loro rapporto di marito e moglie, mantenendo i ruoli genitoriali e la condivisione affettiva che questo comporta, è un grande insegnamento per i figli, che ricevono in dono dei modelli di relazione sui quali, in futuro, calibreranno le proprie scelte di dipendenza, autonomia e libertà.

Quando ci sono dei figli, la famiglia non corrisponde sempre alla convivenza sotto lo stesso tetto e nemmeno all’esclusività dei partner, ma è, invece, il risultato del rispetto reciproco e dell’impegno, preso insieme, di amare e accudire i propri bambini nel loro percorso di crescita.

La scelta di separarsi riguarda soltanto la moglie e il marito.

La mamma e il papà condivideranno per sempre la responsabilità della famiglia che hanno creato, perché saranno per sempre gli unici genitori dei figli avuti insieme.

Anche quando scelgono di separarsi.

Anche quando al loro fianco ci sono altri partner.

Anche quando con questi partner decidono di avere altri figli.

Ciò che è importante per i bambini è essere aiutati a comprendere la complessità del mondo affettivo, non ricevere in dono un modello di unione stereotipato e privo di una reale risonanza interiore.

Carla Sale Musio

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