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Mar 03 2017

PRINCIPI AZZURRI E RISARCIMENTO DANNI

“Il mondo è fatto male, c’è troppa corruzione, troppa confusione, troppo opportunismo, troppa falsità…”

L’imperfezione ci rende critici, insofferenti e nervosi.

Vorremmo vivere un’esistenza perfetta in cui regnano la pace, l’amore e il rispetto.

E, quando costatiamo che invece non è così, ci aspettiamo che la vita ci porga delle scuse e ci compensi, ripagando i torti con altrettante opportunità.

Ma come nasce questa pretesa di perfezione?

Dove ha origine il bisogno di vivere un’esistenza facile, nitida, senza fatiche e senza sbavature?

L’equivoco che ci spinge a pretendere più che a dare, è racchiuso nelle impostazioni educative vissute durante l’infanzia.

Atterriamo nella vita portando con noi la certezza che esista un Principio Assoluto capace di farsi carico dei nostri bisogni.

E ci aspettiamo la devozione incondizionata da parte di chi si prende cura di noi.

Poi, quando scopriamo che questa perfezione non esiste, incolpiamo i nostri genitori, sicuri che le loro mancanze siano un affronto che andrà ripagato in qualche modo.

Arriviamo da una dimensione immateriale in cui i codici della Totalità obbediscono a leggi diverse da quelle della fisicità.

E portiamo con noi la certezza che quelle leggi, fatte di onnipresenza, onniscienza, pienezza, interezza e completezza, si applichino anche alla materialità di cui siamo diventati parte.

Forti di una memoria soprannaturale e istintiva, ci aspettiamo che gli adulti impersonino un Potere Divino, capace di assecondare le nostre esigenze.

Ma, nonostante la buona volontà e l’impegno smisurato, nessun genitore potrà mai incarnare quel Principio Assoluto che governa l’immaterialità, fuori dai limiti imposti dallo spazio, dal tempo e dalla dualità in cui ci muoviamo.

In questa nostra dimensione terrena, ciò che rende un genitore competente non è l’onnipotenza ma la possibilità di ammettere le difficoltà e la propria inesperienza.

L’onestà nel riconoscere le mancanze personali è alla base di un rapporto sano e, per raggiungerla, è necessario che mamma e papà abbandonino le vesti della Divinità per indossare quelle dell’umanità, accettando i propri limiti e costruendo le fondamenta di un dialogo che renderà i loro cuccioli migliori, pronti a volare fuori dal nido per confrontarsi con la vita.

Nel mondo fisico, la sicurezza non deriva da modelli di comportamento irreprensibili, ma dalla capacità di accettare le proprie fragilità, misurandosi con l’impegno necessario ad affrontare la realtà.

Avere genitori simili a Dio, rende insicuri, vittime di un confronto impari e sbilanciato in cui il senso d’inadeguatezza si cronicizza nel tempo, facendoci sentire schiavi del giudizio e dell’approvazione degli altri.

L’autostima e l’efficacia personale sono frutto di un’adeguata accettazione delle proprie paure e della volontà necessaria per evolvere i limiti, fino a renderli punti di forza.

La capacità di far fronte alle difficoltà trasforma la vita in un’avventura coinvolgente e appassionante.

Mentre la sensazione d’impotenza che deriva dal raffronto con un’autorità infallibile, annienta la volontà e rende vittime di un potere forte della propria arrogante superiorità.

Una pedagogia nera, vecchia di secoli ma ancora in vita nei metodi educativi che permeano l’educazione moderna, impone al padre e alla madre un’indiscussa superiorità, etichettando le ragioni dei figli come: pretese, capricci, prepotenze, eccetera.

E, quei genitori che non riescono ad adeguarsi al target di perfezione imposto dagli standard pedagogici, pagano il prezzo di un ostracismo sociale e di un’insicurezza interiore, che limita il dialogo e la possibilità di un confronto costruttivo con i figli.

In questo modo, anche chi cerca di costruire un rapporto meno autoritario, finisce per sentirsi inadeguato.

È così che la pretesa di un risarcimento danni s’insinua nella coscienza.

Prende forma dalla rivalsa verso l’autoritarismo subito nell’infanzia e alimenta l’invidia, il rancore, il vittimismo e la paura, occultando il bisogno d’amore e portandoci ad esigere un compenso per le battaglie che è necessario affrontare durante la vita.

Compenso che, nell’immaginario collettivo, giungerà nel momento in cui un Principe Azzurro o una Principessa Azzurra, faranno la loro comparsa per renderci felici.

Nei sogni coltivati da bambini, saranno proprio loro a donarci, finalmente, tutto l’amore che ci è mancato durante l’infanzia, ripagando le inadeguatezze dei genitori e i torti della vita, grazie a una devozione incondizionata.

Il mito di una relazione perfetta e compensativa prende forma nelle fiabe della tradizione, modellando nel tempo una pretesa illusoria e irraggiungibile.

Nessun rapporto di coppia potrà mai ripagare l’angoscia vissuta durante i primi anni di vita.

Ognuno deve scoprire dentro di sé le risorse necessarie per far fronte al dolore, trasformando la sofferenza in saggezza e sviluppando la capacità di vivere con profondità e creatività.

Il rischio di essere pienamente se stessi fa paura e blocca l’espressione dell’autenticità.

Temiamo di ritrovarci soli, privi del sostegno e del riconoscimento delle persone cui vogliamo bene.

Eppure, nella solitudine e nell’ascolto della nostra interiorità si sviluppa una capacità di amare fatta di comprensione e reciprocità.

L’amore che riceviamo è lo specchio dell’amore che sappiamo dare a noi stessi.

Le relazioni di coppia mettono a fuoco le imperfezioni, spingendoci verso l’evoluzione e il cambiamento.  

Per vivere la vita con pienezza e l’amore con Amore, dobbiamo incontrare noi stessi così intimamente da scoprire che il Principe Azzurro e la Principessa Azzurra siamo proprio noi.

Sono le parti di cui abbiamo più paura.

Quelle che ci portano in dono un nuovo punto di vista e ci regalano il coraggio di cambiare gli schemi limitanti, ancorati alla paura della sofferenza.

Nessuno può colmare le lacune del passato senza attraversare il fuoco del cambiamento e senza rivivere il dolore dell’infanzia.

L’ascolto delle proprie parti infantili permette agli adulti che siamo diventati di prendersi cura dei bambini che siamo stati, accogliendo la vulnerabilità insieme alla forza e dando forma a un amore in grado di offrirsi invece che pretendere.

La maturità non è una presunta asetticità emotiva, ma si rivela nella capacità di far convivere la saggezza con l’ingenuità, la fiducia con la paura, l’incoerenza con il bisogno di uniformità.

Nell’accoglienza della propria multiforme autenticità sono nascoste le chiavi dell’amore e il segreto di una relazione libera da potere e presunzione, pronta ad attraversare la vita nella sua infinità generosità.

Carla Sale Musio

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Mar 31 2016

SCUOLA? … NO GRAZIE!

La scuola è uno strumento di potere nelle mani di chi comanda.

Dietro il pretesto di diffondere la cultura, infatti, si nasconde un pericoloso e invisibile lavaggio del cervello, capace di amputare la creatività dalla psiche indifesa dei più piccini, per forgiare soldatini ubbidienti e remissivi, pronti a seguire le indicazioni di chi sta in cattedra.

Il passaggio alla scuola elementare rappresenta un momento traumatico per tutti i bambini che, da un giorno all’altro, sono costretti a stare seduti nel banco per molte ore, mantenendo costante la concentrazione su argomenti nuovi, difficili e, spesso, poco interessanti.

Nel periodo della scuola materna, la socializzazione e il gioco sono al primo posto e i piccoli possono muoversi liberamente per la classe, divertendosi insieme agli altri bambini.

Ma, con l’ingresso nella scuola elementare, la musica cambia e il movimento, la fantasia, l’immaginazione e la condivisione, si riducono ai minimi termini per cedere il posto alle acquisizioni nozionistiche e mnemoniche.

In questo modo i nostri figli imparano che inventare, scoprire, costruire, creare, dialogare, aiutarsi, ascoltarsi e condividere, sono attività insignificanti, cui dedicare soltanto qualche sporadico ritaglio di tempo.

La scuola afferma il valore della produttività.

Una produttività: fondata sull’apparire, sul giudizio e sulla competizione.

In classe, infatti, bisogna rendere, distinguersi, diventare i primi, raggiungere il punteggio migliore!

Non copiare, non suggerire, non aiutarsi l’uno con l’altro, ma lasciare che ognuno risolva da solo le proprie difficoltà.

I semi dell’indifferenza e del cinismo vengono piantati già nelle prime classi della scuola elementare e troveranno l’humus necessario ad attecchire e svilupparsi, lungo tutto il percorso scolastico.

L’ubbidienza acritica e la sottomissione sono i requisiti principali di ogni bravo alunno.

A scuola si deve sempre: rispettare gli insegnanti.

Anche quando gli insegnanti non rispettano te.

Il rispetto, infatti, non è un diritto dovuto a tutti, ma solo a chi detiene il potere.

E il potere non è un bene al servizio della comunità, ma è una fonte di privilegi insindacabili, riservati a chi lo possiede.

Il qualunquismo e l’insensibilità, purtroppo, affondano le radici nel terreno scolastico e nutrono l’irresponsabilità e la prepotenza che caratterizzano questo nostro periodo storico.

I valori di una pedagogia nera, incapace di accogliere la variegata espressività degli studenti, intrecciano tutto il percorso scolastico, finendo per penalizzare anche gli insegnanti migliori.

Quelli che credono davvero nella comunità, nella condivisione e nell’intelligenza emotiva, e che si sforzano di trasmettere un messaggio d’amore e solidarietà, nonostante la repressione insita nei programmi ministeriali.

Per insegnare, infatti, non è richiesta alcuna competenza psicologica, proprio perché l’ascolto e la comprensione dei vissuti interiori sono considerati irrilevanti ai fini dell’apprendimento, e l’unica cosa che conta è un sapere arido di sensibilità.

Chi insegna, perciò, è costretto a portare avanti un programma basato esclusivamente su conoscenze cognitive, e privo di attenzione per la delicata fase di crescita che gli alunni stanno attraversando.

Così, quei docenti che, nonostante tutto, non riescono a ignorare le esigenze psicologiche dei loro allievi e si sforzano di dedicare tempo alla scoperta e alla condivisione del mondo interiore, devono fare i conti con i regolamenti, e spesso non sono ben visti né dai colleghi né dai genitori, spaventati all’idea che i loro figli restino indietro nella lotta per raggiungere il successo.

A scuola si deve STUDIARE!

E studiare significa: immagazzinare nozioni da ripetere a comando.

Maggiore è l’erudizione, e più grande sarà il consenso che l’organizzazione scolastica attribuirà agli studenti.

Non sorprende che, una volta completato l’iter di studio, della creatività, dell’entusiasmo e della solidarietà, non rimanga più nemmeno il ricordo.

La scuola premia l’individualismo e la sopportazione paziente e rassegnata.

Risorse indispensabili per la vita lavorativa e sociale che attende i nostri giovani alla fine degli studi.

Tanti geniali innovatori, scienziati, artisti e maestri nell’indagare le profondità della vita e dell’animo umano, ricordano, nelle loro biografie, di non aver avuto nessun successo scolastico ma anzi! Di essere stati sottovalutati e criticati.

Proprio perché l’originalità e la solidarietà non sono ben viste in quella sorta di carcere formativo che chiamiamo scuola e che prepara le nuove generazioni ad affrontare la vita.

L’allenamento all’ubbidienza è uno dei valori fondamentali.

A scuola si deve essere: disciplinati, arrendevoli e subordinati.

Indipendenti, autonomi, curiosi, fantasiosi, intraprendenti, creativi… sono aggettivi poco adatti a definire lo studente ideale.

L’alunno perfetto deve essere: rispettoso, capace di integrarsi e pronto a seguire le direttive di chi ha più esperienza.

Cioè: dipendente, acritico, omologato, passivo e sottomesso.

Chi incarna le caratteristiche del modello avrà un successo garantito, dalle elementari all’università, e, una volta conclusi gli studi, sarà pronto a seguire le regole di una società che premia l’individualismo e la competizione, irridendo la fratellanza, la sensibilità e la genialità.

Per tutelare i propri bambini, molti genitori, sensibili e illuminati, hanno dato vita a un movimento chiamato homeschooling e basato sull’educazione parentale.

Si tratta di un’istruzione impartita dai genitori, o da altre persone scelte dalla famiglia, ai propri figli. 

Nell’ambito dell’homeschooling le possibilità sono molto ampie, ci sono famiglie che preferiscono seguire degli orari giornalieri, utilizzando i testi e programmi scolastici, e altre che desiderano affidarsi a un apprendimento più naturale e spontaneo dove si assecondano i bisogni, gli interessi e capacità dei piccoli, in veste di aiutanti e guide.

Ma sempre queste persone istruiscono i propri figli con amore e dedizione, e il loro lavoro è parificato a quello svolto dagli insegnanti nelle scuole.

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La scelta dell’homeschooling è volta a promuovere lo sviluppo della personalità nella sua totalità, senza trascurare gli aspetti affettivi, espressivi e creativi.

Per questo è una soluzione che trova sempre più sostenitori.

In Italia, le famiglie che rifiutano la scuola sono all’incirca un migliaio, e si tratta di un numero in costante aumento.

Molti genitori, infatti, si rendono conto dei danni che l’organizzazione scolastica provoca sulla salute psicologica e fisica dei loro figli e, per questo, la scelta di opportunità alternative è sempre più gettonata.

La pedagogia nera, con il suo corollario di punizioni e abusi di potere, ha intriso la struttura della scuola, creando un meccanismo perverso di sottomissione e autoritarismo, traumatico per i bambini e funzionale alla supremazia di pochi privilegiati su un numero sempre crescente di creature disponibili, remissive e sottomesse.

Riconoscere l’abuso e la crudeltà, nascoste dietro la normalità dell’istruzione scolastica, è il primo passo per cambiare un mondo basato sull’indifferenza e sulla prevaricazione.

Un passo indispensabile.

Per mettere fine alla violenza e costruire una società capace di accogliere la creatività, la sensibilità e il valore di ogni essere vivente.

Carla Sale Musio

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PEDAGOGIA NERA

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Feb 24 2016

PEDAGOGIA E VIOLENZA

Ci vogliono tre generazioni per creare una società intrisa di violenza.

La violenza, infatti, si alimenta nel conflitto interiore e tracima all’esterno in seguito alla lotta tra giusto e sbagliato, vero o falso, buono o cattivo… che, inevitabilmente, ne consegue.

Il contrasto tra le polarità spinge a proiettare fuori di sé tutto ciò che è stato etichettato come “male”, eliminandolo dal proprio mondo interiore senza assumersene la responsabilità.

Quando la colpa, il giudizio e la critica, prendono piede nella vita emotiva, il sopruso e la distruzione nella società sono garantiti.

Uno stile educativo basato sulle punizioni fisiche e sul ritiro dell’affetto genera sempre la paura e spinge i piccoli a nascondere la spontaneità per ottenere il consenso dei grandi.

Si formano così, nella generazione successiva, quei giovani rispettosi e remissivi, che piacciono tanto alle organizzazioni coercitive e che diventeranno uomini e donne capaci di rinunciare all’autenticità di se stessi per ubbidire alle direttive del più forte.

Una mamma e un papà punitivi fanno crescere adulti disciplinati e ligi al dovere, futuri genitori che, a loro volta, alleveranno figli pronti a spostare al di fuori di sé i vissuti censurati dal sistema educativo, per combatterli all’esterno della propria personalità.

Così, mentre la prima generazione stabilisce la colpa, addossando sui figli il peso di un peccato originale (mai commesso ma, comunque, infamante: “Sei un bambino e devi ubbidire!”), la seconda impara a vergognarsi e a sottomettersi, spostando il conflitto al di fuori di sé e, la terza potrà finalmente perseguitare il male per distruggerlo, attaccando i rappresentanti su cui è stato proiettato.

Per sentirsi buoni e amabili è indispensabile riconoscersi nei principi e nei valori professati dalle persone cui vogliamo bene, primi fra tutti i genitori che, con i loro comportamenti, ci insegnano cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è opportuno e cosa è disdicevole, cosa è sano e cosa è patologico… lasciandoci in eredità il modello di una buona educazione.

Assorbiamo da piccoli l’essenza del bene e del male e, una volta diventati grandi, portiamo avanti le nostre battaglie, dapprima interiori e in seguito esteriori, volte a eliminare dall’esistenza tutto ciò che abbiamo imparato a considerare male, per fare posto a ciò che, invece, riteniamo essere bene.

Da questa lotta tra bene e male, scaturiscono tutte le guerre e tutte le malvagità.

Ogni battaglia combattuta nel mondo è, da principio, una battaglia interiore, volta a preservare l’immagine idealizzata di se stessi, perseguitando al di fuori di sé, chi, per qualche ragione, evoca la memoria di ciò che non approviamo dentro di noi.

Per esempio:

  1. Provo un piacere che giudico sbagliato tutte le volte che guardo la mia vicina di casa.

  2. Penso che un uomo serio non dovrebbe desiderare altra donna che la propria moglie.

  3. Non posso tollerare di avere dei sentimenti che ritengo illeciti.

  4. Perciò rimuovo dalla mia consapevolezza ogni pensiero di quel tipo.

  5. E combatto nel mondo esterno una crociata contro l’adulterio e l’immoralità.

Ancora:

  1. Mi piace mangiare smodatamente per il solo piacere del gusto, incurante delle calorie e della tossicità degli alimenti.

  2. Penso che una persona intelligente dovrebbe nutrirsi con moderazione senza mai diventare dipendente dal cibo.

  3. Giudico sbagliato il mio piacere di nutrirmi senza regole e senza misura.

  4. Perciò proibisco a me stesso di abbuffarmi e rimuovo il desiderio che anima la mia golosità.

  5. Ora posso guardare con disprezzo chi mangia troppo e deridere, senza rimorsi, le persone in sovrappeso, giudicandole ingorde e colpevoli.

Ogni guerra insorta nella vita emotiva si riflette nei comportamenti esteriori e, quando non ce ne assumiamo pienamente la responsabilità, ci spinge a incriminare chiunque incarni l’icona del nostro conflitto.

Per cambiare questo stato di cose e realizzare una società fondata sulla pace e sull’accoglienza di tutte le creature, è indispensabile interrompere il circolo vizioso che fomenta la scontro tra le polarità, individuando le radici inconsce della violenza, fino a comprendere che il male è solamente l’altra faccia del bene.

Combattere il male (con il giudizio, l’ostracismo, la negazione, la rimozione o lo spostamento) porta ad amplificarne il potere e fa crescere l’odio e la persecuzione nella vita di tutti i giorni.

Nel mondo della dualità, schierarsi acriticamente dalla parte del bene conduce inevitabilmente a potenziare il male.

Ogni cosa, infatti, possiede un aspetto complementare e opposto a se stessa perché, nella fisicità in cui viviamo immersi, la polarità è lo strumento che ci permette di circoscrivere la realtà.

Le esperienze, gli eventi, le conoscenze, gli oggetti… possono essere accolti e compresi dalla coscienza soltanto quando esiste il loro contrario.

Il contrasto, infatti, evidenzia le peculiarità dell’esistente, permettendoci di riconoscere e di identificare le cose.

Impariamo a distinguere il bianco solamente perché esiste anche il nero, altrimenti non riusciremmo percepirlo.

Amputare dal nostro mondo interiore ciò che non ci piace, per ammirare un’immagine idealizzata di come vorremo apparire, è un meccanismo di difesa che induce nella psiche una pericolosa deresponsabilizzazione, spostando all’esterno il giudizio, la colpa, il disprezzo e l’ostilità, e impedendoci di riconoscere e far crescere le parti immature di noi stessi.

Combattere il male, proiettandolo fuori di noi, incrementa l’odio, la superficialità e l’aggressività, e genera un circolo vizioso senza soluzione di continuità.

Infatti, il male diventa insostenibile quando si cerca di eliminarlo da sé.

Viceversa, accoglierlo nella coscienza e comprenderlo, senza lasciarsene possedere, schiude prospettive nuove all’interno della psiche, e permette di evitare i conflitti e la brutalità che conseguono al disprezzo e all’emarginazione.

Osservare ciò che si agita nell’inconscio, senza giudicarlo e senza censurarlo, è il primo passo verso una civiltà libera dalle guerre e dalla violenza.

Nel mondo della materialità, ogni cosa vibra nelle polarità che modellano la vita, aiutandoci a riconoscere l’esistenza dall’indistinta immensità del Tutto.

Abbiamo tante sfumature diverse che, di momento in momento, ci consentono di scegliere ciò che ci piace e ciò che, invece, ci disgusta, ma questa scelta diventa uno strumento di crescita solo quando ce ne assumiamo tutta la responsabilità, accogliendo dentro di noi l’intera tavolozza dei colori con cui dipingiamo l’esistenza.

Bene e male disegnano verità relative, legate al punto di vista da cui si osserva la vita.

Nella realtà interiore esistono infinite possibilità espressive e ognuna porta in dono alla coscienza la sua profondità e la sua saggezza.

Anche quelle che non ci piacciono e che ci fanno vergognare.

A vergognarsi, infatti, è soltanto un aspetto della Totalità di noi stessi.

Osservare questa Totalità con rispetto, attenzione e sincerità, è il primo passo per costruire quella democrazia interiore che genera il mondo dell’accoglienza, della fratellanza e della solidarietà che tutti auspichiamo.

Un mondo finalmente libero dai soprusi e dalla prepotenza, dove sia possibile cogliere il valore della poliedricità senza identificarsi e senza emarginarne nessuno, ma cavalcando gli opposti e modulandone le risorse, per vivere in armonia con se stessi e con gli altri.

Carla Sale Musio

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DEMOCRAZIA INTERIORE

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Mar 27 2015

LA VIOLENZA SULLE DONNE, SUI BAMBINI, SUGLI OMOSESSUALI E SUGLI ANIMALI

La violenza nasce dalla pretesa di un’arbitraria superiorità e impone una gerarchia in cui chi detiene il potere lo gestisce a proprio vantaggio, a discapito di chi è ritenuto più debole.

La coercizione e la prevaricazione che caratterizzano la violenza sono l’antitesi della cooperazione, dell’empatia e della fratellanza.

Per questo, chi esercita la violenza è sempre vittima di una patologica incapacità a costruire relazioni basate sull’ascolto, sulla condivisione e sulla reciprocità.

Le persone violente, infatti, nascondono, anche a se stesse, la percezione della propria fragilità e il bisogno interiore di trovare sostegno e conferma negli altri, manifestando un’indifferenza che corrisponde al surgelamento della vita interiore.

Nel tentativo di evitare la dolorosa scoperta della propria debolezza e la complessità del mondo emotivo, queste persone bloccano la crescita psicologica nella fase dell’egocentrismo, inibendo in se stesse lo sviluppo dell’empatia e la possibilità di riconoscere il dolore.

Nel ventre della mamma il cucciolo sente di essere una totalità capace di auto sostentarsi, una monade in cui il sé e il mondo si compenetrano.

Dopo la nascita, i piccoli devono affrontare l’incapacità di badare a se stessi e imparare a gestire sia la dipendenza che l’autonomia.

Al loro sguardo inesperto la realtà appare incomprensibile e piena di pericoli e, per sentirsi al sicuro, cercano rifugio, protezione e aiuto tra le braccia dei genitori.

La violenza sui bambini mina la fiducia istintiva che i più piccini ripongono nella vita e crea i presupposti degli abusi e della prevaricazione.

Infatti, quando sono vittime di un’educazione basata sulla prepotenza e sull’aggressività, i bambini scoprono dolorosamente la propria fragilità e, nel tentativo disperato di sfuggire all’impotenza, identificano se stessi con l’aggressore, riproducendone dentro di sé la forza, e imitandone i comportamenti a mano a mano che diventano adulti.

Quest’assimilazione con chi detiene il potere, perpetua la violenza tramandandola da una generazione all’altra, e annienta nella psiche la dolcezza e la valorizzazione dell’innocenza.

In questo modo, la strada da percorrere per diventare grandi si trasforma in un tentativo strenuo di acquisire potere, per uscire dalla propria dolorosa condizione di debolezza.

E, una volta diventati adulti, porta a manifestare l’autorevolezza con la forza, ostentando il disprezzo per tutto ciò che è considerato fragile o diverso da sé.

Questo percorso patologico verso la conquista di un’arroganza, impropriamente identificata con la maturità, distrugge l’ascolto e la comprensione del mondo interiore.

L’emotività e la sensibilità diventano le stimmate di un’ingenuità vissuta come pericolosa, e perciò da evitare o da combattere.

L’annientamento del mondo interiore e dell’ascolto di sé affonda le sue radici nella demonizzazione della femminilità e nella cultura maschilista.

Nel maschilismo, infatti, la violenza si annida dietro la pretesa di un’indiscutibile superiorità degli uomini sulle donne, sancita in virtù di un principio divino e per questo incontestabile.

In questo modo, la gerarchia e l’oppressione s’intrecciano con la spiritualità, dando vita a una religione dogmatica e fondata sull’assolutismo di un Dio autoritario, discriminante e vendicativo.

Il maschilismo legittima ogni genere di abusi sulle donne, considerate esseri inferiori e portatrici di qualità perverse e peccaminose, e impone ai bambini e alle bambine di seguire tappe di crescita diverse.

Nel ventre materno e subito dopo la nascita, sia i maschietti che le femminucce vivono entrambi un’identificazione con la mamma e con il suo potere nutriente e amorevole ma, diventando grandi, la costruzione dell’identità sessuale imposta dalla cultura maschilista prosegue lungo binari differenti.

Infatti, mentre le bambine sviluppano la propria identità senza modificare l’identificazione materna, i maschi per sentirsi veri uomini devono negare l’identificazione con la madre e rinunciare per sempre alla propria componente femminile.

Lo strappo che questo comporta sulla psiche li costringe a disprezzare le donne, nel tentativo di prendere le distanze dalla femminilità, e costituisce la radice del machismo e della violenza.

Studi etologici e antropologici hanno dimostrato che culture diverse dalla nostra non cadono nelle trappole del maschilismo, ma integrano i valori del femminile nella personalità, senza abiurarli né demonizzarli.

Nel maschilismo tutto ciò che compete alla femminilità: la cura dei piccoli, la ricettività, l’empatia, la sensibilità, l’accoglienza… è scartato e deriso in nome della virilità, della forza e della ottusa prevaricazione di chi la possiede.

E questa è anche la ragione che spinge gli esseri umani a maltrattare gli animali.

Poiché gli animali nell’immaginario collettivo mantengono anche da adulti l’innocenza, la fragilità e la semplicità dei bambini, diventano le vittime designate di chi, per crescere, ha dovuto uccidere dentro di sé la stessa ingenuità e arrendevolezza.

Il maschilismo proclama un’arbitraria superiorità dell’uomo sulla donna e genera di conseguenza una cultura basata sul disprezzo per tutto ciò che è femminile, interiore, accogliente, ricettivo e creativo.

Il maschilismo è la radice di ogni prevaricazione e la sua diretta conseguenza: il sessismo, esprime la paura di entrare in contatto con i valori della femminilità e con il mondo interiore che la caratterizza.

Machismo, bullismo, nonnismo, sessismo, omofobia, pedofilia, specismo e pedagogia nera, sono tutte conseguenze del maschilismo e dell’affermazione di una superiorità che autorizza la prevaricazione su chi è ritenuto inferiore.

Il maschilismo è una grave patologia dell’eterosessualità, segnala l’uccisione della femminilità all’interno del sé e il bisogno di acquisire l’identità maschile nel disprezzo di tutto ciò che appartiene al mondo femminile, invece che nell’ascolto, nella comprensione e nella partecipazione emotiva.

In questo quadro, l’identificazione con la madre incarna lo spettro della debolezza, diventando un mostro da combattere e da uccidere, dapprima dentro di sé e poi nelle donne, nei bambini, negli omosessuali e negli animali.

Invece di essere la culla di un’identità che si sviluppa progressivamente attraversando la dolcezza interiore del femminile per arrivare alla determinazione e alla volontà del maschile, la prima identificazione con la figura materna diventa l’origine della fragilità e perciò l’antitesi della mascolinità, la debolezza da sottomettere per conquistare la virilità.

La mascolinità ottenuta in questo modo perde i connotati della spiritualità e dell’espressione interiore per trasformarsi nell’esaltazione di una forza brutale, priva d’immedesimazione e di tenerezza.

E chiunque si discosti da questo modello patologico e aggressivo è combattuto ed emarginato, non solo con la violenza ma anche con la derisione, l’umiliazione e l’esclusione.

La legge del padre diventa, così, una dittatura del più forte, il codice che autorizza la prostituzione e lo sfruttamento delle donne, dei bambini e degli animali, la causa dell’omofobia e la legittimazione delle persecuzioni agite contro chiunque si discosti dalla visione di una sessualità malata di dispotismo.

Forti della propria superiorità e legittimati nella violenza, gli uomini sono autorizzati ad appropriarsi del potere generativo delle donne, garantendosi una sorta d’immortalità con la certezza della propria progenie.

In questo modo esorcizzano il mistero femminile della nascita e della morte, evitando le dimensioni interiori della coscienza.

All’origine dei meccanismi patologici sottesi dal maschilismo, infatti, si nasconde la paura del potere procreativo, l’unico capace di generare la vita.

La violenza sulle donne, sui bambini, sugli omosessuali e sugli animali, fa parte di una perversione dell’eterosessualità e segnala una patologia gravissima chiamata, appunto, maschilismo.

Una patologia che impedisce la comprensione del mondo interiore e l’espressione dei valori della femminilità, negando l’accesso alla creatività e alla spiritualità.

Curare questa patologia è il compito che tutti, uomini e donne, devono assolvere per costruire un mondo privo di violenza e di abusi.

Accogliere il femminile dentro di sé, infatti, permette alla sensibilità di ritrovare il giusto riconoscimento nella psiche e porta al raggiungimento di una società libera da condizionamenti sessuali.

Una società la cui forza sia la capacità di amare e non di sopraffare, e dove la creatività sia l’unica arma in grado di vincere senza bisogno di competizioni e gerarchie.

Una società in cui il vantaggio di tutti sia il vantaggio di ognuno, perché il Tutto e il singolo sono sempre anche la stessa cosa.

Come nel grembo della mamma.

Carla Sale Musio

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Mar 21 2015

DALLA TOTALITA’ ALL’IO: identità, autostima e pericoli della pedagogia nera

Durante la vita intrauterina i bambini sperimentano una profonda simbiosi, in cui la madre e il proprio sé sono vissuti come se fossero un’unica cosa.

Nei nove mesi della gravidanza, infatti, non si è ancora formata l’identità, necessaria a leggere gli eventi come qualcosa di diverso e separato.

Nella pancia della mamma esiste il Tutto.

E nel Tutto non ci sono individualità.

Solo diventando grandi possiamo riconoscere nel grembo di una donna incinta una nuova piccola esistenza, ma questa interpretazione è molto lontana dalla percezione del nascituro che, al contrario, sente di essere immerso in una Totalità che lo avvolge e che è contemporaneamente il mondo e lui stesso.

Per il bambino non ancora nato l’identità è imprendibile e la vita è qualcosa che lo accoglie, lo contiene, lo protegge e lo manifesta.

Con il parto, però, la completezza intrauterina va in pezzi.

La nascita distrugge l’unità originaria, disintegrando il mondo e l’identità che, fino a poco prima, avevano fatto sentire il bambino forte e al sicuro.

Separato per sempre dalla Totalità, il neonato si ritrova spaesato e solo, privo di quell’abbraccio caldo e avvolgente che era abituato ad avere intorno, e in cui si riconosceva.

Ma, proprio in virtù di quell’originaria competenza, ogni bambino, atterrando da questa parte dell’esistenza, ricompone istintivamente l’unità fra se stesso e le cose.

Forte dell’esperienza vissuta durante la gravidanza, il neonato è convinto di muoversi in una realtà fondamentalmente protettiva e buona, pronta ad accoglierlo e a sostenerlo, senza riserve.

Per lui ogni evento ruota intorno ai suoi bisogni, proprio come quando si trovava ancora immerso nel liquido amniotico.

Scoprire la propria individualità, è un percorso lungo, fatto di comprensioni e apprendimenti successivi.

Un percorso che smussa progressivamente l’egocentrismo, spontaneo e naturale nei piccoli, fino a creare empatia e reciprocità nelle relazioni.

Il rapporto con la mamma e con il papà è fondamentale per il raggiungimento di un’identità separata e per l’acquisizione di una sana autostima (indispensabile a esprimere i talenti personali).

I genitori, infatti, sostituiscono, nella comprensione del bambino, quella Totalità che precede la nascita, diventando il riferimento che consente all’IO di strutturare l’individualità e al TU di prendere forma nelle relazioni.

Inizialmente i piccoli sono convinti che esista un’appartenenza fra se stessi e gli altri, e confidano fiduciosi nell’assoluta bontà di chi si prende cura di loro.

La scoperta della dualità e della diversità fra il proprio sé e il resto del mondo, è un’acquisizione progressiva e, spesso, un trauma difficile da tollerare e da gestire.

E’ compito dei genitori condurre il bambino a distinguere se stesso dalla realtà circostante, fino a comprendere la poliedricità della vita.

Ogni neonato, scopre pian piano la distanza che lo separa dalle cose e dagli altri, imparando a colmarla grazie alla profondità del legame che lo unisce alla mamma e al papà.

In un primo momento i genitori sono per lui una sorta di Divinità Onnipotente, dispensatrice del bene o del male e in grado di gestire le sorti del mondo.

Il loro amore e il loro sostegno permettono il formarsi di una visione positiva di sé e della vita, mentre la loro indifferenza o, peggio, il loro disprezzo, portano il bimbo a sentirsi immeritevole e cattivo.

E’ in questo quadro che la pedagogia assume rilevanza ai fini del raggiungimento di un profondo senso di appartenenza alla vita e nella costruzione di un mondo a misura umana, cioè basato sull’accoglienza, sulla comprensione e sulla condivisione.

Uno stile educativo coercitivo, incapace di tenere conto del sistema emotivo infantile, genera danni irreversibili nella psiche e produce una società arrogante e violenta.

Educare deriva dal latino educare e significa letteralmente: far emergere ciò che sta dentro, cioè permettere alle capacità individuali di manifestarsi, a vantaggio di chi le possiede e della comunità.

Aiutare i bambini a esprimere le proprie risorse dovrebbe essere il compito principale dei genitori, e di tutti quelli che si occupano dell’infanzia.

Purtroppo, ancora oggi, viviamo immersi in una pedagogia basata prevalentemente sui divieti e sulla disciplina, e priva della necessaria attenzione per la delicata sensibilità infantile.

Certo, imparare a rispettare le regole è un’acquisizione della maturità.

Ma le regole devono essere condivise e accettate con senso critico e con responsabilità, non subite passivamente perché imposte da un potere assoluto e incontestabile.

L’educazione dovrebbe essere: partecipazione e ascolto del mondo emotivo.

Infatti, solo dalla comprensione delle emozioni può prendere forma una società che non discrimina, capace di accogliere e valorizzare le peculiarità di ciascuno.

Per fare questo è indispensabile che gli adulti per primi si mettano in gioco, abbandonando le pretese di superiorità e imparando a gestire la propria fragilità e vulnerabilità.

Quando i grandi possono costruire con i piccoli una relazione di reciprocità, il rispetto diventa una componente inscindibile delle relazioni, e la sua diretta conseguenza è la condivisione delle  responsabilità.

Di se stessi e del mondo in cui si vive.

I bambini imparano soprattutto dall’esempio di chi si occupa di loro.

Una pedagogia autoritaria e basata sulla pretesa che gli adulti abbiano sempre ragione, istiga alla prepotenza e al sopruso, e genera un mondo fondato sulla violenza.

Prendersi cura con pazienza e con dolcezza delle proprie parti infantili, aiuta i grandi a comprendere i piccoli, e permette di creare armonia e unità nella società.

E’ vero che il bisogno di ritrovare la Totalità perduta, spinge i bambini a identificare la divinità negli adulti che si prendono cura di loro, ma questo potere dovrebbe essere accolto solo provvisoriamente e restituito ai piccoli man mano che imparano a gestire le differenze fra se stessi e gli altri.

L’accoglienza di ogni diversità, dapprima in sé e poi nel mondo, è l’unico presupposto capace di fermare la violenza che affligge la nostra società, l’unico strumento in grado di permettere alla sensibilità e alla creatività di regalarci soluzioni nuove e migliori.

Per noi e per i nostri figli.

Carla Sale Musio

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Gen 10 2014

L’ALLEGRA FATTORIA DEGLI ORRORI

Durante i rituali satanici è importante coinvolgere le vittime negli abusi compiuti contro altre vittime, in modo che per la vergogna non raccontino mai ciò che hanno visto né ciò che hanno subito.

Psicologicamente, infatti, rendere complici di un crimine significa assicurarsi la fedeltà e il silenzio.

La mafia, la ndrangheta e tutte le organizzazioni criminali in genere, si servono di questo principio per ottenere la connivenza dei propri membri.

Nel satanismo i bambini sono spesso sacrificati, sull’altare del demonio, per mano di altri bambini.

Macchiando con reati indicibili l’innocenza dei propri adepti, le associazioni criminose si garantiscono l’omertà e la complicità.

C’è un piacere perverso nel condividere la brutalità e questo deriva dall’impunità garantita dall’agire insieme.

Partecipare in gruppo alla violenza rende la percezione di quest’ultima meno grave perché implicitamente la legittima, fino a trasformarla in una normalità condivisa.

E perciò lecita.

L’energia di gruppo possiede una dinamica propria e trascina anche i più reticenti in azioni che, presi singolarmente, non si sognerebbero mai di compiere (e forse nemmeno di immaginare).

Secondo lo psicoanalista britannico Wilfred Ruprecht Bion (1897/1979) ogni gruppo agisce come un’unità a sé stante, trascinando i singoli individui in comportamenti omologati.

Il clima del gruppo condiziona la razionalità privando il pensiero della sua autonomia e uniformando le azioni agli atteggiamenti prevalenti, secondo una modalità psicotica priva di contatto con la realtà.

Le associazioni criminali conoscono bene i principi della psicologia relazionale e li usano a piene mani per perseguire i propri obiettivi.

Per ottenere un’adesione acritica e totale alle regole, queste organizzazioni

  • dapprima utilizzano l’affettività come collante per rinsaldare i legami, strutturando in questo modo la dipendenza del singolo dal gruppo: sei uno di noi, noi vogliamo il tuo bene e risolviamo i tuoi problemi

  • poi impongono l’ubbidienza, minando la sicurezza individuale con una serie di micro traumi dolorosi e progressivamente sempre più intensi: se non segui le nostre indicazioni, ti ridicolizziamo, ti disonoriamo, diamo fuoco al tuo negozio, ti facciamo saltare in aria la macchina, uccidiamo il tuo cane, tua moglie, tuo figlio, eccetera

  • fino a generare il desiderio di uniformarsi alle aspettative dell’organizzazione per liberarsi della sofferenza (indotta con l’emarginazione, la derisione, l’umiliazione e la violenza): se stai con noi e ti impegni a seguire le nostre regole non ti succederà niente e potrai contare sulla nostra protezione

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PEDAGOGIA NERA, SATANISMO E ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

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La pedagogia nera è uno strumento perverso nelle mani di chi detiene il potere, e segue gli stessi principi utilizzati dalle sette sataniche e dalle organizzazioni criminali.

Per la pedagogia nera, infatti, i bambini sono proprietà dei genitori che per il loro bene hanno il diritto di punirli, maltrattarli e umiliarli, in modo da prepararli alla durezza della vita, insegnandogli a comportarsi secondo le norme stabilite dalla famiglia.

E in seguito dall’autorità.

I neonati sviluppano un forte attaccamento verso chi si prende cura di loro e all’interno di questa relazione affettiva prende forma la dipendenza dai genitori e si sviluppano i traumi conseguenti al ritiro dell’affetto, alle punizioni, alla derisione o all’emarginazione.

Tutti i bambini, proprio come i seguaci di una setta o i membri di un’organizzazione criminosa, non possono abbandonare la famiglia senza subire persecuzioni e violenze, e questa dipendenza forzata crea in loro le premesse per l’accettazione acritica di ogni prevaricazione.

La pedagogia nera è uno strumento indispensabile per crescere generazioni di persone sottomesse ai voleri di un’autorità sentita come onnipotente e indiscutibile (proprio come quella dei genitori).

E, purtroppo, in seguito all’ampia diffusione di questo stile educativo è stato possibile legittimare il razzismo, lo specismo e l’abuso di chi è più forte su chi è più debole.

Grazie alla pedagogia nera, la nostra società, esattamente come una setta satanica o un’organizzazione criminosa, impone stili di vita e modelli comportamentali fondati sulla violenza e sulla prepotenza, senza incontrare nessuna opposizione da parte dei tanti che ne subiscono i dettami sottomettendosi di buon grado alle leggi stabilite, nel tempo, dall’abitudine, dalle consuetudini e dalla tradizione.

Poiché “si è sempre fatto così” diventa normale (e perciò legittimo) agire perpetuando la violenza, senza doversi chiedere quanto sia giusto e quale prezzo di sofferenza debbano pagare coloro che invece la subiscono.

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INNOCENTE CRIMINALITA’ QUOTIDIANA

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Fa parte delle nostre consuetudini mangiare insieme condividendo oltre al cibo anche l’affetto.

Il pranzo e soprattutto la cena, sono i protagonisti principali di ogni festa che si rispetti, rappresentano la felice conclusione delle cerimonie e delle celebrazioni, e costituiscono il momento più intimo della giornata, lo spazio in cui finalmente rilassarsi e ritrovarsi insieme.

Ma proprio durante quel momento, consacrato alla gioia e all’affettività, hanno luogo i nostri crimini innocenti, commessi senza colpa apparente e senz’apparente consapevolezza, uccidendo e torturando tante creature, ree soltanto di un’eccessiva docilità.

La nostra alimentazione si basa soprattutto su prodotti di origine animale, ottenuti con la sofferenza e con la morte d’innumerevoli esseri semplici e fiduciosi.

Una strage quotidiana il cui unico scopo è solleticare il palato degli esseri umani, coinvolgendoli in una crescente dipendenza alimentare che li rende colpevoli e conniventi, e perciò motivati a passare sotto silenzio gli abusi e le violenze necessarie a ottenere i loro pasti.

Esiste un mercato che si regge sulla violenza e sulla tortura.

Questo mercato non ha altro obiettivo che i guadagni di chi lo gestisce.

E, per tenere in piedi questo impero economico, è importante che la coscienza di chi consuma il cibo e i prodotti animali, ignori le sofferenze cui sono sottoposte le vittime di questa lucrosa economia.

Mangiare carne, latte, uova e formaggi, è un rito organizzato, indispensabile per coinvolgere nell’omertà e nell’incoscienza chi partecipa al banchetto, sostenendone i profitti.

Utilizzando lo stordimento procurato dalle sostanze alimentari e sfruttando la nostra necessità di cancellare il più in fretta possibile la consapevolezza di tante torture, i venditori di morte e sofferenza ci imboniscono con la dipendenza gustativa e ci puniscono, deridendoci, emarginandoci e umiliandoci, quando cerchiamo di liberarci dalla nostra incoscienza compiendo scelte ecologicamente più sane e rispettose della vita.

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LA FATTORIA DEGLI ORRORI

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E’ all’interno questo scenario che l’Allegra Fattoria degli Animali trova la sua collocazione, dapprima come gioco per i più piccini e in seguito come stile di vita finalizzato a nascondere il massacro di tante creature e la distruzione progressiva del nostro pianeta.

La Fattoria degli Animali è uno dei giochi più in voga tra i bambini, ne esistono tantissimi modelli di forme e materiali diversi ma, in qualsiasi modo sia stata realizzata, in ogni fattoria troviamo sempre una rappresentanza delle specie animali macellate negli allevamenti.

Ci sono: i maiali, i cavalli, le mucche, i vitellini, le galline, i pulcini, le oche…

I bambini giocano con gli animali come se fossero dei piccoli amici, li accudiscono, ci parlano, li nutrono, li mettono a dormire e condividono con loro la propria quotidianità.

Non si sognerebbero mai di mangiarli.

A nessun bambino verrebbe in mente di mangiare il suo migliore amico!

E, del resto, nella Fattoria degli Animali non esiste il macello.

Il gioco (guarda caso) non lo prevede.

Il contadino è rappresentato come l’amico dei suoi animali e non il boia.

Questo passatempo, innocente e tenero, ha un’importante funzione nella vendita e nel consumo della carne, del latte, delle uova, dei formaggi e di ogni altro prodotto animale.

Serve a nascondere l’uccisione delle altre specie dietro una falsa benevolenza e un falso rispetto.

Le immagini spensierate e sorridenti dell’Allegra Fattoria degli Animali sono le stesse che compaiono sul paté di foie gras, sull’etichetta dei salumi, sugli omogeneizzati di carne, sulla scatola dei formaggini, sulle trapunte imbottite con la piuma d’oca…

Queste graziose e simpatiche creature sono rappresentate entusiaste e felici di diventare il pasto degli esseri umani, mentre saltellano tra i prati e si trasformano in alimenti come per magia.

L’Allegra Fattoria degli Animali serve a nascondere la crudeltà degli uomini che, approfittando di una presunta superiorità, condannano a morte le specie più deboli, torturandole e allevandole per il proprio piacere, senza nessun rispetto della loro vita.

Nel gioco si attiva lo stesso meccanismo di occultamento utilizzato dalle sette sataniche e dalle organizzazioni delinquenziali.

Questo meccanismo psicologico spinge i bambini a dimenticare che la carne che hanno nel piatto appartiene ai loro amici animali, rendendoli inconsapevoli e complici degli abomini perpetuati nei mattatoi.

Per riuscire a mangiare la carne (ignorando l’omicidio necessario a ottenerla) i piccoli devono scindere il gioco dal loro pasto imparando a separare l’affettività dalla realtà.

In questo modo, nel mondo degli affetti si può amare l’agnellino che sgambetta felice in mezzo all’erba mentre, nel mondo della realtà lo sgozziamo con indifferenza davanti agli occhi terrorizzati dei suoi fratelli pronti a subire la stessa sorte.

I bambini che, nonostante tutto, riescono a cogliere l’incoerenza degli adulti e rifiutano di mangiare la carne, subiscono la pressione dei genitori che li convincono, contro la loro volontà, a cibarsi di morte e di sangue per diventare forti come papà.

Allo stesso modo degli adepti di una organizzazione mafiosa, i piccoli sono istigati a compiere i delitti necessari per diventare a pieno titolo membri della società.

La condivisione del crimine conduce sempre all’omertà e alla complicità e fa sì che, una volta diventati adulti, il papà e la mamma possano indurre i loro figli a mangiare la carne (ma anche il latte, le uova, il formaggio e tutti i prodotti di origine animale) con la stessa inconsapevole ignoranza della verità, dei loro genitori.

“Perché si sa, c’è bisogno delle proteine per vivere e quelle nobili si trovano soltanto nei prodotti animali!”

La scissione del mondo affettivo dalla realtà della vita quotidiana, consente di tener separato l’amore per gli animali dalla produzione di carne, latte, uova, eccetera, proprio come se si trattasse di due cose distinte e senza alcuna attinenza tra loro.

Nel mondo affettivo ognuno di noi ama gli animali e riconosce l’importanza della loro vita.

Nel mondo della realtà, invece, i prodotti animali atterrano sul banco dei supermercati come frutti maturi caduti dalla pianta.

Non è importante ricordarsi che alla mamma viene strappato e ucciso il vitellino, per rubarle il latte fino a ridurla allo sfinimento e mangiare la carne tenera e bianca di suo figlio.

Non è importante sapere che alle galline sono tagliati il becco e le zampe, per stiparne un numero maggiore negli allevamenti in batteria e che i pulcini maschi sono tritati vivi perché inutili alla produzione delle uova.

Non è importante sapere che le oche vengono spiumate fino a farle sanguinare in tutto il corpo per riempire di piume le trapunte dei nostri letti.

Non è importante tenere a mente come avviene la produzione di tutto ciò che mangiamo e usiamo quotidianamente.

Si sa.

In un angolo remoto della coscienza.

Lontano dal mondo degli affetti.

Lontano anche dalla verità.

La vita è dura.

Non c’è posto per i sentimentalismi.

Per vivere, la violenza è necessaria.

Lo abbiamo imparato da piccoli.

Ce l’ha insegnato la pedagogia.

Nera.

Carla Sale Musio

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Dic 29 2013

ANIMALI, BAMBINI E PEDAGOGIA NERA

E’ chiamato pedagogia nera uno stile educativo basato sulla sottomissione dei bambini agli adulti, sulla prepotenza del più forte e sull’uso delle punizioni e della durezza come metodi d’insegnamento.

La pedagogia nera fa crescere una società di soldatini accondiscendenti e impassibili, assoggettati ai voleri di un’autorità genitoriale che li sottomette con le minacce e con la paura.

Il conformismo, la dipendenza e l’annientamento della creatività sono le conseguenze più evidenti di questa educazione che castiga l’innocenza proponendo la prepotenza come stile di vita.

Le caratteristiche principali di un insegnamento di questo tipo sono la negazione della sensibilità e della realtà emotiva dei bambini e la colpevolizzazione della loro l’ingenuità e fragilità.

La pedagogia nera coltiva i semi della guerra dell’uomo con i suoi simili e con le altre forme di vita, e crea le premesse per realizzare un mondo in cui l’ostilità, il razzismo e l’olocausto dell’autenticità diventano le dominanti del vivere insieme.

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L’uomo è l’unico animale che maltratta i suoi figli per insegnare loro come si diventa grandi

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Con il pretesto di abituarli alla durezza del mondo, molti adulti trasformano la dipendenza e l’ingenuità dei piccoli in paura e aggressività.

Tutte le specie viventi assistono amorevolmente i loro cuccioli nel periodo della crescita, lasciandoli liberi, una volta diventati adulti, di essere se stessi e affrontare la vita.

Solo la specie umana prolunga la soggezione dei figli ai genitori oltre il raggiungimento della maturità.

L’obbedienza acritica imposta durante l’infanzia, rende i piccoli dell’uomo insicuri e dipendenti, e questo impedisce il raggiungimento di una reale emancipazione.

A causa di un’educazione eccessivamente rigida, l’essere umano finisce per perdere il contatto con la propria empatia e, diventato grande, sacrifica il suo naturale istinto genitoriale sull’altare dell’obbedienza e del rispetto, trasformando l’allevamento dei piccoli in una dittatura in cui ogni reciprocità è censurata.

In questo modo, l’angoscia e la denigrazione della fragilità perpetuano una pedagogia che trasforma l’accudimento dei cuccioli in un sistema di contenzione psicologica.

Da questo sistematico ottundimento della sensibilità e dal disprezzo della debolezza prendono forma lo specismo e l’abuso compiuto dall’uomo sui suoi simili e sulle altre specie viventi.

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I bambini e gli animali parlano lo stesso linguaggio

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Tutti i bambini sono istintivamente attratti dagli animali.

Bambini e animali, infatti, parlano lo stesso linguaggio emotivo e comunicano tra loro in maniera spontanea usando il corpo, il contatto, lo sguardo, il movimento e la telepatia.

Entrambi condividono un rapporto viscerale e immediato con le emozioni, sperimentandole  in tutta la loro intensità.

L’educazione basata sull’autoritarismo, sulle punizioni corporali, sulla vergogna e sulla mortificazione, costringe i piccoli a negare la propria fragilità e a identificarsi con chi detiene il potere, nel tentativo estremo di salvare la dignità e l’autostima.

In questo modo le ragioni del più forte divengono anche “le ragioni” della vittima, e i bambini, una volta adulti, tramandano da una generazione all’altra lo stile educativo appreso dai genitori, condividendone le motivazioni e cancellando dalla memoria il dolore e l’umiliazione vissuti da piccoli.

Per mantenere integra la percezione di sé, tutto ciò che in passato ha provocato sofferenza deve essere rimosso dalla consapevolezza e combattuto all’esterno, come fosse un nemico pericoloso.

Questo meccanismo di difesa, chiamato proiezione, è invece inesistente tra gli animali.

Le altre specie, infatti, mantengono l’ingenuità e l’immediatezza in tutte le età della vita, non avendo bisogno di ricorrere ad artifici psicologici per arginare un dolore conseguente all’educazione.

Il contatto costante con le proprie sensazioni fa sì che la sofferenza degli animali sia intensa, lacerante e straziante.

Come quella dei bambini.

E per questo è ignorata e misconosciuta dagli adulti della specie umana.

Proprio come quella dei bambini.

Gli animali, infatti, non modificano i propri comportamenti istintivi neanche davanti alla minaccia di un potere letale, e così diventano vittime della prepotenza e della derisione dell’uomo, che rivede e combatte nei loro atteggiamenti emotivi e sottomessi i propri bisogni infantili rimossi.

Entrambi, animali e bambini, subiscono la violenza del più forte senza potersi ribellare.

Ma i cuccioli dell’uomo, istigati dalla paura, nel tentativo di mantenere integra la stima di sé finiscono per immedesimarsi con il potere che li sottomette.

Perciò, nonostante le prevaricazioni e l’ingiustizia, crescendo ne acquisiscono le modalità coercitive.

Identificandosi con il più forte i bambini combattono in se stessi la stupidità dell’innocenza, sforzandosi di cancellarne le tracce fino a diventare in tutto e per tutto simili a chi, ai loro occhi, rappresenta l’autorità.

In questo modo gli esseri umani nascondono la debolezza e il dolore dell’infanzia diventando a loro volta dei persecutori e tramandando da una generazione all’altra le stesse modalità educative.

Tutti i bambini vivono i sentimenti con grande intensità e, non riuscendo a decifrare la logica adulta dell’apparire, delle convenienze e della censura della vita interiore,  si sentono attratti dagli animali che invece riconoscono come simili a sè.

Per i piccolissimi, infatti, proprio come per gli animali, vivere ed esprimere un’emozione è un atto unico e immediato, un modo di essere e sperimentare l’esistenza.

Soltanto crescendo i cuccioli dell’uomo forzeranno il loro sistema emotivo fino a scindere la sensibilità interiore dagli atteggiamenti esteriori, sviluppando comportamenti più mediati e artefatti e, perciò, socialmente più accettabili.

Sia i bambini molto piccoli che gli animali, condividono una spontaneità che li rende vulnerabili e soggetti alla prepotenza del più forte.

Negli animali questa caratteristica non si perde.

Mai.

Nemmeno con la crescita.

Nella specie umana, invece, l’ascolto profondo e immediato del mondo emotivo scompare progressivamente, per cedere il posto a un più maturo falso sé, in grado di nascondere gli stati d’animo inappropriati al contesto sociale.

La capacità di censurare i sentimenti trasformandoli in concetti privi di emotività è una prerogativa dell’umanità.

Gli animali non deformano la propria interiorità, e il loro stile comunicativo è sempre basato sulla sincerità e sull’immediatezza emotiva.

Questo diverso modo di gestire le emozioni, è la radice del razzismo e dello sfruttamento agito dall’uomo sulle altre specie viventi.

Per mantenere l’impassibilità e il distacco, infatti, gli esseri umani devono chiudersi sempre di più all’ascolto delle emozioni ed evitare ogni empatia con ciò che potrebbe richiamarne la memoria.

L’occultamento della sensibilità e la conseguente perdita dell’autenticità, sono le cause dell’incapacità umana nel comprendere e rispettare gli altri animali.

Poichè gli animali non perdono mai il contatto con il mondo emotivo e sensitivo l’uomo li maltratta e li disprezza, proprio come maltratta e disprezza le parti emotive e sensitive dentro di sé.

La pedagogia nera è la causa dell’insensibilità che ha snaturato gli esseri umani dalla propria ricchezza interiore imprigionandoli dentro una gabbia d’indifferenza.

I suoi criteri educativi generano un mondo popolato da automi pronti a combattere negli altri la sensibilità e la debolezza e a sottomettersi passivamente all’autorità del più forte.

Per uscire da questo pericoloso automatismo pedagogico e liberarsi dalla prigione del falso sé, è indispensabile cambiare il  rapporto educativo con i bambini e sostituire alla prepotenza e alla coercizione, la comprensione e la condivisione della fragilità e l’ascolto delle emozioni.

Soltanto dalla capacità di sostenere la propria vitalità emotiva e dall’accettazione del dolore e della debolezza, può prendere forma un mondo migliore, capace di accogliere senza emarginare.

Il rispetto di tutte le razze e di ogni diversità, è la conseguenza di un profondo cambiamento interiore e nasce dall’ascolto del proprio cuore e dall’accettazione della complessità che caratterizza la vita emotiva.

Degli uomini come degli animali.

Una collettività senza sentimenti conduce alla violenza e alla legge feroce del più forte.

Soltanto una società capace di riconoscere il valore della sensibilità e in grado di rispettare la debolezza, potrà aprirsi alla considerazione e all’accoglienza di tutte le emozioni e di tutte le culture.

A chiunque appartengano.

Carla Sale Musio

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Giu 22 2013

NON SI DEVE FAR PIANGERE I BAMBINI

Un bambino che piange esprime il dolore e cerca qualcuno che lo aiuti a gestirlo.

Lasciarlo piangere senza dare importanza alle sue lacrime, significa ignorare quella sofferenza.

Vuol dire non vedere le emozioni che prova, abbandonandolo da solo con la sua disperazione.

E questo è vero soprattutto quando si tratta di un neonato o di un bimbo di pochi mesi.

Tanti genitori lasciano piangere i loro figli, credendo impropriamente di aiutarli a diventare più forti e cercando, in questo modo, di evitare che crescano capricciosi e viziati.

Purtroppo, non si rendono conto dei danni che questa loro indifferenza produce nella psiche delicata dei bambini.

Per i bambini, i genitori sono i depositari della saggezza e di ogni conoscenza.

Quando la mamma e il papà ignorano il loro pianto e il loro dolore, per i piccoli significa che quei sentimenti non hanno diritto di esistere. Vuol dire che sono emozioni sbagliate e che, perciò, non si devono provare.

Ma non provare un’emozione è impossibile.

L’emozione è una risposta spontanea e inevitabile prodotta dal sistema emotivo davanti a una situazione che ci coinvolge.

Non è possibile impedire le emozioni. Si può soltanto anestetizzare la propria percezione.

Lasciare piangere i bambini, produce un dolore ancora maggiore, perché alla sofferenza che genera il pianto, si aggiunge il dolore della solitudine e dell’abbandono.

L’angoscia dei piccoli è totalizzante, pervasiva e devastante perché le capacità cognitive non si sono ancora formate e, di conseguenza, la linearità del tempo, con il suo prevedibile prima e dopo, non si è strutturata.

Quando i bambini sono molto piccoli, ogni emozione esiste in un tempo che non ha termine e del quale è impossibile immaginare la fine.

Il dolore dei bambini è un dolore per sempre.

Se la mamma e il papà non li aiutano a gestirlo, a comprenderlo e ad accettarlo, i piccoli sono costretti a censurarlo, impedendo a sé stessi di percepirlo e di superarlo, e creando in questo modo un’anestesia emotiva che blocca l’empatia e inibisce la sensibilità.

Questa patologica sordità affettiva, che i genitori inducono nei bambini lasciandoli piangere, troppe volte è chiamata impropriamente: “educazione”.

Ma di educazione non si tratta per niente!

E’ piuttosto un abbandono.

E produce, come conseguenza, un’insensibilità emotiva che indurisce il cuore, facendo crescere generazioni di adulti indifferenti e poco empatici, sicuri di sé nei comportamenti stereotipati e gregari ma spaventati davanti all’espressione della propria autenticità interiore.

Quando i bambini sono lasciati soli ad affrontare la propria disperazione, smettono di condividere il dolore e non piangono più.

Ma questa censura emotiva non può essere definita educazione.

Si tratta, invece, di una patologia che gli psicologi definiscono: surgelamento emotivo.

Dal punto di vista psicologico, infatti, la manifestazione delle emozioni è espressione dell’equilibrio emotivo e della salute mentale, mentre la loro negazione, repressione e censura, segnala una disfunzione che porta con sé la difficoltà a condividersi e a fare relazione.

Gli psicopatici, i serial killer, i sadici… sono vittime di un grave surgelamento emotivo, in quanto hanno bloccato in se stessi la percezione delle emozioni e sono privi di empatia.

Lasciar piangere i bambini non li rende immediatamente degli psicopatici, ma contribuisce ad anestetizzare la loro sensibilità e li porta a sviluppare indifferenza davanti al dolore, trasformando l’empatia in una fastidiosa condivisione di sentimenti inutili.

Quando il dolore non può essere espresso, non è nemmeno possibile risolverlo.

Ci si mette una bella pietra sopra e non se ne parla più.

Ma non scompare.

E’ ricacciato nell’inconscio, nascosto alla coscienza, e si traduce in un’incapacità nel provare amore.

Lasciare piangere i bambini, produce adulti in difficoltà davanti alle emozioni, proprie e degli altri, ed è il presupposto per lo sviluppo di questa nostra società malata di cinismo e indifferenza.

I genitori premurosi e attenti non viziano i loro bambini. Li ascoltano, li comprendono e spiegano con pazienza le ragioni delle proprie scelte, senza lasciarli in balia di emozioni che ancora non comprendono e che devono imparare a gestire.

Ascoltare i bambini non significa viziarli.

Quelli che impropriamente vengono definiti bambini viziati, sono bambini cresciuti nell’indifferenza e nel disinteresse dei grandi.

Bambini che gli adulti preferiscono ignorare, dandogliele tutte vinte, piuttosto che impegnarsi a spiegare le proprie scelte e fermarsi a comprendere le loro.

L’educazione non è una forma militare di addestramento all’obbedienza.

Educare significa aiutare i piccoli a manifestare le proprie qualità e i propri talenti in modo da poterli condividere con la comunità.

Per fare questo non c’è bisogno di lasciar piangere i bambini, è necessario, invece, dedicargli del tempo per comprendere le ragioni del pianto, per accogliere il loro dolore e per aiutarli a superarlo sviluppando comportamenti che ancora non conoscono e che devono essere sperimentati insieme.

Basta guardare gli animali per rendersi conto che, in natura, nessuna mamma abbandona i suoi cuccioli quando piangono.

Le mamme animali curano i loro figli amorevolmente e con grande dedizione.

Soltanto quando i piccoli hanno imparato a muoversi autonomamente, arriva il momento dello svezzamento e possono permettere loro una maggiore indipendenza.

Gli esseri umani, invece, ritengono di essere superiori alle altre specie animali ma poi, sommersi dal proprio eccessivo intellettualismo, dimenticano i più elementari criteri dell’affetto e dell’accudimento della prole, dimostrando, purtroppo, una scarsa intelligenza emotiva.

Lasciare piangere i bambini è un atto disumano che insegna con l’esempio l’indifferenza e la crudeltà, facendo crescere adulti patologici, privi di sensibilità e inconsciamente torturati dalla solitudine. 

Carla Sale Musio

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“NON SI DEVE… viziare i bambini!” 

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NON SI DEVE PICCHIARE I BAMBINI

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Nov 12 2012

“NON SI DEVE… viziare i bambini!”

“Non prenderlo in braccio!”

“Lascialo piangere!”

“Non dargli il ciuccio!”

“Non imboccarlo!”

“Digli di no e fatti rispettare!”

“Lascia che si addormenti da solo!”

“Non c’è bisogno che gli spieghi tutto!”

“Non dargliela sempre vinta!”

“Non viziarlo!”

I buoni consigli ingabbiano le mamme dentro una prigione di prescrizioni il cui fine ultimo è sempre quello di insegnare il rispetto e la disciplina ai bambini.

Come se i bambini fossero dei barbari da addestrare e non persone con un cuore e una sensibilità da coltivare.

Viziare è una parola carica di pericoli.

Letteralmente significa: “alterare, deformare, guastare…” e nell’immaginario comune evoca scenari caotici, ricordi di bambini antipatici e prepotenti in balia di genitori votati al sacrificio.

Ma nella realtà educativa è una parola priva di senso.

Infatti, non si può “viziare un bambino”.

Si può maltrattare un bambino oppure lo si può coccolare.

La pedagogia nera trova sbagliato coccolare i bambini e ritiene giusto, invece, educarli con durezza e con freddezza per abituarli già da piccoli alle difficoltà della vita.

La pedagogia nera è causa di tante sofferenze e ha fatto crescere generazioni di bambini nella paura e nella violenza.

Coccolare i bambini è indispensabile.

I piccoli hanno un sistema emotivo ancora privo di difese e perciò più sensibile e delicato di quello degli adulti.

Le coccole sono il nutrimento dell’amore, la prima e più grande fonte di benessere psicologico.

(Questo vale per tutti, sia adulti che bambini)

I bambini devono imparare a dare e ricevere amore e possono farlo proprio grazie alle coccole.

Le coccole non sono MAI troppe!

Tenere in braccio i bambini, consolarli quando piangono, permettergli di succhiare il ciuccio o il dito, spiegare le ragioni dei divieti e delle regole… sono modi per farli sentire protetti e al sicuro.

Servono per aiutarli a crescere in un clima di fiducia, rispetto e condivisione.

I genitori hanno il compito di far sentire amati i più piccini. Devono aiutare i bambini a sviluppare una sana autostima e un buon ascolto dei propri stati d’animo.

Per fare questo non esiste una regola.

Ogni momento è diverso dall’altro e bisogna adattare i comportamenti alle situazioni che si stanno vivendo.

Il fine, però, è l’obiettivo che sottende ogni metodologia pedagogica e il fine che sta dietro ai comportamenti educativi è importante.

L’obiettivo della pedagogia nera è quello di crescere adulti ubbidienti e sottomessi alla volontà di chi è più forte.

Il fine di una educazione sana, invece, dovrebbe essere quello di favorire la condivisione, la cooperazione, la comprensione e la reciprocità.

Tutto questo potrà avvenire soltanto quando i bambini cresceranno in un clima di fiducia.

Insegnare ai bambini a fidarsi, di se stessi e di chi hanno intorno, è il presupposto indispensabile per realizzare una società capace di accogliere e di non discriminare, di amare e di non emarginare, di condividere e di non prevaricare, di costruire insieme e di non abusare.

La fiducia è il punto di partenza per un mondo migliore.

Si crea lasciando spazio all’amore.

Le coccole sono l’espressione della tenerezza e dell’affetto.

Il fondamento su cui può nascere la fiducia.

Coccolare i bambini è importantissimo.

Nella ricetta per un mondo migliore è un ingrediente fondamentale.

L’amore è fatto di tante piccole attenzioni.

I bambini ne hanno bisogno per vivere.

Per imparare come si fa ad amare.

E per diventare adulti capaci di condividere la sensibilità.

Non esistono bambini viziati.

Ci sono bambini amati e bambini lasciati in balia di se stessi.

Spesso l’indifferenza è fatta di troppi sì, detti senza attenzione.

L’amore è partecipazione, condivisione e impegno.

I bambini che sono molto amati diventano adulti capaci di amare molto.

I bambini abbandonati a se stessi crescono cercando di colmare il vuoto lasciato dal disinteresse dei grandi.

E diventano adulti bisognosi, in cerca di possedere col denaro quello che i soldi non possono comprare.

L’amore dato ai bambini costruisce un rifugio permanente davanti alle difficoltà della vita.

La durezza e l’eccessiva severità sbriciolano l’autostima e lasciano ferite permanenti, voragini di dolore che danno forma a tante difficoltà nella vita.

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Nov 01 2012

ADULTOCENTRISMO

Un modo di pensare inflessibile e coercitivo si annida in quei metodi educativi basati sull’uso delle punizioni e sul rispetto incondizionato di regole stabilite senza tante spiegazioni.

E’ chiamato adultocentrismo e fa parte di un’ideologia educativa che colloca gli adulti al centro del mondo imponendo ai bambini di adeguarsi al loro stile di vita.

L’adultocentrismo ci porta a guardare le cose esclusivamente dal punto di vista dei grandi senza considerare né rispettare la vita emotiva dei piccoli.

Sia l’adultocentrismo che la pedagogia nera basano i loro presupposti su una rigida struttura di potere, e così facendo perpetuano realtà dominate dalla violenza e dalla mancanza di comunicazione.

Nell’adultocentrismo, infatti, il trauma (conseguente ai maltrattamenti fisici e alla mancanza di comprensione e dialogo) è considerato parte integrante dell’educazione, necessario a temprare il carattere e a forgiare adulti “ubbidienti e rispettosi”, sottomessi alla volontà del più forte.

Questo tipo di pedagogia, purtroppo, mira a eliminare tutte le peculiarità dell’infanzia, a vantaggio di un pensare incasellato e preordinato, funzionale a far crescere bravi soldatini che da grandi rispetteranno le gerarchie ed eseguiranno gli ordini senza discutere.

Sono metodi educativi che, purtroppo, ignorano le peculiarità della psiche infantile e considerano i bambini alla stregua di “piccoli adulti”, da addestrare e plasmare assecondando le esigenze di chi è più anziano.

Secondo i più comuni presupposti adultocentrici, i bambini devono sempre ricordarsi che:

  • L’ultima parola spetta a chi è più grande.

  • Si devono rispettare gli adulti, anche quando ci mancano di rispetto.

  • Piangere, lamentarsi e ascoltare i propri bisogni interiori, è segno di debolezza.

  • Si può ridere e divertirsi, solo quando i grandi lo ritengono giusto (cioè in occasioni stabilite: feste, spettacoli comici, eventi particolari).

  • Conviene parlare poco e quando è strettamente necessario.

  • Prima bisogna assolvere tutti i compiti assegnati e solo dopo, se rimarrà tempo, si potrà pensare a giocare.

  • E’ meglio stare zitti e possibilmente non fare troppo rumore.

  • La sensibilità denota stupidità, è preferibile non averla e non bisogna MAI mostrarla.

  • Eccetera…

In tutte queste norme di comportamento, l’ascolto e la condivisione delle emozioni e della vita interiore sono totalmente assenti.

I bambini devono adeguarsi ai comportamenti dei grandi e i genitori sono incoraggiati a usare punizioni, umiliazioni e castighi piuttosto che comprendere i bisogni dei propri figli e costruire con loro un rapporto di fiducia, condivisione e dialogo.

La realtà emotiva è ignorata, la sensibilità è giudicata d’intralcio e perciò da combattere, la fantasia è ritenuta pericolosa e fuorviante.

Tutto questo si ripercuote inevitabilmente sulla personalità in formazione dei più piccini, creando innumerevoli danni nello sviluppo della personalità, dell’autostima e del senso di efficacia personale.

A causa di queste regole coercitive, considerate impropriamente educative, nel corso del tempo, tante generazioni di bambini (oggi diventati adulti psicologicamente sofferenti) hanno subito mortificazioni e prevaricazioni da parte di chi avrebbe avuto, invece, il compito di tutelarli e di proteggerli.

Le conseguenze di questa educazione autoritaria e repressiva sono state devastanti perché, tramandandosi da una generazione all’altra, hanno creato un mondo sempre più carico di prepotenza.

Un mondo che abiura la sensibilità, mortificando l’empatia e deridendo i sentimenti teneri, la gentilezza, la disponibilità, l’altruismo e la comprensione.

Un mondo che, negando la verità dell’infanzia e disprezzandone le caratteristiche, nasconde il dolore e la realtà delle emozioni.

Un mondo in cui prevalgono la discriminazione, il razzismo e lo sfruttamento di ogni forma di vita.

Un mondo che reprime la tenerezza e costringe chi ha un cuore a nascondersi dietro una maschera di impassibilità o, peggio, a ricorrere ai farmaci nel tentativo di zittire la propria sensibilità.

Un mondo che rispecchia la legge del più forte con la quale sono stati allevati i bambini.

La vita intima, la realtà interiore, l’emotività e tutto ciò che riguarda l’impalpabile ricchezza della sfera affettiva, sacrificato sull’altare del controllo e della razionalità, è oggi considerato inesistente e ridicolizzato.

Superare l’adultocentrismo, significa costruire con pazienza una cultura nuova, basata sull’ascolto dei bambini, sulla comprensione e sulla tolleranza della diversità e sull’integrazione e il rispetto della realtà interiore, sia dei piccoli che dei grandi.

Per uscire dalla spirale di violenza che oggi sta devastando la nostra società, bisogna partire dalle radici e dare forma a una cultura della sensibilità, consapevole che solo gli adulti in grado di accettare il proprio mondo interiore potranno aiutare i bambini a crescere, accogliendone l’emotività senza reprimerla e senza traumatizzarla.

Una cultura cosciente che la forza di un uomo sta nell’accettazione della propria debolezza e non nella sopraffazione.

Una cultura capace di condivisione, fratellanza e rispetto per tutti gli esseri viventi: bambini e adulti, uomini e donne, esseri umani e animali.

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