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Set 22 2017

SEPARAZIONE E SOLITUDINE

La solitudine è uno spauracchio che incombe sul futuro di chi decide di separarsi.

Ripartire da soli dopo aver assaporato le gioie e i dolori della convivenza è una strada irta di pericoli.

L’autonomia fa paura.

Senza più l’alibi della convivenza a giustificare la fatica di vivere, il peso di ogni scelta si trasforma in responsabilità mentre doversi sobbarcare l’intero carico delle incombenze quotidiane appare un compito insormontabile.

Improvvisamente tanti piccoli rituali, tante abitudini condivise, tanti appuntamenti gestiti in due confluiscono in un elenco interminabile di cose da fare… senza altro aiuto che quello che sapremo dare a noi stessi.

La solitudine addita senza pietà debolezze e risorse di ciascuno, mostrando i punti di forza insieme alle ombre e alle paure.

Per questo vivere da soli è un banco di prova che pochi indomiti spiriti liberi hanno il coraggio di sperimentare.

Bisogna essere capaci di sopportare un silenzio… colmo soltanto della propria presenza.

In quello spazio intimo emergono i bilanci, i sogni, i fallimenti, i desideri, le aspirazioni, le ansie, le fragilità… e tutti i vissuti che erano nascosti dietro il pretesto del non c’è tempo, è tutta colpa sua, se solo potessi ritornare indietro… e via dicendo.

Stare da soli significa essere in compagnia di se stessi.

E questo è un compito difficile.

Il nostro stile di vita sembra fatto apposta per dirottare l’attenzione verso l’esterno, spinge a inseguire traguardi sempre nuovi e crea una pericolosa dissociazione dal mondo interiore.

Poco importa se tutto questo provoca una frattura nella psiche e genera un’infinità di malattie.

Ci sono pillole adatte per ogni occasione: analgesici, ansiolitici, ipnotici, sedativi, antidepressivi, stabilizzatori dell’umore, stimolanti, euforizzanti, incentivanti… tutto fa brodo quando l’obiettivo è non sentire ciò che si agita in fondo all’anima.

L’amore, però, non ce lo possono procurare nemmeno le medicine.

Bisogna conquistarselo.

E per viverlo appieno è indispensabile imparare ad ascoltare noi stessi.

Altrimenti continueremo a proiettare all’esterno i bisogni irrisolti e a dipendere da chi, di volta in volta, ci sembra in grado di soddisfarli.

La solitudine è l’unica cura capace di sanare le ferite che accompagnano la scelta di separarsi.

Vivere da soli, infatti, consente di osservare la vita con maggior chiarezza, prendendo le distanze dai coinvolgimenti eccessivi e dall’incalzare delle emozioni.

In quel silenzio, nel vuoto che si crea al termine di una convivenza, le passioni si smorzano e progressivamente cedono il posto alla comprensione.

Per se stessi e per il partner.

A volte, la mancanza si fa sentire… e nella coppia il fuoco si riaccende magicamente.

Più spesso, la rabbia e le recriminazioni cedono il posto a una visione obiettiva della realtà, creando i presupposti per un rapporto sereno e per una migliore gestione delle incomprensioni che ancora è necessario dipanare insieme.

Stare da soli permette al dialogo interiore di manifestarsi e lascia emergere un’autenticità intima e profonda.

È in questo modo che si sviluppa la capacità di amare e prende forma un nuovo step del volersi bene, non più vittima delle passioni ma forte di una conoscenza maturata nel tempo e capace di accogliere anche le diversità che hanno portato alla conclusione del matrimonio.

Per proseguire sulla strada dell’Amore, quello con la A maiuscola, è necessario un ascolto attento dei propri vissuti, perché solo accettando le parti nascoste e ombrose di sé potranno emergere il rispetto, la fiducia e la stima necessarie a proseguire la vita su binari diversi.

La solitudine è un momento cruciale lungo il cammino della crescita affettiva.

Imparando a convivere con se stessi, infatti, è possibile concedersi l’onestà necessaria all’Amore.

E alla libertà.

Carla Sale Musio

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SEPARAZIONE: la confusione fa parte del gioco

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Mag 28 2017

SEPARAZIONE: la confusione fa parte del gioco

“Ho deciso: mi separo. Ma… in concreto… adesso cosa faccio?!”

È difficile rimanere lucidi, obiettivi, equilibrati e strategici, quando dentro di noi ogni cosa sembra andare in frantumi.

Il matrimonio non funziona più e la vita ci spinge a scrivere un capitolo nuovo della nostra esistenza.

Tuttavia, una volta presa la decisione e stabilito il da farsi, ecco che un malessere interno rimescola le carte, rendendoci vulnerabili, spaventati e insicuri.

La mente logica vorrebbe programmare il percorso che dalla convivenza conduce verso una nuova autonomia, ma nel mondo emotivo il caos la fa da padrone, il disorientamento annebbia l’intelligenza e un pericoloso senso d’impotenza paralizza qualsiasi capacità.

In quei momenti carichi d’incertezza è necessario arrendersi e imparare a convivere con l’inquietudine.

La confusione fa parte del gioco e non può essere eliminata.

Bisogna sopportarla.

Almeno per un po’.

Non è possibile abbandonare un progetto in cui abbiamo investito tante risorse, senza sentirci svuotati e privi di qualsiasi capacità: logica, pratica e coerente.

La vita sotto lo stesso tetto è stata un’esperienza che ha coinvolto tante energie.

Soprattutto nei momenti in cui abbiamo cercato di mantenere salda la rotta della convivenza nonostante i maremoti emotivi.

Le ragioni che oggi sostengono la scelta della separazione poggiano su un vissuto di fallimento, e fanno emergere la delusione che accompagna la fine dei progetti costruiti insieme.

Ecco perché, una volta imboccata la strada dell’indipendenza, è inevitabile sentire di aver sbagliato ed essere assaliti dai ripensamenti, dai dubbi e dalla nostalgia.

Il matrimonio presuppone una condivisione totale, sia della quotidianità che del tempo libero, e ritrovarsi di colpo a gestire un’esistenza autonoma in un primo momento può apparire un’impresa insormontabile.

La paura della solitudine dilaga nella psiche, alimentando il rimpianto dei momenti trascorsi insieme, e oscurando le innumerevoli ragioni che hanno condotto alla decisione di concludere il matrimonio.

È un effetto della trasgressione che ancora è necessario affrontare per sciogliere il vincolo coniugale.

Esiste un pregiudizio che stigmatizza quanti decidono di separarsi, quasi che chiudere il contratto matrimoniale fosse segno di una pericolosa incapacità affettiva.

I preconcetti religiosi e gli interessi economici spingono a sostenere che lo stare in coppia indichi sempre una scelta matura e responsabile e che, al contrario, vivere da soli segnali un egoismo congenito, sintomo di una cronica impossibilità a voler bene.

Così, chi sceglie di mettere fine al matrimonio deve fare i conti con la sensazione di essere sbagliato, irresponsabile, prepotente, narcisista, infantile, inaffidabile e… chi più ne ha più ne metta.

Oltrepassare le barriere di questi luoghi comuni è un’impresa piena d’insidie.

Occorre guardare con autenticità dentro se stessi e permettersi la paura insieme al desiderio di ricominciare.

È indispensabile affrontare il proprio cambiamento interiore, accogliendo la molteplicità del mondo emotivo e permettendo alle proprie parti arrabbiate, deluse, avventurose, sognatrici, razionali e vulnerabili, di esprimersi e di trovare il proprio spazio nella consapevolezza.

Gestire quest’apparente incoerenza, non è facile.

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Eppure, solo ascoltando le tante voci che parlano nel nostro inconscio (senza reprimerle e senza giudicarle) diventa possibile cavalcare la trasformazione che dal possesso e dall’egoismo conduce al rispetto, alla libertà e all’amore.

Separasi fa parte di un percorso intimo importante, profondo e ricco di doni.

Chi è capace di sciogliere un legame, attraversando la dipendenza e la libertà, può camminare  tenendo a braccetto la vulnerabilità insieme all’autonomia, e avventurarsi lungo il sentiero che conduce all’Amore.

Quello con la A maiuscola.

Per se stessi, per gli altri e per la vita.

Carla Sale Musio

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SEPARAZIONE E GENITORIALITÀ

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Apr 21 2017

SEPARAZIONE E GENITORIALITÀ

Quando si affronta il tema della separazione, un aspetto importante riguarda il rapporto con i figli.

In Italia, la religione cattolica sostiene che lo scioglimento del matrimonio sancisce la fine della famiglia e costituisce un trauma per la prole.

Questo dogma, però, non è supportato dalla ricerca scientifica né dalle statistiche.

Secondo gli specialisti dell’infanzia, infatti, la sofferenza nei bambini è una conseguenza della mancanza di attenzioni e del clima teso che si respira quando le relazioni sono prive di amore, di reciprocità e di comprensione.

Così, mentre la separazione permette ai piccoli di vivere un rapporto più esclusivo e costante con ciascuno dei genitori, la convivenza sotto lo stesso tetto spesso costituisce l’alibi che consente a uno dei partner di disinteressarsi ai figli, delegandone l’accudimento all’altro.

Vivere insieme porta a dividersi la gestione della casa e della prole, e questo non sempre produce risultati favorevoli sullo sviluppo psicologico dei più piccini.

Succede spesso, infatti, che la scelta di condividere l’impegno, la fatica e le spese, sostituisca il coinvolgimento reciproco, trasformando il rapporto coniugale in una collaborazione tra colleghi costantemente occupati nella gestione dell’azienda famigliare.

In questi casi la separazione può rivelarsi un toccasana, che permette a marito e moglie di riconquistare la propria autonomia e ai figli di vivere un rapporto affettivo anche con il genitore meno presente.

Abitare in case separate, costringe a impegnarsi in prima persona nella relazione con i bambini e impedisce che il coinvolgimento e l’affettività siano dati per scontati e ignorati.

Nella separazione, i figli hanno la possibilità di scegliere se passare del tempo col papà o con la mamma e questo fa sì che la genitorialità venga coltivata dagli adulti con maggiore attenzione e cura.

Il senso comune interpreta impropriamente la separazione come lo scioglimento della famiglia ma, di fatto, ciò che si conclude è soltanto il rapporto coniugale fra marito e moglie.

Quando ci sono dei bambini, infatti, la genitorialità non può avere termine, perché l’impegno assunto nel mettere al mondo una vita unisce per sempre quel padre e quella madre nel loro ruolo educativo e protettivo.

Anche quando ci sono altri partner.

E altri figli.

Affrontare la conclusione di un matrimonio è un momento delicato e importante che va gestito con autenticità e con partecipazione anche rispetto ai più piccini, evitando di coinvolgerli nelle vicende coniugali e rassicurandoli sulla stabilità della scelta di mamma e papà di prendersi cura di loro.

I genitori, infatti, non si separeranno mai.

La separazione ed eventualmente il divorzio riguardano soltanto i rapporti tra marito e moglie e non cambiano il coinvolgimento che lega una coppia ai propri bambini.

Avere i genitori che abitano in case separate, può succedere in diverse situazioni della vita e non costituisce un trauma per i figli, ma soltanto un cambiamento.

Cambiamento che, quando l’armonia in famiglia non esiste più, porta una ventata di novità e un miglioramento nelle relazioni.

La separazione, infatti, permette alla genitorialità di trovare uno spazio maggiormente definito rispetto alla convivenza, e questo può costituire un vantaggio per i bambini.

Carla Sale Musio

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SEPARAZIONE… E TRAPPOLE PSICOLOGICHE

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Mar 22 2017

SEPARAZIONE… E TRAPPOLE PSICOLOGICHE

Quando si affronta una separazione, può succedere che dentro di noi di noi qualcuno desideri mettere fine al matrimonio, mentre qualcun’altro vorrebbe portare avanti la relazione, nonostante tutto.

In quei momenti di difficoltà e d’incertezza, finiamo per sentirci letteralmente trascinati da esigenze interiori contrastanti e, nel tentativo di porre fine al conflitto, si creano delle trappole psicologiche che bloccano la crescita interiore, impedendo l’evoluzione affettiva.

Occorre essere spietatamente sinceri con se stessi per imboccare la strada giusta anche in mezzo al pantano delle incertezze e della paura.

Ed è indispensabile adottare con il partner la medesima autenticità, perché soltanto nell’onestà diventa possibile affrontare la fine dei progetti costruiti insieme, trasformando il legame senza distruggerlo.

La tentazione di sfuggire alle responsabilità annientandosi nell’abnegazione o nascondendosi dietro al disprezzo, può essere forte e rischia di precipitarci ad ogni passo dentro l’abisso delle recriminazioni e dei rancori.

Per vivere appieno la separazione, cavalcandone il potere trasformativo e l’intensità affettiva, è necessario far convivere l’amore che ci ha condotto al matrimonio, insieme con la delusione, la solitudine e l’incompatibilità, che oggi rendono impossibile la medesima scelta.

Non è un compito facile.

Lo struggimento per le emozioni di un tempo si scontra con l’insofferenza che nel presente impedisce di proseguire la vita insieme.

Una parte nostalgica e romantica vorrebbe coltivare i sogni del passato, e un’altra parte, più concreta e disincantata, addita puntigliosa le mancanze del coniuge, snocciolando un rosario di disgrazie senza fine.

Per sfuggire alla pressione interiore, qualcuno sceglie la via della bontà, sacrificando l’autonomia sull’altare dell’altruismo e affermando che il partner “… non può sopravvivere da solo!”.

Altri preferiscono servirsi della rabbia e, chiusi dentro la fortezza del biasimo, accusano il coniuge di ogni nefandezza.

Vera o presunta, non ha importanza.

Ognuno a modo suo cerca di liberarsi dai vissuti di colpa e fallimento che la visione religiosa e legale del matrimonio rende inevitabili e dolorosissimi.

Ancora oggi, in Italia, è difficile parlare di crescita personale, di evoluzione affettiva e di onestà emotiva, quando si tocca il tema della separazione.

Si preferisce fingere una reciprocità, anche se inesistente, piuttosto che affrontare l’ostracismo sociale e la commiserazione che, spesso, accompagnano la scelta di concludere il matrimonio.

In questi casi, una sorta di codardia emotiva rende più facile annientare se stessi rinunciando all’autonomia, piuttosto che affrontare la disapprovazione annidata nello sguardo dei conoscenti, degli amici e dei parenti.

Infine (ma non meno importante) l’odio di un partner che si sente incompreso e abbandonato, fa detonare il senso di colpa, paralizzando le capacità decisionali dietro un desiderio spasmodico di approvazione.

Bisogna essere davvero coraggiosi per affrontare le trappole della separazione.

Eppure…

La scelta di non portare avanti un matrimonio i cui presupposti non esistono più, è una scelta che permette all’amore di dispiegarsi e di acquisire una profondità difficilmente raggiungibile altrimenti.

Dietro il possesso, la gelosia e i contratti, legali o religiosi, si nasconde l’Amore, quello con la A maiuscola.

L’Amore che sa concedere invece di prendere, che sa comprendere invece di pretendere, che sa donare la libertà invece di costruire prigioni, e che regala il rispetto al posto della pietà.

La separazione non sancisce la fine dell’amore, è una tappa lungo un percorso più ampio che dalla condivisione conduce all’autenticità e insegna l’indipendenza oltre la passione.

Carla Sale Musio

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SEPARAZIONE, POSSESSO E RECIPROCITÀ: verso un’ecologia dell’amore

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Feb 18 2017

SEPARAZIONE, POSSESSO E RECIPROCITÀ: verso un’ecologia dell’amore

Nella civiltà occidentale anche l’amore di coppia è diventato un bene di consumo, un contratto che stabilisce diritti e doveri dei coniugi e che dissolve l’affettività con la pretesa della reciprocità.

L’amore, però, è un sentimento.

Non può apparire e scomparire a comando, non ascolta i dettami della volontà.

Esiste nel piano rarefatto e imprendibile delle emozioni.

Possiamo riconoscerne la presenza dai suoi effetti, ma soltanto chi lo vive può affermarne con certezza l’esistenza in se stesso.

L’amore non si può pesare, misurare, modellare e ordinare, lo si può solo sentire dentro di sé.

Pretendere dall’altro una reciprocità affettiva vanifica l’amore, trasformandolo in un baratto.

Il baratto è uno scambio, presuppone un guadagno e ha ben poco a che vedere con i sentimenti e con gli stati d’animo.

Questi ultimi, infatti, succedono.

A prescindere dagli accordi, dalle decisioni e dall’impegno.

In amore, pretendere la reciprocità significa sostituire i sentimenti con il tornaconto.

E da lì all’opportunismo, all’egoismo e al narcisismo, il passo è breve.

“Se non puoi darmi ciò di cui ho bisogno, non posso amarti”

Questa frase nasconde una pretesa impossibile e scambia l’amore con la soddisfazione delle proprie necessità.

L’amore, però, è un modo di essere, un sentire interiore.

Succede.

Punto e basta.

In amore possiamo solo affermare:

“Se non puoi darmi ciò di cui ho bisogno, pazienza.”

Perché, quando si prova un sentimento, non si può modificarlo con la volontà.

L’amore è un accadimento interiore che arriva e si trasforma, senza tenere conto dei nostri obiettivi razionali.

Quando l’amore cambia, si può soltanto accogliere dentro di sé la trasformazione e incamminarsi con fiducia lungo il percorso evolutivo che quella trasformazione ci indica.

Perché solo ascoltando i dettami dell’amore, s’impara ad amare.

E solo imparando ad amare si conquista la libertà e si evidenzia il significato profondo della nostra esistenza, la nostra missione nella vita.

L’amore non segue i criteri della ragione e ci accompagna a conoscere un piano della coscienza più rarefatto, ma non per questo meno pregnante.

Anzi!

La sua ricchezza si riflette nell’appagamento che intreccia le scelte di chi ascolta con coraggio i dettami del proprio cuore.

La pretesa di portare avanti un rapporto di coppia anche quando la reciprocità non esiste più, è legata a prescrizioni religiose o legali e a interessi personali che non hanno nulla a che vedere con l’amore.

Il possesso è uno di questi.

Quando diciamo MIO (mio marito, mia moglie), il linguaggio tradisce il pensiero possessivo che lo sottende.

La pretesa di possedere la persona amata è un’insidia che vanifica l’amore, seppellendolo sotto una coltre di egoismo.

L’amore non è possesso.

È libertà.

Ma cosa significa LIBERTÀ?

Libertà vuol dire assumersi la responsabilità dei propri sentimenti e delle proprie scelte, accettare il rischio delle emozioni, dei cambiamenti e del proprio percorso evolutivo.

Anche quando è necessario attraversare sentieri esistenziali ancora inesplorati e impervi.

La libertà non è agire impunemente tutto ciò che ci salta in mente, senza freni e senza inibizioni, ma ascoltare se stessi senza censure, accogliendo la propria verità qualsiasi essa sia.

Per conoscerla, per comprenderla e per evolverla.

Siamo veramente liberi soltanto quando ci assumiamo la responsabilità della Totalità di noi stessi.

In tutta la sua profonda e multiforme poliedricità.

Questo non vuol dire calpestare gli altri.

Significa, invece, comprendere che ognuno incarna un pezzetto della nostra complessità interiore.

E conduce al rispetto.

Per ogni creatura vivente.

Perché tutto, ma proprio tutto, ha diritto all’esistenza.

Anche ciò che non ci piace e che, per questo, ha bisogno di maggiore attenzione per trovare una collocazione armonica in quella molteplicità che chiamiamo vita e che è lo specchio del nostro mondo interiore.

Il possesso nasconde la pretesa di controllare l’oggetto delle nostre brame, senza comprenderne le peculiarità e senza affrontarne l’intima risonanza interiore.

In amore, il possesso tenta di oggettivare un sentire che può essere soltanto soggettivo, snaturandone l’autenticità in favore di bisogni infantili di controllo.

Il possesso vanifica l’amore, ma nella civiltà dell’usa e getta sembra che anche i sentimenti abbiano dovuto cedere il posto al profitto o al potere d’acquisto.

Così, oggi in molti pianificano la famiglia quasi fosse un bene di consumo.

Convinti che la determinazione e la volontà possano produrre i risultati emotivi necessari a far germogliare l’amore, certi di poter possedere le emozioni come se fossero un bene di consumo.

Tante famiglie nate in seguito a un’attenta pianificazione incontrano il limite della precarietà, perché l’amore studiato a tavolino non attecchisce.

Altre famiglie (meno razionali forse, ma più spontanee) si scoprono e si riconoscono come tali lungo il percorso della vita, in barba ai programmi di chi le compone e alle regole dei legislatori.

Queste famiglie resistono nel tempo, nutrite da un affetto spontaneo e da un desiderio di condivisione che sboccia nel cuore ogni giorno.

L’amore ha un potere di cambiamento e di trasformazione, preziosissimo.

È un’energia rivoluzionaria e trasformativa che ciclicamente dissolve gli equilibri interiori per crearne di nuovi e migliori.

Opporsi al suo processo evolutivo è doloroso e genera molte patologie.

Ma per seguire le norme della civiltà, ne abbiamo rinchiuso il potere dentro un contratto giuridico e così l’amore è stato vanificato.

Nel momento in cui si affronta il tema della separazione, è necessario interrogarsi sul significato profondo della parola AMORE e accoglierne in se stessi l’essenza trasformativa.

L’amore è rivoluzione e, a dispetto dei contratti legali e religiosi ci conduce inevitabilmente a incontrare la nostra realtà più intima, insegnandoci a comprendere i bisogni del partner insieme ai nostri.

Quando l’amore finisce e il cambiamento ci trascina verso nuovi lidi, è importante abbracciare il passaggio che la fine di una relazione porta con sé e accoglierne il valore.

Perché l’amore non ha mai fine, si trasforma ed evolve verso mete sempre più profonde.

Sapersi allontanare dopo aver percorso un tratto di vita insieme, celebra le profondità dell’amore e insegna il rispetto e l’autonomia.

Lungo la strada che dall’egoismo conduce alla libertà.

Carla Sale Musio

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Gen 30 2017

L’AMORE NELLA SEPARAZIONE

Amore, amore, amore, amore… si parla tanto dell’amore.

Ma l’amore, quello vero, parla poco.

Più che altro agisce.

L’amore non ha parole, è un impulso interiore, un modo di essere e di sentire la vita, una scelta che parte dal centro di noi stessi e a cui non è possibile sottrarsi.

Anche quando incontra la disapprovazione del mondo.

L’amore si muove con noncuranza, indifferente al giudizio degli altri.

Libero dai precetti, dai contratti e dalle regole.

Esiste a prescindere dalla ragione, proviene da una saggezza diversa dalla logica e utilizza i codici pervasivi della Totalità.

L’amore è per sempre ma non è sempre uguale.

È mutevole, cangiante, in continua evoluzione.

È un percorso che dall’io ci guida a incontrare il tu, l’altro, il diverso, lo straniero… fino a scoprire che ognuno rispecchia un aspetto della nostra molteplice verità.

Anche quando questa verità non ci piace.

L’amore è una saggezza fatta di intuizioni.

Perciò parlarne è difficile.

E spiegarlo è impossibile.

Possiamo descriverlo, ma non possiamo conoscerlo finché non lo attraversiamo personalmente.

Nella separazione si parla dell’amore quando finisce.

Ma l’amore non finisce, evolve.

E per noi è difficoltoso riconoscerlo nel momento in cui assume fattezze poco conosciute.

Siamo abituati a distinguere le forme emotive che ci sono state spiegate dai genitori e dagli insegnanti, che sono state descritte nei libri, che abbiamo visto nei film o alla televisione.

Ci sconcertano i sentimenti di cui non si dice niente, quelli che la chiesa non riconosce, che si agitano dentro senza fare scalpore nel mondo o che compiono gesti contrari alle consuetudini.

L’amore nella separazione è un amore ancora poco conosciuto.

Poco raccontato.

Poco ascoltato.

Viviamo nella civiltà dell’usa e getta e ci hanno convinto che persino gli affetti si debbano plasmare nelle forme utilitaristiche del consumismo.

Così, ci aspettiamo di trovare la permuta, l’interesse o lo scambio anche nell’affettività.

L’amore, però, è un’energia indomabile, se ne infischia delle convenzioni.

È una forza sovversiva che tracima nel mondo interiore, scatenando un irrefrenabile caos.

Ogni tentativo di arginarne la potenza è destinato a provocare pericolose conseguenze ed è l’origine di tante patologie psicologiche e fisiche.

L’amore è passione, estasi, rapimento, malattia e guarigione.

Ma per assaporarne il potere miracoloso e maieutico è necessario aprirsi alle sue leggi, fatte di generosità, sincerità e cambiamento.

Solo così possiamo accogliere la sua forza rigenerante e rinnovatrice.

Bloccarne la potenza scatena la guerra nel mondo emotivo e provoca una valanga di conseguenze negative.

L’amore nella separazione è cambiamento.

E non si può sottovalutarne la portata.

Ci costringe a cimentarci lungo la strada che dalla fusione conduce allo sviluppo dell’autonomia.

È un compito difficile, un passaggio importante nella conquista della maturità.

Lasciare liberi se stessi e il partner di proseguire la vita da soli, presuppone una grande profondità interiore.

Bisogna essere davvero capaci di amare per permettere e permettersi l’autonomia.

Sciogliere un matrimonio, infatti, non vuol dire soltanto terminare un contratto legale, significa affrontare un momento di crescita intimo, lancinante e delicato, e imparare a cavalcare la tigre della trasformazione senza lasciarsi trascinare dalle abitudini, dal conformismo e dal desiderio di demandare ad altri le proprie responsabilità.

L’amore nella separazione trova un compimento profondo e intreccia la libertà con la maturità, senza pretendere e senza delegare.

Con fiducia.

Con comprensione.

Con generosità.

Con autenticità.

Carla Sale Musio

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Gen 11 2017

LA SEPARAZIONE È UNO STEP DELL’AMORE

Crediamo che la fine di una relazione sia uno degli avvenimenti più drammatici della vita ma, dal punto di vista psicologico, la separazione è un momento fondamentale nella crescita interiore.

In questa nostra società malata di utilitarismo, troppo spesso l’affetto è confuso con la dipendenza e con il bisogno di garantirsi un appagamento emotivo.

Una pedagogia nera, basata sulla prevaricazione e sul potere indiscutibile degli adulti, ci spinge a sovrapporre l’amore di coppia all’amore che lega i genitori ai figli, portandoci a pretendere dal partner una reciprocità incondizionata e totale.

Esigiamo la continuità nelle relazioni e, convinti che la separazione rappresenti sempre un fallimento, ci sembra impossibile riconoscere il valore evolutivo nella fine di un rapporto d’amore.

Sciogliere un matrimonio non è mai facile, significa abbandonare il sogno di una stabilità affettiva per cambiare le proprie abitudini, interiori e di vita.

Eppure… la capacità di separarsi è una tappa fondamentale della crescita e chi sa affrontare anche la fine di una relazione, ha un’occasione per imparare a voler bene con autenticità e senza possesso.

L’amore non cerca di garantirsi la sicurezza o la tranquillità e non coltiva l’opportunismo, l’ipocrisia e l’egoismo.

La maturità affettiva poggia sulla capacità di lasciare libero il partner (e se stessi) senza ostinarsi in una convivenza quando questa ostacola la crescita.

Finché siamo bambini, la dipendenza dai genitori (indispensabile per sopravvivere) ci porta a desiderare un amore incondizionato dove i grandi si adoperano ininterrottamente per il benessere dei piccoli.

È un sogno impossibile da realizzare in questa nostra dimensione materiale, imperfetta e costantemente alle prese con la dualità degli opposti, con il bene e con il male, con la fatica e con la leggerezza, con la dolcezza e con la crudeltà, con la gioia e con il dolore.

Anche chi ha avuto una famiglia premurosa e sollecita accusa la mancanza di una dedizione assoluta, possibile solo nella Totalità da cui, forse, tutti quanti proveniamo.

Ognuno di noi attende con ansia il momento di innamorarsi, per trovare finalmente un amore in grado di soddisfare quell’antico bisogno, portando a compimento le nostre fantasie infantili.

Nei miti, nelle leggende e nelle fiabe, la divinità, il mago, la fata o il principe azzurro, arrivano a salvarci dalla cattiva sorte per trasportarci in un mondo magico dove finalmente quei desideri troveranno il loro compimento.

Ma al di fuori dalle storie e dai racconti, nel ritmo frenetico della nostra quotidianità, siamo costretti a cimentarci con gli opposti, con l’imperfezione e con il cambiamento, che costellano la vita.

Ciò che in passato ha permesso di sperimentarci e di crescere trova nel presente il proprio limite.

L’evoluzione ci spinge inesorabilmente ad affrontare infinite trasformazioni, interiori ed esteriori, lungo un percorso evolutivo che non si arresta mai.

A questa legge non sfuggono nemmeno le relazioni, che attraversano un processo di cambiamento senza soluzione di continuità e che per questo vanno incontro a periodi di separazione.

Temporanei o definitivi.

Nel viaggio che dal bisogno di ricevere conduce verso un donarsi senza riserve, la separazione è uno step importante che ci accompagna a scoprire il valore dell’autenticità e della libertà.

La capacità di riconoscere e accettare la fine di una relazione, presuppone la sincerità e la reciprocità necessarie per sciogliere un matrimonio senza perdere la profondità del legame affettivo.

Non voglio parlare delle guerre legali, combattute per ottenere i beni materiali condivisi da una coppia.

Mi riferisco al dialogo indispensabile a rivelare (a se stessi e al partner) il proprio cambiamento interiore e le ragioni che fanno emergere la necessità di proseguire la vita lungo strade diverse.

Anche quando ci sono dei figli.

I figli, infatti, sono spesso un pretesto per rimandare quel confronto intimo e profondo che accompagna la fine di una storia d’amore.

Da quel dialogo e dalla capacità di comprendersi e di ascoltarsi, prendono forma le scelte che fanno della separazione un momento drammatico e carico di conflittualità o un momento di conoscenza, di crescita, di rispetto e di reciprocità.

Permettere la libertà non è facile, viviamo nell’era del consumo e del possesso.

Saper condividere la propria intima verità, con umiltà e con sincerità è l’aspetto più ricco e potente dell’amore e, a volte, è l’unico modo per riaccendere un rapporto che sembrava finito.

Occorre mostrare la propria anima con onestà, senza ipocrisie e senza avidità.

Il cuore conosce d’istinto la sincerità e davanti all’integrità emotiva rivela tutta la sua profondità.

In questa chiave, separarsi non è una fuga infantile dalle proprie responsabilità, ma un momento di conoscenza, foriero di una nuova saggezza.

Per viverlo pienamente è necessario abbandonare i pregiudizi che ci spingono a cercare compulsivamente un’altra metà di noi stessi, e aprirsi all’idea che la vita sia un passo di danza in cui ognuno sceglie il proprio ritmo e il proprio tempo, affiancando qualcuno per un tratto di strada.

O per sempre.

Senza volerlo trattenere.

La libertà è il presupposto più profondo dell’amore e il suo più grande insegnamento di vita.

Carla Sale Musio

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SEPARAZIONE: non è possibile consolare il partner…

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Mag 25 2016

SEPARAZIONE: non è possibile consolare il partner

Cercare di consolare il partner da cui ci stiamo separando è un errore fatale, che rende la relazione irta di difficoltà e compromette la possibilità di continuare a volersi bene nonostante lo scioglimento del matrimonio.

La scelta di concludere il rapporto coniugale comporta un’assunzione di responsabilità e un cambiamento nelle abitudini di vita che, inevitabilmente, lascia disorientati entrambi i coniugi e rende difficile il dialogo e la comprensione delle reciproche motivazioni.

In quei momenti, la tentazione di attribuire all’altro la colpa del fallimento dei progetti costruiti insieme, si fa sentire con forza, spingendo al rancore o alla chiusura.

Infatti, è più facile abbandonare un marito o una moglie disprezzabili, di cui non condividiamo le scelte, piuttosto che separarsi da chi ammiriamo e stimiamo.

L’avversione aiuta a lasciarsi alle spalle il passato e a costruire abitudini diverse nel presente, sostenendo l’energia del cambiamento e il bisogno di intraprendere una nuova vita.

Insistere a voler trovare una complicità nel momento della rottura, è difficile e finisce per aumentare il divario e le incomprensioni.

Al contrario, concedere al partner il permesso di criticarci e dissentire, permette a una nuova autonomia di prendere forma nella relazione e aiuta a separare l’affetto dalle opinioni.

Infatti, quando le ragioni di ciascuno possono essere diverse, senza la pretesa di convincersi reciprocamente, la benevolenza si fortifica e rende più facile anche l’accoglienza di punti di vista in contrasto.

La possibilità di non condividere le stesse scelte è il primo passo verso l’indipendenza e il presupposto del rispetto e della comprensione.

Comprensione e rispetto che si sviluppano grazie alla tolleranza delle discordanze che hanno portato alla separazione.

In questa chiave, permettere al coniuge di vivere il dolore per la separazione, senza offrirsi come spalla su cui piangere e senza cercare di estorcerne l’approvazione, esprime attenzione per i suoi vissuti e apre le porte a un ascolto libero da bisogni narcisistici e manipolatori.

Nella fase del distacco, ognuno deve gestire da solo il proprio mondo interno e imparare a prendere su di sé la responsabilità della fine del matrimonio.

Sia che dichiari l’inevitabilità della separazione, sia che, invece, non si mostri d’accordo e sostenga la necessità di riprovare ancora a vivere sotto lo stesso tetto.

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STORIE DI SEPARAZIONI

IRRESPONSABILI E RESPONSABILI

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Lino e Giovanna vivono insieme da oltre venti anni.

Da sempre Lino tradisce Giovanna senza nascondersi, proclamando il suo bisogno di vivere avventure passeggere e, a suo dire, poco importanti.

Da sempre Giovanna si dispera, coinvolgendo parenti e amici, in cerca di un aiuto capace di insegnare a suo marito il valore della fedeltà.

Infine, stremata dalla gelosia, decide di separarsi.

Colto di sorpresa, Lino, però, non le dà tregua e tenta in tutti i modi di convincerla a restare con lui spiegandole, più e più volte, che i suoi tradimenti hanno ben poco a che fare con l’amore e con il legame profondo che lo unisce a lei.

Dal canto suo Giovanna, difende il suo bisogno di superare la gelosia costruendosi una nuova vita, da sola o con qualcuno che finalmente rispetti il suo bisogno di fedeltà.

Entrambi si logorano in discussioni interminabili, tentando invano di cambiare l’uno il punto di vista dell’altro e trascinando un matrimonio sempre più vuoto di comprensione e di reciprocità.

* * *

Quando Marzia scopre che Guido ha un’altra relazione, va su tutte le furie e per non sentire la sofferenza bruciante che le morsica il cuore, riempie le giornate ricordandogli i torti e le mancanze con cui, negli anni, lui ha distrutto il loro matrimonio.

Incapace di difendersi, Guido decide di separarsi ma, per riuscire a portare avanti la sua decisione, ha bisogno di riconquistare la stima di lei e, nel tentativo di ottenerla, si offre di consolarla come può, ripetendo in continuazione che ha sbagliato e che la vita ha voluto così, e trascinando il dolore e la convivenza, un giorno dopo l’altro.

Senza soluzione di continuità.

* * *

Dopo anni passati a mendicare un affetto che forse non è mai esistito, Caterina ha deciso di separarsi.

Riordina la cucina, stira le camicie, rassetta la casa… poi prepara una valigia con tutte le sue cose e la sera, quando suo marito rientra dal lavoro, gli va incontro e lo bacia come sempre.

“Vado via”

Annuncia con calma.

“Ho deciso di separarmi”

Sa che lui non la rincorrerà e che racconterà al mondo quanto lei è impulsiva e piena di pretese.

Sa che hanno caratteri diversi e punti di vista opposti, su tutte le cose.

Lo sa.

E per questo ha deciso.

Di volergli bene.

E di vivere la sua vita per conto suo.

Carla Sale Musio

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SEPARAZIONE: concedere al partner il diritto di odiarci

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Apr 06 2016

SEPARAZIONE: concedere al partner il diritto di odiarci

Chi sceglie di separarsi e di mettere fine a un matrimonio o a una convivenza, inevitabilmente va incontro a ripensamenti, sensi di colpa, esitazioni e perplessità.

Anche quando in cuor suo ha già deciso e sente che non è più possibile proseguire il cammino insieme.

L’incertezza che attanaglia le viscere e crea tanti dubbi, però, spesso non riguarda la relazione col partner quanto, piuttosto, l’immagine idealizzata di sé che ognuno coltiva nel proprio mondo interiore.

Per ottenere approvazione e stima, infatti, costruiamo costantemente dei modelli di comportamento ideali, cui ci sforziamo di assomigliare.

La separazione mette in crisi il bisogno di perfezione e costringe ad assumere la responsabilità anche di quegli atteggiamenti che sono stati giudicati negativi e confinati nell’inconscio.

Mettere fine a un matrimonio conduce inevitabilmente a deludere le aspettative (proprie e del partner) e ad affrontare il fallimento del progetto costruito insieme.

Significa accettare di non poter mantenere le promesse iniziali, anche quando questo infrange le attese della persona che abbiamo amato e con cui, un tempo, avremmo voluto condividere tutta la vita.

Non è una scelta facile.

Le parti rinnegate di noi si fanno avanti nella coscienza, e un critico interiore, instancabile e rigoroso, cerca di allontanarle come può. Senza riuscirci.

Emergono quei sé confinati nell’inconscio (nel tentativo di emulare la nostra immagine ideale) che, approfittando del momento di crisi, rivendicano il proprio bisogno di indipendenza e che confliggono con altri sé, desiderosi di piacere incarnando l’archetipo del bravo marito o della brava moglie.

Un disagio interiore spinge a cercare di salvare almeno le apparenze e, inseguendo il difficile equilibrio tra autostima, desiderio di approvazione e indipendenza, stimola il bisogno di ottenere almeno il consenso delle persone che abbiamo intorno.

Nel tentativo disperato di non distruggere la perfezione dell’immagine idealizzata che abbiamo costruito di noi stessi, ci sforziamo di mettere ordine nella battaglia interna tra i diversi sé cercando approvazione e stima all’esterno.

Ma questa ricerca di consensi ci allontana pericolosamente dalla nostra integrità più profonda e finisce per occultare i bisogni autentici.

Ecco quindi arrivare i ripensamenti, le incertezze e i sensi di colpa, che amplificano l’inevitabile confusione emotiva.

E, per mitigare la sensazione d’inadeguatezza, finiamo per desiderare l’approvazione del partner, proprio nel momento in cui ne stiamo deludendo le attese.

Il bisogno inconscio di mantenere intatta la sua stima, ci spinge a sostenere discussioni estenuanti e, spesso, cariche di colpe, accuse e rancori.

In un crescendo emotivo che, lungi dal soddisfare la reciprocità e l’apprezzamento, precipita il rapporto in un vortice d’incomprensioni.

Per uscire da questo tunnel è indispensabile assumersi la responsabilità delle proprie scelte, lasciando all’altro il diritto di odiarci.

A prescindere dalle ragioni o dai torti di ciascuno.

Chi non ha ancora maturato dentro di sé il desiderio di concludere il matrimonio, può aver bisogno di disprezzare il coniuge che, invece, ha già scelto di continuare il percorso da solo.

La rabbia è un antidolorifico potente e consente di alleviare per un po’ i morsi della sofferenza, dell’umiliazione e della paura.

Pretendere di ottenere l’approvazione di chi si sente costretto a subire una scelta che ancora non gli appartiene, è un atto carico di onnipotenza e di orgoglio, e, spesso, nasconde l’angoscia di individualizzarsi da un’inconscia simbiosi di coppia.

Concedere al partner il diritto di odiarci, senza volergli imporre il nostro punto di vista, è un gesto d’amore e di rispetto per le sue emozioni e la sua individualità, e crea le premesse per una reale indipendenza.

Di solito, la separazione è la conseguenza di un’impossibilità a condividere la vita insieme, che nasce da vissuti differenti e inconciliabili.

In questi casi, permettersi di impersonare la parte del cattivo agli occhi dell’altro, senza pretendere di avere ragione, di essere buoni o di essere capiti, è un passo inevitabile verso l’autonomia e il cambiamento.

Il voler bene non sempre è fatto di una stucchevole e uniforme condivisione di principi uguali.

Più spesso attraversa momenti burrascosi di divergenza, in cui l’amore può esprimersi soltanto nell’accettazione di punti di vista contrastanti.

Carla Sale Musio

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SEPARAZIONE & CODARDIA EMOTIVA

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Feb 06 2016

SEPARAZIONE & CODARDIA EMOTIVA

Dietro il pretesto della tenerezza e della compassione, spesso si nascondono interessi che con l’amore hanno ben poco da spartire.

“Non posso separarmi perché la persona che ho sposato ne soffrirebbe troppo ed io non voglio infliggerle un dolore tanto grande!”

A prima vista queste parole possono sembrare cariche di umanità e di rispetto ma, se leggiamo un po’ più in profondità, scopriamo diversi significati ed emozioni.

La stessa frase, infatti, implicitamente asserisce anche:

“La persona che ho sposato non è capace di badare a se stessa e non sa gestire le proprie emozioni, è emotivamente poco intelligente, dipendente e priva di risorse ma, questa sua invalidante abnegazione, gratifica talmente il mio narcisismo che non voglio privarmene per nessuna ragione al mondo. Perciò, anche se non ricambio la sua dedizione e non vivo più alcun coinvolgimento emotivo o erotico nei suoi confronti, preferisco considerarmi indispensabile piuttosto che mettermi nuovamente in gioco e affrontare una reciprocità affettiva che mi spaventa e che mi farebbe sentire vulnerabile e in difficoltà.”

La codardia emotiva è una delle più spiacevoli verità interiori e, in Italia, la chiesa cattolica, prescrivendo l’indissolubilità del matrimonio, ne coltiva abilmente la permanenza nella psiche, permettendo a tanti timorati di Dio di nascondere la paura della propria debolezza e l’arresto della crescita emotiva dietro un’apparente irreprensibilità coniugale.

L’amore, però, è fatto di rispetto, di fiducia e di autenticità, e ha ben poco a che vedere con l’onnipotenza e il narcisismo che derivano dal sentirsi indispensabili nella vita di un’altra persona.

Anche quando quella persona è la stessa che abbiamo sposato.

Sciogliere il matrimonio vuol dire concedere al partner la stima e la libertà che accordiamo a noi stessi, imparando dall’esperienza coniugale vissuta insieme una nuova possibilità di mettersi in gioco e di voler bene.

Come ho detto altre volte, la separazione è sempre un’occasione per approfondire la propria capacità di amare e comporta una grande maturità affettiva.

Lasciare libero il coniuge di vivere i suoi sentimenti e di decidere autonomamente cosa fare della propria vita, significa affrontare la responsabilità di se stessi senza delegare a nessuno le colpe dell’insoddisfazione e dei fallimenti che fanno da contrappunto al bisogno di cambiare e che sottendono la necessità di separarsi.

Dietro alla sbandierata sollecitudine nei confronti di un coniuge, giudicato incapace di sopravvivere alla fine del matrimonio, di solito si nascondono interessi molto lontani dalla premura e dalla attenzione per le sue difficoltà.

Tra questi, oltre alla paura di affrontare una nuova esperienza affettiva (con il suo corollario di incertezze, vulnerabilità e mareggiate emotive) troviamo tanti bisogni materiali, poco altruistici ed essenzialmente mirati a mantenere stabile il patrimonio dei beni coniugali.

Il matrimonio, infatti, è essenzialmente un contratto legale che penalizza chiunque abbia l’ardire di anteporre i sentimenti agli interessi economici.

Decidere di rinunciare alla casa, alla macchina, al doppio stipendio, alle vacanze, ai viaggi e a tutti i confort che la vita a due rende possibili, è una scelta coraggiosa adatta a pochi irriducibili avventurieri, incapaci di barattare l’autenticità con l’attaccamento alle cose.

Lasciare perdere proprietà, possessi e interessi, per inseguire la propria verità, è considerato un lusso e, spesso, una follia, da una società in cui le leggi hanno sostituito l’etica mentre la responsabilità individuale annega sotto una marea di prescrizioni religiose, volte a preservare l’obbedienza invece della maturità emotiva.

I regolamenti, i codici e i decreti, hanno obiettivi diversi dalle esigenze psicologiche, e l’empatia, la sincerità e l’amore non trovano sostegno nei contratti e nelle disposizioni religiose.

Sciogliere un matrimonio è un atto legale che modifica gli accordi patrimoniali e obbliga a scelte finanziarie invece che affettive, invitandoci spesso a barattare l’onestà interiore con il benessere garantito dalla comunione dei beni.

Per separarsi è indispensabile rinunciare al proprio tornaconto economico e all’onnipotenza narcisistica, che spinge a credersi insostituibili per il partner, anteponendo l’autenticità e il rispetto di sé e dell’altro, all’approvazione del mondo.

Ci vuole molto coraggio, apertura, incorruttibilità, lealtà e franchezza per scegliere l’amore senza nascondersi e senza incatenare la crescita psicologica dentro i regolamenti e le comodità.

Separazione e codardia emotiva sono percorsi diversi, capolinea opposti lungo il tragitto che dall’opportunismo conduce alla reciprocità e ad un’autentica capacità di amare.

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STORIE DI PAURA E DI CORAGGIO

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Caterina è innamorata di Roberto da quattro anni.

Insieme condividono momenti teneri, viaggi, sogni, ansie, certezze e paure.

La loro storia d’amore potrebbe essere perfetta se Roberto non fosse sposato con un’altra donna e se, invece che parlare spesso di separazione, si decidesse finalmente a compiere il passo decisivo.

Roberto si lamenta con Caterina della sua vita coniugale, che definisce arida e vuota ma, ogni volta, le responsabilità verso sua moglie lo costringono a rimandare il momento di separarsi, in un procrastinare senza fine.

“Per mia moglie io sono un punto di riferimento e una ragione di vita.”

Dichiara a capo chino davanti alle richieste di Caterina.

“Non posso cancellare con un colpo di spugna tutte le sue certezze. L’amore per te è profondo e innegabile ma… sono costretto a vivere con lei!”

* * *

Alberto e Claudia non hanno rapporti sessuali da moltissimo tempo.

Il loro matrimonio è fatto di attenzioni e premure ma l’intimità fisica, è del tutto assente e, dopo anni di tentativi inutili, Alberto ha abbandonato ogni approccio, sentendosi sempre meno attraente e ferito nella sua virilità.

Ultimamente, a complicare le cose ci si è messa anche l’insegnante d’informatica che non nasconde un grande trasporto per lui e non perde occasione per ricordargli che: “Quando i matrimoni non funzionano bisogna chiuderli, senza tergiversare!”

Alberto è lusingato da quelle attenzioni e vorrebbe ricambiare i sentimenti della donna, ma l’insicurezza lo rende timido e pieno di paure.

Da troppo tempo ha rinunciato ad ascoltare i suoi bisogni profondi e il forte desiderio fisico che prova per lei lo spaventa e lo spinge a chiudersi.

È vero, il legame con sua moglie è privo di erotismo e di passione, ma l’idea di abbandonare la vita coniugale, fatta di ritmi immutabili e prevedibilità, per andare incontro all’incertezza e al tumulto interiore che accompagnano l’amore, lo terrorizza.

Così, con grande determinazione decide di non frequentare più i corsi d’informatica.

“Non posso separarmi.” confessa, scrollando la testa “Mia moglie ne soffrirebbe troppo e non voglio darle un dolore così grande!”

* * *

Quando Francesca conosce Simona, è come se una manciata di sogni colorati la trasportasse dentro un mondo nuovo, fatto di creatività, di entusiasmo e di… passione.

Colta di sorpresa, Francesca è spaventata e incredula di fronte alla scoperta di quei sentimenti per un’altra donna.

Ma, pur sentendosi pazza e incosciente, insegue il filo di un desiderio che diventa sempre più intenso e profondo, fino a costringerla a guardare negli occhi le sue paure e a prendere una decisione. Rimandata per troppo tempo.

Lascerà suo marito, la loro bella casa, il giardino, l’automobile, i viaggi, le vacanze, i regali, le feste, le cene con gli amici e la stima dei parenti.

Non le importa dei soldi, delle comodità e dei vantaggi sociali che derivano dall’aver fatto un buon matrimonio!

Prenderà in affitto una stanza e farà quadrare lo stipendio con la sua voglia di cambiare.

“È il prezzo da pagare per la libertà!” dice a se stessa, mentre cammina mano nella mano con Simona, lasciando che suo marito gestisca come vuole la separazione, le case, le ricchezze e i tanti oggetti acquistati insieme e che, adesso, non le appartengono più.

Carla Sale Musio

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SEPARARSI O ASPETTARE ANCORA?

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