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Giu 15 2017

SPECISMO, RAZZISMO INTERIORE E PAURA DI ASCOLTARSI

Che schifo i piccioni!
Che belle le rondini!
Che schifo le cavallette!
Che belle le farfalle!
Che schifo i topi!
Che belli i pulcini!
Che schifo le blatte!
Che belli i grilli!

Osserviamo la vita attraverso gli occhiali del bene e del male e dividiamo il mondo in categorie.

Ogni cosa conforme ai nostri ideali è catalogata come gradevole e accettabile, mentre ciò che se ne discosta diventa disgustoso, spiacevole e intollerabile.

Impariamo da bambini a dividere le esperienze in buone o cattive, conformandoci ai criteri sociali che ci permetteranno di crescere.

E diventiamo adulti combattendo una strenua battaglia per impersonare ciò che piace e differenziarci da ciò che non piace.

Fino a perdere il contatto con la nostra Totalità.

Nel mondo intimo di ciascuno esistono infinite possibilità espressive.

Tuttavia, per sentirci apprezzati, finiamo per riconoscere solo gli atteggiamenti che ricevono approvazione e scartare ciò che non incontra il favore degli altri.

C’è un prezzo da pagare per ogni scelta e, per sentirci parte di una comunità, modelliamo la psiche fino a renderla conforme ai valori più gettonati.

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Ma dove finiscono le possibilità che non si accordano agli standard previsti dalla società?

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Che cosa succede alle parti rinnegate della nostra realtà emotiva?

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La risposta è semplice.

Se ne occupa la Gestapo della Psiche, grazie al servizio, puntuale e preciso, dei meccanismi di proiezione e rimozione.

Ossia quegli strumenti interiori che si attivano per aiutarci a diventare uomini e donne rispettabili, membri a tutti gli effetti della famiglia umana.

La rimozione e la proiezione sono le armi che collocano ogni devianza al di fuori della sfera d’identificazione adeguata al gruppo di appartenenza.

Grazie alla rimozione: cancelliamo dalla coscienza tutto ciò che può metterci in contrasto con le persone che per noi sono importanti.

E, grazie alla proiezione: proiettiamo i nostri contenuti negativi su dei rappresentanti esterni, in modo da poterli evitare, combattere e rifiutare, senza sentirci chiamati in causa.

Dal punto di vista etologico, l’uomo è un animale che vive in branco, cioè ha bisogno di appartenere a un gruppo per sopravvivere.

L’emarginazione e la disconferma possono essere devastanti per la psiche e condurci alla malattia e alla morte.

Per soddisfare il bisogno di appartenenza, costruiamo la nostra identità utilizzando soltanto pochi aspetti, selezionati e approvati dall’ambiente che ci circonda, e nascondiamo (anche a noi stessi) le parti che non ricevono consensi.

Quello che nell’esperienza sociale è stigmatizzato come negativo, diventa rapidamente un aspetto rinnegato dalla coscienza e occultato in un angolo dell’inconscio.

Vogliamo essere amabili, rispettabili, apprezzabili e stimabili, e, per assicurarci che le qualità impopolari non ci rovinino la reputazione, le combattiamo nel mondo esterno, proiettandole su dei rappresentanti che possiamo evitare e che ci provocano disgusto ogni volta che li avviciniamo.

Quasi che, trovandoci in loro presenza, potesse aver luogo un contagio capace di rivelare la nostra (inaccettabile) poliedricità.

Nascono in questo modo tante fobie, gli innumerevoli

“Mi fa schifo!”

con cui stigmatizziamo altri esseri viventi.

Prendono forma dalla paura di non piacere e raccontano, nel linguaggio criptato dei simboli, le cose che rinneghiamo in noi.

Ma attenzione.

Ognuno possiede un vocabolario simbolico personale, e generalizzare le interpretazioni delle fobie è pericolosissimo.

Si rischia di trovarsi intrappolati dentro un ginepraio di proiezioni dal quale è impossibile uscire vincitori.

Le chiavi che permettono di comprendere il disgusto o la paura, riguardano il simbolismo individuale.

Sono pochissime le spiegazioni valide per tutti.

Il razzismo è un fatto personale e, per scoprirne le radici, bisogna avventurarsi nel mondo intimo di ciascuno.

Solamente alcune immagini universali permettono di pronunciarsi in termini assoluti.

Si tratta di simboli che incarnano angosce primordiali, archetipi con cui la specie umana ancora non riesce a fare i conti.

Lo specismo è uno di questi.

La parola specismo non compare quasi mai nei vocabolari della lingua italiana.

Il correttore automatico di word la segna in rosso.

Per il sistema di scrittura più famoso al mondo la parola specismo è considerata un errore di battitura.

Questo la dice lunga sul significato che lo specismo incarna nel mondo intimo di milioni di persone.

Persone che non sanno nemmeno di avere una paura perché, non potendo nominarla (e perciò parlarne) non la riconoscono in se stessi.

Eppure lo specismo esiste, e ammorba di patologia la psiche degli esseri civilizzati.

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Ma insomma che cos’è questo specismo?!

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Con la parola specismo si intende l’atteggiamento di superiorità che colloca la specie umana al vertice di un ordinamento gerarchico imposto a tutte le altre specie.

Detto in altri termini, lo specismo è una patologia del narcisismo che spinge l’uomo a credersi superiore alle altre creature, secondo un codice creato e approvato da se stesso, senza che le vittime di un tale arbitrio siano mai state interpellate.

Questa supremazia autoconferita fa sì che le altre specie vengano utilizzate come fossero oggetti e non esseri viventi.

Lo specismo è la matrice di ogni razzismo, la malattia che permette alla psiche umana di distaccarsi dalla natura e di abusarne a piacimento, senza rendersi conto che in questo modo si affermano i presupposti della sopraffazione e della pazzia che stanno distruggendo il pianeta e la dignità degli uomini stessi.

Lo specismo nasce dalla paura di ascoltarsi e dall’arbitraria estromissione delle parti animali dalla vita interiore, al fine di omologarsi ai dettami della civilizzazione.

La stessa civilizzazione che ha fatto dell’abuso e della violenza un prestigio, invece che una patologica disfunzione.

Nella cultura cui ci vantiamo di appartenere, l’istinto è considerato disdicevole.

Per essere apprezzati bisogna essere logici, razionali, impassibili, distaccati e privi di sentimenti.

Anche davanti alla sofferenza.

Soprattutto davanti alla sofferenza di chi è considerato inferiore.

La gerarchia specista detta le regole del comportamento e colloca gli animali in basso nella scala evolutiva, giudicandoli illogici, irrazionali, emotivi, istintivi e perciò stupidi.

La parola “animale” (che nel linguaggio scientifico indica qualsiasi organismo vivente eterotrofo e dotato di sensi e di movimento autonomo) nel linguaggio comune è diventato un insulto per definire una creatura rozza, ignorante, violenta, brutale e poco intelligente.

Eppure, separarsi dal mondo animale per collocarsi in cima a un’arbitraria classificazione di merito costringe gli esseri umani a disprezzare dentro di sé tutto ciò che li accomuna alla natura, privandoli delle loro preziose risorse istintuali, emozionali, intuitive e sensitive.

Una congenita lobotomizzazione dell’intelligenza emotiva è funzionale al mantenimento della patologia specista e rende impossibile l’ascolto delle proprie parti istintive che, proiettate sugli animali e disprezzate, diventano il simbolo di una pericolosa mancanza di valore.

È in questo modo che la sensibilità è spenta e demonizzata, fino a farne l’icona della stupidità.

Il disgusto per le specie diverse dalla nostra nasce dalla paura di ascoltare la propria profonda intelligenza animale e dal divieto di riconoscerne il valore dentro se stessi.

Perciò, anziché dire:

Che schifo i piccioni!
Che schifo le cavallette!
Che schifo i topi!
Che schifo le blatte!

Dovremmo dire:

Che belli i piccioni!
Che belle le cavallette!
Che belli i topi!
Che belle le blatte!

Perché tutti gli animali con la loro esistenza ci ricordano il valore della nostra intima istintualità e il legame che ci unisce in un unico e prezioso ecosistema naturale.

L’unico capace di restituirci la salute e il profondo significato della vita.

Carla Sale Musio

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Giu 28 2013

DIO E’ IN ESTINZIONE

 

La spiritualità è strettamente intrecciata con la sensibilità e accompagna ogni gesto compiuto con amore.

Dentro ciascuno di noi, esiste un principio divino che anima la tenerezza, la comprensione, la fratellanza e il desiderio di vivere insieme in armonia.

L’amore e la necessità di condividerlo con gli altri, intrecciano i nostri primi passi nell’esistenza e sono il tessuto sul quale si svilupperanno la personalità e il carattere.

Tutti i bambini nascono buoni, amorevoli, empatici e pronti a condividere la propria vita con gli altri.

Il loro fisiologico egocentrismo li porta spontaneamente a non percepire divisioni.

E’ solo crescendo che si strutturano le barriere, l’individualismo, la sopraffazione, il razzismo, e si comincia a distinguere chi è uguale da chi è diverso, chi è giusto e chi è sbagliato, i buoni e i cattivi.

Per sopravvivere i piccoli hanno bisogno di ricevere approvazione e amore, e pur di ottenerli modellano i propri comportamenti, amputando parti di sé e del proprio modo di amare, in nome dell’appartenenza al gruppo nel quale si riconoscono.

Per questo la spiritualità è spesso esiliata in una segreta dell’inconscio e asservita al bisogno di ricevere conferme e accettazione dal mondo.

La voce dell’anima sussurra le sue istruzioni al cuore, segnalando ciò che è ingiusto, crudele, prepotente, egoista… e mostrandoci la strada dello scambio, della solidarietà e dell’aiuto reciproco. Ma quando i suoi suggerimenti sono in conflitto con lo stile di vita della società in cui viviamo, preferiamo non ascoltarla e nascondere, anche a noi stessi, la sua presenza.

La nostra parte spirituale è discreta, attenta, generosa, rispettosa, altruista… e pronta a farsi da parte ogni volta che viene ignorata.

Quando lasciamo che l’ambiente stabilisca i comportamenti che bisogna avere, soffochiamo la scintilla divina nel conformismo, impedendo alla sua luce di illuminare le nostre azioni e lasciando che l’egoismo e la prepotenza spadroneggino nella personalità e nella vita.

L’essere soprannaturale che chiamiamo Dio, non è un vecchio millenario nascosto tra le nuvole a osservare i nostri passi.

Ciò che chiamiamo Dio è un principio spirituale tatuato nel DNA di ogni essere vivente.

Dio è la sostanza di cui è fatta la spiritualità, la trama che intreccia l’esistenza e riempie la vita di significato, la pulsazione che cuce gli eventi e da forma alla realtà, l’origine di tutto ciò che è.

La spiritualità è qualcosa che oltrepassa i limiti della logica e ci trasporta dentro una comprensione più profonda, fatta di energia, di emozioni e d’intimità con noi stessi.

Il mondo interiore è il regno di Dio, lo spazio senza limiti in cui è possibile sperimentare ciò che trascende ogni cosa per diventare Tutto.

L’amore travalica i confini della materialità.

Nel mondo dei sentimenti, nelle emozioni e nei vissuti interiori possiamo incontrare Dio, la nostra spiritualità.

La sua presenza si rivela nella profondità di noi stessi, nel luogo della nostra intimità, nel segreto che sta dietro i pensieri e precede le azioni, nell’intenzione del gesto, nell’obiettivo che muove le scelte, in ogni cosa che esiste dentro prima che fuori.

In quel segreto, Dio ci mostra la verità e rivela la sua esistenza.

In quel silenzio fatto di emozioni possiamo incontrare la spiritualità.

Nel luogo sacro della nostra interiorità.

Nello spazio privato dove abbandoniamo tutte le maschere per rimanere finalmente nudi, privi di finzioni e d’importanza, senza armi, senza certezze e senza falsità.

Un luogo in cui nessuno è ammesso e nessuno può curiosare, dove è possibile operare indisturbati, tanto… nessuno vede.

E siccome nessuno può conoscere i crimini che commettiamo nel segreto di noi stessi, è proprio lì che crocifiggiamo impunemente Dio, sicuri di poter contare su di una assoluta omertà.

Tronfi del nostro sentirci approvati e riconosciuti dal mondo… proprio per questo genere di torture.

Torture lecite.

Compiute col diritto dell’impunità.

Crimini incontestabili.

Dio non parla e non ci tradirà.

Si lascerà immolare in nome del nostro bisogno di apparire, di conquistare un briciolo di approvazione, di sfuggire la paura della derisione del branco.

Dio sa tacere, sa tenere il segreto, sa morire, sa straziarsi di dolore.

E poi sa risorgere.

Sa rinascere.

Sa resuscitare e rialzarsi dalle ceneri, rinvigorito e nuovo come la fenice, pronto a morire ancora infinite altre volte.

Questo è Dio.

La sostanza immortale da cui emerge la vita.

Dio è tutto e niente contemporaneamente.

Maschio e femmina.

Uomo e animale.

Buono e cattivo.

Debole e forte.

E’ la conciliazione degli opposti in una saggezza che trascende il sapere per innalzarsi nell’anima di ognuno, dentro un sentire che non ha più bisogno di parole.

Dio è la nostra natura originaria, il paradiso perduto che abbiamo bisogno di ritrovare per diventare finalmente noi stessi.

Ma questo Dio, così presente e imprendibile, ha bisogno d’identificazione e ci chiede il coraggio dell’autenticità.

Non si può rivestirlo di bugie senza perdere per sempre il paradiso e sprofondare lungo una vita priva di amore.

Non si può addomesticarlo dentro i falsi bisogni indotti dal conformismo della “normalità”.

Non lo si può rinchiudere dentro una prigione.

Dio non è normale.

E’ vero.

E’ l’essenza inesplorata della vita, l’amore privo di confini, colui che aspetta, oltre il tempo, il momento di svelarsi e farci dono dell’onnipotenza.

Senza compromessi.

E senza falsità.

L’amore è il potere più grande che ci sia.

Uccidere Dio dentro di sé, significa perdere lo scettro della regalità e trasformarsi in schiavi nella propria prigione.

Carla Sale Musio

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Giu 04 2013

RAZZISMO INTERIORE

Nel silenzio della propria anima ognuno di noi compie indisturbato ogni genere di orrori, protetto dalla più omertosa delle impunità.

Nessuno può intervenire, nessuno può testimoniare, nessuno può denunciare la violenza che agiamo contro noi stessi.

 

Viviamo in un mondo di apparenze e giudizio.

E spesso, per ottenere conferme e approvazione dagli altri, occultiamo la nostra realtà interiore dietro una maschera di comportamenti che non ci rispecchiano.

Abbiamo bisogno di sentirci amati, stimati e importanti, e nascondiamo abilmente quegli aspetti di noi che pensiamo non riscuoterebbero troppi consensi, sforzandoci di essere: disponibili, sorridenti, gentili, premurosi, forti, sicuri, intraprendenti… 

Ognuno combatte una battaglia quotidiana contro se stesso, nel tentativo di evitare i lati bui e sconvenienti del proprio carattere.

Vorremmo essere sempre perfetti e, quando dobbiamo ammettere la nostra inadeguatezza, ci sentiamo indegni, privi di attrattive e di valore.

La nostra parte oscura, però, ci cammina affianco come un’ombra, nonostante le pretese di perfezione.

E quando finalmente troviamo il coraggio di guardarla negli occhi, ci appare così inadeguata e disdicevole che finiamo per nasconderla subito, anche alla nostra consapevolezza.

Preferiamo continuare a credere di avere una personalità solare, priva di asperità e senza lati negativi e, nel tentativo di mantenere salda questa immagine di perfezione, giustifichiamo i comportamenti non troppo edificanti, dirottando le colpe sugli altri.

“E’ lui (o lei) che… è intrattabile, disattento, prepotente, arrogante, insistente, insolente, eccetera…!!!”

Ma tutta questa fatica, questo cercare affannosamente di apparire migliori di ciò che invece siamo realmente, non colma il nostro bisogno d’amore e nel profondo ci sentiamo sempre insoddisfatti e arrabbiati nei confronti di quegli aspetti del carattere che sono deboli, insicuri, avari, gelosi, orgogliosi, insofferenti, egoisti, dispotici… e colpevoli di non corrispondere al modello di personalità che invece vorremmo interpretare nella vita!

E’ per questi motivi che, in segreto, ci maltrattiamo e ci disprezziamo, alimentando la sensazione di non valere nulla.

Abbiamo bisogno di punirci per la nostra incapacità di raggiungere gli standard comportamentali che ci siamo prefissati, e occultiamo la crudeltà con cui trattiamo le nostre parti infantili.

In questo modo coltiviamo la disonestà, lasciamo crescere le imperfezioni e rendiamo impossibile qualsiasi cambiamento.

E’ vero, l’onestà con se stessi non è facile!

Significa ammettere i propri lati negativi, i vizi, le dipendenze, i difetti… quella goffaggine che (ai nostri occhi) ci rende incapaci di ricevere amore e stima.

Così, per evitare il confronto con queste debolezze preferiamo mentire, continuando a nasconderci tutto ciò che, invece, dovremmo cambiare.

Questo pericoloso meccanismo di censura non fa altro che aumentare l’intolleranza verso le parti giudicate sbagliate e impedisce di portare avanti un lavoro costruttivo su di sé.

Per migliorarci, per crescere e per diventare davvero capaci di impersonare nella vita la nostra parte migliore, è indispensabile accogliere, accettare e comprendere, anche gli aspetti di noi che non ci piacciono.

Perché soltanto dall’umiltà e dal confronto con le parti della personalità che giudichiamo inaccettabili, può nascere il cambiamento che ci renderà migliori.

Quando apriamo il cuore alla bruttezza che, purtroppo, ci appartiene, eliminiamo le radici interiori del razzismo e della violenza, e possiamo finalmente sperimentare il piacere di sentirci amati per ciò che siamo, piuttosto che per l’immagine idealizzata che vorremmo far credere di essere.

Al contrario, nascondere i propri lati negativi impedisce un reale scambio con gli altri e porta a bleffare pur di ottenere approvazione e stima.

E’ così che si struttura la trappola psicologica della non accettazione di sé.

Quando indossiamo una maschera per piacere al mondo, non possiamo sentirci amati perché a essere amata è soltanto la maschera.

Il razzismo interiore si supera accogliendo se stessi nella totalità e aprendo il cuore con umiltà all’ascolto e all’accettazione di ciò che si è veramente.

Solo in questo modo è possibile muovere i passi necessari per migliorarsi e diventare quelli che vorremmo essere.

Il razzismo interiore è la matrice e l’origine di ogni crudeltà perché spinge a proiettare l’odio verso l’esterno e a colpire negli altri il riflesso di ciò che abbiamo censurato in noi.

Le parti negate, infatti, agiscono indisturbate la loro carica negativa e, nel disperato (e inutile) tentativo di evitarle, si finisce per combattere chiunque rappresenti nel mondo la loro esistenza.

Per costruire una realtà migliore bisogna avere il coraggio di guardare negli occhi quello che va cambiato… prima di tutto dentro di sé!

Eliminando il razzismo alla radice.

E lasciando che la comprensione costruisca un cambiamento basato sull’accoglienza della diversità piuttosto che sulla censura.

Non si può avere una vita migliore se prima non si è riusciti a trasformare se stessi.

Carla Sale Musio

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MALTRATTARE LE DONNE  

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Ott 28 2012

LE RADICI DELLA VIOLENZA

Pedofilia, sfruttamento, abusi… la cronaca è invasa da ogni genere di notizie dell’orrore e il mondo precipita sempre più velocemente in una spirale di atrocità.

Ma da cosa ha origine questo crescendo di crudeltà?

Sarebbe bello individuare un gene o un virus responsabili della cattiveria. Potremmo circoscrivere e curare l’abominio in tempi relativamente brevi!

Purtroppo, però, la ferocia non compete alla biologia e nemmeno alla medicina.

La malvagità appartiene alla psiche, è un atteggiamento mentale e deriva dall’incapacità di immedesimarsi con chi prova dolore.

Il “cromosoma” della crudeltà è la distanza emotiva che separa l’aggressore dalla sua vittima.

La sensazione di diversità, non appartenenza, estraneità fra due esseri è la radice dell’insensibilità e del distacco, necessari a compiere qualunque violenza.

Viceversa, la possibilità di identificarsi in un altro e di sperimentare le sue sensazioni e i suoi sentimenti, inibisce l’aggressività e spinge alla comprensione e alla fratellanza.

Alle radici della violenza, perciò, troviamo sempre una mancanza di empatia.

Per debellare la crudeltà dal mondo, non è sufficiente impedire le condotte violente.

Occorre far crescere la sensibilità e sviluppare l’intelligenza emotiva.

Soltanto così potremo eliminare le radici della violenza e realizzare un mondo basato sul rispetto, sulla comprensione e sulla fratellanza.

Finché non avremo maturato la capacità di riconoscere (ma soprattutto di “sentire”) il dolore degli altri, abusi e sopraffazione esisteranno sempre.

Il razzismo è la causa di ogni malvagità.

L’unico “gene” responsabile delle crudeltà che stanno progressivamente avvelenando il nostro pianeta.

In tempi passati il maschilismo, decretando una disparità gerarchica fra i sessi, legittimava lo sfruttamento e la brutalità degli uomini sulle donne.

Purtroppo, dal maschilismo alla pedofilia il passo è stato molto breve.

Tollerare che un essere umano possa essere trattato come un oggetto da un altro essere umano, ha creato i presupposti affinché anche i bambini, come già le donne, diventassero “cose” a disposizione degli adulti.

Una sessualità intrisa di maschilismo sviluppa la pedofilia e intossica la società.

Ma, dietro il maschilismo, silenziosa, invisibile e brutale, si annida una piaga ben più insidiosa.

Lo specismo.

La parola specismo indica la gerarchia arbitraria che l’umanità ha stabilito tra le specie viventi, mettendosene all’apice.

Responsabile dell’ottundimento della naturale sensibilità umana, e per questo artefice di ogni sopraffazione, lo specismo coltiva subdolamente violenza, sfruttamento e prevaricazione, ed è l’origine del razzismo e del maschilismo.

La cultura dello specismo legittima l’utilizzo delle altre specie viventi per il piacere e il divertimento degli uomini, annichilendo la naturale propensione dei bambini verso gli animali e ottundendo progressivamente l’empatia, fino a rendere gli esseri umani insensibili davanti al dolore e alla sofferenza.

L’annientamento della sensibilità è una condizione indispensabile per mantenere in vita i macelli, gli allevamenti intensivi, la vivisezione, la sperimentazione animale, l’industria delle pellicce, i sacrifici degli animali durante giochi, feste e fiere, il mercato delle scommesse sui cani… e tutte le svariate attività commerciali basate sulla sopraffazione dell’uomo sugli animali e dell’uomo sull’uomo.

Attribuire arbitrariamente alla nostra specie la superiorità su qualunque altra, autorizza il massacro e la prevaricazione e sviluppa una cultura fondata sulla legge del più forte.

Una cultura in cui la sopraffazione è permessa mentre la tenerezza, la condivisione, il soccorso reciproco sono guardati con sospetto, ridicolizzati e limitati a pochi rari momenti, intimi e privati.

Tutto il nostro mondo poggia sullo sviluppo di attività speciste (e perciò razziste) ma il distacco emotivo, necessario a permetterne l’esistenza, è gravido di conseguenze negative e crea una frattura nell’intelligenza emotiva, limitandone l’espressione e generando numerose problematiche psicologiche.

Chi non riesce a essere indifferente, infatti, paga con l’emarginazione la propria sensibilità, considerata eccessiva, e spesso è costretto a ricorrere all’aiuto dei farmaci.

Il cannibalismo, lo schiavismo, i campi di concentramento, il nazismo… sono soltanto alcune conseguenze di uno stile di pensiero che, legittimando lo sfruttamento e la tortura, estende implicitamente l’oppressione dalle razze animali alla razza umana.

Uccidere per sopravvivere, piuttosto che cercare alternative meno crudeli e più tolleranti, genera durezza e prepotenza, e impregna di sopraffazione l’umanità.

Ecco perché lo sfruttamento degli animali ha come conseguenza lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Proprio come la violenza sulle donne innesca l’abuso anche sui bambini, mangiare la carne di altri esseri, non rispettarne la diversità, misconoscerne la cultura, fa della crudeltà uno stile di vita “umano”, invece che una perversione, e in nome della sopravvivenza legittima le aggressioni, l’egoismo, lo sfruttamento e la prevaricazione.

Qualunque società che autorizzi l’uccisione, come normale modalità di sussistenza, annienta la fratellanza, ottunde la sensibilità e permette l’abuso.

Per tutti noi oggi è diventato abituale, nascondere la nostra umanità dietro una facciata d’insensibilità e, nel tentativo di limitare la pulsazione del nostro cuore, cancelliamo l’empatia e coltiviamo il mito dell’imperturbabilità.

Questo provoca una grande sofferenza psicologica e si traduce in comportamenti sempre più rigidi e indifferenti.

Siamo costretti a insegnare ai bambini il sospetto e la diffidenza (verso chiunque, compresi i parenti).

Non ci rendiamo conto che in tanti gesti quotidiani si annida un pericoloso cinismo e perpetuiamo involontariamente una catena di massacri, ignari delle loro inevitabili conseguenze.

Il primo passo verso un mondo migliore consiste nel riconoscere la crudeltà dentro il nostro abituale stile di vita.

Quando il dolore di ogni essere sarà visibile anche alla nostra coscienza, potremo mettere fine al dilagare della violenza e costruire un mondo più adeguato per i nostri figli.

Un mondo senza guerre né massacri.

Un mondo finalmente migliore.

Un mondo sano.

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