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Gen 15 2018

ANESTESIA EMOTIVA

Nella psiche esiste un meccanismo di difesa che permette di non sentire il dolore e di nascondere i vissuti interiori fino a negarne l’esistenza.

In se stessi e negli altri.

Gli psicologi lo definiscono: surgelamento emotivo, anaffettività o blocco affettivo, e lo collocano alla base dell’indifferenza, della crudeltà e della violenza.

Si tratta di una patologia ampiamente incentivata nella società dei consumi, perché funzionale al mantenimento degli interessi dei pochi che speculano sull’ignoranza dei molti.

Il surgelamento emotivo, infatti, consente di non provare dolore anestetizzando la percezione dell’amore e dell’empatia.

“L’uomo che non deve chiedere mai” rappresenta un esempio emblematico di questo deficit emozionale.

La cultura del profitto imposta i suoi valori sul raggiungimento del potere economico e sul possesso di beni materiali, e guarda con disprezzo tutto ciò che non si può monetizzare.

I sentimenti, la sensibilità, l’ascolto fraterno, la partecipazione affettiva… sfuggono al suo controllo e vengono sviliti, ignorati o derisi, fino a costringere chi non riesce ad anestetizzarsi il cuore a nascondere la propria ricchezza emotiva sotto una maschera d’imperturbabilità e di freddezza.

È in questo modo che l’aridità e il cinismo sono diventati simbolo della forza e dell’equilibrio, nonostante il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) ne definisca dettagliatamente la condizione innaturale e patologica.

Viviamo immersi in una civiltà malata che predica l’amore, la fratellanza e la solidarietà mentre sponsorizza il cinismo, la competizione e il possesso.

Siamo bombardati da messaggi che affermano l’ineluttabilità della violenza.

Messaggi contradditori che proclamano il valore dell’evoluzione e del progresso e sostengono l’inevitabilità della guerra, della sopraffazione e della prepotenza.

Grazie a un abile uso della pubblicità la nostra mente è tempestata da comunicazioni mirate a perpetuare l’indifferenza, la crudeltà e il qualunquismo.

Perché:

  • si è sempre fatto così

  • mors tua vita mea

  • homo homini lupus

  • bisogna rispettare la catena alimentare

  • occorre seguire le leggi della genetica

  • non si può ignorare l’importanza delle proteine nobili (quelle ricavate uccidendo creature inermi)

  • abbiamo tutti un istinto di sopravvivenza

  • eccetera, eccetera, eccetera…

La contraddizione, seppure evidente, non preoccupa l’impero economico delle armi, della droga, delle multinazionali alimentari e delle case farmaceutiche, che vedono lievitare costantemente i propri guadagni grazie a un’anestesia emotiva sapientemente indotta nella psiche di ognuno di noi.

Lasciar perdere ciò che succede intorno e coltivare soltanto il proprio orticello sembra essere la soluzione ideale per sopravvivere in un mondo malato di brutalità.

Anestetizzare la propria Anima, infatti, permette di sopravvivere in mezzo al dilagare delle guerre e nasconde abilmente la crudeltà che permea i nostri gesti quotidiani.

Finché le cose non ci riguardano personalmente possiamo fare le spallucce e andare avanti, forti di un’omologazione che rassicura e di una diversità che appartiene sempre a qualcun’altro.

Quando invece ci troviamo a essere le vittime del destino, incolpiamo la Vita, Dio, il Diavolo o la Sfiga, di un disegno malevolo di cui fatichiamo ad assumerci le responsabilità.

Il surgelamento emotivo che imprigiona la psiche permette di non vedere la partecipazione ai giochi perversi che alimentano la disumanità di cui tutti siamo artefici e vittime.

Uscire da questa pericolosa patologia sociale significa accollarsi l’onere di tante malvagità commesse nell’indifferenza e scoprire che i mandanti della violenza si sporcano le mani quanto i sicari, perché l’insensibilità è un atto criminoso e avvelena l’Anima di chi infligge il dolore con noncuranza.

In un mondo dove è possibile viaggiare nello spazio, manipolare il clima e vedere su uno schermo ciò che succede a chilometri di distanza, non è necessario uccidere per vivere.

Non è necessario allevare creature innocenti per massacrarle nei giorni di festa e riempire i nostri corpi di cibo, fino a morire di obesità.

Non è necessario trasformarci in mercenari pronti a vendere i propri servigi in cambio di uno stipendio di cui non importa conoscere la provenienza.

Non è necessario ammutolire il cuore giorno dopo giorno per renderci funzionali a uno stile di vita che ignora il valore della solidarietà e dell’empatia.

Non è necessario alimentare tutto questo dolore.

Nella nostra civiltà in corsa verso il futuro c’è bisogno di guardare in profondità dentro di sé e di ascoltare i sussurri di una coscienza che conosce il valore di ogni vita e i motivi per cui abbiamo scelto di venire al mondo.

In questo mondo.

In cui è urgente riscoprire l’empatia e l’amore.

Perché solo così diventa possibile guardare la propria Anima negli occhi.

Senza vergogna.

Carla Sale Musio

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INDIFFERENZA E CINISMO INTERIORE

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Dic 15 2017

INDIFFERENZA E CINISMO INTERIORE

Corriamo nella vita senza sosta, tutti presi ad assolvere gli interminabili impegni della giornata.

E quando, infine, diventiamo vecchi ci sembra di non avere ancora vissuto abbastanza.

Allora incolpiamo il destino, la sfiga, il caso, i parenti, i vicini, i nemici o il governo… ma la nostra amarezza interiore non si calma.

E quel senso di incompiutezza e di rimpianto alimenta la paura della morte, proprio come un tempo ha coltivato la paura della vita.

In quei momenti di sofferenza è troppo tardi per cambiare le scelte e riappropriarsi delle occasioni perdute.

Vorremmo accogliere la fine dell’esistenza terrena con l’entusiasmo di chi è pronto ad affrontare il più importante dei cambiamenti, eppure ci sentiamo inermi e soli.

E mentre le cose costruite con impegno e fatica si rivelano vuote e prive di significato, sembra che niente sia davvero utile per accompagnarci in quel passaggio.

È doloroso scoprire in ritardo il valore della vita… così preferiamo cercare all’esterno i colpevoli della nostra insoddisfazione interiore.

Tuttavia, c’è solamente un responsabile per quella sensazione di angoscia che attanaglia l’Anima.

E va cercato nelle scelte compiute lungo il percorso dell’esistenza.

A cosa abbiamo dato la priorità?

E perché?

L’avvicinarsi della morte apre le porte ai bilanci interiori.

Ai rimpianti e al desiderio di ritornare indietro si contrappone la voglia di ricominciare tutto daccapo, forti della consapevolezza che la vita va vissuta ascoltando se stessi e non i tanti dettami di comportamento imposti dalle circostanze sociali, dal bisogno di farsi benvolere, dalle paure, dall’indolenza, dalla superficialità…

Non ci fermiamo mai a chiederci perché viviamo e quale sia per noi il modo giusto di vivere.

Scrolliamo le spalle e proseguiamo a testa bassa, intrappolati in quello che si DEVE fare.

Perché:

  • si è sempre fatto così!

  • altrimenti che cosa mangiamo?

  • prima il dovere e poi il piacere!

  • con tutto quello che bisogna fare… non rimane tempo per pensare!

È in questo modo che tramandiamo una cultura della prepotenza.

Convinti di non avere responsabilità perché la vita ci sovrasta e bisogna accettare le sue regole anche quando non ci piacciono.

In quella solitudine che morsica il cuore scopriamo che ogni scelta ha il suo valore e le azioni che ne conseguono hanno il potere di farci sentire vivi davanti alla morte o morti anche nel pieno della vita.

Ciò che facciamo ogni giorno non è la conseguenza di un’organizzazione prestabilita e immutabile ma il prodotto del nostro volere, l’espressione di un modo di essere intimo e profondo, la voce di una realtà interiore così potente da improntare di sé ogni istante.

La vita è il risultato del nostro sentire interiore, di un pensiero che affonda le radici nel mondo psichico colorando le giornate delle sue sfumature: dolci, ombrose, tenere o amare… a seconda del rispetto con cui abbiamo trattato le innumerevoli parti che compongono la nostra identità.

L’indifferenza che troppo spesso riserviamo a noi stessi è il nemico più crudele, il mostro che combattiamo all’esterno nelle guerre che ammalano il pianeta, il morbo che terrorizza e non possiamo sfuggire perché si annida dentro la nostra Anima.

L’indifferenza è quell’atteggiamento insensibile che ci porta a non ascoltare i bisogni interiori, la prigione crudele di uno stile di vita attento alla pace, alla condivisione, alle relazioni e alla reciprocità, è una fame, giudicata impossibile, di amore e di qualità.

Viviamo nell’era della prepotenza e l’egoismo la fa da padrone.

Anche nella psiche.

Non ci rendiamo conto che l’insensibilità è una malattia capace di uccidere la voglia di vivere fino a lasciarci tramortiti e soli.

Il cinismo è la patologia del secolo, il male oscuro che annichilisce la gioia e trasforma l’amore in una sdolcinata pantomima per gli sciocchi.

L’indifferenza è il contrario dell’amore.

E la disumanità è la sua conseguenza.

Ma una vita senza amore perde la profondità per trasformarsi in un cumulo di doveri senza senso.

Ciò che chiamiamo “amore” non è lo scambio di affettuosità con le persone cui siamo legati ma un sentimento di rispetto e di cura per la nostra Anima.

Ascoltare quella delicata voce interiore è il segreto di un’esistenza appagante, non perché si raggiungono: il successo, la ricchezza o la fama, ma perché si afferma il valore della parte più vera di sé.

E questo arricchisce la vita di verità, di amore, di pienezza e di considerazione.

Solo così il cinismo scompare e al posto dell’indifferenza si fanno strada: l’empatia, la fratellanza, la condivisione e la comprensione.

Dapprima per se stessi e poi per ogni creatura vivente.

Volersi bene è la conseguenza di un ascolto intimo, costante e partecipe, che se ne infischia delle convenzioni perché rispetta il valore della vita e ci mostra, istante dopo istante, come si vive una vita di valore.

Carla Sale Musio

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