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Giu 15 2017

SPECISMO, RAZZISMO INTERIORE E PAURA DI ASCOLTARSI

Che schifo i piccioni!
Che belle le rondini!
Che schifo le cavallette!
Che belle le farfalle!
Che schifo i topi!
Che belli i pulcini!
Che schifo le blatte!
Che belli i grilli!

Osserviamo la vita attraverso gli occhiali del bene e del male e dividiamo il mondo in categorie.

Ogni cosa conforme ai nostri ideali è catalogata come gradevole e accettabile, mentre ciò che se ne discosta diventa disgustoso, spiacevole e intollerabile.

Impariamo da bambini a dividere le esperienze in buone o cattive, conformandoci ai criteri sociali che ci permetteranno di crescere.

E diventiamo adulti combattendo una strenua battaglia per impersonare ciò che piace e differenziarci da ciò che non piace.

Fino a perdere il contatto con la nostra Totalità.

Nel mondo intimo di ciascuno esistono infinite possibilità espressive.

Tuttavia, per sentirci apprezzati, finiamo per riconoscere solo gli atteggiamenti che ricevono approvazione e scartare ciò che non incontra il favore degli altri.

C’è un prezzo da pagare per ogni scelta e, per sentirci parte di una comunità, modelliamo la psiche fino a renderla conforme ai valori più gettonati.

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Ma dove finiscono le possibilità che non si accordano agli standard previsti dalla società?

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Che cosa succede alle parti rinnegate della nostra realtà emotiva?

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La risposta è semplice.

Se ne occupa la Gestapo della Psiche, grazie al servizio, puntuale e preciso, dei meccanismi di proiezione e rimozione.

Ossia quegli strumenti interiori che si attivano per aiutarci a diventare uomini e donne rispettabili, membri a tutti gli effetti della famiglia umana.

La rimozione e la proiezione sono le armi che collocano ogni devianza al di fuori della sfera d’identificazione adeguata al gruppo di appartenenza.

Grazie alla rimozione: cancelliamo dalla coscienza tutto ciò che può metterci in contrasto con le persone che per noi sono importanti.

E, grazie alla proiezione: proiettiamo i nostri contenuti negativi su dei rappresentanti esterni, in modo da poterli evitare, combattere e rifiutare, senza sentirci chiamati in causa.

Dal punto di vista etologico, l’uomo è un animale che vive in branco, cioè ha bisogno di appartenere a un gruppo per sopravvivere.

L’emarginazione e la disconferma possono essere devastanti per la psiche e condurci alla malattia e alla morte.

Per soddisfare il bisogno di appartenenza, costruiamo la nostra identità utilizzando soltanto pochi aspetti, selezionati e approvati dall’ambiente che ci circonda, e nascondiamo (anche a noi stessi) le parti che non ricevono consensi.

Quello che nell’esperienza sociale è stigmatizzato come negativo, diventa rapidamente un aspetto rinnegato dalla coscienza e occultato in un angolo dell’inconscio.

Vogliamo essere amabili, rispettabili, apprezzabili e stimabili, e, per assicurarci che le qualità impopolari non ci rovinino la reputazione, le combattiamo nel mondo esterno, proiettandole su dei rappresentanti che possiamo evitare e che ci provocano disgusto ogni volta che li avviciniamo.

Quasi che, trovandoci in loro presenza, potesse aver luogo un contagio capace di rivelare la nostra (inaccettabile) poliedricità.

Nascono in questo modo tante fobie, gli innumerevoli

“Mi fa schifo!”

con cui stigmatizziamo altri esseri viventi.

Prendono forma dalla paura di non piacere e raccontano, nel linguaggio criptato dei simboli, le cose che rinneghiamo in noi.

Ma attenzione.

Ognuno possiede un vocabolario simbolico personale, e generalizzare le interpretazioni delle fobie è pericolosissimo.

Si rischia di trovarsi intrappolati dentro un ginepraio di proiezioni dal quale è impossibile uscire vincitori.

Le chiavi che permettono di comprendere il disgusto o la paura, riguardano il simbolismo individuale.

Sono pochissime le spiegazioni valide per tutti.

Il razzismo è un fatto personale e, per scoprirne le radici, bisogna avventurarsi nel mondo intimo di ciascuno.

Solamente alcune immagini universali permettono di pronunciarsi in termini assoluti.

Si tratta di simboli che incarnano angosce primordiali, archetipi con cui la specie umana ancora non riesce a fare i conti.

Lo specismo è uno di questi.

La parola specismo non compare quasi mai nei vocabolari della lingua italiana.

Il correttore automatico di word la segna in rosso.

Per il sistema di scrittura più famoso al mondo la parola specismo è considerata un errore di battitura.

Questo la dice lunga sul significato che lo specismo incarna nel mondo intimo di milioni di persone.

Persone che non sanno nemmeno di avere una paura perché, non potendo nominarla (e perciò parlarne) non la riconoscono in se stessi.

Eppure lo specismo esiste, e ammorba di patologia la psiche degli esseri civilizzati.

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Ma insomma che cos’è questo specismo?!

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Con la parola specismo si intende l’atteggiamento di superiorità che colloca la specie umana al vertice di un ordinamento gerarchico imposto a tutte le altre specie.

Detto in altri termini, lo specismo è una patologia del narcisismo che spinge l’uomo a credersi superiore alle altre creature, secondo un codice creato e approvato da se stesso, senza che le vittime di un tale arbitrio siano mai state interpellate.

Questa supremazia autoconferita fa sì che le altre specie vengano utilizzate come fossero oggetti e non esseri viventi.

Lo specismo è la matrice di ogni razzismo, la malattia che permette alla psiche umana di distaccarsi dalla natura e di abusarne a piacimento, senza rendersi conto che in questo modo si affermano i presupposti della sopraffazione e della pazzia che stanno distruggendo il pianeta e la dignità degli uomini stessi.

Lo specismo nasce dalla paura di ascoltarsi e dall’arbitraria estromissione delle parti animali dalla vita interiore, al fine di omologarsi ai dettami della civilizzazione.

La stessa civilizzazione che ha fatto dell’abuso e della violenza un prestigio, invece che una patologica disfunzione.

Nella cultura cui ci vantiamo di appartenere, l’istinto è considerato disdicevole.

Per essere apprezzati bisogna essere logici, razionali, impassibili, distaccati e privi di sentimenti.

Anche davanti alla sofferenza.

Soprattutto davanti alla sofferenza di chi è considerato inferiore.

La gerarchia specista detta le regole del comportamento e colloca gli animali in basso nella scala evolutiva, giudicandoli illogici, irrazionali, emotivi, istintivi e perciò stupidi.

La parola “animale” (che nel linguaggio scientifico indica qualsiasi organismo vivente eterotrofo e dotato di sensi e di movimento autonomo) nel linguaggio comune è diventato un insulto per definire una creatura rozza, ignorante, violenta, brutale e poco intelligente.

Eppure, separarsi dal mondo animale per collocarsi in cima a un’arbitraria classificazione di merito costringe gli esseri umani a disprezzare dentro di sé tutto ciò che li accomuna alla natura, privandoli delle loro preziose risorse istintuali, emozionali, intuitive e sensitive.

Una congenita lobotomizzazione dell’intelligenza emotiva è funzionale al mantenimento della patologia specista e rende impossibile l’ascolto delle proprie parti istintive che, proiettate sugli animali e disprezzate, diventano il simbolo di una pericolosa mancanza di valore.

È in questo modo che la sensibilità è spenta e demonizzata, fino a farne l’icona della stupidità.

Il disgusto per le specie diverse dalla nostra nasce dalla paura di ascoltare la propria profonda intelligenza animale e dal divieto di riconoscerne il valore dentro se stessi.

Perciò, anziché dire:

Che schifo i piccioni!
Che schifo le cavallette!
Che schifo i topi!
Che schifo le blatte!

Dovremmo dire:

Che belli i piccioni!
Che belle le cavallette!
Che belli i topi!
Che belle le blatte!

Perché tutti gli animali con la loro esistenza ci ricordano il valore della nostra intima istintualità e il legame che ci unisce in un unico e prezioso ecosistema naturale.

L’unico capace di restituirci la salute e il profondo significato della vita.

Carla Sale Musio

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Set 07 2016

PSICOLOGIA, PSICHIATRIA O MANIPOLAZIONE DI MASSA?

La psicologia è una scienza ancora poco conosciuta dalla maggior parte delle persone.

Esiste la volontà di non divulgare questo tipo di apprendimenti perché è più vantaggioso tenere le briglie della psiche a disposizione di pochi, abili nel manovrare la mente delle persone.

Se tutti avessimo una buona preparazione psicologica, infatti, sarebbe difficile controllare le convinzioni della gente e imporre atteggiamenti prestabiliti e funzionali ai bisogni di chi comanda.

Coloro che gestiscono il potere preferiscono fare in modo che la psicologia sia ignorata (perché meno è diffusa la conoscenza e meno ci si può rendere conto della persuasione occulta che agisce sui pensieri e sui comportamenti) e approfittano della sovrapposizione tra psicologia e psichiatria per confondere le acque.

Anche se non tutti lo sanno, però, la psicologia e la psichiatria studiano argomenti molto diversi tra loro.

La psicologia è la scienza che analizza i processi mentali, consci e inconsci, ma non si occupa dei danni cerebrali.

La psichiatria, invece, è la specializzazione della medicina preposta alla cura dei disturbi mentali.

Per fare lo psichiatra bisogna aver conseguito una laurea in medicina e poi aver preso una specializzazione in psichiatria.

Per fare lo psicologo bisogna avere una laurea in psicologia.

La psicologia perciò non è una branca della medicina e non cura le patologie psichiatriche, ma studia i meccanismi che sottendono i comportamenti, per fare in modo che le persone si sentano bene con se stesse e con gli altri.

Per manipolare le coscienze bisogna conoscere la psicologia e usare abilmente i meccanismi di difesa, cioè sapere in che modo la psiche risponde alle difficoltà.

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RAZZISMO E MANIPOLAZIONE DI MASSA

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Per ridurre l’impatto delle emozioni sgradevoli (paura, angoscia, rabbia, insicurezza…), il nostro inconscio utilizza delle modalità di protezione chiamate: meccanismi di difesa.

Tra questi, la proiezione e la rimozione sono quelli che si attivano più precocemente, cioè agiscono già nelle prime fasi della vita.

La proiezione spinge a proiettare fuori di sé: atteggiamenti, pensieri e comportamenti, che sono stati giudicati sbagliati, e porta a combatterli nel mondo esterno, nel tentativo di eliminarli.

Un uso scorretto della proiezione scatena intolleranza e razzismo.

La rimozione rimuove dalla consapevolezza tutto ciò che istintivamente è giudicato irrisolvibile, nascondendo i conflitti dietro un’armonia apparente ma priva di un reale equilibrio.

Un uso scorretto della rimozione ci porta a non vedere incongruenze e difficoltà, impedendoci di risolverle.

Conoscere il funzionamento dei meccanismi di difesa è indispensabile per comprendere come avviene la modificazione delle coscienze da parte di chi gestisce i mezzi di comunicazione di massa.

Grazie alla proiezione e alla rimozione, infatti, è facile indirizzare i comportamenti della gente verso mete prestabilite:

  • la proiezione spinge a combattere i nemici interni spostandoli all’esterno

  • la rimozione consente di rimuovere avvenimenti, emozioni e percezioni, considerati illeciti, nascondendone le tracce fino a farle sparire dalla coscienza

Un uso improprio della proiezione e della rimozione crea sempre dei danni nello sviluppo psicologico, perché:

  • la proiezione non permette alla consapevolezza interiore di svilupparsi e blocca l’evoluzione delle parti immature della psiche

  • la rimozione impedisce la conoscenza della totalità di se stessi, occultando nell’inconscio ciò che è in contrasto con l’immagine idealizzata di sé

Ma i danni che derivano dall’utilizzo scorretto dei meccanismi di difesa non preoccupano chi gestisce il potere, che ha tutto l’interesse a coltivare l’immaturità nella psiche della gente per renderla sottomessa e dipendente.

Oggi le armi più pericolose agiscono nel mondo interno e, grazie all’uso di questi meccanismi, permettono di gestire le persone semplicemente orientandone le convinzioni.

Ognuno di noi combatte quotidianamente una gran quantità di guerre interiori.

Guerre di cui sono state rimosse le cause e in cui sono stati proiettati all’esterno i nemici.

Da sempre, la proiezione e la rimozione sono usate a piene mani per creare barriere interiori, discriminazione e razzismo.

Un esempio significativo è quello dei ratti.

I ratti sono animali intelligenti e socievoli, si addomesticano facilmente, sono puliti e conducono una vita sociale ricca e, per tanti aspetti, simile a quella umana.

Sono collaborativi e solidali tra di loro e se, per esempio, un individuo del gruppo si ammala, viene assistito dai compagni, che gli forniscono cibo e calore.

Ma nell’immaginario collettivo i ratti sono diventati creature disgustose, combattute e disprezzate come se fossero responsabili di chissà quali atrocità.

Poiché sono molto adattabili, questi animali vivono di ciò che l’uomo butta via: avanzi dell’alimentazione, stracci, cose vecchie.

E proprio la capacità di selezionare gli scarti della nostra specie è servita per proiettare su di loro il disgusto e l’ostilità.

Al punto che oggi  sono considerati sporchi e portatori di malattie.

Nella realtà, nessun roditore è responsabile di particolari patologie trasmesse all’uomo o agli animali domestici (non più di qualunque altro animale selvatico).

Inoltre per essere potenzialmente esposti a un contagio non è sufficiente la mera presenza dell’animale o il contatto diretto ma sarebbe necessario che la cute lesa venisse a contatto con le feci o le urine dei roditori, che queste ultime venissero ingerite in sufficiente quantità o che ci si facesse mordere a sangue… tutte evenienze abbastanza rare e che possono sempre essere evitate con un minimo di buon senso.

I ratti non provocano lo sporco e l’inquinamento causati dalla specie umana.

Ma, grazie alla rimozione, è stato possibile cancellare questa consapevolezza e alimentare l’idea impropria che ad essere sporchi siano loro e non noi.

La proiezione in questo caso serve ad allontanare la sporcizia e l’infettività che interiormente gravano gli esseri umani.

Da sempre, utilizzando impropriamente la proiezione e la rimozione, sono stati presi di mira gli animali e, nel tempo, questo ci ha portato a condannare e abiurare le nostre parti “istintive” fino a renderle sinonimo di sporco, stupido e brutale.

La proiezione è stata usata per proiettare sugli animali la sensitività, l’ingenuità e l’espressione immediata e diretta delle emozioni, mentre la rimozione ne ha occultato la ricchezza, l’importanza e il valore.

Disprezzare gli animali e approfittarne è diventato così un comportamento lecito e incentivato e, in questo modo, i potenti hanno autorizzato l’abuso e la violenza dei più forti sui più deboli.

La prepotenza sugli animali affonda le radici nello svilimento dell’ingenuità e dei sentimenti e ha finito per trasformare la sensibilità in una sorta di “malattia”, insana e perciò da curare.

Per l’uomo che non deve chiedere mai, infatti, la delicatezza d’animo, l’emotività e l’innocenza corrispondono a una patologia.

Ci viene insegnato che dobbiamo essere impassibili, cinici e pronti a usare qualsiasi mezzo pur di raggiungere il potere e il successo e, in questo quadro, la condivisione e l’empatia, lungi dall’essere un valore, si trasformano in una défaillance.

Oltre che sugli animali, perciò, la vulnerabilità, l’emozionalità e la semplicità vengono proiettate anche sulle persone sensibili.

Mentre, grazie alla rimozione, si perdono i valori della gentilezza e della comprensione.

L’uso improprio dei meccanismi di difesa ha reso possibile ogni genere di abuso su chiunque sia portatore di una emotività giudicata malsana, e ha sostenuto una cultura basata sulla supremazia della forza e della prepotenza.

Da tempo immemorabile questi meccanismi sono utilizzati come strumenti di manipolazione di massa.

Strumenti mutuati dalla psicologia e taciuti ad arte per fare in modo che la gente non ne capisca il funzionamento e non possa difendersi dall’uso scorretto che ne viene fatto.

Per questo la psicologia continua a essere una scienza sconosciuta e confusa impropriamente con la psichiatria.

Carla Sale Musio

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Giu 07 2016

TUTTO QUELLO CHE NON TI PIACE DENTRO DI TE… ricompare fuori di te!

La proiezione e la rimozione permettono di eliminare dalla consapevolezza le cose che disturbano l’equilibrio della psiche e, soprattutto, quelle che intralciano l’immagine idealizzata che abbiamo costruito di noi stessi.

Nel tentativo di ottenere approvazione e riconoscimento, impariamo da bambini a comportarci in modo consono alle aspettative delle persone a cui vogliamo bene, rimuovendo dalla coscienza tutto ciò che ci fa soffrire e proiettando al di fuori di noi gli aspetti della personalità che riteniamo inadeguati.

Grazie a questi meccanismi psicologici, è possibile conservare una visione di sé conforme alle richieste sociali e scevra di quelle parti che, invece, potrebbero creare delle difficoltà nell’interazione col mondo.

In questo modo prende forma nella vita interiore una sorta di spartiacque in grado di separare i sé considerati leciti dai sé illeciti.

Naturalmente saranno ritenuti leciti tutti gli aspetti della personalità che, quando eravamo bambini, hanno incontrato il favore delle nostre figure di riferimento (genitori, parenti, amici, insegnanti, ecc.).

Mentre saranno rinnegati i comportamenti, gli atteggiamenti e i modi di fare che, in passato, hanno provocato disapprovazione, umiliazioni e sofferenza.

Ognuno di noi ha vissuto esperienze differenti, imparando a discriminare le emozioni e i comportamenti secondo una griglia interiore che è diversa per tutti.

I sé rinnegati, però, nonostante l’esclusione dalla coscienza, mantengono intatta la loro energia e, dalle profondità inconsce in cui li abbiamo confinati, come una potente calamita, attirano nelle circostanze della nostra vita le persone, le cose e gli avvenimenti, adatti a rappresentarli.

Ecco quindi che, nonostante il lavoro attento e preciso della rimozione e della proiezione, il nostro mondo esterno si popola proprio di quelle qualità che non ci piacciono e di cui interiormente abbiamo perso le tracce.

Ignari dei riferimenti personali ed energetici che ci legano agli eventi, combattiamo con foga al di fuori di noi le imperfezioni, l’immoralità e le ingiustizie… che giudichiamo sbagliate e che sentiamo diverse e lontane dal nostro modo di pensare e di essere.

Ma, sotto la coltre che ottunde la coscienza, sono proprio quelli i rappresentanti delle nostre parti oscure, le icone che segnalano la metà di noi stessi che abbiamo amputato, diventando grandi, nel tentativo di piacere al mondo.

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STORIE DI GUERRE DENTRO E FUORI

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Clara ama gli animali e, da sempre, combatte molte battaglie per tutelare i loro diritti, nel tentativo di evitare lo sfruttamento e le torture a cui la specie umana li sottopone.

Ma nel profondo di se stessa rinnega le sue parti istintuali, censurandole e maltrattandole in favore del bisogno di approvazione.

Certo, le piacerebbe lasciare emergere nella sua vita l’entusiasmo, il desiderio di giocare e di divertirsi, la voglia di combattere o il piacere sensuale!

Ma da bambina ha imparato che prima c’è il dovere e poi (forse) arriverà il piacere e, siccome i doveri non finiscono mai, un Sé Perfezionista ed Esigente la costringe, un giorno dopo l’altro, a rinunciare a ciò che l’appassiona, per svolgere le mansioni che il lavoro e la vita domestica le richiedono.

Così, mentre combatte i soprusi contro le altre specie animali, alimenta la violenza e l’indifferenza nel suo mondo interiore e, senza saperlo, coltiva dentro di sé le cause energetiche di quei maltrattamenti che, invece, vorrebbe estirpare.

* * *

David proviene da una famiglia conservatrice, poco attenta al valore delle emozioni e alle sfumature della vita interiore.

Da bambino è cresciuto in mezzo a un conformismo religioso e bigotto e, nonostante abbia fatto di tutto per emanciparsi e mettere in discussione i principi patriarcali della sua famiglia,  ancora non riesce a darsi il permesso di vivere fino in fondo i propri sentimenti.

Da qualche tempo prova un forte coinvolgimento per il suo amico Carlo ma, terrorizzato all’idea di perdere la stima della famiglia, non riesce ad ammettere di essersi innamorato e nega l’impatto delle sue sensazioni.

Razionalmente sostiene che l’omosessualità sia un modo di amare altrettanto lecito e profondo dell’eterosessualità, e frequenta amici gay e amiche lesbiche, combattendo affianco a loro per difenderne i diritti e la rispettabilità.

Interiormente, però, non si sente libero di accettare la sua attrazione per una persona dello stesso sesso e, nonostante gli ideali democratici che professa, continua ad attirare nella sua vita situazioni di discriminazione e omofobia.

* * *

Franca non sopporta Milena, la figlia più piccola dei vicini di casa.

La trova pesante, noiosa, antipatica, viziata, prepotente… e, per evitare di incontrarla, è capace di cambiare strada e persino orari di rientro!

Milena all’anagrafe ha venticinque anni, ma mentalmente è come se ne avesse otto, perché una malattia genetica le impedisce di crescere come tutti gli altri.

Dal punto di vista fisico, è una bella ragazza, sviluppata e adeguata alla sua età, ma, intellettualmente, è ancora molto infantile.

I suoi genitori fanno del loro meglio per educarla e aiutarla a diventare grande, ma Milena è curiosa e vivace e, quando incontra qualcuno che conosce, lo riempie di domande, insistendo e prestando poca attenzione alla riservatezza e alla fretta degli altri.

Franca, invece, è la primogenita di cinque figli e, da bambina, ha dovuto maturare velocemente, per aiutare la mamma ad accudire i fratellini più piccoli.

Per lei gli altri non avevano mai tempo e, nella vita, ha imparato presto ad arrangiarsi da sola, senza contare su una famiglia amorevole e presente come quella di Milena.

L’immaturità e la curiosità sono state bandite dalla sua infanzia e, ancora oggi, la donna le combatte come fossero nemici pericolosi.

Nel suo mondo interiore, però, una bambina goffa e inadeguata aspetta di ricevere le attenzioni che le sono mancate nel passato e, con la sua energia, attira nella vita di Franca proprio le situazioni che rispecchiano i suoi bisogni profondi.

Ecco quindi arrivare Milena.

E non servirà cambiare strada o modificare gli orari nella speranza di non incrociarla!

Per sfuggire le domande assillanti della giovane vicina di casa, Franca dovrà imparare ad accogliere l’ingenuità della sua Bambina Interiore, senza giudicarla e senza emarginarla dalla propria psiche.

Solo così la sua energia troverà finalmente un equilibrio e smetterà di attrarre le circostanze che la riflettono.

Carla Sale Musio

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COME SFUGGIRE DA SE STESSI… e fingere di vivere felici e contenti!

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Mag 06 2016

COME SFUGGIRE DA SE STESSI … e fingere di vivere felici e contenti!

Per far fronte alle difficoltà della vita, la psiche dei bambini utilizza due meccanismi di difesa fondamentali: la proiezione e la rimozione.

La proiezione ci permette di proiettare al di fuori di noi tutto quello che riteniamo brutto o sbagliato nel nostro mondo interiore, e di combatterlo all’esterno come se non ci appartenesse.

La rimozione fa sì che le cose che non ci piacciono spariscano dalla nostra consapevolezza per essere archiviate in una memoria criptata e remota, nascosta in fondo all’inconscio.

Memoria della quale perdiamo rapidamente le tracce, in modo da non appesantire la coscienza con ricordi dolorosi o sgradevoli.

Questi due meccanismi si formano molto presto durante l’infanzia e rimangono attivi anche nell’età adulta, preservando la vita cosciente da confronti e verità spiacevoli.

Grazie alla rimozione possiamo fare pulizia nel mondo interno e cancellare le tracce di traumi, dolori, dispiaceri, affronti, umiliazioni e altre cose fastidiose che, altrimenti, non ci permetterebbero di affrontare la vita con la necessaria fiducia e determinazione.

Grazie alla proiezione proiettiamo tutto quello che non approviamo in noi stessi, su qualcosa o qualcuno che ne evoca il ricordo e poi, proprio come in un film, viviamo le emozioni adeguate a quei comportamenti in un contesto che, apparentemente, non ci appartiene e che, perciò, non ci costringe a mettere in discussione il nostro modo di essere.

Rimozione e proiezione servono a creare stabilità nella psiche per permetterci di affrontare la vita con maggiore sicurezza ma, spesso, finiscono col prenderci la mano, portandoci ad abusarne pur di non affrontare i cambiamenti necessari a crescere e creando più problemi che soluzioni.

Il bisogno di stabilità, infatti, può diventare un limite che ostacola il naturale flusso di cambiamento e irrigidisce i comportamenti dentro soluzioni inappropriate al momento presente.

Cambiare e assecondare il flusso della vita sono aspetti imprescindibili del benessere e della salute mentale, e intestardirsi a voler mantenere inalterato lo status quo spesso comporta molta sofferenza.

Una sana capacità di osservare il fluire delle emozioni e l’alternarsi dei tanti sé diversi che popolano il nostro mondo interiore, è il presupposto indispensabile per un’esistenza ricca di significato.

Tutto ciò che nascondiamo a noi stessi o proiettiamo all’esterno, non ci permette di accedere alla totalità della nostra ricchezza interiore e, nel tempo, mina la sicurezza e la fiducia nella vita, provocando un senso d’inadeguatezza o di paura, in antitesi con una sana autostima.

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STORIE DI PROIEZIONI E RIMOZIONI

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Serena è la più piccola di cinque figli e da bambina ha trascorso tanto tempo a casa della nonna, mentre i suoi genitori erano al lavoro e i suoi fratelli a scuola.

È lì che, per anni, ha dovuto subire le attenzioni sessuali di un vicino di casa che, per evitare di essere scoperto, la minacciava severamente, incutendole una grande paura.

Piena di angoscia, Serena ha tenuto per sé il racconto di quei fatti terribili e, crescendo la rimozione la aiuta a dimenticare il dolore e la vergogna, mescolando i ricordi traumatici con le scene felici della sua infanzia, fino a portarla a vivere una fobia inspiegabile per gli uomini con la barba.

* * *

Da piccolo Martino è stato picchiato e umiliato tante volte.

La violenza ha fatto parte della sua vita sin dai primi momenti e, crescendo, ha imparato a sfuggire la fragilità e le paure, identificandosi con chi è forte.

Per salvarsi dal dolore e dalle umiliazioni, Martino, che oggi ha diciotto anni, rimuove costantemente il ricordo delle sue sofferenze infantili e proietta l’emotività, che nega in se stesso, su chiunque gli appaia più debole, attaccandolo e deridendolo.

La percezione della forza fisica gli permette di cancellare dalla memoria le scene drammatiche dell’infanzia, mentre la proiezione della debolezza lo fa sentire libero dalla paura.

* * * 

Giuseppe proviene da una famiglia patriarcale, in cui essere fisicamente forti e virili è il requisito indispensabile per far parte del mondo ma, essendo stato un bambino mingherlino e cagionevole di salute, ha vissuto spesso la dolorosa sensazione di essere un uomo a metà.

Per compensare la debolezza del fisico ha conquistato un grande potere intellettuale, scegliendo di fare il medico e sentendosi padrone della vita e della morte.

Negli ultimi tempi, però, il coinvolgimento emotivo per un suo collega ha riaperto l’antica ferita e quel sentimento tenero, considerato illecito dalla sua famiglia di origine, ha nuovamente minato in lui la sicurezza e la virilità.

Per proteggersi dai ricordi di un’infanzia vissuta all’insegna di valori maschili eccessivamente rigidi, Giuseppe proietta fuori di sé il suo desiderio affettivo ed erotico, combattendo apertamente una battaglia contro gli omosessuali e proclamando il valore della famiglia eterosessuale, l’unica degna di riconoscimento da parte del suo patriarca interiore.

Carla Sale Musio

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RAZZISMO INTERIORE

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