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Nov 13 2017

COME SCEGLIERE UNO PSICOLOGO

La decisione di contattare uno psicologo è sempre un momento difficile che arriva dopo innumerevoli tentativi di risolvere da soli i problemi e si accompagna alla sensazione di non avere altra scelta.

Mettere la propria vita in mano a una persona sconosciuta non è semplice, presuppone il coraggio di raccontare il disagio interiore e richiede fiducia nelle competenze di chi ascolta.

Il legame che unisce lo specialista e chi gli chiede aiuto avviene tra persone impegnate a risolvere lo stesso problema e coinvolge profondamente la sfera affettiva.

Una relazione terapeutica non riguarda esclusivamente il rapporto professionale: è un modo di condividersi e stare insieme diverso da qualunque altro.

E questo vale sia per il professionista sia per il cliente, anche se i ruoli e le modalità interattive sono diverse.

Gli argomenti che raccontiamo nel segreto della psicoterapia, infatti, non sono quelli di cui parliamo con gli amici, i parenti, il medico, il sacerdote o il nostro partner.

Le idee prendono forma nel corso dei colloqui e producono una profonda trasformazione interiore.

È difficile spiegare quello che succede durante un percorso di crescita personale.

A uno sguardo superficiale i colloqui clinici potrebbero apparire delle chiacchierate informali, spesso prive di un filo logico e consequenziale.

Tuttavia lo scambio tra il terapeuta e il paziente è un dialogo intimo, fatto di associazioni, di ricordi, di sensazioni impercettibili e di vissuti che si muovono fuori dal tempo, in una dimensione sincronica e inconscia.

Durante le sedute si utilizza prevalentemente l’emisfero destro del cervello, quello della creatività e delle emozioni.

La logica, che appartiene all’emisfero sinistro, agisce dietro le quinte indirizzando le domande del terapeuta in modo da suscitare risposte spontanee, immediate e libere da censure.

Un bravo psicologo deve saper ascoltare e deve saper individuare le risorse necessarie all’emergere dei cambiamenti.

In questa professione la preparazione, l’aggiornamento, la ricerca e lo studio sono importantissimi.

Ma ciò che è davvero IMPRESCINDIBILE è la capacità di mettersi in gioco lasciando emergere dentro di sé le stesse problematiche di chi chiede aiuto.

Naturalmente l’esplorazione personale deve avvenire senza coinvolgere l’altro nei propri vissuti, esaminando in se stessi le medesime difficoltà sia durante il lavoro clinico sia nella solitudine.

E questa è la parte più difficile, la caratteristica che fa di uno psicologo: uno strumento efficace al servizio del paziente.

Nessuno può curare ciò che non è disposto ad accogliere dentro di sé.

Questo non vuol dire che un terapeuta debba fare le medesime esperienze di chi gli chiede aiuto.

Ciò che occorre è la capacità di sedersi dall’altra parte della scrivania, sperimentando sulla propria pelle cosa si prova quando ci si rivolge a uno specialista della psiche.

Uno psicologo che non va dallo psicologo non è un bravo psicologo.

Perché nessuno può aiutare un altro a risolvere i propri problemi se non possiede l’umiltà necessaria per chiedere aiuto a sua volta.

Nelle professioni sociali questa è una delle risorse più importanti e meno facili da individuare.

Nel curriculum professionale si riportano i titoli di studio, le specializzazioni e le esperienze lavorative ma non è necessario rispondere alla domanda:

“Quali percorsi di crescita personale hai fatto e quali stai seguendo attualmente?”

Eppure questa informazione è cruciale per comprendere lo spessore emotivo della persona a cui abbiamo deciso di affidare la nostra intimità e la nostra sofferenza interiore.

Per scegliere uno psicologo che sia veramente BRAVO è necessario conoscere il suo orientamento professionale e le sue competenze lavorative ma è INDISPENSABILE sapere quali siano stati i suoi terapeuti e da quanto tempo è (o non è) in terapia.

(Se non si è sottoposto a un trattamento personale per un periodo più lungo di due anni… probabilmente conviene diffidare!)

Per svolgere bene questo mestiere, infatti, è necessario affrontare periodicamente un training personale con un collega preparato e altrettanto capace di mettersi in discussione.

Non è possibile trascorrere le giornate ad ascoltare i problemi degli altri senza esserne coinvolti e senza individuarne le risonanze nel proprio mondo interiore.

Un bravo psicologo non si vergogna di essere seguito in psicoterapia: sa che i pazienti sono i più grandi maestri perché in questa professione (come nella vita) ogni persona incarna una verità che implora di essere riconosciuta e accettata.

Dapprima dentro di sé.

E poi negli altri.

Carla Sale Musio

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Mag 15 2017

“Ok… ma, ora che lo so, cosa devo fare?!” (Dubbi e dilemmi sulla psicoterapia)

Durante il lavoro clinico mi capita spesso di sentirmi rivolgere questa domanda da chi è ansioso di risolvere al più presto il proprio malessere.

Seguendo un’impostazione medica, ci si aspetta che la ricerca delle cause della sofferenza psicologica sia la premessa per individuare una cura che condurrà alla guarigione.

L’idea che il corpo funzioni come una macchina, permea le nostre credenze fino a convincerci che qualsiasi guasto possa essere aggiustato da un bravo meccanico.

Della mente come delle auto.

Nell’immaginario collettivo è difficile accettare che la psiche sia qualcosa di diverso da un congegno dove i pezzi danneggiati vanno riparati per ripristinarne il corretto funzionamento.

Dal punto di vista psicologico, però, la coscienza è molto di più che uno strumento necessario per muoversi nel mondo.

La consapevolezza di sé fa parte di un percorso interiore che si snoda lungo l’arco di tutte le esperienze, fino a disegnare quel significato intimo e profondo che rende unica ogni esistenza.

La conoscenza della realtà emotiva è indispensabile per comprendere la sofferenza psicologica.

Ciò che provoca dolore, infatti, è proprio la mancanza di attenzione per i vissuti profondi (nostri o degli altri).

La vita intima è composta da innumerevoli aspetti, spesso in conflitto tra loro.

L’ascolto delle esigenze di ogni singola parte di noi stessi costituisce la chiave che permette di ritrovare l’armonia nel mondo interno e in quello esterno.

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Ma cosa significa: ascoltare le esigenze interiori?

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Come si fa ad ascoltare qualcosa che non si può localizzare, toccare, misurare, pesare, guardare?

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Dare una risposta a queste domande è impossibile.

Per rispondere è necessario cambiare codice e riformulare la domanda.

I sensi fisici, infatti, non possono cogliere gli stati d’animo.

Il mondo della psiche non è materiale, è qualcosa che… si sente dentro.

Proprio come non si può pesare l’acqua con un metro o misurare una stanza con una bilancia, non è possibile valutare le percezioni interiori usando i parametri della fisicità.

La sensibilità è fatta di sensazioni.

E le sensazioni devono essere sentite intimamente.

Come l’amore.

Non è possibile misurare l’affetto, la tristezza, la gioia, la malinconia, la nostalgia, la commozione.

I sentimenti vanno vissuti, perché solo sperimentandoli sulla propria pelle diventa possibile riconoscerne la qualità e l’intensità.

La mente razionale si sforza di classificare le emozioni, di nominarle, di condividerle e di padroneggiarle.

Questo lavoro è utile e ci permette di gestire, almeno un poco, il caos che talvolta caratterizza gli stati d’animo.

Tuttavia, quando andiamo a recuperare i ricordi e le sensazioni che hanno dato origine ai sintomi psicologici, dobbiamo immergerci di nuovo in quel caos e lasciarci trascinare dalle correnti interiori perché, solo così, diventa possibile sbrogliare i nodi che imprigionano il presente nel passato e che impediscono alle nostre potenzialità di esprimersi in tutta la loro interezza.

Durante le sedute di psicoterapia spesso percorriamo a ritroso la strada della vita e, dai disagi del presente, scivoliamo nel passato, alla ricerca delle trame che bloccano la naturale espressività individuale.

L’ascolto delle percezioni, presenti e passate, permette di riordinare le emozioni e di archiviare nell’album dei ricordi le esperienze spiacevoli, liberando la quotidianità dalle zavorre traumatiche che oggi non le appartengono più.

Quando il viaggio nel mondo interiore si svolge con partecipazione e coinvolgimento, la sfera affettiva affiora alla coscienza e il dolore di un tempo torna a galla.

In questo modo può essere riconosciuto, accolto e archiviato.

Come una pietra preziosa.

“Il loto cresce nel fango” ci ricorda una famosa metafora buddista.

Il dolore si trasforma in una chiave che aiuta a crescere e a sviluppare comprensione, profondità, attenzione, equilibrio e sapienza.

Questo lavoro (emotivo e poco razionale) è il cuore di una terapia efficace, il sentiero che favorisce il cambiamento e conduce a un miglioramento della qualità della vita.

Quando invece la mente logica interferisce eccessivamente per analizzare e sezionare ogni esperienza, i ricordi sono privi di emozione e questo trasforma il percorso clinico in un disquisire esclusivamente cerebrale.

In questi casi (poiché la ragione non è strutturata per comprendere i parameri del cuore) il cambiamento non può avvenire, i sintomi psicologici non regrediscono e la qualità della vita non migliora.

Si tratta di terapie prive di risultati, in cui, purtroppo, la descrizione dei fatti e il controllo razionale sostituiscono l’ascolto emotivo a discapito di un reale cambiamento.

Ciò che dà origine alla guarigione, infatti, è proprio la possibilità di rivivere nel presente i sentimenti di un tempo, riconoscendone l’origine e l’intensità.

Da questo processo prende il via una trasformazione spontanea e destinata a durare nel tempo.

L’ascolto intimo e partecipe è l’essenza di un lavoro introspettivo efficace.

Non c’è qualcosa da fare.

C’è qualcosa da sentire.

Si tratta di un percorso che è difficile condividere o spiegare, perché tradurre in parole le emozioni è riduttivo.

Il cuore ci parla con un linguaggio poco scientifico e poco ripetibile.

Ognuno di noi è unico, speciale e diverso da chiunque altro.

Per questo, il mondo interiore non è riconducibile a una mappa o a una ricetta prestabilite.

Durante i colloqui clinici, il terapeuta e la persona che chiede aiuto devono avventurarsi insieme nelle profondità dell’inconscio, fino a trovare i tanti sé che popolano la vita psichica, e assegnare a ciascuno il proprio spazio e il proprio posto nella consapevolezza.

Osservare dal centro di se stessi questo ottovolante interiore, permette all’io cosciente di utilizzare tutte le risorse a sua disposizione, sostenendo la tensione degli opposti senza essere trascinato a identificarsi con l’uno o con l’altro aspetto della propria cangiante poliedricità.

È un lavoro in continua evoluzione, un percorso che non finisce mai e che ci accompagna a scoprire il significato nascosto dietro ogni cosa, piccola o grande.

In questa costante scoperta di sé si svela la creatività che intreccia il nostro destino, e prende forma una profonda autenticità.

Il riconoscimento della propria vita interiore rende capaci di affrontare anche le situazioni difficili con un entusiasmo che scaturisce dalla totalità delle nostre risorse e che permette di scoprire soluzioni nuove davanti ai problemi di sempre.

Carla Sale Musio

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Giu 16 2014

PAZIENTI O MAESTRI?

Prendere un appuntamento con lo psicologo è sempre un momento temuto e difficile.

L’orgoglio ci spinge a trovare da soli le soluzioni ai problemi che ci tormentano, mentre l’idea di chiedere aiuto a uno sconosciuto (anche se laureato e specializzato) ci fa sentire incapaci e falliti.

Così tendiamo a rimandare il momento fatidico della telefonata e, quando (dopo innumerevoli tentativi di soluzione andati a vuoto) siamo costretti ad arrenderci e a comporre il numero del terapeuta, l’autostima è a brandelli e un senso d’impotenza permea rovinosamente l’identità.

E’ con questo stato d’animo che tante persone approdano per la prima volta nello studio dello psicologo.

Camminando a testa bassa e sentendosi così inadeguate… da essere costrette a delegare a un altro la gestione della propria vita!

Ma la scelta di mettersi in discussione affrontando un percorso di cambiamento, agli occhi di chi passa le giornate a esplorare l’animo umano, appare  completamente diversa.

Ci vogliono forza e determinazione per abbandonare le proprie difese fronteggiando la paura del giudizio e del rifiuto, e rivelando la propria anima senza censure.

Raccontare con onestà la verità su di sé, evitando di nascondere i punti deboli per sembrare migliori, presuppone una grande capacità di mettersi in gioco.

Affrontare le proprie parti immature e il cambiamento necessario a trasformarle, è un’impresa difficile e coraggiosa, che non tutti sono in grado di portare avanti, lungo quel viaggio dentro se stessi chiamato: psicoterapia.

Questo coraggio e questa capacità hanno un valore inestimabile.

Soprattutto agli occhi di uno psicologo.

Chi fa il nostro mestiere, infatti, DEVE periodicamente sostenere l’esperienza personale della psicoterapia, sperimentando sulla propria pelle, seduto dall’altra parte della scrivania, il disagio e l’incertezza nel rivelarsi davanti a un altro essere umano.

Questo continuo confrontarsi e affrontare le proprie parti deboli e ombrose, insegna ai terapeuti a prendere contatto con le profondità del mondo interiore ed è un presupposto indispensabile per lavorare con la psiche.

Propria e degli altri.

Uno psicologo deve apprendere sul campo a non giudicarsi (e, di conseguenza, a non giudicare) e sperimentare personalmente cosa si prova nel mettere a nudo la propria vulnerabilità.

Senza orpelli e senza veli.

Imparando ad accettare e a trasformare le parti immature di sé, si diventa capaci di accogliere la diversità (dapprima in se stessi e poi negli altri) e si sviluppano le risorse necessarie a valorizzare i talenti e la creatività.

Per questo, ogni paziente che varca la soglia dello studio di psicoterapia, è sempre un guerriero, capace di sfidare i nemici interni e di affrontare il caos e la paura che accompagnano il cambiamento.

L’autenticità di chi si immerge con coraggio nella propria ricerca interiore, insegna al terapeuta che assiste e supporta il processo, l’onestà e il valore di essere se stessi.

Ogni individuo è diverso, unico e speciale.

E ogni paziente offre a chi lo segue un’occasione di apprendere e di migliorarsi.

Uno psicologo nutre sempre una profonda gratitudine per tutti coloro che gli hanno permesso di assistere al proprio percorso di cambiamento.

Ognuno, infatti, ci indica una strada verso l’evoluzione interiore, regalandoci l’opportunità di diventare migliori mentre combattiamo insieme le stesse battaglie.

Chi di mestiere ha scelto di fare lo psicoterapeuta, deve costantemente lavorare su se stesso e coltivare la propria crescita emotiva fino a comprendere che ogni persona è un Maestro, venuto a indicare una via di trasformazione e a illuminare un aspetto diverso della nostra anima.

Carla Sale Musio

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MA COSA SI FA DA UNO PSICOLOGO?

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MA E’ GIUSTO PORTARE I BAMBINI DALLO PSICOLOGO?

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Gen 09 2012

MA E’ GIUSTO PORTARE I BAMBINI DALLO PSICOLOGO?

Bambini afflitti da problematiche psicologiche, ancora in via di sviluppo e già dallo psicologo!

Che brutta visione…

Purtroppo, una concezione molto all’antica considera gli psicologi alla stregua degli psichiatri e cioè, nell’immaginario comune, medici che curano i matti!

Impropriamente si accomunano psichiatri e psicologi.

Viceversa, si tratta di due professionalità molto diverse.

 

  • Lo psichiatra è un medico che ha studiato alla facoltà di medicina e poi ha preso una specializzazione in psichiatria. Si occupa delle patologie mentali degli adulti e, essendo un medico, può prescrivere gli psicofarmaci.

  • Chi cura le patologie mentali dei bambini è, invece, il neuropsichiatra. Anche lui è un medico che, dopo essersi laureato in medicina, ha preso una specializzazione in neuropsichiatria infantile.

  • Lo psicologo invece, non è un medico, ha studiato alla facoltà di psicologia e si occupa di psiche e salute mentale.

  • Lo psicologo clinico, dopo essersi laureato in psicologia, ha preso una o più specializzazioni in psicologia clinica (cioè in quella branca della psicologia che studia la personalità, il carattere e i comportamenti) e segue sia gli adulti sia i bambini. La psiche degli adulti, infatti, é sempre una conseguenza di quella dei bambini. Lo psicologo non usa i farmaci.

Come si può intuire da questo specchietto, i bambini non vanno mai dallo psichiatra ma dal neuropsichiatra o dallo psicologo.

Però, andare dallo psicologo è molto diverso che andare dal neuropsichiatra.

Lo psicologo è una figura di aiuto e sostegno alla salute mentale. Figura che è prevista anche in ambito scolastico.

Il neuropsichiatra, invece, si occupa delle patologie infantili e le scuole lo interpellano solo nei casi di handicap.

Lo psicologo aiuta i bambini a superare la timidezza, a potenziare l’autostima e la concentrazione, interviene nelle relazioni tra genitori e figli, nelle paure infantili, nei disturbi del sonno e dell’alimentazione, nell’enuresi notturna e in tutti quei casi in cui, non essendoci un problema organico, per crescere è necessario un supporto psicologico.

Portare i bambini dallo psicologo è un po’ come portarli dal pediatra, a volte serve per superare un ostacolo, più spesso ha la funzione di prevenire le situazioni problematiche.

Personalmente, ritengo che i migliori terapeuti dei bambini siano i genitori. Perciò, di solito, lavoro con la famiglia.

Insieme costruiamo un progetto d’equipe, in cui saranno il padre e la madre a fare terapia al bambino, utilizzando le mie competenze professionali.

Sono molto rare le situazioni in cui è necessario seguire individualmente i bambini in psicoterapia e anche in quei casi non è possibile ottenere dei buoni risultati senza la collaborazione di chi si occupa di loro quotidianamente.

Di solito, però, anche lavorando con papà e mamma, è necessario conoscere personalmente il bambino.

I bambini si recano molto volentieri nello studio di uno psicologo, perché è un posto colorato e allegro dove si gioca, non si fanno compiti e c’è un adulto che ti ascolta e ti capisce, qualsiasi cosa tu dica, anche se te ne stai zitto e imbronciato in un angolo.

Se si vuole comprendere un bambino, un solo incontro non basta. Ne occorrono almeno tre.

  • Nel primo si fa amicizia e, mentre gioca o chiacchiera, il piccolo esamina lo psicologo e valuta quanto si potrà fidare di lui.

  • Nel secondo (se lo psicologo ha superato l’esame) il bambino si apre e racconta molte cose di se stesso, con il gioco, il disegno o il dialogo.

  • Nel terzo, infine, si scende più in profondità, si affrontano gli argomenti scottanti (quando ci sono) e si creano le basi di fiducia e complicità che permetteranno al bambino di chiedere altri appuntamenti, se in futuro ne sentirà il bisogno.

Arrivati al termine dell’ultimo incontro, è sempre difficile convincere i piccoli che il lavoro è concluso e bisogna tornare a casa, perché la situazione di ascolto e partecipazione che si è creata è uno spazio protetto… che a tutti dispiace abbandonare (anche allo psicologo).

In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, non è giusto portare i bambini dallo psicologo, come se si trattasse di un medico che, non potendo dare farmaci, prescrive qualche regola di comportamento per fare funzionare bene la mente.

E’ giusto, invece, consultare lo psicologo e utilizzare le sue competenze per costruire insieme un progetto di cambiamento e una vita più sana in cui tutti possano esprimere le proprie caratteristiche e la propria creatività, a vantaggio dei bambini, ma anche degli adulti e di un mondo migliore.

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Dic 19 2011

MA PERCHE’ ANDARE DALLO PSICOLOGO COSTA UN SACCO DI SOLDI?

 

Ecco una domanda che io stessa mi sono posta quando, ancora ragazzina, andai per la prima volta da uno psicologo.

Allora, di psicologi (in Italia) non ce n’erano molti. E quelli che c’erano, erano solo a pagamento. Salato.

I miei genitori per curare la mia insopprimibile ribellione adolescenziale spendevano tanti soldi e, nonostante quelle chiacchierate mi piacessero moltissimo, io mi sentivo terribilmente in colpa per i costi che giudicavo esagerati.

E’ stato solo dopo essere approdata dall’altra parte della scrivania, che ho potuto rendermi conto del perché le parcelle di uno psicoterapeuta siano così alte.

Eccovi qui di seguito un breve resoconto delle spese che uno psicologo (serio) deve sostenere:

1) Lo psicologo non è mai preparato a fare quello che deve fare.

Per quanto abbia studiato, ogni persona è diversa e le varie scuole e teorie possono fornire solo delle indicazioni molto generali.

Perciò, quando nel tuo ufficio arriva il sig. Pistis, con la sua vita, i suoi problemi e i suoi sintomi, lo studio e le esperienze che hai maturato ti orientano… ma non ti forniscono nessuna mappa e nessuna guida!

Ogni psicologo deve fare costantemente i conti con una sensazione di inadeguatezza cronica che si allenta soltanto quando, come un sarto, avrà cucito il suo intervento sulle misure specifiche del sig. Pistis e lui lo avrà indossato sentendocisi bene, comodo e a suo agio.

Naturalmente, questo stato di glamour difficilmente si realizza al primo colpo, perciò lo psicologo deve sempre scucire e ricucire quello che fa, fino a individuare la linea e il modello capaci di far sentire il sig. Pistis… proprio un figurino.

A quel punto, però, il lavoro è terminato e si ricomincia daccapo a vivere la sensazione di inadeguatezza, questa volta con il sig. Angius. Che avrà misure e gusti completamente diversi dal sig. Pistis.

Il vissuto di incapacità cronica fa parte del nostro mestiere e ci costringe a studiare e a formarci in continuazione, nel tentativo (compulsivo) di arginarlo, almeno un poco.

Le scuole di formazione costano.

2) L’ambiente in cui uno psicologo lavora, fa parte della cura.

Cioè deve essere riservato, silenzioso, ordinato e accogliente, tanto da permettere a una persona sconosciuta di aprirsi e raccontare le sue cose più intime, come se parlasse con un caro amico (che, in questo, caso non conosce e non ha mai visto prima). E tutto deve succedere nello spazio di sessanta minuti circa.

Se fai lo psicologo, in un ora il tuo paziente dovrà dirti: chi è, cosa fa, cosa prova, cosa gli è successo e come ha reagito.

Mentre tu dovrai dirgli qualcosa che gli permetta di sentirsi meglio e di tornare a casa con degli strumenti in più.

L’ambiente di lavoro perciò è fondamentale per favorire la concentrazione, l’attenzione, la confidenza e la sensibilità, sia del paziente che dello psicologo.

Non penso che per ottenere questo ci sia bisogno di arredi firmati e costosi… ma, certamente, occorre un luogo fisico silenzioso, asciutto, sufficientemente illuminato, pulito, senza odori forti, tiepido d’inverno e ombreggiato d’estate.

Questo ha un costo.

3) Quando lo psicologo non si sente bene, non può lavorare.

E non parlo di un raffreddore o di un’influenza. Quelle sono cose che capitano senza creare grosse difficoltà, al massimo qualche giorno di assenza. Mi riferisco ai casini che mettono K.O. il sistema emotivo.

Lo psicologo (serio) per lavorare deve dimenticarsi di se stesso e concentrarsi totalmente sulla vita e gli eventi di un altro. Non può distrarsi pensando che ha litigato con sua moglie, che la mamma è ricoverata in ospedale, che il bambino deve andare a ripetizioni altrimenti rischia di perdere l’anno… Cose del genere devono essere lasciate fuori dallo studio e riprese soltanto al termine della giornata lavorativa.

Quando le persone soffrono, hanno una pelle in meno…e si accorgono subito della disattenzione di chi dovrebbe aiutarle! Purtroppo, vivono la distrazione del terapeuta come una loro difficoltà e si chiudono, rendendo inefficace l’intervento e aggiungendo un’altra delusione alla lista dei loro guai (di solito già molto lunga).

Perciò, per fare bene il mestiere di psicologo, non è possibile vedere tante persone tutti i giorni. Altrimenti quell’attenzione totale e partecipe comincia a svanire e la possibilità di essere d’aiuto sparisce.

4) Le emozioni sono contagiose.

Se provate a stare in compagnia di una persona ansiosa, dopo un po’ inizierete anche voi a sentirvi in ansia, mentre dopo aver trascorso del tempo con una persona depressa le cose cominciano a perdere di interesse e le motivazioni si smorzano.

Al contrario, stare insieme a persone allegre mette di buon umore e condividere l’entusiasmo rende esuberanti e propositivi.

Passare ore e ore immersi in esperienze cariche di dolore e sofferenza, rattrista l’anima e sposta il barometro delle emozioni verso la depressione.

Ogni psicologo ha un suo tetto massimo di tolleranza al contagio emotivo, che non può superare senza essere sopraffatto dai malesseri psicologici.

Per questo motivo, uno psicologo (serio) non può incontrare più di quattro o cinque pazienti ogni giorno e svolgere con loro un lavoro efficace.

Nel nostro mestiere è necessario dosare attentamente i carichi di lavoro, selezionando (quando è possibile) situazioni diverse per gravità e sofferenza. Se si supera una certa soglia… il medico si ammala e non può curare più nessuno.

5) Ci vuole molto tempo per ogni persona.

Ogni persona ha bisogno di ricevere la giusta attenzione e dedizione. Ci vuole un tempo in cui favorire la condivisione e il racconto delle esperienze difficili e un tempo in cui stimolare la scoperta di nuovi punti di vista. Poi ci vuole un tempo per raccogliere dei dati concreti e un tempo per stabilire insieme un piano di intervento.

Per fare tutto questo serve almeno un’ora. Ma quando il paziente è andato via, occorre anche un tempo in cui abbandonare i suoi vissuti e le sue esperienze e fare tabula rasa di tutto, per accogliere una persona diversa con una storia diversa ed esperienze diverse.

Uno psicologo dedica moto tempo a ogni persona. Al contrario di altri specialisti, non può frazionare i suoi guadagni sulla quantità. Deve offrire sempre un lavoro individuale e di qualità.

6) Lo psicologo deve andare dallo psicologo.

Dopo aver passato quattro o cinque ore ogni giorno ascoltando storie di dolore, inciampare su qualche problema personale fa tracimare immediatamente il sistema emotivo.

In più, in periodi di super lavoro, il contagio psichico può provocare vissuti di inadeguatezza che si sommano alla sensazione di inidoneità cronica, connaturata la nostro mestiere, aggravandola.

Ecco quindi che anche noi, periodicamente, ci rivolgiamo a qualche collega per ricevere da lui le stesse cure che prodighiamo ai nostri clienti.

Sono convinta che stare dall’altra parte della scrivania aiuti gli psicologi a sentirsi più vicini ai loro pazienti e favorisca la condivisione dei vissuti emotivi.

Naturalmente le sedute di psicoterapia costano.

In conclusione

Cari amici, lettori e curiosi di questo blog, se vi guardate intorno non potrete che darmi ragione. Nessuno è mai diventato ricco facendo lo psicologo!

I costi che dobbiamo sostenere per svolgere bene la nostra professione sono alti e il tempo in cui possiamo lavorare per guadagnare, è poco.

Il nostro mestiere è affascinante e bellissimo, ma ciò che ne motiva la scelta è solamente l’emozione che si prova nel vedere un altro riprendere a stare bene, non certo la prospettiva di lauti guadagni.


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Dic 08 2011

MA COSA SI FA DA UNO PSICOLOGO?

 

Da uno psicologo di solito si parla.

Però, naturalmente, si può anche stare zitti.

Uno psicologo è esperto nella comunicazione, sa gestire il silenzio e sa come mettere a proprio agio le persone, soprattutto chi è intimidito, emozionato, imbarazzato, impacciato o altre cose del genere.

Quando una persona chiede un colloquio, è sempre compito del terapeuta creare un clima accogliente, capace di favorire il dialogo, l’espressione degli stati d’animo e il racconto delle esperienze di vita.

E’ difficile per tutti parlare delle proprie cose intime con un estraneo, incontrato per la prima volta, in un ambiente sconosciuto!

Per questo, durante il dialogo, lo psicologo fa in modo che si crei una relazione aperta e rassicurante e permette al paziente di osservarlo, senza costringerlo a mettersi subito in gioco.

Nel primo incontro è sempre il cliente che esamina lo specialista e ne valuta l’affidabilità, nell’eventualità di cominciare un percorso insieme.

Di solito, inizialmente si raccolgono informazioni generali (età, professione, matrimoni, figli, hobby, interessi, vita sociale) che servono per conoscere meglio le persone senza obbligarle a parlare subito di ciò che le ha spinte a chiedere un appuntamento.

Queste prime conversazioni stimolano la comunicazione in un modo semplice e spontaneo.

Perché il lavoro sia produttivo, tra terapeuta e paziente deve nascere un feeling… cioè si deve creare una sintonia che permetta allo psicologo di calarsi nella vita del paziente e al paziente di mettersi in gioco e di aprirsi ai propri vissuti profondi.

Ma cosa sono i vissuti profondi?

Sono vissuti che esistono dentro di noi, ma in profondità.

Cose che proviamo e sentiamo sotto la superficie della nostra vita. Passioni, desideri, aspirazioni sepolte sotto il cumulo di doveri e di esperienze che riempiono le giornate.

Ognuno per sopravvivere deve continuamente adattare i tanti lati del proprio carattere alle esigenze della quotidianità, sacrificando quelle parti di se che non sono funzionali ai progetti da portare avanti.

Scelte necessarie e intelligenti nell’immediato, ma che alla lunga, se non vengono adeguate alle nuove esperienze di vita, possono trasformarsi in abitudini limitanti.

Nel corso del tempo, infatti, i comportamenti che utilizziamo di più agiscono in automatico e finiscono per interferire con i nostri nuovi programmi esistenziali.

I vissuti profondi sono le inclinazioni che ci caratterizzano, quei talenti e quei valori che abbiamo in noi sin dalla nascita, l’espressione della originalità individuale, la nostra missione, il dono che siamo venuti a portare al mondo.

Lo psicologo, come un archeologo, recupera dalle profondità dell’inconscio queste capacità nascoste e aiuta le persone a collocarle armonicamente nella propria vita.

In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, dallo psicologo si parla di se stessi.

Ma parlare di se stessi con uno psicologo è molto diverso che parlare con un amico, anche se si crea lo stesso clima confidenziale e accogliente.

Lo psicologo stimola l’emergere di nuove risorse utilizzando il dialogo, però sta ben attento a evitare di proporre se stesso o il racconto delle proprie esperienze personali, per non sovrapporsi alla vita e alle scelte di chi ha davanti.

Il lavoro psicologico è centrato sulla trasformazione dei comportamenti disfunzionali e permette di riappropriarsi delle potenzialità personali inespresse.

Il dolore interiore gli atteggiamenti sbagliati, le scelte perdenti sono il risultato di una mancata manifestazione delle proprie attitudini e della propria creatività.

Impropriamente si crede che lo psicologo curi le malattie della psiche, ma la cura della sofferenza psicologica è soltanto la conseguenza di una sana realizzazione di se.


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Nov 26 2011

SIAMO TUTTI UN PO’ PSICOLOGI…

Si dice comunemente che tutti siamo un po’ psicologi… ma quest’affermazione è vera?

Siamo davvero tutti capaci di aiutare chi si trova in difficoltà con i propri pensieri e con le proprie emozioni?

A mio parere occorre fare una distinzione tra l’empatia e la psicologia.

L’empatia è la capacità si mettersi nei panni di un altro e osservare la vita dal suo punto di vista.

La psicologia è la scienza che studia la psiche, cioè lo stile di pensiero e il vissuto emotivo delle persone.

Empatici si nasce, ma psicologi si diventa dopo molti anni di studio e di esperienza pratica.

Siamo tutti un po’ empatici. Questo è vero.

Cioè siamo tutti in grado (chi più chi meno) di immedesimarci nei vissuti degli altri e di provare i loro turbamenti e le loro emozioni.

Naturalmente, solo qualcuno riesce ad abbandonare totalmente il proprio punto di vista per calarsi nella realtà di un altro. Mentre la maggior parte di noi, sposta soltanto il proprio modo di leggere gli eventi dentro le scene della vita di un’altra persona.

In quest’ultimo caso, però, non si tratta di empatia ma di immedesimazione. Ci si trasferisce con il proprio carattere e i propri vissuti dentro situazioni che non ci appartengono e in questo modo non si sperimentano i presupposti esistenziali di chi quelle situazioni le attraversa davvero.

Certamente gli psicologi devono essere empatici per riuscire ad aiutare i loro pazienti.

Cioè, devono essere capaci di lasciare andare il proprio modo di interpretare le cose per accogliere in sé il bagaglio di sensazioni, pensieri e sentimenti che caratterizzano l’esistenza di un altro.

Per fare lo psicologo, però, l’empatia da sola non può bastare!

Uno psicologo, dopo essersi calato dentro la realtà di un’altra persona, deve saper abbandonare anche quel punto di vista, per raggiungere un angolo di osservazione ulteriore.

Cioè, dopo essersi immerso emotivamente nei problemi di chi ha davanti, deve risalire verso un punto di vista meta (meta comunicativo, che comunica sulla comunicazione) e riuscire a guardare le cose dall’alto.

Perché solo da lì può aiutare il paziente a scoprire in se stesso nuove risorse con cui trasformare le difficoltà in occasioni di cambiamento.

Un bravo psicologo:

  • non propone se stesso,

  • non si porta ad esempio,

  • non da buoni consigli,

  • non suggerisce strategie,

  • non ha un punto di arrivo.

Il suo obiettivo è il benessere della persona che gli chiede aiuto.

La sua maestria consiste nell’aiutare l’altro a trovare soluzioni diverse e nuove, dentro se stesso.

Si afferma spesso che gli psicologi dicono sempre e solo quello che si sapeva già.

Be’… in un certo senso, questo è proprio vero!

Non sta a noi dire qualcosa di nuovo al paziente.

Il nostro compito è fare in modo che sia il paziente a dirsi qualcosa di nuovo. Qualcosa che esisteva già dentro di lui, prima che lo psicologo intervenisse. Qualcosa che sembra nuovo, solo perché era stato ignorato. E che, appunto per questo, si sapeva già…

In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, diffidate delle imitazioni dello psicologo!

Circondatevi di persone empatiche, perché sono creature splendide che è bello avere vicino, ma sceglietevi lo psicologo con molta attenzione.

Lo psicologo bravo non può essere il vostro amico (e il vostro amico non può essere il vostro psicologo) (nemmeno se fa lo psicologo di mestiere).

Lo psicologo deve essere uno strumento di cambiamento al servizio della vostra vita, un esperto nell’arte di far nascere le risposte dalla profondità del vostro cuore.

Deve saper parlare il linguaggio familiare delle vostre difficoltà, ma con i termini A-normali, insospettabili, divertenti e avventurosi, del mutamento.

Deve essere la voce che vi incoraggia a imboccare la strada della trasformazione e che vi lascia andare soli lungo i sentieri che avete scelto.

Deve essere il vostro ausilio.

Pronto a sparire quando i riflettori del successo sono puntati sulla vostra vita, e pronto a lavorare quando avete bisogno dei suoi strumenti.

Un bravo psicologo è al vostro servizio.

Non usa la scrivania come una cattedra, dietro alla quale puntare l’indice, ma come il viale di cui soltanto voi disegnate l’orizzonte.


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